mercoledì 12 ottobre 2011

(CRAUGLIO - Udine) - PALASIO, UN VILLAGGIO SCOMPARSO - Stefano Perini




PALASIO, UN VILLAGGIO SCOMPARSO E L'JUS SERVANDI FESTUM
STEFANO PERINI (Studi Goriziani 1985)

Chi, uscendo da Tapogliano, percorre il lungo rettifilo che porta al ponte sul Torre può osservare sulla sua sinistra, ad alcune centinaia di metri dall'abitato, dipartirsi dalla strada una viottola polverosa che s'insinua serpeggiando tra i campi. Seguendola si giunge, dopo un centinaio di passi, ad una biforcazione: da una parte si prosegue verso il paese di Crauglio, dall'altra si continua in direzione nord fino a giungere alla vicina statale 252 (Palmanova-Gradisca), l'antica Stradalta o, se si preferisce, la vecchia Strada Postale d'Italia. Qui, a questa biforcazione, è esistito, alcuni secoli fa, un villaggio di cui oggi non resta che il ricordo ed anche questo assai sbiadito.
Chiamarlo villaggio forse è un po' troppo, stante che si trattava veramente di quattro case e di una chiesa, ma quello che è certo è che esso non esiste più e gli unici segni della sua passata esistenza stanno nell'inchiostro dei documenti che ne parlano. Anche le ultime pietre che, qualcuno del luogo ricorda, apparivano alle arature là dove una volta sorgeva la sua chiesa sono state disperse quando all'aratura con buoi si è sostituita (non molti anni fa) quella con potenti trattori, così che la presenza di pietre nel terreno poteva diventare pericolosa per i vomeri. Allora si pensò di liberare il campo da quell'incomodo e il buio scese completo sull'abitato di Palasio, perché questo era il nome del piccolo agglomerato. Una rimembranza in loco, però, in verità sussiste e cioè la permanenza (forse da tutti ormai non conosciuta) del toponimo Palàsi o Palàsin, come variamente viene riportato.
Come già detto il villaggio è esistito circa a mezza strada tra i paesi di Crauglio e Tapogliano, nella bassa pianura friulana orientale, molto vicino al corso del torrente Torre e precisamente nel territorio del comune censua rio di Crauglio, che oggi amministrativamente dipende da S. Vito al Torre. Non si sono fatte ricerche in loco, ma è assai improbabile una sua origine romana. Del resto tutta la zona nella quale è inserito è carente in fatto di ritrovamenti o affioramenti di materiale archeologico. Certo gli argomenti “e silentio” sono sempre abbastanza labili, ma si può ipotizzare che le esondazioni del vicino Torre possano essere all'origine di questa mancanza: sia nel senso che all'epoca non fossero quelli terreni su cui edificare o impiantare attività agrarie, sia, ma in misura minore, nel senso che il torrente abbia travolto e disperso materiale esistente. Bisogna spostarsi alcuni chilometri a monte e a valle, lungo il corso del Torre, o ad ovest per trovare segnalazioni di reperti. Ciò nonostante qualcuno, con una certa sicurezza, ha parlato di un tempietto dedicato a Bacco o Giano sulle cui rovine poi sarebbe stata edificata la chiesetta di Palasio (L'attribuzione a Giano servirebbe a spiegare l'origine del nome di Tapogliano da Appulejanum (apud Janum?).
Che edicole cristiane siano sorte sul luogo di tempietti pagani, specialmente lungo itinerari campestri, è un elemento molto probabile, tanto che attraverso la loro presenza si cerca di ricostruire l'antica centuriazione o, quantomeno, antichi tracciati stradali; sembra però azzardato, nel nostro caso, passare ad una così precisa affermazione in mancanza di resti archeologici, tanto più aggiungendoci il nome del dio cui il luogo sarebbe stato dedicato. Anche riferire tale notizia ad una tradizione locale non pare ragionevole, il tutto sembrerebbe essere piuttosto un'ipotesi, forse anche vecchia, di provenienza dotta.
Il nome stesso di Palasio rimanderebbe ad un'origine medioevale: forse “palatium”, nel senso di una costruzione dominicale. Più facilmente, però, “pallacium” e cioè palizzata, staccionata, ad indicare che il luogo era cintato, probabilmente per difesa (Ricorderò a tal proposito, a titolo di curiosità, senza voler trarre alcuna conclusione, che probabilmente non esiste, che il soprannome con cui sono conosciuti gli abitanti di Crauglio è Paladis. C. Desinan parla, per la zona in cui Palasio si trovava inserito, di depauperamento dei toponimi romanzi per l'Alto Medioevo).
