mercoledì 24 agosto 2011

FRIULI, terra di uomini e di vino (A land of men and wine)

Poggiobello - Colli Orientali del Friuli
    









             
"Una bela damigiana - che con mi fa sempre nana"
Friularum Bacchus Balneclensis.
Frontispizio della 1a edizione del ditirambo
"El vin Friularo di Bagnoli" di Lodovico Pastò, Padova 1788)


Validi bevitori, i friulani, e senza eccezioni: consumano una quantità doppia del vino che producono "fra il litorale di Grado e l'Alpe carnica, fra i Veneti giulii e gli Euganei" (i limiti sono indicati da un castigatissimo bevitore : Gabriele d'Annunzio) : oltre un milione di ettolitri, contro il mezzo milione di produzione annua. Il consumo medio per abitante oltrepassa i 150 litri: facile, quindi, capire il temperamento di gente incline a generosi sensi, temprata alla resistenza, attaccata al lavoro. (NB - Dati raccolti nel 1990)

Frequenti, in Friuli, le sagre che ogni paese vanta e tramanda: occasione a manifestazioni di gioia misurata e serena (banditi i rancori e i litigi), quale appunto si addice a chi non possiede soltanto una terra singolarmente, inconfondibilmente variata ("piccolo compendio dell'universo" la proclama un bevitore di gusto sicuro: Ippolito Nievo), ma una parlata, tradizioni, canti di grande suggestione, nei quali riaffiora un'atavica malinconia, dovuta ad esodi e dolori senza fine.


Sulla costiera carsica - Duino


    
Senonchè la malinconia è sorella della poesia, onde alla domanda...
"A quando risalirà la coltivazione della vite in Friuli?"...
Si potrebbe rispondere con gli esametri di colui che alle mansioni di architetto geniale univa la devozione per le Muse e per la sua Trieste. I versi di Quirino Lustri (pseudonimo di Orazio Sturli), dedicati a un nobile scrittore e bevitore saputissimo, Silvio Benco, pure scomparso, narrano l'origine della vite nella Regione Giulia, al tempo in cui gli dèi non sdegnavano di scendere in mezzo ai comuni mortali per condividerne le umane passioni. Siamo all'alba del mondo.
L'incorreggibile Giove, tradendo per l'ennesima volta Giunone, s'era invaghito di una ninfa di rara bellezza, usa all'arco non meno che al destriero che cavalcava nuda sui dossi aridi del Carso, per tuffarsi ogni mattina nel mare, deserto allora di vele. Incapace di piegarla ai suoi desideri, il barbuto padre degli dèi, sapendola ghiotta di bacche selvatiche, le tese uno dei suoi soliti tranelli: si mutò in vite. Un giorno, davanti alla ninfa, ecco la pianta a lei ignota, carica di grappoli: una meraviglia per i suoi occhi di cerbiatta.
Ma ascoltiamo il rapsodo, che non incontreremo più all'ombra delle pergole, nel solo luogo dove si dovrà recitare il suo poemetto conviviale.

(Salve, Terrano del Carso! - Padova 1941)...

". . . . tra il fitto fogliame,
tosto ella scorse, nell'oro del sol meridiano sommersi, mai visti grappoli, negri di chicchi, pendenti da tralci.
Vago nel cor il timore le nacque ... però tutt'intorno tanto la calma era immensa e glorioso il tripudio del sole, tanto il desir della gola pei frutti intravvisti la prese, ch'ella il timor vinse alfine ed a terra saltò leggermente.
Poi, fatta audace, un dei grappoli colse ed un turgido chicco tosto alla bocca portò, per poi spremervi, avida, il succo.
Ahi, quale ebbrezza soavissima invase la bella fanciulla, mentre del grappolo tutti i dolcissimi chicchi suggeva!
L'anima sua lentamente al sublime piacere si schiuse, come al tepor dell'aurora nascente si schiudono i fiori ... mentre ogni tralcio flessuoso, com'ellera a un'erma leggiadra, tosto s'avvinse, tenace, d'intorno alla bella fanciulla . . ."

