domenica 27 novembre 2011

DALMAZIA, isole, mare e sole (Dalmatia, islands, sea and sun)

Korcula - Bastioni del porto

   
  
DALMAZIA - SEIMILA CHILOMETRI DI MARE E DI SOLE

  
Il traghetto rallentò, puntando verso i bastioni del porticciolo che si apriva davanti a noi. La città emerse come una gemma dalle trasparenti acque azzurre: il castello, le chiese, tutto l'agglomerato di nobili edifici risplendeva sotto il sole; una pioggia violacea di buganvillee chiazzava le mura dorate da mille anni di luce; il verde riposante di un bosco ammantava le colline dietro l'abitato. Il mio amore, seduta sul sedile fianco a me, mormorò stupita: “È la prima volta che vedo un posto più bello di come lo descrivono i pieghevoli turistici.”

Il posto cui si riferiva era la cittadina di Korčula o Curzola, nell'isoletta omonima della Croazia.
Ma in seguito, durante il mio viaggio, quella frase la risentii più volte, perché si applicava a decine e decine di altri luoghi della stupenda costa dalmata.
  
Korčula (Curzola) - Torre Zakerjan

   
ENTRO NEL MEDIO EVO


In un certo senso, di coste dalmate ce ne sono due. La prima è quella di oggi, la costa moderna che vedevo, toccavo e filmavo con la mia cinepresa. È una fascia profonda 20 chilometri, lunga 1000 e disseminata, si dice, di mille città e di mille fantastiche isole che con i loro contorni fanno salire lo sviluppo totale della costa a qualcosa come 6000 chilometri. Essa ha un numero infinito di insenature e di spiagge solitarie, di fantastiche grotte e cascate e laghi e tumultuosi corsi d'acqua, e una miriade di nuovi alberghi.

L'altra è la costa di ieri, un magico tappeto tessuto in centinaia e centinaia di anni e i cui fili rappresentano ciascuno l'apporto di un popolo diverso: illiri, greci, romani, turchi, italiani, francesi, veneziani, inglesi, ungheresi, austriaci e slavi, che un tempo combatterono e costruirono in questa terra.
  
Spalato - Palazzo romano di Diocleziano
   


Split, nota anche con il nome romanico di Spalato, deve la sua esistenza all'imperatore romano Diocleziano, che nacque da queste parti e che quando abdicò si ritirò nel grandioso palazzo-fortezza da lui fatta costruire dove ora sorge la città. Parecchi secoli dopo fra le mura abbandonate della fortezza vennero a rifugiarsi i profughi delle invasioni barbariche. Quando furono tanto numerosi da non riuscir piú a trovare posto nel palazzo, che in gran parte è ancora in piedi, fondarono la città, che oggi è il centro più popoloso di tutta la costa.
  
Dubrovnik/Ragusa
   


Entrando in Dubrovnik per la grande porta di Pile si entra nel Medioevo: dentro le mura è una città portuale fortificata intatta, un museo vivente i cui fieri abitanti non permettono che si sposti nemmeno una delle antiche pietre o che un'insegna al neon o un manifesto di cattivo gusto deturpino l'insieme. Per quasi cinque secoli Dubrovnik riuscì a restare una piccola repubblica indipendente con un ordinamento assai progredito. Anticipò di molto quasi tutto il resto d'Europa in materia di servizi sociali - ospizi per la vecchiaia, orfanotrofi, enti per la salute pubblica - e soppresse il commercio degli schiavi quattro secoli prima che lo si se in qualsiasi altro posto in Europa.
  
Senj
   

Ogni città, ogni paese, grande o piccolo, ha un passato affascinante e ricco di avvenimenti.
Prendiamo per esempio la cittadina di Senj. Oggi si stenta a credere che per quasi un secolo, fino al 1617, Senj terrorizzò tutto l'Adriatico. Qui si annidava una feroce banda di pirati la cui audacia li portava ad attaccare perfino la potente Venezia. Gli abitanti di Senj nutrivano un odio particolare verso i turchi e quando riuscivano a catturarne uno, per essere certi che non perdesse il turbante glielo assicuravano alla testa... con un grosso chiodo.


ALLE ISOLE

Nella parte settentrionale, vicino a Senj, ci sono numerose isole, mentre sono scarse le spiagge di sabbia. (Per qualche strana ragione, che i geologi potrebbero forse spiegare, lungo questa costa esiste un singolare equilibrio tra isole e spiagge di sabbia: dove la natura è prodiga di isole è avara di sabbia e viceversa.).
Quante sono le isole? Siccome ognuno mi dava una risposta diversa, mi rivolsi a uno che pensavo avrebbe dovuto saperlo bene, un uomo di mare che aveva passato quasi tutta la vita sulle navi che facevano servizio tra le isole. “Dipende da quello che si intende per isola, no?”... mi rispose.
“Dunque: ce ne sono 725 che hanno un nome e 66 di queste sono abitate. Se si vuole se ne possono aggiungere altre 508 tra rocce, scogli e banchi che affiorano dall'acqua. Così si arriva a un totale di 1233. Le basta?”.
  
