domenica 7 agosto 2011

GRADO - Isola del sole (Island of the Sun - GO)

PANORAMA DI GRADO

   
"L'isola d'oro" vanta da anni o, meglio, da decenni - non possiede Grado insieme con il Lido la spiaggia più antica dell'Alto Adriatico? - una clientela affezionata, fedele, in continuo aumento.
Altrettanto vale del resto oggi per tutti i bagni senza distinzione, cosa notoria questa e che non richiede speciali chiarificazioni.
Non è più come una volta - oh, mi riferisco a una trentina di anni fa - quando per decidere sul da farsi, se preferire cioè la buon'aria di montagna o la luce solare della spiaggia, in particolare nell'interesse dei bambini, si ricorreva al medico in genere o al pediatra per consiglio e ci si atteneva scrupolosamente al relativo responso.

I tempi corrono, cioè mutano, "nos et mutamur in illis", come un vecchio adagio comprensibile anche da chi non avesse familiarità con la lingua di Cicerone.

Ma ecco Grado, ecco non la distesa infinita del mare, quella distesa che il Goethe in una sua breve lirica definisce, quando il mare è calmo, addirittura inquietante, mostruosa, poiché qui invece allo sguardo si profila di fronte la costa istriana fino alla Punta di Salvore, e poi più ad est il golfo di Trieste tutto punteggiato fin sui colli di nitide costruzioni, e quindi il castello di di Miramare dalle "bianche torri", bello sì con il suo magnifico parco, ma "nido d'amore costruito invano" e Aurisina e il Carso e il massiccio castello medioevale di Duino, e poi Monfalcone dai sonanti cantieri navali sì che una corona giocondamente varia che rievoca in me tanti ricordi, compone un panorama senza pari.
Scusatemi infine, poiché mi piace essere schietto senza reticenze di sorta, se aggiungo che lo scrivente non può fare, come si dice oggi, il tifo per la sola Grado.
Aquileia cioè con tutte le sue autentiche meraviglie non godrebbe e non si rallegrerebbe affatto di quell'afflusso di visitatori che di anno in anno segna un costante e confortante aumento, senza la presenza di Grado.

Piace rilevare, entrando nel mio campo specifico, che Grado fonde in sé, tuttavia chiaro e distinto, l'antico e il moderno così da presentarsi con visioni caratteristiche sue proprie.

La parte occidentale della cittadina che fa perno o centro, quasi come la corolla di un fiore, sull'alto e snello campanile con in cima l'angelo - l'emblema o il segnacolo di Grado - campanile così bello nel vivido rosseggiare del suo laterizio, con le calli e le callette e i campielli ove il nostro orecchio coglie la colorita parlata gradese, ci trasporta con immediatezza in un'atmosfera veneziana.
E' un tuffo nel passato, ma questo passato assume ben altri toni e altre profondità quando valichiamo le soglie delle venerande, insigni chiese di Grado.
Non sono esse le più antiche del Friuli e del Veneto?
E non ci sono, oltre a ciò, immensamente care per aver perduto, per nequizia di tempi, quella gemma che è Parenzo con la sua Basilica Eufrasiana?
Ma di Grado e delle sue chiese conviene fornire qualche cenno maggiore.
  
Laguna di Grado


   
"Gradus" cioè significa gradino e quindi scalo, approdo e logicamente elemento o succursale del porto commerciale della grande Aquileia.
Ora se Aquileia dagli inizi del 4° secolo già si adornava di chiese e oratori magnifici, di mosaici ed affreschi, come poteva mai Grado, in giornaliero contatto per ragioni di vita con la vicinissima Aquileia, esserne priva?
Così confido di non errare inserendo la chiesa di Piazza della Corte superstite in miseri avanzi ed anche l'aula che oggi è nascosta dal pavimento musivo del Duomo, forse ancora nel detto 4° secolo.
Quest'aula piccolina e modesta, una quindicina di metri per sei, è assurta ad un alto interesse per la presenza di una tomba ricoperta di ricco mosaico - un cantaro elegante con ai lati due colombe (uccelli) e una vite con grappoli che si espande in girali - con l'epigrafe del defunto.
Esso ci apprende - la rendo tradotta e parafrasata - che Pietro col soprannome Paparione (a distinguerlo dagli altri che portavano tale nome frequente e comune), figlio di Olimpio, fu l'unico della sua razza o stirpe che in quel dato momento a Grado - il rilievo implica la presenza nell'isola di un notevole numero di ebrei attratti appunto dai traffici lucrosi con l'oriente e coi paesi alpino-danubiani - toccato dalla grazie del Signore, si convertì al cristianesimo ricevendo il santo Battesimo.
La sua vita fu poi così edificante da ottenere con privilegio singolare di essere sepolto nella chiesa stessa.
Dei suoi familiari l'epigrafe non fa parola; certamente per la sua conversione al cristianesimo essi avevano rotto ogni rapporto con lui, se non gli divennero fors'anche ostili.
Il policromo tassellato che contrassegna la sua tomba trae anche a pensare che il nostro "Petrus" sia stato danaroso e che ogni suo avere egli abbia lasciato alla comunità dei fedeli di Grado.