Era nata, in una dolina carsica, la vite del Terrano Refosco...., era nata nel mito poetico, e da un amplesso d'amore, un'uva rossa come sangue, salvo a rinascere nel mito eroico di un'antica leggenda.
Eccola: Diomede, scampato da Troia con pochi compagni, s'era arrestato al Timavo con le sue impetuose cavalle, abbeverandole alla limpida acqua della misteriosa sorgiva che pullula non lungi dal mare. In cambio del ristoro ricevuto, l'eroe omerico affidava alla terra veneta la prima vite (énos = vino, in greco..., radicale di èneto, veneto), che aveva portato dalla patria perduta.


Basilica di Aquileia tra le vigne


   
Certo la vite ebbe un culto anche presso abitatori della regione prima che Roma vi giungesse con i suoi fanti armati d'asta e di vanga, con i suoi cavalieri esperti nelle armi non meno che nell'agricoltura..., ma soltanto in virtù dei nuovi coloni la preziosa pianta mediterranea doveva assurgere ad altissimo culto. Da allora (183 a.C.), la nostra terra s'imporpora di vigne. Il suolo di Aquileia - della città segnata col solco primigenio come l'Urbe - restituisce a migliaia le anfore vinarie ed olearie..., le arti decorative aquileiesi - nei triclini, nelle tombe, nelle basiliche - accompagnano alla vite e al vino il fasto, la pietà, la preghiera degli umani. Le anfore affusolate e panciute, ansate e puntute, dormono nel fango dell'estuario, sotto la terra coltivata, negli àlvei dei fiumi, da quasi due millenni..., hanno avvertito lo scalpitìo dei cavalli di Attila, il pianto dei profughi in cerca di scampo nella laguna, dove doveva splendere nella gloria dei marmi, dei mosaici, dei vetri della distrutta Aquileia, la Regina dell'Adriatico: Venezia. Taluna ha conservato i chicchi dell'uva che sembrano di ieri, ma basterà un soffio perchè vadano in polvere: tal altra avverte: "flos vini", fior di vino torchiato e destinato alle mense e ai sacrifici solenni. In certe anfore si inumavano le salme: dei bevitori, probabilmente, che le avevano vuotate in vita.

Ma così suggestiva è la continuità della tradizione che quando, nell'agro aquileiese, si scorgono le viti allacciate l'una all'altra, vien fatto di pensare ad Erodiano che le descrive "legate fra gli alberi a modo di corona": un sistema da secoli immutato ed uno spettacolo di agreste bellezza che non valse, tuttavia, a trattenere la furia dei soldati di Massimino il Tracio, in marcia contro Roma, nel 238 d.C..., i quali non si peritarono di tagliare alberi e viti. Il fatto poi che essi, trovato rotto il ponte sull'Isonzo alla Mainizza, a dodici miglia da Aquileia, ne avessero costruito uno con le botti e i tini trovati in gran numero nei campi, attesta che la produzione doveva essere enorme. Ed anche ricercata se Plinio il Vecchio assicura che Livia, moglie di Augusto, era debitrice dei suoi 86 anni al vino "Pucinum" che maturava vicino al Timavo. (Grande saggezza degli antichi: un medico di Tralléis, nella Caria, discepolo di Asclepiade di Prusa, prescriveva unicamente vino ai suoi ammalati: da ciò il suo attributo, tramandato da un'iscrizione, di "oinodòtes", cioè di medico del vino).


Basilica di Aquielia


     
Ma per restare ad Aquileia, ed alla conclamata bontà dei suoi vini, siano ricordati gli oggetti ivi dissepolti che ne parlano con autorità inoppugnabile: le oinochoe di vetro e di bronzo, i corni potorii, un bellissimo bassorilievo con una baccante, i tralci trascoloranti nell'asàroton di un triclinio, la pietra tombale di un bottaio, il vivido fregio degli Amorini briachi, i motivi vitinei delle lucerne fittili, delle urne e delle steli funerarie, la simbolica uva del mosaico teodoriano nel quale la Vittoria esalta il mistero eucaristico, i plutei bizantini della Basilica, per finire col testamento, inciso nella pietra, di quel figlio d'un veterano che lasciò la propria casa alla decuria dei fabbri cui apparteneva, a patto che con le rendite facessero ogni anno libazioni sopra la sua tomba.