Grotta Azzurra di Vis - Bisevo
   


Le isole sono diversissime fra loro.
Al largo della costa c'è Bisevo, dove si trova una grotta azzurra che si, dice stia alla pari con quella più famosa di Capri. Anche Kolocep ha una grotta azzurra, e inoltre essa vanta - come un'altra mezza dozzina di isole del Mediterraneo - di essere l'isola dove Calipso trattenne Ulisse per sette anni.

La fortezza - Hvar / Lesina 
   


Un' altra isola, Hvar o Lesina, è tanto bella che gli antichi la consideravano una delle Isole dei Beati, giudizio oggi condiviso da molti turisti.
  
Lumbarda
  


Fra i ricordi del mio viaggio dalmata il più prezioso è quello di un pomeriggio all'isola di Korčula, o Curzola, che trascorsi percorrendo in macchina le strade sonnolente che si snodano fra oliveti e muri coperti di buganvillee, lungo piccole baie azzurre fino al paesino di Lumbarda. Qui andai a trovare Ivan Jurjevic (nato nel 1920), un semplice contadino e pescatore che è però anche pittore, e di un certo successo.
Ci mettemmo a sedere all'ombra di un rampicante in fiore. Poi lui andò a prendere una brocca di pastoso e robusto vino fatto con la sua uva, delle mandorle salate prodotte dai suoi alberi, dei pesciolini pescati da lui e insaporiti con il succo dei suoi limoni e un meraviglioso pane croccante ancora caldo, cotto nel suo forno. Quell'ozioso pomeriggio immerso nel sole fu per me il simbolo di Korčula, anzi dell'intera Dalmazia in quanto ha di più prezioso e di genuinamente naturale.
  
Korčula

     



SABBIE E ROCCE STRANE

Il tratto meridionale della costa dalmata abbonda di lunghe spiagge dalla sabbia bianca, rosa o grigia.
“Se lei soffre di reumatismi”... mi assicurò un uomo di Ulcinj, una località turistica costiera del Montenegro ...”basta che si seppellisca in quella sabbia grigia e si sentirà subito meglio.”...E aggiunse che c'era anche una spiaggia dalla quale potevano trarre giovamento le donne sterili.

Ulcinj
  


A sud di Ulcinj c'è poi una spiaggia che si estende ininterrotta per 12 chilometri e mezzo: è la più lunga della Dalmazia.
Il litorale è tutto delimitato da montagne di rocce calcaree. Viste dalla costa appaiono tetre, brulle e inospitali, ma il versante interno cela un paesaggio fiabesco, perché la corrosione operata nel corso di milioni di anni sulle rocce calcaree dalle acque sotterranee ha generato forme di singolare bellezza.

Nella zona carsica ci sono circa 45.000 fra caverne e grotte..., e sono state esplorate soltanto per un decimo.
Le più importanti sono le grandiose grotte di Postumia in Slovenia: 30 chilometri di gallerie già esplorate e altre ancora da scoprire.
  
Grotte di Postumia in Slovenia

   



Il "vangelo secondo le agenzie di viaggi".

I turisti che ormai affluiscono numerosi in Slovenia, Croazia e Montenegro per ammirarne le intatte bellezze, sono accolti e trattati con molta cortesia.
Già Tito cominciò con l'aprire la fascia costiera ai turisti motorizzati. Nel 1960 gli iugoslavi diedero il via alla costruzione di una strada litoranea, La Jadranska Magistrala (Strada Maestra dell'Adriatico - è una strada che costeggia buona parte della costa orientale del Mar Adriatico, appartenente alla Strada Europea E65. La strada si estende per la maggior parte in Croazia - dove è classificata D8 - e passa per pochi chilometri anche attraverso Bosnia-Erzegovina e Montenegro) è uno dei grandi percorsi panoramici d'Europa: alcuni tratti sono stati scavati in alte pareti rocciose che scendono a picco nelle acque scintillanti del mare e grandi ponti attraversano ampie valli, fiumi ed estuari.
In un secondo tempo venne approvato un intenso programma di edilizia alberghiera che forse non trova riscontro in nessun'altra regione. In un altro Paese del Mediterraneo ho visto cominciare un albergo di 400 stanze che oggi, a distanza di tre anni, non è ancora finito. I dalmati, un albergo simile lo costruiscono in otto mesi e, a giudicare da quanto è stato fatto finora, sarà senz'altro confortevole, elegante, ben disposto e ben arredato.
  
Sveti Stefan - Montenegro
    

Inoltre in confronto con la maggior parte dei Paesi europei e americani, i prezzi in Dalmazia sono molto bassi. Perfino nell'elegante albergo di prima categoria di Sveti Stefan, sulla costa del Montenegro, dove si pensa possa risiedere solo un riccone, si spende invece poco, alla portata di tutti i plebei come me.
Per un occidentale è un'occasione favolosa, perché Sveti Stefan è un posto unico: è un'isoletta collegata alla terraferma da una sottile lingua di sabbia rosata e coperta da un grappolo di casette che per secoli sono state abitate da pescatori. L'aspetto esteriore è intatto, ma all'interno le casette sono state trasformate in uno dei più begli alberghi della costa.
Lo sviluppo turistico ha subito un impulso davvero notevole.
Lo sforzo del Montenegro per incrementare il turismo ha superato le più rosee previsioni.
“Cinquanta anni fa” mi ha detto un anziano del posto “avevamo più agenti della polizia segreta che turisti.”

