martedì 31 gennaio 2012

L'AMORE SUI MONUMENTI DI AQUILEIA (Love on the monuments of Aquileia)

    
Amici miei... Aquileia non è mica Pompei o Ercolano con le sue pitture, con i graffiti in quantità che incisi sulle pareti tanto ci apprendono della vita festaiola e gaudente e intima di queste due cittadine. Esse si beavano nell'incanto del golfo partenopeo e trascorrevano giorni placidi, tranquilli in cui i piacere e i divertimenti e gli amori avevano non piccola parte.
Non già che Aquileia fosse un romitorio, un monastero di cenobiti: basti dire che essa era un grande porto, e tutti mi comprendono, chè immediati si affacciano al riguardo i confronti con i porti dio mare nazionali e stranieri e con la loro meno buona fama, ma i problemi che nella città fortificata si presentavano agli abitanti, qui in prossimità dei confini e delle minacce che esse troppo spesso in sé contenevano o preannunziavano imponevano ovviamente un altro tenore di vita, più serio, più controllato. 

Con ciò non voglio mica asserire che fra i monumenti di Aquileia difettino in modo assoluto quelli espressivi sia dell'amore eternato dall'arte nei miti sia di quello reale cioè veramente vissuto da creature umane. 
Prendo dunque, l'avvio dall'amore mitico additando qualche esempio di nobiltà squisita in una piena dedizione e toccante devozione di esseri mitici umanizzati. 
Sono due pezzi di scultura che richiamano creazioni soavi e gentili del mondo antico della fiaba. 
  
Amore e Psiche che si baciano
    
Ecco qui il gruppo marmoreo, un po' malconcio ma gli altri marmi di Aquileia con lo stesso soggetto non eccellono per conservazione migliore, di Amore e Psiche che affettuosamente e insieme puramente si baciano e si abbracciano. 
Non c'è nel gruppo nulla della commovente storia dei due amanti quale è deliziosamente sviluppata nel romanzo LE METAMORFOSI dell'africano Apuleio, romanzo che più comunemente, ancorché meno esattamente, va sotto il nome de L'ASINO D'ORO. 

Ma ritornando al marmo mi piace ripetere che il bacio delle due creature è più pieno di grazia e di casti sensi; infatti i loro corpi sono staccati, non si toccano, i due innamorati sono spiritualmente non carnalmente uniti. 
E qui mi sia consentita una digressione. 
La cultura in esame cioè mi trae a rammentare la partecipazione di matrimonio che un amico archeologo ebbe a mandarmi qualche decennio fa. 
Essa diceva... "Eros et Psiche nos coniunxerunt" . Cioè queste nostre nozze sono dovute all'Amore e alla Psiche, dunque non solo all'attrazione fisica reciproca poiché se l'amore, e così lo celebra anche il "Convito" di Platone, è desiderio delle cose belle, esso non può esaurirsi nella materialità ma deve elevarsi fino al bello spirituale assoluto che è splendore duraturo, eterno di ogni perfezione. 
Questo voleva significare la frase riferita onde anche Psiche li aveva uniti, ossia l'anima in una reciproca comprensione, in un'intesa concorde forgiata dallo spirito la quale sola può garantire la vera felicità. 

Un altro bassorilievo ancora mi ha stupito vivamente attratto qui al Museo di Aquileia. 
E' quello di un sarcofago che come dalla breve epigrafe sul listello di uno dei fianchi celebrava il bel mito di Admeto e Alcesti. 
La fiaba la credo troppo nota perché io abbia a dilungarmi onde mi limito a brevi cenni. 
L'oracolo di Delfo con un suo responso ha predetto che il re Admeto dovrà morire entro tre giorni se non trova qualcuno disposto a sostituirsi a lui, pronto a sacrificarsi per lui. 

Ma né congiunti né amici, né cittadini né schiavi, e nemmeno i suoi già vecchi genitori si mostrano inclini a rinunziare alla vita, cui tutti si rivelano attaccatissimi, al fine di garantire la continuazione dell'esistenza di Admeto.
Non così Alcesti, la fedele, devota sua giovane sposa. Qui essa, a sinistra del riguardante ritta in piedi, in atteggiamento di mestizia, come anche dal peplo tratto sul capo e dalla mano portata al mento, semplice e raccolta, si accomiata dal mondo dei vivi per il bene, per l'avvenire del suo sposo regale reprimendo il santo affetto che essa sente per le sue due creature. 
Di fronte a lei, a destra, Ermes, psicopompo, deputato dunque ad accompagnare le anime nel mondo di là, che con gesto misurato, ma chiaro e manifesto indica ad Alcesti di seguirlo ormai nel gran viaggio da cui non vi ha più ritorno, viaggio che lo porterà dalla gioconda luce del sole al regno delle tenebre, al mondo delle ombre inconsolabilmente tristi, come anche dal noto rimpianto che esprime Achille nell'incontro con Ulisse disceso nell'Ade. 
Euripide nella sua famosa tragedia "Alcesti" immagina poi, di fronte a sì iniquo destino e all'immenso spirito di sacrificio di quella sposa ideale, che Eracle il gran benefattore in fondo dell'umanità come dalle fatiche da lui sostenute, riesca indi a strappare Alcesti alla morte, all'Averno e a ricondurla al marito, ai figli, a quella luce di cui tutti siamo avidi e che è grande coefficiente della gioia del vivere.
  
STATUA DI AFRODITE - I secolo d.C.
Museo Archeologico Nazionale 
Aquileia
   
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Ho qui sul mio tavolo un frammentino di cotto, oh... una cosa apparentemente da nulla, raccolta da un mio amico aquileiese, al quale nel suo attento girovagare per i campi da agricoltore appassionato e intelligente quale egli è, nessuna anticaglia sfugge, anche se frammista alla terra, poiché egli rivela in materia un occhio esercitatissimo ed acutissimo. 