E dì opere ispirate alla vite ed al vino sono pieni i secoli che seguono. Basterà citare il mirabile stucco dell'Oratorio di Santa Maria in Valle, gli affreschi della chiesa trecentesca di San Biagio, gli archi di cotto nella casa quattrocentesca di piazza Paolo Diacono, i bassorilievi del battistero di Callisto, a Cividale..., l'ingenuo arco della porta laterale del Duomo, a Venzone..., l'arco della porta maggiore del Duomo e la "Madonna dell'uva di Giovanni Antonio Pordenone, a Udine..., il "Ballo campestre" dello stesso pittore..., e il "Noè addormentato" del suo allievo Giovanni Maria Calderari, a Pordenone..., l'arco puteale della villa Ottelio a Buttrio..., le scenette di Alessandro Longhi, nel castello di Zoppola..., e, ad Udine ancora, in quella Pinacoteca, i "Giocatori di briscola" di Italico Brass e "Il poeta all'osteria" di Gianni Vagnetti.


 Castello di Gorizia



    
Ma quali bevitori non erano gli uomini d'arme e di toga che popolavano i castelli e le ville del Friuli?
Il vino correva a torrenti nei loro banchetti, come accenna nei "Mémoires" Carlo Goldoni, ospite dei conti Lantieri a Vipacco..., ma non spento il ricordo delle tavole bandite nel capoluogo della Patria del Friuli, nel 1368, da una schiera di scalchi, di trincianti e di coppieri, in onore di Carlo IV e del suo seguito..., fra cui Francesco Petrarca che avrà assaporato certamente il contenuto delle "sei botti di finissima Ribolla", offerte dal Comune all'ospite imperiale. E nel castello di Gorizia non rivive il ricordo di altre solenni imbandigioni?
Mi riferisco alla signoria di Enrico II, "principe nelle armi invincibile, nelle virtù senza pari", come lo loda un cronista, cavaliere del Patriarca, più volte Podestà di Trieste, marito di Beatrice figlia di Gerardo di Camino (una fanciulla conosciuta da Dante in una corte bandita da Can Grande della Scala).
Mi riferisco alla sua e alla magnificenza dei Conti goriziani, tale da far giungere il ghiaccio per rinfrescare le vivande dalla vetta del Monte Nero, i fiori per decorare le stanze dalle creste del Monte Cavallo, quando si trattò di festeggiare la pace conclusa coi veneziani. In un solo banchetto, carni di bue, di becco, di pecora, di castrato, pesci freschi e salati, olio, miele, torte, ravioli; vini del Collio e dell'Istria: Clareda, Decreto, Malvasia, Moscatello, Pinella, Turbiano, Vernaccia... (A soffermarsi, smemorati, nella bella cucina castellana, arredata con mobili usciti dalle botteghe goriziane, sembra di avvertirne ancora gli allettanti profumi).


Cividale del Friuli


   
Non mancano altre memorie del genere: a Cividale, il 6 giugno 1409, in occasione del Concilio generale presieduto da Papa Gregorio XII, furono servite 72 pietanze, tutte di specialità friulane, fra cui la Gubana, annaffiate con la Ribolla di Rosazzo, col Verduzzo di Faedis, col Ramandolo di Torlano, col Refosco di Albana, col Marzemino di Gradiscutta...
E qui cade opportuna la notizia relativa a quegli ambasciatori della Patria, inviati a Venezia nel 1676 per rendere omaggio al nuovo Doge, i quali - così un diarista - ... "fecero correre, nella corte del palazzo dov'erano alloggiati, una fontana di vino che fu goduta da quantità di Veneziani".
Vite e vino si inseriscono profondamente nella vita del popolo friulano.
A Sedilis, sopra Tarcento, c'era una vite che sbucava dalle fondazioni di una casa: nella costruzione di quest'ultima si volle rispettata la pianta sotto cui sedevano gli antenati. Nell'autunno del 1944, la casa fu incendiata dai cosacchi, come tutte le case del paese..., ma la vite non morì: un esile tralcio sale ancora, verde di foglie, sull'intonaco del muro ricostruito.
A suon di boccali si davano persino le multe, nei tempi beati in cui i "patres conscripti" si radunavano, nella piazza del paese, "sub tilio" o "sub frasca". Un verbale della vicinia di Vendoglio ci apprende infatti che quegli "huomini del Conseij", giudicando, il 23 maggio 1760, certo Antonio Calubrino "perchè aveva sprezato il Comum intero", gli ordinarono, a riparazione dell'offesa, "di far celebrare una Messa cantata, et tre ordinarie et di pagar soldi due di Pane, et una boze di vino per cadauno alli huomini di Comun"..., curiosità non ignorata forse da Giosuè Carducci, che villeggiava in Carnia dove beveva vino generoso, non acqua "pudia", come scherzosamente scrive ad un amico: vino che si può ritenere l'ispiratore della ballata "In Carnia" e de "Il comune rustico", in cui rende omaggio al libero reggimento delle comunità a guardia del confine. Ricordate?