Oggi in Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro, il turismo costituisce di gran lunga la loro più grande fonte di valuta estera.
Molti di questi turisti sono italiani; alcuni dei quali passano il confine per un solo giorno per fare acquisti a prezzi vantaggiosi, soprattutto di carne e benzina.
I turisti americani sono relativamente pochi, mentre i tedeschi superano quelli di tutti gli altri Paesi.

Alcuni indigeni cominciano a domandarsi se il boom turistico non stia prendendo loro la mano.
Un giovane architetto ha espresso i suoi dubbi:
“C'è il pericolo che commercializzando e costruendo troppo o costruendo le cose sbagliate nel posto sbagliato finiamo per distruggere proprio le bellezze che attirano i turisti.”
  
Drasnice
  
Da quanto ho potuto vedere, tutti i Paesi della costa dalmata hanno affrontato questo problema con più saggezza dell'Europa Occidentale. In molti posti è stata adottata la soluzione di conservare intatti i centri storici costruendo gli alberghi moderni a qualche chilometro, in modo da non creare un contrasto troppo forte. Ammirevole, per esempio, è stato il grazioso paesino di Drasnice in Croazia, che ha coraggiosamente deciso di non permettere la costruzione di nessun nuovo albergo, offrendo invece belle stanze pulite e rimodernate nelle case dei pescatori. Uno di questi mi ha spiegato come mai lui e gli altri siano giunti a questa eccezionale decisione:

“Vede, ci sono volute centinaia e centinaia di anni perché Drasnice diventasse quella che è. A noi piace così e vogliamo che ci vengano quei turisti che l'apprezzano così com'è. E ne arrivano più di quanti ne possiamo ospitare. Non sarebbe giusto, le pare, rovinare il nostro paese per un po' di soldi in più.”

Mi auguro che non cambino mai idea, ma non ci credo.

VEDI ANCHE . . .

 Korčula (Curzola) - Croazia  

venerdì 25 novembre 2011

ROMA - Sculture di Bernini (Sculptures by Bernini)

    
Gian Lorenzo Bernini, allievo del padre Pietro, è detto "il Michelangelo del suo secolo" per la molteplicità delle attitudini, non per la profonda meditazione dei soggetti.
Precoce ed improvvisatore immaginoso, ha un'indiscutibile preminenza..., consacra l'operosità instancabile al rinnovamento di Roma, e la sua fama si spande da un capo all'altro dell'Italia e in Europa.
Egli, che talvolta sembra anticlassico, ammira l'arte ellenistica e ne studia l'umanità e la sofferenza..., alla pittura domanda il colore e l'eccitazione nervosa, e perciò il marmo sotto i suoi ferri diviene morbido come le carni della donna che amo e pastoso come la cera.
La luce l'accarezza blanda, con riflessi serici, e le linee, i piani, i volumi partecipano al formalismo dinamico con la sapienza del traforo e con le varie profondità degli scuri.
Alla tendenza sentimentale tiene dietro il fasto dei broccati e dei drappi che avvolgono le statue e si spiegano all'aria con le gonfiezze ingombranti cui si presta il teatro, ottimo consigliere dell'arte in questo periodo pomposo.
  
David  di Bernini
  
Il David della Galleria Borghese (1619) è sul punto di scagliare il sasso, e si inarca rilevando la muscolatura e mostrandoci nel viso contratto l'ira e l'incertezza del colpo mortale.
Lo sforzo gli tende tutti i muscoli, e la coesione delle parti è un trionfo di bravura e di vita.
  
Ratto di Proserpina
   
Dopo tale saggio, Scipione Borghese commette al giovane due gruppi: il "Ratto di Proserpina" (1622) e Apollo e Dafne (1623).

Nel primo, la donna ghermita dal gigante conserva alcunché di classico nell'emettere un grido di spavento, ed il contrasto dei nudi e delle espressioni si accentua nel torcersi a fiamma delle masse e nell'equilibrio attenuto con l'aggiunta ellenistica di un cane.
  
Apollo e Dafne
  
Nel secondo, il maestro varca la soglia della celebrità, e si vale dell'antico solo nella somiglianza della testa d'Apollo con quella del marmo di Belvedere.
Per il resto, egli coglie l'azione istantanea con effetti schiettamente pittorici.
Scomparsa la differenza tra i due corpi che nel gruppo precedente non manca di maniera, i due giovani qui esultano di freschezza e d'eleganza.
Al grido della beltà rincorsa, che ha la pelle mobile sul viso e le chiome vibranti di luci e di ombre, il nume è preso dall'incanto, e le forme delicate e libere della donna si trasformano nella corteccia e nei rami dell'albero.
La consuetudine con il liberalissimo cardinale offre al Bernini l'idea d'un busto-ritratto che è fra i suoi migliori per la naturalezza, la pronta giovialità del tipo e la tecnica larga e disinvolta.
  
Estasi di Santa Teresa 
  
Tra il 1644 ed il '47, fu scolpita l'Estasi di Santa Teresa (Santa Maria della Vittoria), posta sopra l'altare che ha forma e luci di palcoscenico.
L'angelo, l'amore divino "teneva in mano - racconta la santa - lungo dardo d'oro, che mi pareva la punta infiammata, e con quello più volte mi trapassava il cuore".
  