La prima volta che il paese viene ricordato in un documento, a quanto ne sappiamo, è nell'anno 1300, quando troviamo che un certo Nicolò di Budrio è investito dal Patriarca di 15 mansi e mezzo in “Craulg” e 4 mansi in “villa Palacii”. Altre citazioni del termine per i secoli XIV e XV compaiono nel: 1306: Rainaldo Feliciano ha in feudo dal Patriarca due mansi in villa “de Palas”..., 1372: Palacii..., 1375: Pasali..., 1422: Palaz...., 1426: gli uomini di Crauglio e di “Pallaxij” sono tenuti a dare annualmente due marche per una braida patriarcale, sita in Aiello, per cui invece altri paesi devono offrire operai..., 1457: villa “palasij (... ) qual è fra Crauglio, tapoglian et la torre”...., 1498: villa “de Palacij”.
Quanto alla grandezza del villaggio, l'unico dato che possediamo risale al 1375, quando si ricorda che in esso si trovavano 4 “fuochi”, cioè quattro unità impositive, che potrebbero corrispondere a grosse famiglie. Un agglomerato molto piccolo quindi, di poche decine di abitanti, un insieme di casali di contadini, che duramente lavoravano una terra non sempre fertile per la presenza del vicino Torre e soggetta, quindi, a frequenti inondazioni. Un luogo di modesto traffico in quanto, per chi non volesse proprio tagliare per i campi, vi passava la strada collegante Crauglio e Tapogliano, mentre, come già accennato all'inizio, un'altra via si dirigeva alla Stradalta e un'altra ancora portava al guado del Torre, superandolo nella parte meridionale del territorio di Versa (Ancora nel 1875 la carta della Contea edita dalla Giunta provinciale di Gorizia e redatta da F. Vodopivec riporta come principale comunicazione tra Crauglio e Tapogliano la strada per Palasio). Strade oggi campestri e certo non migliori allora, ma che indubbiamente hanno svolto un ruolo diverso in quei tempi.
A causare la fine dell'abitato possono essere state le inondazioni. Lo Joppi afferma che esso nel 1467 era già scomparso e questo potrebbe essere forse messo in relazione con la grave inondazione del 1465, che tanti danni fece nella zona. Bisogna, però, anche dire che, in quello stesso anno, ad una composizione di una contesa per diritti di pascolo tra varie comunità è presente anche quella di “Palaxio”, che dunque era ancora esistente. In quell'occasione, invero, Palasio non fu rappresentato da un suo uomo, mentre gli altri paesi (Crauglio, S. Vito, Tapogliano e Villesse) mandarono il loro degano, ma è assai probabile che per la sua piccolezza esso non avesse propri organi amministrativi (vicinia e degano), ma fosse collegato a quelli di Crauglio. In effetti già nel documento del 1426 prima citato i due paesi sono accomunati e lo sono di nuovo nell'accordo del 1465, quando ai loro abitanti è proibito il pascolo al di là di un certo limite. Interessante il fatto che la metà del ricavato delle multe che sarebbero state comminate ai trasgressori degli accordi (50 lire), sarebbero andate a favore della chiesa di Palasio, dedicata a S. Giacomo.



La chiesa di S. Giacomo di Palasio appare ai confini orientali di Crauglio in una mappa del 1681
(Archivio Storico Provinciale Gorizia).



La data del 1467 come anno in cui Palasio era già scomparso mal si accorda con la citazione del 1498, già ricordata, che parla di una “villa de Palacij” che in quell'anno sarebbe stata perciò ancora viva come centro abitato. Inoltre ancora due anni dopo si accenna al luogo detto “li delle case della via di Versa” e si parla di “Villa di S. Jac. di Palasio” e pure nel 1504 si indica Palasio con l'appellativo di “villa”). La sua scomparsa si potrebbe quindi meglio situare all'inizio del secolo XVI, forse in relazione con la guerra del 1508-16 che provocò l'incendio di alcuni paesi dei dintorni e forse anche di Palasio. Certo alla metà del secolo si dice di esso che era “già villa posta tra Tapogliano, Crauglio e S. Vido di Crauglio”

Sparito il paese gli sopravvisse, però, la sua chiesa, intitolata a S. Giacomo Apostolo. Un accenno ad essa lo troviamo nella visita pastorale fatta dall'abate di Moggio, Bartolomeo di Porcia, nel 1570 e ancora in quella del 1593, nella quale il visitatore ne denunciava lo stato non soddisfacente: infatti al suo interno c'era solo un altare; privo pure di pala. Si ordinò allora di farne eseguire una, di comperare candelabri e vasi per gli olii sacri, nonché di chiudere le finestre con vetro.
L'unica rappresentazione grafica della chiesa e della sua ubicazione che ci rimane è quella della mappa del Catastatico di Gradisca del 1681, redatta dal geometra Buglioni, in cui, ai margini orientali del territorio comunale di Crauglio appare, solitaria, una costruzione sormontata da una croce. In ogni caso doveva trattarsi di una chiesetta molto semplice, simile a tante che punteggiano la pianura friulana.