Non vi rimangono che due volti, cioè quello di un satirello riconoscibili come tale dalle orecchie puntute e dalla corona di edera in testa, ed il visino di una ninfa. 
Infatti l'amore dei satiri e di tutta la famiglia relativa si svolgeva essenzialmente alle ninfe che essi rincorrevano e inseguivano per le foreste, su per i monti e per i prati. 
Ecco, egli l'ha raggiunta, l'ha stretta fra le sue braccia, ed ella si lascia stringere come appare dal bacio ardente che suggella le loro bocche. 
Il piccolo gruppo è modellato con cura. Il formatore è giunto a rendere lo struggente amore di questi esseri che la fantasia ellenica voleva viventi o, meglio, vaganti in una libertà assoluta a godersi la natura sì ma anche a sollazzarsi nel gaudio quasi selvaggio delle loro avventure amorose.
  
Donna e la sua anima - Museo Archeologico Nazionale Aquileia
   
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Si fa qui ammirare - e la osservano con vivo compiacimento i tanti visitatori del Museo - la elegantissima "Julia Donace, la conturbernalis", cioè la compagna o l'amica di Quinto Cerrinio Corinto. 
Egli la volle effigiata sul fianco della grande ara funeraria da lui dedicata in primo luogo al suo patrono, un legionario defunto in Aquileia. 
Nel simpatico bassorilievo la gentile figura dell'amica è quasi integra, anche se ha sofferto un po' nella boccuccia che un malaccorto restauro ha ancor più alterato. 
Il vedovato amante ha voluto che lo scultore gli rappresentasse la sua diletta come egli era solito vederla ogni giorno, piena di attrattiva nel suo vestire semplice ma di schietto buon gusto che ne fasciava la maliosa figura mettendo in risalto le belle forme; l'acconciatura poi è civettuola a onde e con un filare di riccioletti che le recinge a mo' di corona la fronte mentre due ricci maggiori scendono ai lati delle orecchie e la massa dei capelli si raccoglie in una treccia pendula sulla nuca. 
Una mano, la sinistra, con gesto convenzionale solleva un lembo della gonna, l'altra non poteva restare inerte, né si poteva farle tenere la mela come si vede spesso in quelle figure che rappresentano donne regolarmente coniugate. 
Ed allora ecco il ventaglio rotondo nella destra alzata, ventaglio di sapore moderno, che le avrà tenuto compagnia nelle sue passeggiate estive in sulla sera lungo i portici colonnati del Foro di Aquileia - una specie di "Procuratie" avanti lettera - a godersi la ricca esposizione dei gioielli, delle gemme, delle meraviglie che le botteghe all'insegna della città di Roma come da un "negotiator margaritarum" cioè di prole, "ab Roma", città fastose orientali mettevano in bella mostra. 

Ho lasciato per ultimo un monumento senza pregi artistici di sorta, esso infatti recava la sola iscrizione con l'espressa indicazione però che la dedica era fatta alle deità dei trapassati. 
Eppure io penso che principalmente per il testo dell'epigrafe che deve essere tanto piaciuto, qualche amatore si sia quasi innamorato del monumento al punto da portarselo via sì che non abbiamo la minima idea dove esso sia finito, dove cioè si trovi oggi. 
L'ultima notizia infatti che ne resta è del 17° secolo. 

Trascrivo anzitutto il testo della lapide da datarsi al 1° o 2° secolo dell'impero romano. 

"ANICIA P. L. GLVCERA, fui. Dixi de vita mea satis fui provata quae viro placui bono qui me ab imo ordine ad summum perduxit honorem". 

Parafrasiamo queste parole che si direbbero sgorgate e dettate invero dal cuore. 

"Io sono stata Anicia Glucera - Glucera è vocabolo greco e significa Dolce, Soave - ché ora non lo sono più. Ma per quel che concerne la mia vita terrena posso dire schiettamente di essere vissuta abbastanza, essendo stata apprezzata altamente dal mio buon marito che mi volle tanto bene e cui tanto piacqui. Egli infatti mi trasse dall'infima condizione sociale in cui mi trovavo - parole che stanno a significare che ella era nata schiava, come è attestato del resto pure dal nome greco - onorandomi in massimo grado con l'introdurmi nell'illustre e celebre famiglia degli Anicii". 

Gli Anicii sono cioè documentati anche da altre epigrafi aquileiesi e la loro gente si sarebbe elevata, anche per sensi di fede, su tante altre agli inizi del Cristianesimo. 

Fra le numerose lapidi sepolcrali di Aquileia antica è questa una delle più sentite e più affettuose che ci sia stata tramandata: per essa dopo duemila anni Anicia Glucera, la sposa fedele, che io immagino bella e soffusa di grazia, vive ancora nei cuori di quanti, uomini e donne sono sposi fedeli, devoti, onde il "jugum dilectionis", il giogo, come dice la Chiesa, dell'amore, diviene lieve, giocondo, trasformandosi in un nodo di felicità perenne. 

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Ed infine a mo' di appendice un singolare monumento aquileiesi. 
Esso ci ricorda certo Albio Vitale che appare in bassorilievo, togato sul fianco destro dell'ara. 
Sennonché egli era uno scapolo impenitente e il sepolcro gli è stato dedicato da un amico il quale non sapendo, come riempire, cioè che cosa raffigurare sull'altro fianco del monumento poiché il nostro signor Vitale non aveva né moglie né amiche, pensò bene di metterci una danzatrice orgiastica che come tale rientra nel ciclo di Dionisio Zagreo, il dio dei vivi e dei morti, onde la figura vuole rendere le gioie che si aspettano gli eletti nell'al di là. 
L'idea della morte è significata da lei con delle spighe che ella tiene nella destra alzata. 
Il papavero infatti è simbolo del sonno e quindi della morte ed altrettanto vale per le spighe che ci rapportano Demetra, la dea delle biade, e a Proserpina, simboli di tutto ciò che cresce e insieme muore nella natura con l'annuale vicenda delle stagioni.
  
Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

MADONNA DEL SASSO - Invillino di Villa Santina (Carnia - Friuli)



   
ANTICA CHIESA DELLA CARNIA

Tra le innumeri chiese che s'incontrano per le strade della Carnia quella della Madonna del Sasso è senza dubbio una delle più antiche e suggestive. Sorge a circa metà strada fra gli abitati di Caneva di Tolmezzo e di Invillino di Villa Santina, vicina ai dirupi della Vinadia, in una macchia di pini che disgraziatamente va sempre più diradandosi.
La parte più antica della chiesa si può farla risalire al 1300. E' stato anche detto che l'attuale costruzione abbia preso il posto di altra chiesa situata su un macigno, nel mezzo del letto del Tagliamento, che le piene furenti del fiume avrebbero spazzato via. Si dice ancora che la chiesa sia il residuo di un antico convento o romitaggio. Nè si può escludere che sul posto esistesse almeno una delle tante 'stazioni' richieste dal movimento carrareccio del tempo. Tali supposizioni possono essere suffragate dal fatto di aver scoperto sul posto, oltre un secolo fa, due file parallele di scheletri, assieme a daghe, monete di bronzo e rame, cocci di vasi antichi.
  


   
L'attuale corpo principale del monumento fu eretto fra il 1511 e il 1545. Prova ne fanno le date del 18 luglio 1511 e 1522 riportate attualmente anche sulle volte arcuate. L'anniversario della Consacrazione della chiesa cade nella festa della Madonna della Neve, come appare dalla Bolla di Consacrazione del 5 agosto 1525. La data del 1632, pure visibile nell'interno, probabilmente segna l'epoca di un primo restauro.
Anticamente la chiesetta doveva avere l'atrio volto verso il Tagliamento e il maestoso Monte Verzegnis, sul limitare della vecchia strada carrozzabile. Ma per effetto delle inesorabili erosioni prodotte dalle piene del fiume, le cui acque sono giunte ormai a pochi metri dalla soglia della chiesa, verso il 1840, la carrozzabile è stata deviata poco oltre, con il conseguente spostamento, al posto attuale, del caratteristico e raccolto atrio. Ma anche tale tracciato doveva essere abbandonato nel 1884, in seguito alla costruzione dell'attuale strada, mentre fra questi due tronchi s'inseriva successivamente la linea ferroviaria Carnia - Villa Santina, della Società Veneta. 
D'allora la Madonna del Sasso viveva fino a ieri in piena solitudine.
    
    
L'esterno della chiesa reca ancora tracce di antichi affreschi e decorazioni e conserva le sagome delle originarie aperture. 
Sulla facciata principale dell'oratorio trova posto una finestra, con robusta inferriata sorretta da due colonnine in marmo di semplice fattura sul cui architrave spicca il seguente devoto richiamo per il viandante: VIRGINIS HEC PETRA - HIC REDDAS TUA VOTA VIATOR. 
Il soprastante campaniletto a vela, da tempo muto, dona alla chiesa la caratteristica linea abituale a quasi tutte le chiesette della Carnia e della piana friulana, e si fonde meravigliosamente con le finestre ogivali della facciata rivolta ad oriente.
Nell'interno si osserva che l'oratorio più antico poggia su un enorme macigno. Qui vi è sistemato un bell'altare in marmo, con colonne e fasce rinascimentali successivamente dipinte con pessimo gusto, sulla cui sommità appare l'invocazione: CASTA ROSA - LUCIS SPECULUM. E' appunto nella cavità di questo altare che fino a dieci anni fa figurava il preziosissimo affresco su pietra viva di Gian Francesco da Tolmezzo. Tale affresco è così descritto in un documento del 19 novembre 1602: 

“... immago B. Mariae Virginis est depicta in quodam saxo vivo tenens Puerum Christum, et apud eam est immago St. Joannis Evangelistae”.
  
Madonna del Sasso - Affresco di Gian Francesco da Tolmezzo
(Distrutto nell'ultima guerra)
  
Nella parte più alta e relativamente più recente del monumento figura un altro altare pure in pietra, parimenti dipinto, con l'immagine di Cristo con la Croce fra due Santi, opera accertata di Giovanni Antonio da Carona, meglio conosciuto come il Pilacorte, dell'inizio del XVI secolo. Questo altare, in occasione dei restauri compiuti nel 1949, e recentemente nel 2011, con tanta sensibilità artistica da parte della Soprintendenza ai Monumenti, è stato spostato e ricollocato nella originaria posizione. In tale circostanza venne pure riaperta l'originale porta ogivale, sotto il rustico rosone in tufo, a completamento della facciata sul versante del fluire Tagliamento.
La Chiesa della Madonna del Sasso godeva in antico di rendite proprie e poteva così avere propri mansionari. Da un manoscritto esistente nella parrocchiale di Invillino risulta che la chiesa possedeva 45 appezzamenti di terreno dati in affitto.
Per antichissima consuetudine nella chiesa della Madonna del Sasso si celebrava la S. Messa in tutti i giorni festivi dell'anno da parte di un mansionario. Non si trovano documenti per chiarire come fosse introdotta tale consuetudine. Da documenti del 15 febbraio 1831 si legge in proposito: 

“Ritiensi per tradizione che fosse introdotta, onde servisse di Messa prima a commodo anche di quei di Verzeanis, allorchè questi formavano una sola Parrocchia con Invillino. Fu poi continuata anche dopo che Verzegnis fu eretta in parrocchia”. 
  


