martedì 10 gennaio 2012

LE PANATENEE - Festa religiosa ad Atene (The Panathenaic - Religious festival in Athens)


Partenone - Atene

  
Seguiamo una delle loro processioni, quella delle Grandi Panatenee, e cerchiamo di renderci conto dei pensieri e dei sentimenti di un Ateniese che, in corteo solenne, si reca a visitare i suoi Dei.
Era al principio del mese di settembre. Per tre giorni la città intera aveva assistito ai giochi : prima nell'Odeon, alle gare del coro, della cetra, del flauto, della recitazione; poi alle danze pirriche dei giovani sol dati; e infine nello Stadio a tutti gli esercizi del corpo, la lotta, il pugilato, la corsa a piedi, la corsa delle fiaccole, la corsa a cavallo, la corsa dei carri. Secondo la parola di Pindaro “gli Dei erano amici dei giochi” e non si poteva onorarli meglio che con questo spettacolo.
  
Acropoli di Atene
  


Il quarto giorno la processione si metteva in moto: il fregio del Partenone ce ne ha conservato l'immagine. In testa erano i pontefici, i vecchi più maestosi, le figlie delle più nobili famiglie, le deputazioni delle città alleate con le loro offerte; poi i meteci con vasi e con utensili d'oro e d'argento cesellato, gli atleti, le vittime, i sacrificatori, e finalmente il popolo, con gli abiti delle feste. La galera sacra si metteva in moto, portando sul suo albero maestro il velo di Pallade Atena, che le giovinette ateniesi avevano ricamato. Partendo dal Ceramico, la processione andava sino al borgo eleusino, ne faceva il giro, passava sotto l'Acropoli e si fermava all'Areopago. Là prendevano il velo per portarlo alla Dea, e il corteo saliva l'immensa scalea di marmo lunga cento piedi e larga settanta, che conduceva ai Propilei, vestibolo dell'Acropoli. L'Acropoli, questa spianata di un monte dirupato e scosceso, spariva quasi sotto i monumenti sacri che la popolavano: templi, cappelle, colossi, statue; ma dai suoi quattrocento piedi di altezza dominava tutto il paese circostante e di tra le colonne e gli angoli degli edifici, gli Ateniesi vedevano mezza l'Attica, un cerchio di montagne nude, bruciate dall'estate, il mare luccicante al di là della spiaggia tutta seni e golfi, e più lontano il Pentelico con la statua di Pallade Atena, e l'Imetto.
  
Eretteo
   


Portavano il velo nell'Eretteo, il più piccolo dei loro templi, un vero reliquario, dove si conservava il Palladio caduto dal cielo, la tomba di Cecrope, il favoloso fondatore di Atene, l'olivo sacro. Là tutta la leggenda, tutte le cerimonie, tutti i nomi sacri destavano nella mente un vago e grandioso ricordo delle prime lotte e dei primi. passi della civiltà umana; nella penombra del mito l'uomo travedeva l'antica e feconda lotta dell'acqua, della terra e del fuoco: la terra che emergeva dalle acque e si copriva di piante sotto l'impulso delle forze segrete che mescolavano gli elementi selvaggi, e a poco a poco dal disordine facevano nascere l'armonia universale. L'Ateniese, nei nomi delle divinità primitive e degli eroi, sentiva indistinta e avvolta di tenebre la storia della sua razza, e abbracciando con lo sguardo tutta la prosperità della sua città natale e spingendo lo sguardo stesso nel suo avvenire, riallacciava le speranze future alla gloria passata.
  
Tempio di Pallade Atena - Atene 
   


Uscendo dall'antico santuario, l'Ateniese si trovava di faccia il nuovo tempio costruito da Ictino, il Partenone, dove Pallade Atena abitava sola, e dove tutto parlava della sua gloria. Egli non sapeva più adesso che cosa mai questa Dea era stata nelle sue origini; ma l'entusiasmo è una divinazione penetrante, e frammenti di leggende, attributi sacri, epiteti tradizionali conducevano il suo pensiero quasi insensibilmente verso i lontani tempi da cui essa era uscita. Era figlia di Giove, nata da lui solo; era uscita dalla sua fronte in mezzo ai lampi e al tumulto degli elementi. Il sole s'era fermato, la Terra e l'Olimpo avevano tremato dalle fondamenta, il mare s'era gonfiato; e una pioggia d'oro, una pioggia di raggi luminosi, era caduta sul mondo. Indubbiamente i primi uomini sotto il nome di Pallade avevano adorato la serenità del cielo dopo la tempesta, e dinanzi all'improvviso azzurro virginale erano caduti in ginocchio, tutti penetrati dalla frescura fortificante ch'era successa all'uragano: essi l'avevano paragonata a una fanciulla ricca d'energia e l'avevano chiamata Pallade.
  