Un' piccolo paese, dunque, Palasio con la sua chiesa sopravvissutagli, che può muovere un po' di curiosità, ma non di più.
In realtà, però, aveva una particolarità, che può renderlo maggiormente interessante. Come già detto esso si trovava nel territorio di Crauglio, villa “ab antiquo” del conte di Gorizia, affidata alla giurisdizione dei consorti di Zucco. Però in Palasio esisteva un diritto particolare detenuto dai consorti di Strassoldo ed in precedenza goduto dai Pers, che sarà fonte di innumerevoli difficoltà: lo “jus festi”.
Il 31 maggio 1451 Damiano fu Pertoldo di Pers cedette lo “jus festi” in Palasio, sia in civile che in criminale, a Nicolò di Strassoldo, che poteva esercitarlo “ponendo penas, treugas, et f aciendo proclamationes et exigendo penas ab inobedientibus et malefactoribus”. Questo diritto verrà agli Strassoldo riconfermato nel 1457 dal Luogotenente di Udine, nelle cui mani lo avevano rinunciato per esserne reinvestiti.
Lo “jus festi” o “servandi festum” consisteva nell'avere la giurisdizione civile e penale del luogo nel giorno di certe feste particolari, provvedendo all'ordine pubblico. Tale singolarità non era l'unica della zona. Un altro esempio lo troviamo infatti a Giassico, con ribaltamento dei ruoli. Qui, fin dal 1444, lo “jus servandi festum” spettava al conte di Gorizia (e quindi dal 1500 all'Austria) per una giornata, mentre per il resto dell'anno il paese era territorio veneziano.
Seguiamo ciò che avveniva nel villaggio del Cormonese nel giorno della sagra di maggio attraverso la descrizione che ne fa il Caprin: “Il piccolo villaggio di Giassico si trovava alle dipendenze di Venezia; ma questa una volta all'anno, nella terza domenica di maggio, doveva spogliarsi di ogni autorità: cessava in una parola di esistere; entravano i giudici arciducali di Cormons, inastavano la bandiera con l'aquila al posto di quella del leone, e per ventiquattro ore bandivano editti, tenevano banco di giustizia, infliggevano pene, e la sagra poneva termine all'esercizio di quell'ombra di diritto”).
Qualcosa di simile, anche se non proprio di uguale, accadeva pure a Palasio, nei giorni di S. Giacomo (25 luglio) e nella prima domenica di agosto. In quelle occasioni il banditore dei consorti di Strassoldo leggeva un proclama affinché nessuno osasse turbare la pace della giornata con risse od in altro modo, dopo di che iniziava la festa. Quando, nonostante il bando, qualcosa di spiacevole accadeva, era davanti al tribunale della giurisdizione di Strassoldo che i perturbatori dovevano essere portati e da esso giudicati, riservandosi poi il Luogotenente veneto di Udine gli eventuali appelli.
I proclami che via via negli anni si facevano erano abbastanza simili, ma alle volte qualcosa cambiava, qualche nuova proibizione veniva aggiunta, probabilmente ponendosi in sintonia con nuove esigenze che via via si presentavano. Il 25 luglio 1546 il proclama comincia così: “Dovendosi far qui in loco et Territorio de Palasi jurisditione nostra far hoggi lesta pubblica et per evitar li scandoli quali potrian occorrere mediante la dilation delle armi da mandato et commission il Rev. ser Camillo q. nob. Zanbatta di Strassoldo a nome suo e delli consorti della casa sua habenti jurisdition in ditto loco et Territorio de Palasi” che nessuno eccetto le guardie porti armi sotto pena di una marca, nessuno osi turbar la festa sotto pena di 50 lire, nessuno faccia danno ai campi, alberi, braide sotto pena di 40 lire se il fatto accade di giorno e di una marca se di notte oltre, naturalmente, a rifondere il danno. Inoltre “nessuno habbia ardimento biastemar over pasar il nome dell'altissimo Iddio over Madonna ditta virgine Maria, Santi et Sante sotto pena della disposizione della Serenissima Signoria”. Ancora si proibiscono la caccia e il porre lacci per la selvaggina. Tre anni dopo si aggiunge, ad esempio, che è severamente proibito salire sul tetto della chiesuola per scoprirne e muoverne le tegole alla ricerca di nidi o d'altro.