     
Da questa data, in seguito a convenzione scritta, da parte dei rappresentanti le popolazioni di Villa Santina ed Invillino, cessa però l'antichissima consuetudine, particolarmente per effetto della distanza in cui trovasi la chiesa rispetto agli abitati di Verzegnis ed Invillino.
Attualmente la chiesa è officiata nelle ricorrenze dell'Annunciazione e della Visitazione della Vergine, il 2 luglio. In occasione di quest'ultima festività si svolgono i pellegrinaggi per antico voto delle terre di Avaglio, Trava, Lauco, delle Pievi di S. Maria oltre Bút e S. Floriano di Illegio. In tale giorno ha luogo anche la festa delle ciliegie, tanto che si usa ancora promettere ai bambini: “se tu saras bon, ti comprarai las ciriesies a Madone dal Clap” (Se sarai buono, ti comprerò le ciliegie alla Madonna del Sasso).

La chiesa è stata squassata dai frequenti terremoti che funestarono la zona, particolarmente da quello del marzo 1928. Ma maggiori danni doveva subire nell'anno 1944 per effetto della invasione delle orde cosacche al seguito delle truppe tedesche, le quali saccheggiarono la chiesa, abbattendo addirittura le statue dell'altare in pietra del Pilacorte e distruggendo la pietra con il prezioso affresco della Vergine di Gian Francesco da Tolmezzo.
   
Il campanile della chiesetta della Madonna del Sasso


     
La chiesa vive ora quasi in piena solitudine. Anche il campaniletto è muto da molto, anche se nel 2011 ha fatto risentire i suoi rintocchi grazie alla celebrazione della messa per il restauro della chiesetta a Vinadia di Invillino, che sarà così riaperta al culto delle popolazioni circostanti, per le quali da sempre è stata punto di incontro e luogo di devozione.
Nel 1762  viene ricordata una spesa per la sostituzione delle corde delle due campane.
Si dice che i piccoli bronzi siano stati trafugati per opera di quelle bande ladresche che in lontani tempi spesso saccheggiavano anche i luoghi sacri.
Ma la silente e artistica chiesetta è tuttora motivo di richiamo spirituale a molti ed è amata particolarmente dagli artisti che usano riprodurla sulle loro tele, sui loro intarsi, colglierla nelle loro negative. Del pari in essa sono stati celebrati fausti e romantici riti nuziali. Un innamorato di eccezione fu il pittore Giuseppe Muner da Caneva di Tolmezzo. Dello stesso artista sono le impressioni inedite qui sotto riprodotte che completano queste brevi note.
  
Madonna del Sasso - Studio di G. Muner
     
Madonna del Sasso - Disegno di G. Muner

domenica 29 gennaio 2012

LA MADONNA DELLA SALUTE - AVILLA DI BUIA (UDINE)


     
LA MADONNA DEI FORNACIAI


La Madonna della Salute che veglia dall'Altar Maggiore della chiesa Parrocchiale di Avilla, la si avverte presto straniera, giacché languida e bionda, la Madonna dei Fornaciai nacque centotrenta anni fa sugli altipiani che corrono ad est di Monaco; su quegli stessi altipiani dove viveva e lavorava un gruppo di fornaciai buiesi sotto la guida del "Capuzat" Giacomo Ganzitti.*** 

*** Emigrare, allora, significava essere fornaciaio (lavoratore nelle fornaci per la produzione di laterizi). 
Nel 1870 nei dintorni di Monaco, si contavano circa 200 fornaci con operai prevalentemente friulani: i più numerosi e quotati erano quelli di Buia. 
Don Venier pievano di Buia, sul libro storico lascia scritto nel 1873... 
"Sono circa 50 anni che gli uomini di Buia hanno cominciato a girare per le Germanie onde procurarsi il vitto essendo che il territorio non dà da mangiare neppure la metà dell'anno". 
Verso il 1890 ben 1.800 buiesi (su circa 6.000 anime) emigravano annualmente. 
Nel 1912 il Console d'Italia Sandicchi affermava che in Baviera "non meno di 400 capi-fabbrica ("Capuzat") erano di Buia. 
Nel 1951 su 800 emigranti registrati all'Ufficio del Lavoro di Buia, 457 portano la qualifica di fornaciaio. 

Il "Capuzat" Giacomo Ganzitti, uomo singolare, autoritario ed orgoglioso come si addiceva a quei capoccia dalla catena d'oro; ma buon friulano, mai dimentico del suo borgo, né dal considerare gli uomini, assoggettati al suo comando, dei veri amici provenienti dalla sua stessa terra, con la casa tra il verde dei gelsi ed il nastro azzurro del fiume Ledra. 
Per questo, specie ai più giovani costantemente accudiva, anche se il suo tono permaneva burbero e la voce, roca, imperiosa. 
Dal momento che egli era stato tra i primi a varcare a piedi le montagne in cerca di fortuna e ben sapeva cosa voleva dire per un giovane arrivare nel Nord, dove, oltre l'inclemenza atmosferica, il lavoro non smetteva mai, per quanto fosse massacrante, ed insufficiente il nutrimento ed il riposo.*** 

*** Il lavoro si iniziava alle 3 del mattino e terminava alle 21. 
Durante il giorno una pausa per la colazione ed una a mezzogiorno. 
Cibo: polenta a volontà e formaggio limitato. 