L'aula però era, come detto, piccolina assai e quando nell'irruzione degli Unni il vescovo Niceta con il fior fiore degli aquileiesi riparò in quest'isola sicura e ospitale, senza dubbio si dovette por subito mano a una chiesa tanto maggiore.
E alla stessa epoca può appartenere il Battisterio ottagonale che spicca nella sua struttura laterizia.
  
Duomo di Sant'Eufemia

   
Ma la fisionomia odierna del Duomo di Sant'Eufemia è l'opera del presule Elia poiché per la calata dei Longobardi nel 568 novellamente il clero aquileiesi trasportò i tesori e le reliquie della chiesa a Grado per sottrarli a ogni pericolo.
   
Santa Maria delle Grazie
  
Elia pontificò qui dal 571 al 586: uomo di somma dinamicità ed energia egli impresse per i secoli a quest'isola bella con le sue chiese la fisionomia che essa serba tuttora.
Santa Maria delle Grazie, nella sua fase definitiva, la Chiesa di Piazza della Corte ampliata da una a tre navate e infine il Duomo pieno di armonia e di decoro ci parlano altamente di Elia.
In Sant'Eufemia ed annessi ambienti non meno di quattro epigrafi musive esaltano con glorificazione meritata "Hetias episcopus".
Due volte egli è proclamato "episcopus sanctae Aquileiensis ecclesiae", nell'illusione che la resistenza Gradese causata dall'occupazione di Aquileia da parte dei Longobardi fosse non più che temporanea.

Invece a un dato momento per cause di scismi ed anche perché la terraferma era nelle mani dei Longobardi, mentre sul mare, le isole e le lagune dominavano i Bizantini, Aquileia e Grado si diedero ciascuna un proprio vescovo o patriarca., come poi preferirono chiamarsi.
Indi lotte aspre, pervicaci che non cessarono nemmeno quando la Santa Sede ebbe riconosciuto ambedue i patriarchi assegnando a ciascuno la sua giurisdizione.
Gli è che fra loro i contrasti erano insanabili in dipendenza degli interessi politici divergenti.
I presuli aquileiesi, per lo più tedeschi, quelli di Grado soggetti prima a Bisanzio e poi a Venezia, non potevano giungere a una conclusione effettiva, permanente.
Il nemico acerrimo di Grado è stato sempre considerato Poppo (1019- 1042) che a sua volta Aquileia celebra come il suo grande patriarca.
A grado, non so se ancora, la sua qualifica era "lovo", cioè lupo, vale a dire vorace, insaziabile di potere.
Due volte egli ha assalito Grado di sorpresa e ambedue le volte ne avrebbe fatto scempio distruggendo ed incendiando ogni cosa.
Ora pur ammettendo che i presuli di quei secoli maneggiassero non meno la spada che il pastorale e forse più volentieri quella che questo, tuttavia è verosimile che i cronisti veneziani e gli storici dell'epoca ne abbiano scientemente caricato le tinte.
L'incendio lascia sempre e dovunque i suoi segni manifesti con colonne e capitelli sfaldati che si sfarinano, con mosaici anneriti; invece nulla, non il più lieve segno di ciò a Grado, onde almeno per le chiese è equo attribuire a Poppo il rispetto che per esse doveva avere il sacerdote.
Del resto la rivalità continuò senza tregua, l'odio esistente fra Venezia e il Patriarcato di Aquileia lo si ritrae in chiaro modo anche da questo episodio che tolgo dal Caprin..., Lagune di Grado...
  