Il territorio di Palasio dipendeva ecclesiasticamente dalla pieve di Aiello c probabilmente anche quando era esistito l'agglomerato contadino non ebbe propri cappellani, però alla sua chiesa deve essere stato legato un beneficio. Infatti si sa che il 3 aprile 1470, in seguito a bolla del papa Paolo II, venne commesso al Patriarca d'Aquileia di mettere in possesso della chiesa campestre di S. Giacomo di Palasio il suddiacono Cristoforo di Castello di Porpetto, dottore in legge, e il suddiaconato non è titolo sufficiente alla cura delle anime. Esattamente cento anni dopo, nel 1570, il pievano di Aiello ricorda invece che era suo obbligo presentarsi a celebrare “in festivitatibus Apostolorum in ecclesia S.ti Jac.i de palasio jurisditionis Strasoldi Status Veneti” (l'affermazione del pievano lascia un po' perplessi in quanto “fesra degli Apostoli” in genere era chiamato il 1° maggio, dedicato a Filippo e Giacomo il minore) e quelli erano ormai gli unici momenti in cui, con ogni probabilità, a quei tempi si celebrava nella chiesetta.

Le feste di S. Giacomo di Palasio erano al centro di una serie di solennità religiose che si svolgevano, lungo tutta l'estate, nei vari paesi dei dintorni, ad esempio nell'ultima domenica di giugno a Campolongo, nella seconda di luglio a S. Leonardo di Cavenzano, poi a Palasio, continuando a Crauglio, per non citarne che alcune. Tra tutte un valore particolare deve averlo posseduto proprio la sagra del 25 luglio a Palasio, in quanto S. Giacomo è tradizionalmente la data della fine della mietitura e perciò occasione particolare per ringraziare dell'andamento del raccolto, se questo non si era rivelato proprio disastroso, e per prendersi un po' di svago, anche se a S. Giacomo di luglio, in alcuni casi, si pagavano gli affitti ai padroni; ma per lo più ciò avveniva il mese successivo, alla Madonna d'agosto.
Attorno alla chiesetta, allora incorniciata da “nogari” (come si evince dai proclami che proibivano di recar danno a tali piante), doveva radunarsi una certa folla, proveniente soprattutto dai due paesi contermini di Crauglio e Tapogliano, ma anche dai luoghi viciniori, al di qua e al di là del Torre. Folla tenuta in rispetto dalia presenza degli armati di Strassoldo.
Il fatto stesso della presenza di un “jus festi” in quella località, con tale particolarità feudale, è un segno che la festa deve aver rivestito un certo interesse, forse anche maggiore in epoche precedenti la possibilità di una documentazione. Certo momento di devozione religiosa, la giornata, però, doveva assumere pure i toni del divertimento, come testimoniano i bandi contro il suonare e il ballare, e attirare venditori per il notevole concorso di gente lì adunata, concorso rinnovantesi poi la prima domenica di agosto. Questa occasione deve essersi in seguito ridimensionata per la concorrenza della concomitante fiera di Gradisca, svolgentesi lo stesso giorno.
Spiace di essere in grado di ricostruire quasi minutamente gli aspetti giuridici della storia di Palasio e di essere invece costretti a cercare solamente tra le pieghe di quei documenti gli aspetti ancor più interessanti del ruolo religioso e sociale svolto dalla chiesetta e dalle sagre ad essa collegate.
La giurisdizione degli Strassoldo non fu priva di contrasti, come testimonia già nel 1500 la pretesa del gastaldo di Aiello che Palasio fosse luogo di sua pertinenza amministrativa. Gli Strassoldo, che tra l'altro possedevano in loco un terreno retto nel 1570 da Francesco q. Donusso di Jacontino, poterono dimostrare con i documenti del loro archivio la falsità della pretesa. Sebbene i documenti del 1451 sembrino provare che il diritto degli Strassoldo si limitava all'jus festi, ora essi si presentavano come giurisdicenti del territorio di Palasio lungo tutto il corso dell'anno, tanto che uno dei consorti assumeva il titolo di gastaldo di S. Giacomo di Palasio. Certo, le occasioni di far valere le loro prerogative erano limitate a qualche problema per confini di poderi o poco più. Inoltre appare ora anche il titolo di degano di Palasio, sebbene il paese forse non esisteva più; carica attribuita a qualche abitante di Crauglio (un loro colono?) con il compito di essere il loro uomo di fiducia sul posto.
La situazione si fece più difficile dopo che, nel 1500, la contea di Gorizia passò agli Asburgo e cori essa anche il territorio di Crauglio. La presenza di quella prerogativa su Palasio di una delle più importanti famiglie del Friuli veneto non poteva essere guardata da loro con favore, tanto più che le appellazioni contro le sentenze venivano portate al Luogotenente di Udine e non al Capitano di Gorizia, mettendo in dubbio la sovranità austriaca sul territorio stesso.