 Avilla di Buja – Museo dei Mattoni e fornaciai 


    
A parecchi era riservato il destino del "Bintar"..., l'amaro destino di chi sciupava il frutto del proprio lavoro, abbruttendosi ogni domenica più, ormai dimentico della famiglia. 
E Jacun Stramp (Giacomo strambo... così era detto il Ganzitti, a causa del suo carattere) sapeva che portando via dalle loro case ad ogni stagione le leve nuove dei giovani, non poteva sottrarsi alla fiducia che quelle madri in lui riponevano, seppure alle loro preghiere si schernisse adducendo che non era lui lo stinco di santo adatto a vigilare sulla probità dei loro cari. 
Lui garantiva il lavoro, ma che per il resto si occupasse la Madonna. 
Ci sarà una Madonna anche per i fornaciai! 
Le umili donne di quel tempo annuivano meste e tremava loro un po' la mano nel ritirare il primo acconto mentre gli consegnavano il figlio. 
Nonostante Giacomo si provasse ad insistere, esse, ogni stagione più si chiudevano perplesse nel considerargli che magari fosse esistita davvero la Madonna di cui si diceva, quella alla quale sarebbe stato forse più facile confidare che il figlio non si ricordava più della casa, e che l'uomo era malato. 
Per Jacun Stramp, dovette crearsi un problema che non sappiamo se più dettato dalla sua fede o dalla coscienza del buon friulano o piuttosto dall'ansia del "Capuzat" ingaggia-uomini, tesa ora ad una questione di dettaglio: la Madonna dei Fornaciai. 
Certo si è che da allora accadde un fatto singolare sull'altipiano vicino a Monaco, tra quegli uomini che si diedero a risparmiare la pinta di birra pur di disporre del necessario e richiamare lassù lo scultore tedesco Josek Knabel che modellasse nella creta l'opera voluta e cuocerla di nascosto tra i mattoni; pur di possedere i marchi richiesti dal decoratore che doveva concludere la nascita della Madonna dai capelli biondi e dal colorito chiaro di fanciulla nordica (la statua misura 1,55 metri di altezza.
  
Avilla di Buja – Museo dei Mattoni e fornaciai 


    
Quella stagione (novembre 1875), ritornarono in fretta spinti l'un l'altro a cagione della statua della protettrice che portavano con loro e dovettero riconoscere un buon auspicio nel fatto che già alla stazione di Artegna (Udine) fosse ad attenderli una schiera di amici e parenti attorno ad un carro bardato a festa. 
Come di buon auspicio riconobbero presto la devozione delle madri che accorrevano in preghiera sotto il portico, dove la Madonna era stata provvisoriamente relegata. 
Parve quindi giunto il momento per esprimere il loro desiderio al Pievano don Pietro Venier, che stranamente, non aveva dimostrato per la faccenda tutto quell'interesse che sarebbe dovuto da attendersi, e capeggiati dal Ganzitti e da Sebastiano Rottaro, si presentarono un pomeriggio in canonica a riferire che sia loro che le proprie donne avrebbero tanto desiderato vedere la statua della protettrice sull'Altare Maggiore della chiesa Parrocchiale. 
Il pievano dovette tossire in quel momento, rauco e congestionato come gli succedeva allorché era costretto a partecipare a qualche malanuova. 
Giacché tossendo affermò che era inadeguato pretendere questo, che lui li conosceva ad uno ad uno e buona parte fin da bimbi, ma che davvero quest'oggi non li riconosceva più. 
Paterno, si diede a dipanare la trafila delle norme, spiegando che sarebbe stato illogico superarle d'un balzo per collocare su un Altare proprio una Madonna fabbricata da fornaciai. 
Non negava la buona intenzione, né tanto meno gli sforzi che era costata, anzi proprio per questo era pronto a sollevare su di essi la mano benedicente, ma in quanto a Madonne nuove..... 
  
Vecchia foto della fornace di Crauglio


   
La Madonna bionda rimase per un anno sotto il portico; in una attesa tuttavia che non per questo si mantenne scevra di burrasche, tanto che i fornaciai sul finire dell'inverno, quando dovevano ripartire, inviarono una specie di ultimatum al Monsignore e alle sue norme, precisandogli che sarebbero ritornati per l'autunno e per allora la Madonna avrebbe già dovuto trovarsi al suo posto, sull'Altare Maggiore; essi l'avrebbero chiamata... Madonna della Salute.*** 

*** Il 9 febbraio 1876 il Pievano don Venier domanda alla Curia la facoltà di benedire una statua rappresentante la Beata Vergine alla quale gli abitanti "del Borgo di Villa bramavano dare il titolo di Madonna della Salute". 
Ciò che gli viene concesso con il decreto n. 209 del 2-3-1876. 

E così centotrenta anni or sono (nota storica del Pievano don Venier: "1876 - li 21 novembre fu inaugurata la Statua della Madonna della Salute nella Chiesa di Avilla"), in una giornata d'autunno, la Madonna compì finalmente il passo oltre la soglia della chiesa, che, come ritenevano i fornaciai di quel tempo, non poteva essere che la sua unica casa trovandosi essa al centro di tutte le altre del nostro Friuli dove c'è ancora un padre e un figlio costretti, come un secolo fa, a raggiungere le fornaci sugli altopiani di Monaco. 
Da allora gli emigrati, ed in modo particolare i fornaciai, circondano di un culto devoto la Madonna della Salute, loro patrona.
  
Avilla di Buja (UD)






    
Questa pagina la dedico al mio povero padre...fornaciaio... , ..mandi papà...



VEDI ANCHE . . .






LE CORN ISLAND - Isole del Mais (Islas del Maiz)



    
Le Corn lslands o isole del Mais (Islas dei Maiz) si trovano al largo della costa orientale nicaraguense, a 45 minuti di volo da Managua. 
Si tratta di due isole, la Grande e la Pequena (Piccola), ma la seconda è disabitata in quanto priva di fonti d'acqua dolce.
  