.... o noci della Carnia, addio!
Erra tra i rami vostri il pensier mio
sognando l'ombre d'un tempo che fu.

Non paure di morti ed in congreghe
diavoli goffi con bizzarre streghe
ma del comun la rustica virtù

accampata a l'opaca ampia frescura
veggo ne la stagion de la pastura
dopo la messa il giorno de la festa.

Elemento probatorio, il vino, nel nostro paese.


In un documento del 3 maggio 1311 si accenna ad una ricevuta di nuovo genere, rilasciata davanti alla chiesa di Santa Maria, in Gemona: "Bartholomeus ufficicalis Capituli S.Petri (de Carnea) ministravit sibi de cellario Capituli cupam vini signum tenute"...
Proprio così: un bicchiere di vino in segno di ricevuta.

Gli amministratori della cosa pubblica avevano sempre a che fare col vino, e non soltanto a cagione del dazio.
C'è da stare allegri scorrendo le note dei camerari di Udine, dall'avvento della Serenissima in poi. Quasi ad ogni pagina il riferimento a donativi di "conzi" di vino, ora al segretario del Veneto Senato, ora a quello del Consiglio dei Pregadi (a proposito: nella sala dei Pregadi, a Palazzo Ducale, si ammira una grande tela di Palma il Giovane raffigurante il Friuli: un nerboruto giovane nell'atto di allungare un grappolo d'uva a Venezia, assisa in trono), ora al provveditore dell'Arsenale, destinatario di "fialas plenas optimo vino", nonchè di candele e di confetture..., ora al nobile Marcantonio Contarini, già luogotenente della Patria, destinatario anche di tre paia di prosciutti e di sei staia di avena. Prosciutti e vino "Prosecco", acquistato a Trieste, prosciutti e vino "Picolit", invidiata specialità del Friuli, continuano a raggiungere nel sec. XVIII i "protettori di Udine" residenti a Venezia (si chiamavano graziosamente così), al punto che dal 1754 al 1763 sono registrate per tale bisogna 13.855 lire venete (una somma considerevole per quei tempi): da ciò le proteste degli amministratori, i quali - venuti i francesi - dovettero continuare l'invio dei donativi consueti.
Se cambiavano i suonatori, la musica era sempre la stessa, osserva Antonio Battistella da cui ho raccolto queste notizie (Atti dell'Accademia di Udine, 1923 - 24, V, vol. 1II).
Del resto, in fatto di doni, Ovidio ci aveva prevenuti che non dispiacevano neppure agli dèi:

Munera, crede mihi, capiunt hominesque deosque;
Placatur donis Jupiter ipse datis.


Intensa l'esportazione del vino dalla X Regio, la "Venetia et Histria", liti dalla colonizzazione romana. Le botti, che arrivavano ad Aquileia via mare o che venivano riempite in loco, ripartivano per il Nòrico e per la Pannonia lungo le strade lastricate che qua e là riaffiorano ancora..., affidate a zatteroni sui fiumi transalpini, toccavano i più lontani presidi danubiani. Tale commercio fu naturalmente interrotto dalla decadenza dell'Impero e dalle invasioni barbariche. Ma si deve ai longobardi, fissatisi per due secoli tra noi, se la pianta della vite che li conquise ride nel marmo del tegurio del citato battistero e se simboleggia doviziosamente la "Vigna del Signore" nello stucco del citato tempietto di Cividale, capitale del loro Ducato. Poi la mano armata di croce e di spada dei patriarchi ridona una pace relativa al paese, insidiato dalle prepotenze feudali: il commercio del vino riprende, rivolto a settentrione. I carri transitano per Gemona e Venzone, provenienti anche da Conegliano, quando le ali del veneto leone quella pace rafforzano..., dopo aver sostato, talvolta, nella piazza Contarena, cuore di Udine, la quale assume il nomignolo di "Plaze dal vin" per lo smercio che se ne faceva al minuta ed all'ingrosso.