   
"Nel 1162 era doge Vitale Michiel II, quando Voldarico, patriarca di Aquileia, con buon nerbo di gente raccolta insieme ai feudatari friulani, occupò a tradimento Grado, rinnovando le gesta dei suoi più audaci predecessori.
Giunta la nuova al palazzo ducale, si volle punire le insolenti provocazioni degli ecclesiastici e dei conti del Friuli; il doge salpò con una grossa coda di navi.
Circondò l'isola, ed entrò per la bocca del porto, ordinando di alzare le vele perché servissero da scudo alla ciurma.
Diede assalto alla città, se ne impadronì e ritrovò nel palazzo il patriarca aquileiesi con i suoi dodici canonici, che trasse prigionieri nel proprio legno per condurli a Venezia.
Voldarico supplicava per la libertà, prometteva di pagarla a sacchi di monete della sua zecca; aveva vergogna di affrontare il popolo che lo attendeva a San Marco.
Vitale Michiel non ascoltò le preghiere: inesorabile, amò castigare l'orgoglio e perpetuare il ricordo del fatto.
Una piccola gondola rostrata portò la buona novella a Venezia.
Pochi giorni dopo il doge al suo giungere in Venezia trovò tutta la cittadinanza che lo attendeva: si erano vuotate le case, chiuse le botteghe a Rialto, a Santa Maria Formosa, a Castello, da per tutto.
Le sponde, le fondamenta ed i porti pieni di gente, un suolo mobile di barchette si serrava intorno alla galea.
Disceso a terra il principe con i prigionieri, scoppiò un'acclamazione dai petti che si sentirono liberi d'odio.
Uno dei più tormentosi nemici era là, tra loro, in mano della nazione che doveva punirlo.
Comperò Voldarico la libertà accettando il duro patto impostogli di mandare ogni anno, il giovedì grasso, anniversario della sua sconfitta, un toro e dodici porci, onde i Veneziani rivedessero nello strano tributo il patriarca ed i dodici canonici vinti e catturati nell'isola di Grado".

Sembra tuttavia che Aquileia abbia trangugiato il mortificante tributo senza soffrirne molto.
Che si connetta con esso l'uso aquileiesi, tramontato da poco, del "bò inflocat" (bue infiocchettato) del giovedì grasso?
In tale giorno un bue grosso e grasso, adorno di fettucce di carta di molti colori, con la banda in testa faceva il giro del paese, con gran spasso di tutti.
Ai suonatori notoriamente sempre sitibondi veniva offerto da tutti gli abbienti specialmente del vino che essi, quando non ne potevano più, versavano in piccoli fusti che prudenzialmente portavano con se.

Ma passiamo oltre.









   
Le isolette che fanno da ghirlanda a Grado come dovevano essere belle un dì con le loro chiese.
Così San Pietro d'Orio il cui ultimo resto, il campanile, fu atterrato durante la guerra del 1915-1918 sì che del suo convento e dell'isoletta non rimane più segno, così San Giuliano che conserva una modesta cappelletta, così Sant'Andrea, così l'isola di Gorgo sacra a San Cosma e Damiano.
Esse dovevano dare alla laguna un'animazione di cui possiamo farsi un'idea pensando a Barbana, meta di pellegrini di moltissimi paesi del Friuli e di gite di tutti i bagnanti di Grado, esse dovevano costituire un autentico belvedere.
Io comprendo la giustezza del nome di Belvedere proprio del paesello a sud di Aquileia sul margine della laguna che i bei pini orlano e adornano.

Sono salito una volta sola, quando ero ragazzino, sul campaniletto della chiesa di Belvedere ed ho meglio così capito il nome datogli, credo, dai Colloredo, nome appropriato con riflesso alle isolette che erano centri di vita, ma meglio ancora per quella visione panoramica cui ho prima già accennato e che si coglie e si gode più liberamente ed estesamente dalla spiaggia di Grado.


VEDI ANCHE . . .

 SANTUARIO DELLA MADONNA DI BARBANA (Laguna di Grado - Gorizia)

 
  

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