Piccola Corn Island


    
Corn è vicina all'equatore, immersa nell'azzurro dei Mar dei Caraibi, un paradiso di pace e serenità, lontano dalle tensioni che lacerano la vicina capitale dello Stato.
Gli abitanti sono circa 3500, in maggioranza di provenienza africana, a i differenza dei Nicaragua ove la popolazione è per la maggior parte di origine maya e spagnola.
  
Grande Corn Island


    
Pur con una forte cadenza locale, gli abitanti parlano l'inglese anziché la lingua nazionale che è lo spagnolo. La religione è protestante. 
L'isola è verdeggiante e ricca di alberi da frutto: palme da cocco e banani; vi abbondano inoltre aranci, papaya e mango. 
La principale risorsa economica è la pesca: soprattutto aragoste, spedite in tutto il mondo. 
La zona del porto è il centro della vita commerciale e sociale dove si concentra la popolazione per raccogliere notizie e vedere i nuovi turisti.
  

    
Un'altra attività dell'isola è l'artigianato, imperniato sulla lavorazione dei corallo per ottenere bracciali, collane e orecchini. 
Quest'isola è meta del consueto turismo di massa, poiché è caratterizzata da ritmi alquanto diversi da quelli di altri paradisi caraibici, più alla moda e più americanizzati. 
Il governo nazionale ha lasciato all'isola ampia autonomia, e forse in ciò va ricercato il motivo per cui questo microcosmo avviluppato nei ritmi reggae e nei profumi tropicali, si distacca così profondamente dal modello e dalle tensioni del Nicaragua.
  

LA COSTA DEI MOSQUITOS o MISKITO ( Mosquito Coast)


La costa dei Mosquitos

    
La costa orientale del Nicaragua e dell'Honduras, compresa tra il Rio Patuca e la laguna delle perle, è denominata "costa dei Mosquitos" (Miskito) del­la tribù omonima stanziata in questa zona. 
I Mosquitos o miskito sono una popolazione di origine amerinda e di lingua cibcha.
   


    
I loro caratte­ri somatici non sono ben definiti perché gli studi in proposito hanno pre­so in esame soltanto piccoli gruppì di individui, da cui risulta comunque che i tratti dominanti sono: viso largo, capelli neri e dritti, colore della pel­le non molto scuro e naso largo.
  


   
Attualmente ammontano a circa 15.000 individui e, come molti super­stiti delle antiche tribù dell'Honduras, hanno perso i tratti salienti della propria cultura originaria, in seguito alla convivenza con i neri stanzia­ ti da secoli nella zona. 
Della cultura indigena, i Mosquitos conservavano l'organizzazione in clan, l'uso di maschere funerarie formate da un impasto di terra e di polvere d'oro, altre al tipo di abitazioni, capanne a tetto conico costruìte su palafitte. 
Anticamente, invece, i Mosquítos fabbricavano le foro case fra i rami degli alberi, anche a notevole altez­za da terra.
   


    
Si dedicavano un tempo prevalentemente alla caccia e alla pesca; oggi lavorano nelle piantagioni di banane e nelle foreste.
I Mosquìtos hanno un carattere molto bellicoso, che li incita a una perenne lotta con le tribù confinanti, in particolare i Paya e i Suma, respin­ti nelle zone dell'interno a causa di conflitti territoriali, definitivamente risolti dall'intervento dei governi dell'Honduras e del Nicaragua.
  
Abitazione di Mosquitos


    
La Costa dei Miskito o Mosquito, conosciuta anche con il toponimo inglese Mosquito Coast (in spagnolo Costa de Mosquitos), essendo oggetto di contese territoriali, è stata resa famosa dal film di Peter Weir, Mosquito Coast, che però poco ha a che fare con la realtà antropica passata e attuale.
  




venerdì 27 gennaio 2012

L'ADIGE, dal passo Resia al mare Adriatico


Passo Resia - Val Venosta - Panorama


    
Come il sangue o la linfa è l'elemento indispensabile alla vita del corpo animale e lo pervade e nutre, raggiungendone le estreme capillarità, così è l'acqua l'elemento necessario per ogni manifestazione di vita sulla terra e per la sua fecondità.
La funzione delle arterie e delle vene rispetto al sangue è uguale a quella dei fiumi, dei torrenti, dei ruscelli e dei canali rispetto all'acqua. Sangue ed acqua compiono una circolazione, un giro, completo, ma in modo diverso, purificandosi e arricchendosi di preziose sostanze nutritive e vitali.
Il sangue, viaggiando sotto l'impulso del cuore, entro canali perfettamente chiusi, non teme salite o discese; l'acqua invece viaggiando in canali aperti conosce solo discese e per completare il suo giro perenne, cambia stato; da liquida diventa gassosa e anche solida; rimonta le cime più alte dei monti e ricade sotto forma di pioggia, di grandine, o di neve e continua e completa instancabilmente il suo corso sempre rinnovantesi.
Se sfoglio l'Atlante geografico e osservo le sue carte, mi sento attratto dalle venature azzurre dei corsi d'acqua, che si diramano in tutte le direzioni. Si dividono e si uniscono, formando strani disegni, tutti diversi uno dall'altro. Vedo soltanto linee azzurre tortuose e serpeggianti, ma mi sembra di udire la voce di tutti i fiumi, di tutti i torrenti, il mormorio di tutte le onde e mi pare che tutti abbiano una loro storia e continuino a raccontarla da secoli, col loro linguaggio misterioso, alle rocce montane, tra cui scorrono e scendono impetuosi e spumeggianti, alle borgate e alle città che attraversano, al mare che li accoglie alla fine del loro corso.
  