Abbazia di Rosazzo
   
E muove da Rosazzo il rosso "Pignolo" destinato a Francesco di Carrara, signore di Padova, dai medici curanti consigliato ad usare quel farmaco.    

Rosazzo: nome caro per l'Abbazia benedettina che accoglieva, nome triste per gli assedi e le stragi di cui fu testimone, nel 1431, da parte degli Ungheri, nel 1509, da parte del Duca di Brunswick in lotta con Venezia.
Un anonimo ne trasse una canzone dolente...

Vui venivi alla chaza
per trachanare lo bono vino
el primo salto fo Rosaza...

Ungheri e lanzi ubriachi non conobbero Pietà: donn e bambini crudelmente trucidati, ai difensori recise le mani, le case date alle fiamme.

Siamo nel solco della guerra, quando anche l'assurdo diventa regola.
"Noi diamo alli cavalli tanto vino al giorno - scrive Girolamo Savorgnan al Doge, il 2 marzo 1514, mentre gli imperiali stringono d'assedio il forte di Osoppo -, quella poca acqua che abbiamo la riserviamo per far del pane...".
E sono proprio quelli i cavalli che irrompono all'inseguimento dei nemici, i quali perdono prigioni e artiglierie.

Un fattore dei marchesi di Colloredo, a San Tommaso di Maiano, sotto la data 1809, segna con mano tremante...

"Toccata la soglia, vidi la cantina aperta, anzi spalancata da un portone all'altro. In essa soldati tedeschi tutti affaccendati a portar via vino in zucche, bottuzze, secchi, marmitte, mastelli, insomma in ciò che loro capitava nelle mani...".

Offesa ben maggiore dovevano patire le cantine friulane, nell'ottobre e nel novembre del19, quando la grande valanga dilagò sino al Piave. La vendemmia era stata abbondante quell'anno..., ottimo il vino. Vuotate le dispense domestiche, gli invasori si buttarono ai porcili, ai pollai, alle cantine. I porci cadevano urlando sotto le baionette, e finivano squartati e schidionati nei cortili..., le galline, a metà spennacchiate, venivano divorate quasi crude..., le cantine devastate in un baleno. La bestialità fu più grande dello scempio. Non bastava bere sino al vomito, sino a crepare nei fossi, talché ai comandi era balenato il sospetto che cibi e fonti fossero avvelenati: si lasciavano aperte le spine, si sfondavano le botti, si frantumavano a colpi di fucile le bottiglie. Vittorio Hànek, che fu ufficiale austriaco, scrive in "Madonna Tristezza"...

"...si rubava, si saccheggiava: intere botti di vino venivano vuotate nelle cantine, gli ubriachi vi morivano annegati...".

In quei giorni gli arditi germanici, infilzati dagli alpini sul Grappa, rigurgitavano vino e sangue: anche in grazia del vino, pertanto, gli invasori morsero la terra sulla sponda del Piave.

Lo storico non sorride, annota.

Egli rivede gli Alpini piemontesi del 3° e 4° Reggimento, alti e quadrati come le Alpi da cui erano discesi, confusi coi friulani dell'8°. Quante volte, nei giorni che precedettero la guerra e durante la guerra stessa (era la guerra, per intenderci, quando Giuseppe Ungaretti scriveva sullo zaino.. "

"L'Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso"...

.....e Vittorio Locchi gridava il suo amore a Gorizia...

"I nostri morti sognano
dentro i tuoi cimiteri,
nei tuoi monti
e nel tuo piano"...

Quante volte - ricordo ancora - si cantava, si beveva nelle osterie del Friuli, motteggiando con le giovani ostesse. Fra "Montagnes Valdótaines", piene di tristezza crepuscolare, e "Su la plui alte cime"..., luminosa di chiarità mattutina, correvano i punti esclamativi di innumerevoli litri.
La commozione prendeva ognuno, ché ognuno avvertiva, per la malia di quei canti, un villaggio e volti cari in attesa.
Si beveva, si cantava..., all'improvviso si partiva.
Cerèa paîs! Mandi paîs!, Mandi mandi!..., e forse non ci si rivedeva mai più.