In questo quadro devono essere visti i fatti accaduti in Palasio alla festa della prima domenica d'agosto del 1504. Quel giorno (era il 4 del mese) giunse sul luogo una turba di una trentina di persone, armate di balestre ed archi, urlando “Austria, Austria” per scherno “jurisdictionis nostrae” come ebbero poi a dire gli Strassoldo. Ciò deve aver provocato le proteste di alcuni e specialmente di Pino di Pietro Andriani di S. Vito e di Leonardo di Campolongo, con i quali il gruppo se la prese. Jacopo Cragnolino di Nogaredo e Simon de la Chirissina li apostrofarono dicendo “Non sarà una bora et non sarete vivi et faremo tanta carne che sarà il diavolo”. A un segno di Jacopo, Daniele di Jalmicco con una partigiana colpì al capo Pino che cadde a terra e tutti gli furono addosso. Similmente fu ammazzato Leonardo, mentre il gruppo continuava a gridare “Austria, Austria” e “carne, carne”.
Ne seguì un processo in contumacia presso il tribunale di Strassoldo contro trentun persone ritenute responsabili dell'accaduto, e Fortuna, fabbro di Visco, reo di aver colpito Pino alle spalle, e Jacopo Cragnolino, forse il capo della spedizione, furono condannati alla decapitazione; gli altri a pene varie o assolti per non aver commesso il fatto. Stranamente, il primo a colpire, Daniele di Jalmicco, ebbe solo due mesi di carcere e 200 lire di multa per aver portato armi contro le proibizioni dei bandi.
Sembra evidente che la presenza di quelle persone a Palasio era stata una provocazione premeditata, cui non erano certo estranee le autorità astustriache, per creare difficoltà alla giurisdizione degli Strassoldo e cominciare a metterne in dubbio la legittimità. Appare però strano che parecchi (lei partecipanti a quella provocazione fossero di paesi non appartenenti alla contea di Gorizia come S. Vito, Cavenzano o Visco.
I padri delle due vittime si appellarono al Luogotenente di Udine contro l'assoluzione di alcuni degli inquisiti, ma probabilmente non credevano molto al buon corso della giustizia e pensarono di farsela da sé. (Il loro ricorso non fu accolto in data 28 marzo 1506. Uno dei due padri si chiamava Pietro Andriani di S. Vito. Un “Petrus Andrianus de S. Vito” fu catturato dai Torchi, assieme a Federico di Porcia, nella scorreria del 1477, su indicazione di un rinnegato, Bidino di Tapogliano, passato all'islamismo alcuni anni prima, che lo descrisse come uomo ricco da cui ricavare un buon riscatto. Almeno così i dice Ercole Partenopeo nella sua opera De quattuor excursionibus Turcarum per Patriam Fori Julii . Che sia il nostro Pietro? Sarebbe suggestivo crederlo e alcune circostanze ci portano a farlo. Altre, specialmente il riscatto di 200 monete d'oro pagato, invece ci rendono assai dubbiosi).
Infatti l'8 marzo 1505 il degano di Palasio, Giovanni di Crauglio, si recò a Strassoldo a denunciare che il giorno precedente nel luogo detto “la della braida che tien Mathio de la blasina di Versa”, presso la “semida” che va da Crauglio alla villa di Versa (quindi in territorio di Palasio) i fratelli di uno degli uccisi, Pino di S. Vito, avevano, aiutati da tre loro braccianti, ammazzato il fabbro Antonio Pizul di Versa, uno degli assolti al processo, “dando vi plura vulnera in capiti et in gulla et ad eius humeros sive brachia”, lasciandolo lì in terra con la sua ronca “af fixa in eius caput”.
Venne poi la guerra della lega di Cambrai e il trattato di Worms, in forza del quale l'Austria fu più ampiamente presente nella pianura friulana e tra l'altro prese possesso della gastaldia di Aiello, così che anche Tapogliano fu suo territorio: Palasio ora era interamente circondato da possedimenti asburgici. Naturale quindi che da una parte si premesse sempre più affinché quella giurisdizione venisse a cessare o, meglio, a ridimensionarsi, mentre dall'altra ci si impegnò a mantenerla, ribadendo la sua estraneità alla sovranità austriaca.
Sostanzialmente gli austriaci non negavano l'esistenza della giurisdizione dei consorti di Strassoldo a Palasio, ma contestavano il fatto che gli appelli contro le loro sentenze andassero davanti al Luogotenente di Udine, il che voleva dire riconoscere la sovranità veneta su quel territorio; sostenevano invece che, essendo Palasio territorio della contea di Gorizia, in forza dei trattati di Worms, gli Strassoldo dovevano riconoscersi feudatari dell'Imperatore e quindi gli appelli dovevano essere rivolti al capitano di Gorizia, come, ad esempio, ricordò il luogotenente di Gorizia, Gerolamo di Attems, nel 1533, in seguito ad un appello contro una sentenza fatta per una lite sorta nel territorio di “Palasi” tra il degano di Crauglio ed alcuni tapoglianesi. Costoro, perso il processo di prima istanza, s'erano appellati al Luogotenente veneto di Udine, Tomaso Contarini. Gerolamo invitò gli Strassoldo a non inoltrare l'istanza ed essi protestarono per quella che ritenevano un'indebita ingerenza. La questione per il momento fu sospesa, essendosi recato l'Attems a Trento, ove doveva svolgersi un congresso austro-veneto per la definizione dei confini.