Sluderno - Castel Coira
      
Qualche estate fa ero in villeggiatura in Val Venosta, a Sluderno, poco lontano dal Passo di Resia, a circa 23 chilometri, e ogni giorno facevo lunghe passeggiate divertentissime sulle montagne che costeggiano la vallata. 
Un giorno stavo arrampicandomi su per il costone scosceso del Vatles (m. 2564) e mi posi a sedere, per riposarmi. Ai miei piedi scorreva rumoreggiando, l'Adige, che si snodava, esile e snello, sul suo letto tortuoso e irto di macigni a fondo valle. 
Il panorama vasto, vario e incantevole, era veramente suggestivo in quell'ora mattuttina. Erano le sette; il sole, già alto nel cielo azzurro e terso, ravvivava l'immensa vallata verde di prati erbosi e di boschi di conifere e si specchiava nelle acque mutevoli del fiume.
Mi parve scendere giù, adagiarmi sulla riva tra il verde dei cespugli e il profumo delle erbe dei fiori alpestri, baciati dalle sue acque fresche e limpide, udire la sua voce antica e sempre nuova, che si esprimeva con un mormorio sommesso, perdentesi lontano nella carezza del vento.
   
La vera sorgente dell'Adige, in un bunker dello Sbarramento Passo Resia
    
“Vedi, come corro?”... mi diceva..., sono giovane snello, pieno di vita e di forza, ho una gran voglia di galoppare fra ciottoli e macigni; la mia esuberante giovinezza ha bisogno di correre, di dare libero sfogo alle sue recondite energie. Appena nato, presso il Passo Resia (Reschenpass) nella Alta Val Venosta (Obervinschgau), sui monti bianchi di neve, che continuamente si sciolgono al bacio del sole, mi volevano imbrigliare e fermare in una bella conca di zaffiro, ornato di vivo smeraldo, il Lago di Resia, ma io presto lo riempii e, traboccando, fuggii.
  
Lago di Resia (Reschensee in tedesco) Val Venosta a 1.498 m -  Curon Venosta (BZ)


    
Poco dopo, ecco un'altra bella conca accogliente, il Lago di Mezzo, stretto fra le radici possenti di Cima Undici (m. 2925)- e Cima Dentrovalle (m.3143), ma irruente superai lo sbarramento. Fatti pochi passi, nuovo tranello, il Lago della Muta, ma io sono chiacchierone e con i muti non vado d'accordo. Con un deciso atto di prepotenza rovesciai ogni barriera; e ora, eccomi vittorioso a seguire il corso, che natura benigna mi ha tracciato!
  
Cima Undici


    
Lago della Muta

    
Sono impaziente di raggiungere la mia meta, l'Adriatico, per ritornare poi trionfante sull'ali dei venti alle mie montagne, per iniziare di nuovo la mia corsa secolare, anzi millenaria. Piccoli villaggi, borgatelle graziose, paesi e città mi aspettano ansiosi. 
Mi aspettano floride massaie dalle gote rosee e dalle braccia possenti, con le loro ceste colme di panni; mi aspettano frotte di bambini paffuti e rubicondi desiderosi di trastullarsi con le mie acque. 
Mi aspettano le immense ruote dei mulini, impazienti di trasformare il grano biondo in candida farina; mi aspettano le possenti turbine delle centrali elettriche, che, mercè il mio lavoro, possono illuminare la notte e fornire carbone bianco alle molteplici industrie, fonti di ricchezza e di benessere agli uomini.
   
Castello di Merano


     
Trento - Piazza del Duomo
    
L'Adige a Verona 
     
Mi aspettano la bella Merano, la pugnace Trento, la vecchia e turrita Verona e i suoi infelici amanti, Giulietta e Romeo, ansiosi di confondere i loro sospiri e i loro lamenti col placido gorgogliare delle mie onde. 
M'aspetta l'ubertosa pianura veneta, con le sue città ricche di storia e le sue campagne feconde, avide del dolce ristoro delle mie acque fresche e vivificanti.
M'aspetta l'Adriatico, verde come le pendici delle mie montagne natie, pronto a ricacciarmi lassù, per ricominciare la mia nuova vita e la mia nuova corsa..., il mare m'aspetta presso Sant'Anna di Chioggia, più precisamente ad Isola Verde una località di Chioggia.
Lungo il mio viaggio mormoro sommesso, ..ehi!... sono lungo circa 410 km  e sono il secondo fiume italiano dopo il Po, orpo!, e lambisco trepido le rive erbose e profumate, accarezzo i fili d'erba e i fiori, che chinano il capo al mio passaggio, perché sono il compagno fedele e benefico della loro breve esistenza.
Sorrido al sole che mi bacia e riflette e rifrange i suoi raggi nello specchio terso delle mie acque.
Per via accolgo benevolo tanti e tanti altri compagni, grandi e piccoli, desiderosi di percorrere il lungo cammino insieme con me e di raccontarmi la loro storia e di udire la mia. Così, passo passo, mi vado ingrossando, allargando, per fare posto a tutti, appesantendomi e rallentando il mio impeto e la mia corsa, finché, calmo e maestoso, faccio il mio ingresso nel mare”.
  
... e l'Adige va a dormire...


    
Mi riscossi dal sogno e fresco e leggero ripresi il cammino sul sentiero ripido e sassoso, che si snodava tra i pini adagiati sull'aspro pendio della montagna.

giovedì 26 gennaio 2012

MISURINA – Dolomiti


 Il lago di Misurina è il lago naturale più grande del Cadore e si trova a 1754 m s.l.m. a Misurina, frazione di Auronzo di Cadore (Belluno). 
Il perimetro è di 2,6 km mentre la profondità è di 5 metri.


     
Qualche estate fa mi trovavo in villeggiatura sulle Dolomiti, a Misurina. Il mese di luglio era passato senza un goccia di pioggia e così pure la prima metà di agosto. Il cielo era sempre limpido e azzurro, il clima mitissimo: era un incanto. Ogni giorno facevo lunghe passeggiate nei boschi di abeti e di pini con alcuni miei compagni e qualche volta mi recavo in comitiva con altre persone, che avevo conosciute lassù, a visitare i vari laghetti alpini, che sono una meraviglia.