Noli me tangere - Altare dei Ss. Domenico e Sisto
  
Così l'ha immaginata l'artefice: sopra un letto di nuvole, con gli occhi socchiusi, le labbra tremanti e la persona paralizzata.
A questo grado di sensibilità che sembra profana, specie nelle copie arbitrarie del Ferrata (Sant'Anastasia) e, del Cafà (Estasi di Santa Caterina nella chiesa di Magnanapoli), il Bernini non è giunto con l'antecedente "Noli me tangere" nei Ss. Domenico e Sisto.
  
Monumento di Urbano VIII - Musei Capitolini
  
Ma di lui non si devono trascurare, in San Pietro in Vaticano, due opere funerarie assai significative.
Lo schema architettonico, freddo e geometrico, è smesso e si ritorna alla piramide michelangiolesca, composta del papa in alto e di due figure allegoriche in basso.
   
Monumento di Alessandro VII
  
Il "Monumento di Urbano VIII" ha la solenne statua centrale di bronzo (come lo scheletro che segna il nome del morto) e due appassionate personificazioni: la Carità e la Giustizia, di marmo bianco, fiancheggianti il sarcofago..., l'altro, il "Monumento di Alessandro VII", fu eseguito con alcuni scolari..., rappresenta il pontefice ginocchioni, e attorno ad un tappeto di marmo, che ricade manoso sopra la porta, biancheggiano enfatiche e sensuali la Giustizia e la Prudenza, la Carità e la rivestita Verità.

Piazza Navona -  Fontana dei Quattro fiumi
  
Sisto V riconduce a Roma l'Acqua Felice, ed il Bernini, gran maestro di geniali trovate, scolpisce, fra le altre, la meravigliosa fontana del Tritone, il quale si accosta alla bocca la conchiglia tortile, e disegna quella dei "Quattro Fiumi", che lo riconcilia con Innocenzo X.

Longino
  
L'espansione monumentale del "Longino" in una nicchia del San Pietro fa scuola con la fragorosa teatralità del Sant'Andrea di Francesco Duquesnoy e con la frenesia della Veronica di Francesco Mochi, colossali figure che si agitano sotto la cupola di Michelangelo.
  
Statua equestre di Costantino
  
Un ultimo cenno merita la decorativa statua equestre di "Costantino" (Vestibolo del Vaticano), che spicca con il cavallo rampante sopra un ampio panneggio di marmo.
L'andatura è nuova, anticlassica, e l'effetto pittorico la cerca nel movimento sfrenato, che spesso non trova requie nemmeno fra i morti.



Nel "Monumento di Innocenzo X" (Roma, Santa Agnese, 1130), G.B. Maini concita talmente il pontefice contro le due rettoriche Virtù, che la satira potrebbe invocare l'ombra tribolata di Donna Olimpia per accusarla di un travestimento.

domenica 20 novembre 2011

CENTRAL PARK - MANHATTAN - NEW YORK



  
Splendida, nevrotica MANHATTAN
       
Da una pagina de La Republica.itepubblica.it del 2005 mi è nata questa immagine d'oltreoceano.

Comprato dagli indiani in cambio di oggetti e cianfrusaglie che valevano 24 dollari d'allora, questo blocco di roccia costiera proteso sull'Atlantico, in poco più di 250 anni, è diventato nel bene e nel male la rampa di lancio della civiltà occidentale.

Una volta, a volte, dalle finestre ai piani più alti dei grattacieli del centro di Manhattan, poteva capitare di intravedere una macchia bianca e indefinita nel Central Park. Messa a fuoco con il binocolo, la si riconosceva subito per quello che era: l'orso bianco dello zoo del Central Park. Mi dicevano che fosse un animale originale e bizzarro; secondo alcuni, pensate che tristezza, era nevrotico; secondo altri, era ricco di immaginazione come un bambino; in ogni caso, si trattava di un orso completamente diverso dagli altri. E questo non tanto perché viveva in cattività; ma, ne sono convinto, a causa dell'ambiente in cui era calato.
Il destino aveva portato questo animale proprio a Manhattan, nel cuore di New York. Meravigliosa e terribile, l'isola si allarga intorno a lui, nella mia immaginazione, con una serie di anelli concentrici che sono la sua gabbia, il fossato, il recinto; e poi il fiume Hudson, l'East River, l'Atlantico. Questa Manhattan è veramente il piú grandioso degli zoo.
  
