mercoledì 10 agosto 2011

TRICESIMO - Friuli Venezia Giulia

Il castelllo di Tricesimo


  
La grande variegata fioritura di case e di ville che si distende sopra i terreni dell'alta Udine, sulle prime campagne, in vista della bruna gobba del Bernadia e, più lontano, dei denti azzurrini dei Musi, delle vette del Montenero e del Canin, come un dorato filugello dalla magica bavetta si muove piano piano, risale la pendente strada del nord, e già la città è tutt'uno con le piccole imminenti frazioni.
Né si arresta.
E' un lento dilagare di muri e di finestre, dappertutto, tra le argillose serpentine, sui fossi stagnanti, sopra gli intrichi di erbe e di rifiuti, una fresca bonifica, insomma, di aria e di cose.
Il confine di Udine-nord non si ritrova quasi più, ormai le case corrono continue, senza sosta, una accanto all'altra, l'una in vista dell'altra, e se non ci fossero in fila i campanili di ogni paese con la maretta intorno di pochi tetti rossi, ardenti come brace nel verde digradante di gelsi e delle mediche, si direbbe ormai tutta una grande città, e una città fortunata.
La città cammina, e si può dire che Tricesimo, a dieci chilometri esatti da Udine, appartiene essa stessa al corpo della città, la quale, appunto, con questa sua estrema propaggine spinta ai bordi di una più aperta campagna, ai piedi di colli non già più familiari, solca il suo ultimo confine.
L'elegante ambiziosa Tricesimo, perciò, non è un paese, e, per fortuna sua, non è una città, è un insieme di città e di paese perché ha origini privilegiate e cose d'arte assai lodate, e perché, nonostante tutto, nonostante le sue famose trattorie frequentatissime da un pubblico di diverse lingue e di molti dialetti per le bianche tavolate all'aperto, per i profumati focolari e per il pittoresco spiedo casalingo (che un giorno anche lodò Italo Svevo), nonostante il rombante moltiplicarsi delle panciute automobili sul corridoio d'asfalto che le attraversa il cuore, nonostante la sempre crescente quieta popolazione di villeggianti sparsa sulle collinette e nei catini, nonostante tutto, Tricesimo è pur sempre, beatamente, un borgo fresco di latte e fieno.
Tricesimo fiorisce, tutti lo sanno, sulla Julia augusta, proprio alla tredicesima pietra miliare da Aquileia (ad tricesimum lapidem) nel punto, come dice la cavalleresca leggenda, dove Giulio Cesare, trovato meraviglioso il paesaggio, bivaccò con le sue legioni, donando in questo modo al paese una patente di "località raccomandata" che fa piacere e rende gradite le tenerezze sentimentali del condottiero.
Ma Tricesimo non ha bisogno di raccomandazioni: basta mezz'ora sul colle di San Pietro per rendersene conto.
Guardate.
E' un mare mobilissimo di verde e di violetto, di viola e di lillà dove, in lontananza, le cose si indovinano e i rilievi si fanno via via più vaghi e più diffusi, e danza sulla campagna, all'orizzonte, il fumo della terra.
Guardate in giro.
Qui, sotto, il bosco di castagni e di noci, di pioppi e di carpini e d'ontani, di sambuchi amari, di bossi odorosi abbraccia ad occidente il poggio che sorregge il castello Valentinis e si distende ai margini pomposamente.
Ma non più, purtroppo, con la superba baldanza di un tempo, quando era tutto un magnifico intrico d'arbusti e non ancora tedeschi e inglesi, a turno, con autocarri e cingoli e scarpe ferrate avevano rapato e scorticato le belle piazze erbose fra siepe e siepe, fra albero e albero, fra i nidi delle quaglie e i bianchi ombrelli dei sambuchi, né molti di questi erano stati abbattuti e tante chiome spelacchiate.
Castello Valentinis.