Il Lago di Braies (Pragser Wildsee in tedesco) è un piccolo lago alpino situato in Val di Braies (una valle laterale alla Val Pusteria) a 1.496 m s.l.m. nel comune di Braies (Bolzano)   


   
Per ferragosto stabilimmo di fare un gita, fino al Lago di Braies, a circa trenta chilometri, rinomata stazione climatica e idrominerale. Ci servimmo di un torpedone che faceva servizio pubblico e, alle sette e mezzo, stavamo già specchiandoci nelle acque azzurre limpidissime del lago, situato in una conca formata dai fianchi della montagna Cima dei Colli Alti, a nord-ovest, (m. 2568) di Monte Sella di Sennes, a sud (m. 2787), di Campo Rosso, a est (m. 2552).
  
Cima dei Colli Alti - Punta Kasera


   
Consumata un'abbondante colazione e presi gli accordi per il pranzo in una caratteristica trattoria del luogo, cinque baldi giovanotti ed io cominciammo ad arrampicarci su per i costoni scoscesi e le ripide mulattiere di Cima dei Colli Alti, seguendo dapprima il corso accidentato e irregolare del torrente, chiamato il Rio Fresco, che è immissario del Lago di Braies e infilando poi il sentiero che mena diritto alla cima. A mano a mano che salivamo, panorami, sempre nuovi e sempre più vasti, s'aprivano davanti ai, nostri occhi.
  
 Le Punte del  Monte Sella di Sénnes 


    
Il suolo roccioso era povero di vegetazione. Su qualche roccione sporgente biancheggiavano delle stelle alpine e ne raccogliemmo alcune. Alle undici raggiungemmo la cima e, infilati i nostri grossi maglioni, ci mettemmo a sedere per fare uno spuntino e per contemplare l'immenso anfiteatro di montagne e di vallate, che ci circondava.
   
Alpi Breonie - Pan di Zucchero


    
L'aria fredda ci faceva rabbrividire, perché eravamo sudati e già pensavamo di riprendere la via del ritorno. Volgendo lo sguardo a Nord-Ovest, le Alpi Breonie ci apparvero avvolte da densi nuvoloni plumbei, che si dirigevano verso di noi, infilando la valle dell'Isarco.

Alta valle dell'Isarco


     
Alpi Aurine 

    
Subito, dopo altri nuvoloni copersero i Monti Sarentini e altri, ancor piú grassi, avanzavano dalle Alpi Aurine da Nord, coprendo le Vedrette Giganti e la Croda Nera.
  
Croda Nera

   
Monti Sarentini (BZ) Gruppo di Punta Cervina


   
Riva Tures - Vedrette Giganti   

     
Altrettanto avveniva a Sud dal Gruppo della Marmolada, dalle Tofàne e a Sud-Est dal massiccio del Cristallo. Eravamo proprio chiusi in un cerchio pauroso. Infilammo in fretta i nostri zaini, raccogliemmo i  nostri alpestolk e, di corsa, ci precipitammo a valle, nella speranza di arrivare in tempo a Braies, prima che il temporale ci raggiungesse.
   
Parete Sud della Marmolada




     
Si sentiva lontano il rombo e il brontolio fragoroso dei tuoni, il sole cominciava a venir meno, dietro la densa cortina di nuvole minacciose. Fra salti, scivoloni e rotoloni in breve ci trovammo a fondo valle, abbagliati dai lampi e spaventati dai tuoni, che già si facevano sempre più frequenti e rumorosi e dagli schianti dei fulmini, che ci facevano trasalire dal grande spavento, mentre la natura si andava avvolgendo e quasi scomparendo in in una luce  vivida e crepuscolare.
  
Gruppo delle Tofàne


     
Comunque ci trovammo nella trattoria. Appena varcata la soglia, si aprirono le cateratte del cielo e acqua e grandine scrosciarono a catinelle, fra un finimondo e un rovinio di nuovi di nuovi tuoni, bagliori di lampi e schianti di fulmini. L'uragano durò più di un'ora. Il Rio Fosco, in piena, rumoreggiava, il lago torbido e agitato cresceva, non riuscendo a contenere le valanghe d'acqua, che scendevano tumultuose dalle decine di torrenti improvvisati sui fianchi delle montagne circostanti. Cessato l'uragano, il vento, in un batter d'occhio, spazzò via tutta la nuvolaglia; il sole riapparve fulgido nel cielo azzurro e sereno.
  
Monte Cristallo 3221 metri


    
Uscimmo all'aperto. Che spettacolo pietoso! Orti, giardini, frutteti e campi pieni di messi erano stati devastati. I prati sui pendii erano arabescati dai cumuli di ghiaie depositate dai corsi d'acqua. Nei boschi era tutto un arruffio di rami schiantati e di alberi divelti. La paura dell'uragano prima e quella visione di rovina poi, ci avevano fatto sbollire ogni senso d'allegria e di spavalderia e ci avevano tolta anche l'appetito, eppure erano già le tre del pomeriggio. Ciononostante ci sedemmo a tavola e pranzammo, alquanto silenziosi c pensierosi. A ridarci un po' di euforia furono alcune ragazze del luogo, nei loro caratteristici costumi, che, entrate giulive e festose, si affollarono intorno al jou-box. Rianimati dalla musica delle note canzoni, ci alzammo e ci mettemmo a ballare con loro, dimenticando ogni senso di tristezza. 
Verso il tramonto lasciammo Braies e col nostro torpedone ritornammo a Misurina.
  
Lago di Misurina

Grazie Pinzimonio