sabato 10 dicembre 2011

7 - FOGOLÂR FURLAN - Confessioni di un ottuagenario (Ippolito Nievo)


Fogolâr  a Navarons di Meduno

    
UNA CUCINA DI CASTELLO FRIULANO VERSO LA FINE DEL 700
  
* La cucina di Fratta era un vasto locale di un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s'alzava verso il cielo come una cupola, e si sprofondava dentro terra più d'una voragine; oscuro, anzi nero d'una fuliggine secolare, sulla quale splendevano, come tanti occhioni diabolici, i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade appese ai loro chiodi; ingombro per tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate; e solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura di un laboratorio di streghe. - Tutto ciò per la cucina. - Ma nel canto più buio e profondo di essa apriva le sue fauci un antro acherontico, una caverna ancor più tetra, dove le tenebre erano rotte dal crepitante rosseggiar dei tizzoni, e da due verdastre finestrelle imprigionate da una doppia inferriata. Là un fumo denso e vorticoso, là un eterno gorgoglìo di fagiuoli in mostruoe pignatte, là, sedente in giro sovra panche scricchiolanti e affumicate, un sinedrio di figure gravi, arcigne e sonnolente. 
Quello era il focolare e la curia domestica dei castellani di Fratta. Ma non appena sonava l'Avemaria della sera ed era cessato il brontolìo dell'Angelus Domini, la scena cambiava ad un tratto, e cominciavano per quel piccolo mondo tenebroso le ore della luce. La vecchia cuoca accendeva quattro lampade ad un solo lucignolo; due ne appendeva sotto la cappa del focolare, e due ai lati di una Madonna di Loreto. Percoteva poi ben bene con un enorme attizzatoio i tizzoni che si erano assopiti nella cenere, e vi buttava sopra una bracciata di rovi e di ginepro. Le lampade si rimandavano l'una all'altra il loro chiarore tranquillo e giallognolo; il fuoco scoppiettava fumigante e si ergeva a spire vorticose fino alla spranga traversale di due alari giganteschi borchiati di ottone, e gli abitanti serali della cucina scoprivano alla luce le loro diverse figure.

* Confessioni di un ottuagenario (Ippolito Nievo)



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