Sia chiaro così che i friulani sanno bere dovunque li inviti una "frasca", ahimè! troppo spesso mutata, come rimpiange uno scrittore innamorato del Friuli, anche perchè friulana ne è la madre.

"Il caro fondale dell'osteria campestre è sparito - nota Orio Vergani -: al posto della tabella col prezzo del vino nuovo c'è l'avviso col prezzo della benzina, ai tavoli di pietra del vecchio pergolato si è sostituita la fossa delle riparazioni, al ciuffo di fieno appeso alla stanga, la ciambella dei pneumatici".


Carnia - Sotto il monte Coglians


    
Tuttavia, molte osterie si salvano dal modernismo livellatore: in Carnia, per esempio, dove il loro focolare va considerato il centro spirituale del paese. Lì vengono accolti gli emigranti che il bisogno spinge lontano e che la nostalgia periodicamente richiama..., lì i cacciatori sballano le loro imprese, i vecchi rievocano usi e costumi della loro giovinezza..., lì il turista avverte un'atmosfera di dolce raccoglimento. E ne è conquistato, come per una scoperta inattesa e benefica che nessun lucido bar all'americana riuscirà a sostituire, non dico a raggiungere o a superare. Mi risuonano dentro la note della scrittrice statunitense Dorotea Noyes Arms, venuta tanti anni fa a conoscere l'Italia per illustrarla, come fece, in un magnifico libro. E diceva, a conclusione di una sosta in Friuli...

"Darei tutti i grattacieli di Nuova York per un solo vostro focolare!"...

Notate che, fra l'altro, aveva assistito ad un matrimonio ad Aviano, rapita dal momento in cui la sposa veniva accolta nella casa nuova con pane, vino e sale, elementi primordiali della vita e della prosperità domestica. Nel boccale bevvero la sposa, la madre, lo sposo..., bevvero i parenti buttando all'aria i cappelli fiorati.


Pista forestale in direzione di Nimis


     
Ma le più festose esplosioni del popolo friulano si riscontrano nelle sagre, antiche di secoli, cantate dai poeti - dallo Zorutti al Bonini, dai due Gortani al Michelini, dal Chiurlo al Carletti, dal Fruch al Lorenzoni - frequentate da folle strabocchevoli.
Dopo le funzioni religiose, un tempo venivano invase le osterie, venivano invasi i prati. Una valga per tutte. Sotto i castagni che adombravano a Nimis la chiesa della Madonna delle Pianelle, profanata dai cosacchi nel 1944 (siamo ancora nel solco della guerra), s'allineavano i carri con le botti, le bancherelle dei formaggi, delle frutta, dei dolciumi, dei fischietti e delle campanelle di terracotta. Qualche giostra aggiungeva invariabilmente una nota di colore e di frastuono. I bevitori del monte e del piano cantavano in cerchio, in piedi o sdraiati, a suggello del pasto consumato in comune. Cantavano e bevevano "i vini esaltati nelle canzoni popolari antichissime", come osserva Férenc Molnar nel suo romanzo "L'angelo musicante".
Cantano....

Volìn bevi e tornà a bevi
di chest vin c'al è tant bon . . .

Una volta, finiti i Vespri, non mancavano i quattro salti all'aperto (ora si balla sulle piattaforme, al ritmo variegato moderno, che è un'altra cosa)..., un'orchestrina di fisarmonica e contrabbasso segnava i passi castigati e veloci, e tutto intorno curiosi a chiassare, a batter le mani, a brindare nei boccali che passavano dall'uno all'altro senza tema dell'igiene trascurata.


Ara Pacis - Medea


    
E che dire delle sagre di primavera? Le fioriture fanno da orifiamma sui colli di Cormòns, di Medèa, di
Comerzo, mentre il popolo rinnova manifestazioni dì gioia collettiva che nulla hanno perduto della loro spontaneità ad onta dei tempi, e dei gusti mutati. L'inverno sta passando: l'ulivo pasquale diffonderà presto pur sempre il lievito di nuove promesse. Bello sedere allora sull'erba, apprestare cetrioli sotto aceto, pane e salame, facendo girare il boccale del "nostrano".

Ma dillo tu, Antonio Bauzon, geniale friulano scomparso nel dopoguerra, come soltanto" tal bocâl si ciate la ligrie!"