In effetti, il perdurare della contesa negli anni, anzi nei secoli, può essere spiegato solo riconducendolo entro le difficoltà, sorte dopo Worms, in materia confinaria tra le due potenze contermini. Quella pace aveva lasciato un gran numero di questioni insolute o facilmente impugnabili da chi avesse voluto creare torbidi da sfruttare in seguito a suo vantaggio.
Per appianare queste difficoltà si susseguirono diversi congressi (come quello cui Gerolamo d'Attems partecipò a Trento), che in alcuni casi ebbero successo, ma per lo più lasciarono insolute le questioni principali o addirittura crearono nuove situazioni di contesa.
(Tra i risultati di Trento ci fu la riaggiudicazione della giurisdizione di Crauglio agli Zucco).
Si ebbero così una serie di reciproche invadenze (spesso favorite da vecchie ruggini campanilistiche tra villaggi vicini, fomentate e sfruttate dagli opposti governi), inaspritesi dopo l'occupazione veneziana di Marano e quella imperiale di Aquileia.
Innumerevoli furono i punti di attrito lungo tutto il confine, il cui elenco sarebbe lungo ed inutile ai nostri fini, ma, per rimanere soltanto nei territori più vicini a Palasio, si potrebbero citare i contrasti tra Joanniz e Strassoldo, Aiello e Cavenzano, ancora Aiello ed Alture per il possesso dei mulini, Campolongo e Ruda, Nogaredo e Viscone, Villesse ed i paesi d'oltre Isonzo e così via. Gli Strassoldo stessi si sentivano defraudati pure di un'altra giurisdizione oltre a Palasio, quella di Lutano, un territorio anch'esso campestre nel comune di Joanniz, che gli austriaci volsero a loro vantaggio.
Furono soprattutto costoro a dimostrarsi più attivi e spregiudicatamente intraprendenti nell'insinuarsi tra le pieghe lasciate aperte dai trattati; uno stillicidio di pretese o soprusi che i Luogotenenti veneti non mancavano di far presenti continuamente a Venezia: “È ancho smosso moltij dispareri con regii in materia de confini, cerchando loro con ogni mexo possibille di usurpar et intacchar li beni della Serenità Vostra, cioè dei suoi sudditi” scrivevano negli anni Trenta del XVI secolo. Vent'anni dopo, le cose non erano cambiate: “Vanno di continuo usurpando ed intaccando li confini de la Serenità Vostra con molte novità et molestationj che fano ali suoi subditi, dilatando aloro li teritorij et restringendo aquello li suoi (...) etiam con argurnenti et menaze se li subditj de quella si deffendono in li propri lochi oltra li usurpati, per tenirsi quelli, querellano dicendo esser loro gli offesi, et così li proclamano, bandizano, et con altri mezzi dispiacevoli per forso tengono le usurpationi”, inoltre, cosa che tocca di più Palasio, “il secondo modo che tengono per impadronirsi quanto più possono de essa Patria è che usurpano et cercano usurpar la jurisdition del suo regimento de Udene volendo che li subditi dela Serenità Vostra (... ) vadino aloro iuditio (... ) proclamando criminalmente quelli che compareno al tribunal de Udene”. Naturalmente questa è la campana veneta ed altre lagnanze potevano comunque opporre gli austriaci.
È chiaro dunque il perché dell'accanirsi degli Strassoldo nella difesa del loro jus. Non si trattava tanto di interesse familiare, ché dalla perdita di tale diritto, come di quello su Lutano, non sarebbe stato, vista l'importanza dei luoghi, di molto pregiudicato, quanto piuttosto di interesse statale. Difendendo le sue prerogative su quei territori, non lasciandoli mai pregiudicare, Venezia difendeva le sue possibilità di negoziato, in quanto esse potevano trasformarsi in utile moneta di scambio nell'ambito di sempre possibili soluzioni di compromesso che, comunque, non vennero mai, fino alla metà del secolo XVIII.
Negli anni '50 del Cinquecento il problema di Palasio si ripresentò acuto. Proprio lo stesso anno della succitata relazione del Luogotenente di Udine (1553) ci fu un nuovo screzio intorno a S. Giacomo di Palasio. Il 15 giugno (e di nuovo l'8 agosto) il luogotenente della contea, Vito di Dornherg (che sarà anni dopo ambasciatore imperiale a Venezia), ordinò rabotte per il castello di Gorizia (si trattava di un trasporto di pietre) ad alcuni tapoglianesi, rabotte, a suo dire, dovute per i possedimenti che costoro avevano in Palasio, località “in pertinentiis Craugli”. I consorti di Strassoldo protestarono per quella che essi dicevano un'indebita intrusione nella loro gurisclizione e ancor di più quando, alla festa di S. Giacomo, nonostante i foro proclami che lo vietavano, gli abitanti di Crauglio e dintorni si presentarono “armata manu sonando et ballando”.