Orso bianco al Central Park Zoo
  

Ora lo zoo ha subito delle modifiche e la maggior parte dei grandi animali sono stati rialloggiati in spazi più consoni e naturali come quello del giardino zoologico del Bronx. Comunque la caratteristica dello zoo originale, intorno alla piscina dove si faceva il bagno il nostro orsetto, è stato mantenuta. 
Ma, come l'orso, oggi gli abitanti di Manhattan sono condizionati, in un modo o nell'altro, dalla loro insularità; ed è proprio a questa posizione di enclave che il luogo deve il suo carattere, il suo nerbo particolare. Ma se la gente che vi abita è per certi versi prigioniera, per altri è decisamente libera. A volte è triste osservare il suo andirivieni incessante; ma quando il tempo è favorevole e si avverte in giro una confortante sensazione di vitalità, quella stessa gente sembra danzare per le strade, intorno alle piazze, dentro e fuori dalla sepolcrale metropolitana. Allora Manhattan assume un ritmo inebriante.
Manhattan ormai non è piú l'unico centro urbano a essersi sviluppato in altezza: ci sono metropoli con grattacieli piú numerosi e piú alti, ma nessuna riesce a eguagliare la linea imponente e compatta dei suoi grattacieli. Manhattan è un gigantesco caos, una fantasmagorica accozzaglia di luci e ombre, interrotta da desolate aree occupate dai bassifondi e dalle ruspe che abbattono interi isolati: è insomma il piú alto monumento eretto in omaggio a quell'istinto elementare nell'uomo di entrare nella mischia a pari livello di dignità.
  
Central Park
  

Nessun'altra città ha il suo incanto. Penso al suo fascino discreto, alle profonde ombre delle sue strade, allo spirito di vigilanza, al senso di mistero che sempre aleggia nell'aria. In una giornata grigia assomiglia a una foresta all'imbrunire. Le cime degli edifici si perdono nella foschia e visibili sono soltanto le basi massicce simili a tronchi di gigantesche querce.
In queste giornate, a Manhattan, mi sento veramente attaccato alla terra, come un fungo, e il procedere veloce della gente sui marciapiedi, le sagome ondeggianti dei loro ombrelli, gli schizzi delle macchine che entrano nelle pozzanghere, le colonne di vapore che, simili a geyser sotterranei, escono dai tombini delle strade, tutto contribuisce a farmi pensare, incredibilmente in questo concentrato di vita cittadina, a tranquille radure e a solitarie brughiere.
  
La Sfera in Battery Park
  


Mi piace camminare la mattina presto verso Battery Park. Sembra stranamente isolato e aperto. Giunge ovattato il suono delle sirene. Due o tre vagabondi, coperti di stracci e giornali, dormono sdraiati sulle panchine del parco. Ma appena la nebbia si alza, accade una cosa fantastica: appare l'ampia insenatura della baia, e la statua della Libertà emerge inaspettata sul suo piedistallo. Se ci si gira con la schiena rivolta al mare, ci si rende conto che Manhattan, con la sua imponente presenza, è sempre stata lí, dietro le nostre spalle.

Statua della Libertà
   



LA METROPOLI DI TUTTI

Manhattan è l'unica grande città che io conosca a dare talvolta l'impressione di essere sull'orlo di un esaurimento nervoso collettivo. I suoi abitanti costituiscono la comunità piú nevrotica del mondo. Il ritmo frenetico, il rumore costante, le grida senza significato, il borbottio osceno, il passo strascicato: sono gesti e comportamenti tipici nell'isola. Intensamente perspicace, cinica, introversa, instancabile, ha la febbrile vivacità, alternata a momenti di profonda depressione, che a volte si accompagna all'insonnia, e a una forma esasperata di egocentrismo.
  
Manhattan Island
  


Poiché sono costretti su un'isola lunga 20 chilometri e larga quattro nel punto piú ampio, non c'è da meravigliarsi se gli abitanti di Manhattan si muovono incessantemente come forsennati. Nessun altro luogo al mondo è altrettanto sensibile ai cambiamenti delle mode, alle imposizioni dei critici, degli snob e degli arbitri del gusto. Manhattan vive di se stessa. Un'élite di personaggi molto in vista domina le cronache mondane e regna nei vari salotti; nei locali e nei ristoranti alla moda si vedono sempre le stesse facce.
Quando vi arrivo dal mio sperduto paese del nord est italiano, ho sempre la sensazione di essere “nel vento”. Dopo tutto, Manhattan è un simbolo del nostro tempo. È la metropoli di tutti. Non c'è nazione che non abbia dato qualcosa di sé a Manhattan, da un modo di dire a un tipo di pane. Qualche volta però si stenta a ricordare che è una delle città piú potenti della terra, e questo perché, per certi versi, è stranamente provinciale.
  
City Hall in Manhattan
  


Il New York Times è per metà un quotidiano attento ai grandi avvenimenti internazionali, e per metà bollettino di parrocchia che dà ampio spazio ai necrologi di personaggi localmente importanti e ai pettegolezzi vari.
Spesso sul volto della città passa come un brivido, la sensazione di un tremendo prodigio.
Una mattina lessi sul New York Times che una donna era stata attaccata, nei pressi di City Hall, da un'orda di grossi topi. Saltai immediatamente su un taxi per recarmi sul posto, ma Manhattan mi aveva battuto sul tempo. Sul luogo si era già radunata una piccola folla a contemplare con aria soddisfatta il terreno abbandonato e pieno di detriti da cui erano spuntati i topi. Un “newyorker”, un newyorchese, si era già autonominato esperto del luogo e stava indicando un altro grosso ratto, delle dimensioni di un coniglio, seduto con aria imbronciata in una trappola di fil di ferro messa fra i mucchi di immondizia. Che fine aveva fatto la vittima del massiccio attacco dei roditori?
Lo chiesi in giro: “Forse era un'originale, una svitata. È scappata urlando”.