La fieste daspò gespui si prepare
un ciadìn di cudùmars in salate,
un vot pagnùz, une fertae ben fate
che mulisite ta l'ardièl svuacare.

Po' si fâs partà donge de fantate
un dopli di nostran, e jù partiare
si pògnisi in ombrene, e no si sgare,
al è sigûr che la ligrie nus ciate.

(La festa dopo il vespro si prepara
un catino di cetrioli in insalata
qualche panino, una frittata ben fatta
quella inumidita nel lardo sciolto.

Poi ci si fa portare vicino dalla ragazza
un doppio (due litri) di nostrano, e giù per terra
ci si stende all'ombra, e non si sbaglia,
è certo che l'allegria ci ritrova.)

E che dire delle sagre d'autunno?
A Còja e a Ramandolo si degusta il "vino della Madonna", offerto alla chiesa da tutti i vignaioli per ringraziare la Vergine della vendemmia trascorsa, per propiziarsela nella futura.
A Pinzano si inghirlanda di grappoli la statua della Madonna.
A Savorgnan del Torre viene benedetta l'uva offerta dai bimbi davanti all'altare.
Ed io pure, fanciullo, ho partecipato alle processioni attraverso la campagna: alle "Rogazioni".
Raggiunta la meta (per lo più una chiesetta solitaria), tutti sedevamo sul sagrato, a consumare la merenda e a bere il vino distribuito in ossequio a lasciti o a livelli. Finito l'asciolvere, tutti in piedi per recitare un "De profundis" in suffragio di coloro che si trovavano alla processione l'anno precedente e che erano passati a vita migliore..., poi riprendevamo il cammino, la croce in testa, i gonfaloni al vento, in una inesprimibile fraternità di cuori.

Marano - Festa di San Vito


   
Mi piace chiudere nell'auspicio di questa umana convivenza, che gli antichi statuti di Marano fissavano addirittura per la festa di San Vito, con la nomina di tre ufficiali della pace, cui spettava di comporre i dissidi per meglio solennizzare la festa del Patrono dei pescatori.
Mi piace, come nella mia fanciullezza, chiudere col pensiero ad uno che non è più, ma che percorse tutto il calvario della guerra.

Ricordo di Giulio Barni, volontario triestino, autore de "La Buffa", un libricino di versi stampato e subito dopo sequestrato a Trieste nel 1935, ristampato nel 1950 dall'editore Mondadori con una affettuosa presentazione di Umberto Saba, nella collana de "Le Pleiadi".
Orbene, ne "Il soldato venditore", una delle più efficaci "istantanee" de "La Buffa", si riparla, ma in altro tono, del Carso e delle sue doline.

Da Boneti a Opacehiasella,
da Feleti a Devetachi,
una corsa allo scoperto
per comprare cinque fiaschi
e rivenderli pel lucro
di poterne bere uno,
senza soldi,
si moveva a tutte l'ore
un soldato zappatore.

L'han trovato una mattina,
steso in mezzo a una dolina,
con l'elmetto perforato,
e il suo fiasco
guadagnato:
il suo fiasco conservato!

Poi, come l'umile fante, vorrebbe morir lui, il capitano Barni, ed essere sepolto in una dolina.

Sopra, neppure il nome...

Mi seppellirete
in mezzo a una dolina:
vorrei un po' di terra
di quella carsolina,
di quella gineprina,
un po' di terra rossa,
di sopra la mia fossa.

E non perdete tempo
col nome e col casato:
piantate nella terra
un fiasco impagliato,
un fiasco di vin Chianti
e un casco di fanteria,
ne troverete tanti
della mia compagnia.

Una nota di tristezza, di ironia che fugheremo con le danze nate dalla giocondità che soltanto il vino sa suscitare, nate nell'aura che a tutti infonde le ragioni supreme del vivere e del lottare.
Musica e canto le accompagnano, rinnovando infatti nella serie degli accostamenti, delle lusinghe e delle ripulse l'intero poema dell'amore..., rinnovando - io penso - al di fuori della caducità del tempo, i riti dionisiaci della pompeiana "Villa dei Misteri".

Poiché il mondo non muta..., non muta il cuore dell'uomo.



1 commento:

Anonimo ha detto...

Ho letto con piacere questa bellissima pagina.
Rosalba