Protestarono presso il Luogotenente di Udine, affinché ciò non passasse impunito. Ma, evidentemente, egli non aveva possibilità di colpire persone che non ricadevano sotto la sua giurisdizione e che, da come s'erano messe le cose, sembravano essere state deliberatamente spinte dalle autorità arciducali a provocare in tal modo gli Strassoldo. Del resto, le stesse autorità per bocca di Vito di Dornberg avevano già proclamato che, «dicano o mostrino loro quel che vogliono» i consorti di Strassoldo, Palasio era territorio imperiale e su tale punto non avrebbero ceduto.
Quattro anni dopo gli austriaci riconfermarono la loro fermezza nel ribadire la sovranità su Palasio inquisendo e ponendo sotto accusa gli stessi Strassoldo, imputandoli di fellonia, ovvero di tradimento nei confronti del loro diretto signore feudale e cioè dell'imperatore Ferdinando.
Era successo che il giorno della prima domenica d'agosto 1557 i consorti avevano fatto il loro solito proclama in Palasio a nome della Serenissima, ma avevano terminato la lettura osando addirittura “clamare et alta voce vociferare Marco, Marco”, suscitando le proteste di alcuni sudditi imperiali lì presenti. Battista, Rizzardo e Giuseppe Strassoldo risposero alle proteste affermando che essi riconoscevano quel luogo in feudo dal dominio veneto e tentarono di venire alle armi con quelle persone. Perciò furono invitati a presentarsi a Gorizia a discolparsi di tale vilipendio dell'Imperatore e del Capitano di Gorizia. Essi si dolsero di tale accusa con il luogotenente di Udine, Piero Sanudo, e costui a sua volta si rivolse al Capitano goriziano il 21 agosto, affermando di aver appreso con «grande rhuraviglia» dell'inquisizione nei confronti degli Strassoldo, ma di non aver voluto credere alle loro ragioni e di aver consultato i documenti relativi alla questione, nonché di essersi informato presso persone degne di fede. Da tutto e tutti era emerso che Palasio era “indubitata giurisdizzion della Serenissima Signoria” e che gli Strassoldo vi avevano feudo. direttamente dal Luogotenente e mai l'investitura era venuta loro dagli arciducali. Perciò nessuna meraviglia per il grido “Marco, Marco”: lo si faceva sempre dopo un proclama nei territori veneti. Concludeva chiedendo al Capitano di informarsi meglio e nel frattempo di lasciar cadere qualsiasi inquisizione.
Francesco della Torre, capitano di Gorizia, non si fece certo smuovere da tali argomentazioni e rispose con velata ironia (un'ironia che appare più di una volta nel suo carteggio con i Luogotenenti veneti), meravigliandosi a sua volta che il Luogotenente “voglia darmi ad intender che quella chiesa e quel territorio sia del suo Dominio”. A suo avviso in nessun modo si sarebbe potuto dimostrare una tal pretesa, essendo Palasio posto “in meggio lo territorio della Villa de Crauglio” che mai fu veneta ed anzi era in possesso del conte di Gorizia prima ancora che la Serenissima avesse possedimenti in Friuli. Certo era ben possibile che gli Strassoldo avessero la “custodiam lesti Ecclesiae S. Jacobi de Palasio”, ma, secondo le capitolazioni di Worms, come feudo imperiale e perciò da tutto questo Francesco traeva le conclusioni che “V. M. puol veder qual sarà la mal informata et se si haveva havuto raggione cridar marco nelli loci della S. R. Maestà”.
Pochi giorni dopo il Sanudo informò, un po' superficialmente, il Senato di Venezia che nell'affare di Palasio il Capitano di Gorizia aveva solamente “allegato alcune frivoli ragioni”: in realtà non paiono così frivole e soprattutto fanno emergere il rifiuto a qualsiasi concessione da parte austriaca. Ciò fu ribadito quando gli Strassoldo (alla quarta convocazione) si decisero finalmente a presentarsi a Gorizia il 1° ottobre. Piuttosto seccamente Giacomo Campana, cancelliere della Contea, rispose alle loro argomentazioni e proposte che gli arciducali su tal questione non volevano alcuna composizione per arbitri come si offriva, né mettere le cose in compromesso “perché havevano raggion da vender”.