Anch'io sarei fuggito urlando. Ma girato l'angolo, nel negozio di alimentari dove è possibile acquistare tutte le portate di un pranzo completo, si svolgeva la solita attività di sempre. Il vero newyorker è mitridatizzato contro ciò che è abominevole, infame e raccapricciante, suppongo, e forse è questa assuefazione che mi suggerisce l'immagine di anfiteatri pagani, dove donne e topi, come antichi gladiatori e bestie feroci, si affrontano per divertire gli dèi.


LO STILE DI MANHATTAN

Ma pur essendo Manhattan la quintessenza di una metropoli, i suoi crucci sono splendidamente a misura d'individuo. Le aspirazioni personali, nel bene come nel male, diventano inaspettatamente prioritarie sul resto. Nell'isola non ci sono molte industrie, e poche sono le fabbriche che scaricano nell'aria i loro fumi. Questa è una città con preoccupazioni piú complicate, una città di speculatori e pubblicitari, agenti e mediatori, selezionatori di personale e intermediari. Qui si accumulano fortune e si diventa famosi.
  
Manhattan Bridge
  


Il ritmo di New York è entrato nella leggenda, ma oggi, a mio avviso, è un'illusione. Gli uomini d'affari non lavorano né piú né meglio che in altre grandi città. Ma gli abitanti di New York passano tanto tempo a meditare sui loro fatti personali e ad analizzare se stessi che il lavoro viene necessariamente compresso in poco tempo, dando quindi un'immagine di frenesia. Il groviglio della vita coniugale e sentimentale a Manhattan ha conferito alla città il suo particolare sapore molto piú degli illeciti civili, delle quotazioni di borsa o delle polizze di carico.

Nell'isola confluisce tutto; ma è difficile che qualcosa ne esca, neppure per evaporazione. Un tempo era la porta aperta sul Nuovo Mondo, e ospitava profughi, avventurieri, idealisti e malviventi che venivano da ogni parte per salire su questa enorme zattera. Ora Manhattan ha abbandonato questa sua antica funzione di crogiolo di razze. In realtà, i vari gruppi etnici presenti nell'isola accentuano sempre piú i caratteri specifici delle diverse etnie.
  
Central Park
  


Manhattan ha vissuto il suo periodo di massimo splendore, penso, negli anni fra la Grande Crisi (1929), quando i poveri occuparono Central Park, e la fine della seconda guerra mondiale, quando i combattenti tornarono trionfanti come salvatori della libertà. In quegli anni questa piccola isola, nient'altro che un sogno fantastico per la maggioranza della gente nel resto del mondo, fu il simbolo della ripresa e del successo.
Manhattan era Fred Astaire e il grattacielo della Chrysler! La ricchezza in abiti dimessi, la libertà di parola! Il sindaco Fiorello La Guardia e le Rockettes! Erano quelli i giorni dolceamari dell'innocenza americana, prima che si instaurasse il senso di responsabilità.
  
Scultura al Rockefeller Center
  

Il Rockefeller Center rappresenta bene questo spirito. All'architetto Raymond Hood, uno dei progettisti della sua struttura centrale, l'edificio della RCA, un giorno qualcuno rammentò che era arrivato a Manhattan con il dichiarato proposito di diventare il piú grande architetto di New York. “E ci sono riuscito”... rispose Hood, guardando dalla finestra quella sua meravigliosa creatura che si stagliava alta e imponente nel cielo. Sontuosa aggressività, visione rivelatrice, sfacciato opportunismo, risorse illimitate: queste erano le caratteristiche del Rockefeller Center, e di Manhattan, durante gli inebrianti anni della costruzione.
  
Rockefeller Center Manhattan


CIRCO ALL'APERTO

Nella maggior parte delle città europee non esistono piú i quartieri degli artisti. A Manhattan invece la vita bohèmienne è ancora viva. In questa città di vie eleganti e caffè, è facile stabilire contatti umani, occasionali e platonici; nessun giovane artista si sente a lungo isolato e ignorato; nessuna ambizione sembra troppo irragionevole. Manhattan probabilmente ospita un buon numero di falsi artisti. Ma, nascosti nelle soffitte, in modeste pensioncine, in case ristrutturate, miriadi di veri artisti e artigiani lavorano sodo, incuranti delle varie tendenze artistiche e sprezzanti di ogni messinscena.
  
Washington Square
  


Mi piace la domenica mattina immaginare di guardare il circo all'aperto di Washington Square - da cui si passa per accedere al Greenwich Village - dove musicisti ambulanti e giocolieri fanno a gara per conquistarsi l'attenzione del pubblico accanto ad abilissimi lanciatori di frisbee, oratori improvvisati, giocatori di scacchi e vagabondi senza arte né parte.
   
Greenwich Village 
  


Contrariamente all'opinione corrente, qui vive molta gente seria e onesta. E dev'essere così, in una città che può vantare tanti successi. Qui ci sono poeti impegnati, attori bravi e quotati, musicisti che non si stancano mai di provare e riprovare. I suoi scrittori scrivono e riscrivono le loro opere, mai contenti di una stesura che continuano a limare. E forse ogni sera in questa sola città suona un maggior numero di buoni pianisti che in tutta l'Europa. La creatività qui non manca.