Il castello Valentinis






Il. 
Il castello, che fu rifugio dei Conti di Gorizia, prima di trasformarsi in comoda abitazione signorile e, dopo, in suggestivo centro di spiritualità, è un poco cambiato in questi ultimi tempi nel volto e nel costume, appare qui vicino, grigio e nero sulle facce e sugli scorci, ugualmente solenne e suggestivo tra i suoi pini e i suoi cipressi.
E' vecchio: quanti anni, uno sull'altro, e quanta erba intorno a lui, e quanta uva!
Ha avuto una vita agitata, un tempo prestigioso nel suo aspetto e poi in rovina e poi ancora celebrato.
Ma il destino è destino, perciò i suoi alti e bassi non hanno fine.
Infatti (è storia appena di ieri) lo ritoccano ancora nella statura e nella rappresentazione, vecchi e nuovi inquilini si avvicendano alle finestre del rustico e della nobiltà, e non più, come un tempo, sui lindi selciati dei cortiletti passeggiano le galline, e nei lunghi dorsi verdi dell'ultima collina sotto le mura più non fiammeggiano i galli; tuttavia egli signoreggia sul paesaggio con tutta la sua eleganza e la sua forza: guardatelo.


Castello di Cassacco


  
E poi da quassù guardate qui vicino la villa Tellini, rossa come un grande mattone dentro il folto degli alberi e delle ombre, e poi, più su, la tronca torre della villa Berlan, anch'essa rossa tra i castagni, e poi ancora, e più lontano, il castello di Cassacco tipicamente feudale, e poi la luccicante profondità dei prati e bruni arati, e case e campanili, dappertutto, tutto in giro.
E ancora, quasi a toccar con le mani, il parco Cambiagio, tutto rotondo nella sua bella tinta di pannocchia bruciata, un ciuffo d'alberi di ogni genere, una grande foltissima parrucca a cavallo delle strade per Felettano e Ara, e, di lì, in alto, Monastetto con le casette graziose come il suo nome e la chiesetta e il campanile a vela.
Guardate piano piano, intorno intorno, lontano e vicino, guardate anche qui sotto, l'aereo camposanto, piccolo come un fiore in mezzo a tanta pace, davanti alla cortina delle colline, alle catene delle Alpi Carniche e delle Giulie.

Sottovoce il poeta, che amava spesso soffermarvisi al cancello, dice di lui con tenerezza...

Ben si direbbe che non pesi, lieve
sui morti suoi, la terra, e la sua pace
dolce infondere un senso che si beve.

Sono venuto quassù nell'ora più bella poiché l'aria già si spoglia dei calori meridiani e dai monti scende quieta, con le prime ombre, la frescura della sera.
Ma non è sera.
Ci sono ancora, intorno, sui profili delle colline, sui visi delle case, sui vetri del castello, tracce accese del sole ormai scomparso e su ogni cosa una luce tiepida e molle, e si ripensano e si inseguono le piccole strade della fontana sulla ferrovia, del bosco, del castello o della pieve di Monastetto, di Ara e di Felettano e quella a falce del forte devastato, i lunghi prati fioriti, le schiere dei poggetti rotolanti uno dopo l'altro, le voci degli uccelli nei castagneti o in mezzo alle pioppaie, poiché Tricesimo è qui, soprattutto qui, anche se la Chiesa arcipetrale vanta il portale in pietra bianca di Bernardino Saggini da Bissone ("il più mirabile lavoro di scultura lombarda che esista in Friuli", come scrisse il Cavalcaselle, oppure, come disse Giovanni Del Puppo, "il monumento che l'artista ha innalzato a se stesso"), poiché Tricesimo è là, nella sua mirabile conca verde, anche se il Duomo vanta le opere di Palma il giovane, di Giuseppini, di Bombelli e due ammirati fonti battesimali di pietra e di bronzo.

Tricesimo è lì, nella sua mirabile conca verde, che è la sua ricchezza.


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