Anche se da allora in poi le cose rimasero a tal punto, ciò non significa affatto che i veneti lasciassero cadere la questione. Essa fu mantenuta ancora viva. Pochi anni dopo, infatti, al congresso per i confini tenutosi a Gonars
il 18 marzo 1563, tra le altre doglianze, essi si lamentarono pure “quia Subditi Caesarei conant occupare Jurisdictionem Territorii Sancti Jacobi de palasio”. La risposta austriaca fu, come al solito, secca: “Il territorio di San Jacomo de palasi è nelle pertinentie di Crauglio del contado di goricia jurisdition indubitata di sua C. m.ta et che cosj se li aspetta como sempre e stà posseduto avanti le Capitolazioni et dopo.
Ancora vent'anni dopo troviamo che il problema s'era forse sopito, ma non certo risolto in quanto, in una richiesta di reinvestitura del 1587 al Luogotenente di Udine, tra gli altri feudi, gli Strassoldo citano anche il “Territorio di Palacio luogo contentioso da Regii jurisdition particular delli discendenti del q. D. Nicolò et Odorico Strasoldi”.
Nulla era perciò cambiato, né cambierà in seguito: le pretese rimarranno inalterate. Così per tutto il secolo XVII ed oltre si continuò a celebrare la festa di S. Giacomo e gli Strassoldo vi avevano lo “jus festi” contribuendo, ogni tanto, a creare motivi di turbamento dell'ordine pubblico e dei rapporti austro-veneti.
Si giunge così al Settecento, secolo in cui l'autorità dello Stato tese ad imporsi sempre di più, cercando di limitare, se non di recidere del tutto, le prerogative feudali. Inoltre, più che in precedenza emerse la volontà di por fine ad occasioni di disturbo dei confini e di frizione tra i sudditi dei due stati. In questo quadro si pone anche la soppressione del nostro jus. L'occasione venne dagli accordi tra Austria e Venezia sulla definizione dei confini. In questi accordi rientrò anche la reciproca rinuncia ai diritti di festa su Giassico e Palasio. Il 25 aprile 1753 fu sottoscritto dai plenipotenziari veneto ed austriaco, Duodo e Harrsch, un protocollo nel quale, tra l'altro, si diceva anche: “Nell'istesso modo (di Giassico) si abolisce l'egualmente antico jus servandi festum che la giurisdizione veneta di Strassoldo ha nella Chiesa di S. Giacomo di Palasio in Ajello come diritti che al presente non servivano che per fomentare le viziose consuetudini, esacerbare le private animosità tra sudditi, e ponere in derisione l'autorità, e le insegne de' Sovrani”.
(L'accenno ad Aiello deriva dal fatto che Palasio era sottoposto alla parrocchia aiellese ed ormai anche alla giurisdizione di quel paese, dato che nel 1647 vi era stato aggregato Crauglio).
Tale decisione deve aver segnato la fine della chiesetta di S. Giacomo. Le sue feste tradizionali, sparita la particolarità che le contraddistingueva, devono aver perduto d'interesse e deve essersi limitato il concorso di fedeli nelle due giornate. Probabilmente venne a mancare anche quell'aiuto che doveva giungere dagli Strassoldo alla chiesa, visto il privilegio ad essa connesso. Non più curata da alcuno andò decadendo. Le visite pastorali settecentesche non ne fanno cenno che in una sola occasione, nel 1779, quando, nell'elenco delle chiese esistenti in Crauglio, oltre alla chiesa di S. Canciano e all'oratorio nel palazzo de Steffaneo, si accenna che “in campestribus” c'è la chiesetta “S. Jacobi”.
(La festa di S. Giacomo non finì con la chiesetta, venendo celebrata in Aiello fino all'inizio del secolo scorso. Non è improbabile che la chiesa pievanale abbia assunto tale sagra, una volta soppressa la chiesa campestre).

L'ultima citazione che la dice ancora esistente risale al 1782, nel mentre le mappe del catasto napoleonico del 1812 non la riportano. In questo lasso di tempo deve essere sparita, diroccata prima, demolita poi per far posto a terreno coltivabile di cui risultava proprietaria la Chiesa di Crauglio fino a pochi anni fa, quando il tutto fu venduto e le poche pietre ancora rimaste, come già detto, disperse.
Probabilmente la distruzione avvenne nel periodo giuseppino, anni in cui non poche chiesette campestri vennero eliminate, come, solamente per restare nelle vicinanze immediate di Palasio, quella di S. Giovanni a Tapogliano. Altre ancora si salvarono unicamente per il deciso intervento di parroci e popolazione, come S. Anna a Visco e S. Michele a Villesse. S. Giacomo non deve aver avuto più molti difensori e così la sua fine fu segnata.
Con lei cadde nell'oblio anche il suo nome che pure era stato non solo spesse volte pronunciato nei palazzi di governo di Udine e Gorizia, ma era echeggiato, seppur sommessamente e mescolato a tanti altri, sotto le volte della cancelleria di Graz e del Senato di Venezia.


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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Eccellente documentazione, Loris.
Rosalba

Anonimo ha detto...

ci sei tu nel cerchio?
S.