POTERE DEL FASCINO
  
World Trade Center 
  
Oggi Manhattan si sente forse un po' superata. La titanica città si è resa conto che in fondo non è vero che tutto è possibile. Quando in un ultimo sussulto di arroganza fu eretto il World Trade Center - i due grattacieli allora piú alti della terra, che una volta elettrizzavano il mondo oltre la baia - tutta Manhattan protestò per il cambiamento imposto al famoso profilo dei suoi tetti contro il cielo, ma oggi resta solo un ricordo di quei due pilastri pieni di sussiego.
Lievità, discrezione e perfino modestia sono i requisiti piú apprezzati oggi in architettura a Manhattan, dove non si accetta piú il colossale.
  
Hotel Hilton
   


Se la città ha perso la capacità di sorprendere, ha di certo acquistato il potere di affascinare. I centralinisti locali, un tempo considerati dei robot, si rivolgono all'utente con un cordiale “caro”. All'albergo Hilton, tempio per antonomasia dell'efficienza impersonale, c'è qualcuno nelle cucine che riconosce sempre la mia voce e mi manda la colazione in camera chiedendo notizie della mia famiglia friulana.
Naturalmente, a Manhattan e in tutta New York esistono fenomeni spaventosi. La violenza è una piaga gravissima, che condiziona la vita di centinaia di migliaia di persone e rende pericolosi interi quartieri. Basterebbe questo aneddoto.
Al filantropo ché aveva donato alla città una spettacolare fontana intermittente su un isolotto in mezzo all'East River, venne chiesto una volta come mai non si vedessero piú da tempo i fantastici zampilli alti come palazzi; la risposta fu che presumibilmente il getto era ormai ostruito dai cadaveri. E se questo episodio non bastasse, ecco qualche dato: a Manhattan si curano piú persone per morsi umani che per morsi di topi.
  
Ponte sul East River
  


Eppure, malgrado tutto, io rimango dell'idea che Manhattan - il cui solo nome evoca cose come aggressione a scopo di rapina, velocità nell'imparare, pressioni intollerabili, depravazione inaccettabile - con il passare degli anni è diventata veramente la metropoli piú genuinamente civile della terra. In questo posto, piú che altrove, l'uomo ha compiuto i maggiori progressi della sua storia...., a prescindere....
  
Panorama di Manhattan e parte di Ellis Island, New York, oltre l'East River a partire da circa  Roosevelt Island




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venerdì 18 novembre 2011

ALHAMBRA, IL GIARDINO DI SPAGNA (The garden of Spain) - Granada

Alhambra - Granada
   
I più celebri giardini moreschi d'Europa


Nei sensuali giardini che dall'VIII secolo i conquistatoti arabi avevano costruito in molte zone della Spagna, il profumo dei gelsomini e delle rose, il verde rilassante dei cipressi, la fragranza degli agrumi, dei mirti e dei melograni si mescolava ai muri interamente rivestiti di stucchi e maioliche colorate, alle raffinate colonne di marmo, e ai porticati coi pavimenti dagli elaborati disegni geometrici fatti di ciottoli bianchi e neri, e soprattutto all'acqua. Indiscussa protagonista, presente ovunque e in ogni forma con zampillanti fontane, canali, vasche piccole e grandi dove il cielo rifletteva i suoi colori.


Effettivamente per un popolo da sempre costretto a vivere in zone caldissime e aride, l'acqua era considerata il piacere più grande, un vero e proprio dono celeste, la gradevole alternativa alla durezza del deserto, quindi non poteva assolutamente mancare in quelli che erano considerati anticipazioni terrene del paradiso promesso da Maometto, i giardini.


Ecco allora che anche i giardini che mi appresto a descrivere, quelli di Alhambra, traboccano di fiori, frutti e colori, suoni e profumi e canaletti e fontane di tutte le fogge che creano un luogo di piacere e di delizie splendido preludio di quel che sarà.
  
Alhambra - Granada

   
Questa cittadella fortificata, circondata da mura rossastre fu costruita dall'emiro Yusurf I nel XIV secolo e poi da suo figlio Muhammed V sopra un colle affacciato sulla soleggiata pianura di Granada, ecco spiegato il nome di questo luogo, Al-Hamra in arabo significa, La Rossa. Da qui si gode di un'incredibile vista sulla catena montuosa della Sierra Nevada perennemente coperta di neve.


I preziosi decori, le maioliche, gli stucchi, l'acqua e le piante di questa splendida residenza erano stati organizzati in una sequenza di patii interni fatti a misura d'uomo. Un susseguirsi articolato di ambienti a cielo aperto, rigorosamente geometrici ma intimi e raccolti su cui affacciavano le lussuose stanze dei palazzi e spesso messi in comunicazione l'uno all'altro da stretti corridoi che permettevano di scorgere il cortile successivo.

Patio dei Mirti 
  
Il "Patio dei Mirti", ad esempio, è un suggestivo spazio lungo 37 metri e largo 24. Il grande cortile rettangolare invaso dal sole è al centro delle sale di rappresentanza del palazzo reale, il pavimento con piastrelle bianche di marmo, è quasi totalmente occupato da una grande vasca con ai bordi una siepe di mirto potata in modo perfetto. Il disegno, severo ed essenziale, abbonda di decorazioni architettoniche pensate in modo da dirigere lo sguardo degli ospiti verso il padiglione reale, dove il sultano dal suo preziosissimo trono, dominava i suoi ospiti con lo sguardo e ai suoi piedi, come un tappeto, l'azzurro specchio d'acqua che infondeva un incredibile senso di tranquillità e pace.
  
Patio dei Leoni
    
Ugualmente rigoroso è il " Patio dei Leoni" che si trova al centro di quelli che un tempo erano gli appartamenti privati del sultano. Questo è lo spazio più famoso dell'Alhambra, attorniato da un porticato elegantissimo con esili pilastri di candido marmo e da volte di stucco traforato che proiettano sulla parete disegni di luce. In tempi antichi questo spazio ospitava anche un piccolo giardino colmo di piante e fiori, mentre oggi l'universo naturale è rappresentato solo dall'acqua, che guizza da una vasca di marmo bianca e dalla bocca dei dodici leoni che la sorreggono. La fontana, sistemata esattamente al centro del patio, è considerata tutt'oggi uno dei migliori esempi di scultura moresca. L'acqua dalla fontana scorre poi in quattro sottilissimi canali scavati nel pavimento per dirigersi, con il suo gorgoglio fresco e rilassante, verso i quattro lati del patio e poi fino all'interno dei padiglioni che lo affiancano.
  
Giardino del Portal
   

Vicino al "Palazzo dei Leoni", dove quasi certamente un tempo sorgevano le abitazioni riservate alle più alte cariche di corte, l'acqua e ancora protagonista. È qui infatti che si trova il l'incantevole "Giardino del Portal", con la sua grande vasca rettangolare dove sull'acqua immobile si riflette la facciata della"Torre delle Dame", il palazzo che vanta i più antichi decori dell'Alhambra.
  
Patio della Lindaraja

   
L'esile getto d'acqua con la sua costante melodia leggera e i volubili giochi di luci ed ombre rendono indimenticabile anche il "Patio della Lindaraja" un altro ammiratissimo gioiello, si tratta di una sorta di piccola "enclave" chiusa in un anello di alti cipressi e siepi di bosso e posta al di sotto del livello del palazzo così che dall'alto si possa ammirare interamente questo luogo fuori dal tempo.


Patio del Canale
           
Ancora più raffinati e nascosti sono i "Giardini del Generalife", la dimora dove il sultano usava ritirarsi per sfuggire alle formalità di corte o dove si recava per le vacanze estive. Collegata all'Alhambra da un lungo viale di cipressi, nell'area gli arredi architettonici erano stati ridotti al minimo, ecco allora che stucchi e maioliche lasciano il posto alla rigogliosa esuberanza di fiori e piante che aggiungono la delizia dei loro colori e dei loro profumi ai riposanti mormorii dell'immancabile acqua protagonista anche nel "Patio del Canale", dove scorrendo in un nastro scanalato nel marmo è fiancheggiata sui due lati da una fila di zampilli che formano una successione di arcate cristalline.
   
Generalife
   

Diversamente ai tanti palazzi che gli arabi costruirono nel corso del loro lungo dominio nella penisola iberica, l'Alhambra e il Generalife non sono stati distrutti al momento della "reconquista" da parte di re Ferdinando e della regina Isabella. E così sono sopravvissuti nel tempo conservando pressoché intatto il loro impianto architettonico e la forma delle vasche e fontane


Gli arredi vegetali pur non essendo gli originali, riescono comunque a ricreare la fantastica prosperità di colori e profumi di un tempo grazie a un sapiente restauro terminato nella prima metà del secolo scorso che ha inserito siepi di bosso e di mirto perfettamente potate, gallerie di rose e oleandri di vari colori, cipressi scolpiti ad arcate e fitte aiuole di piante e fiori.
  
Jardines de Alhambra
    


Dunque cari amici, se deciderete di passare qualche giorno a Granada, non potete tralasciare una visita all'Alhambra e ai sui giardini. Una raccomandazione, prenotate i biglietti per tempo, potete farlo comodamente anche on line scegliendo tra varie offerte tra cui visite guidate che comprendono anche il trasporto dall'albergo.
Se invece preferite fare da soli vi lascio qualche informazione su come raggiungere comodamente il luogo, ma la prenotazione del biglietto è sempre d'obbligo.

Giardino Alcazar


   
ALHAMBRA

Dove si trova

Il complesso dell'Alhambra si trova a Granada, la capitale dell'Andalusia.


Come si raggiunge

Da Granada in auto percorrendo la circonvallazione sud in direzione Sierra Nevada fino all'uscita Alhambra
oppure con l'autobus n. 30 o 32 da Plaza Nueva.


Orari di visita

Da  novembre a febbraio tutti i giorni dalle 8:30 alle 18:00;
Da marzo ad ottobre tutti i giorni dalle 8:30 alle 20:00
Sono previste anche visite notturne molto suggestive ma che consentono di vedere solo una minima parte della struttura.
  
Fontane dei Giardini del General Fountain
   
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Grazie Marianna . . .