Atena del Pireo
   
Ma in quest'Attica, dove la trasparenza e la gloria dell'etere immacolato sono più pure che altrove, Pallade era diventata Atena, come a dire l'Ateniese per eccellenza. Alcuni indizi di questa origine erano il colore dei suoi occhi glauchi e l'uccello a lei sacro, la civetta, le cui pupille, di notte, sono luminosissime. In seguito la sua figura s'era venuta integrando: la sua nascita tra le procelle aveva fatto di lei una guerriera armata, terribile compagna di Giove nella guerra contro i Titani ribelli; come vergine e pura luce, era diventata a poco a poco il pensiero e l'intelligenza, e a lei s'era attribuita l'invenzione di tutte le arti. Tutti i suoi benefizi, tutte le sue glorie erano raffigurate nel marmo pario del suo gran tempio; e gli occhi, che dal frontone di quel tempio tornavano a contemplare il paesaggio circostante, abbracciavano nello stesso tempo i due momenti della religione che s'interpretavano l'uno con l'altro e si riunivano nella sua anima in un unico sentimento sublime di perfetta bellezza.
  
Tempio di Zeus (Giove)
   


Ma Pallade in persona raggiava tutt'intorno nello spazio; e non c'era bisogno di riflettere e di sapere: bastava aver gli occhi e un cuore di poeta o di artista per scoprire le affinità della Dea e delle cose, per sentirla presente nello splendore dell'aria luminosa, nel fulgore agile della luce, nella purezza di quell'aria leggera a cui gli Ateniesi attribuivano la vivacità del loro ingegno e della loro fantasia. Essa era il genio tutelare del paese, lo spirito stesso della nazione: erano suoi doni, sua ispirazione, opera sua, tutte le cose che spiegavano la loro magnificenza a perdita d'occhio in quel benedetto angolo della terra: i campi di ulivi, le collinette biondeggianti di messi, i tre porti in cui fumavano gli arsenali, e i navigli si affollavano l'uno addosso all'altro, le mura lunghissime e salde che congiungevano la città al mare, la bella città coi suoi ginnasi, coi suoi teatri, coi suoi monumenti, con le sue case recenti, che con le arti, con le industrie, con le feste, con l'infaticabile coraggio, era diventata la scuola di tutta la Grecia ed estendeva il suo dominio sul mare e la sua potenza su tutta la nazione.
  
Corsa a piedi. Ogni quattro anni i giochi si svolgevano in onore di Atena, dea protettrice di Atene. I vincitori di questi giochi ricevevano come premio anfore, vasi di forma caratteristica. 
Ogni anfora era riempita con una quarantina di due litri di olio d'oliva prodotti nei boschi sacri ad Atena.
  
In questo momento le porte del Partenone potevano spalancarsi, e all'occhio del commosso Ateniese poteva finalmente apparire, in mezzo a offerte, a vasi, a corone, a ogni sorta di voti, la colossale statua della protettrice, della Vergine, della Vittoria, in piedi, immobile, con la lancia appoggiata alla spalla, con lo scudo allato, con l'egida d'oro sul petto, e uno stretto casco d'oro sulla testa, col viso e con le braccia che risaltavano sullo splendore delle armi e delle vesti, per la bianchezza calda e viva dell'avorio, coi suoi occhi chiari, fatti di pietre preziose che luccicavano fisamente nella penombra della cella. Certo, immaginando la sua espressione serena e sublime, Fidia aveva concepito una potenza infinitamente superiore alla mente umana, una delle forze universali che guidano il corso fatale delle cose, l'intelligenza attiva che per Atene era l'anima della patria. Forse egli aveva sentito ripercossa nel suo vasto cuore l'eco della nuova filosofia di Socrate e di Platone che, confondendo lo spirito e la materia, considerava il pensiero come la sostanza più leggera e più pura, una specie di etere sottile sparso da per tutto per produrre e mantenere l'ordine del mondo; e perciò s'era formata in lui un'idea della divinità più alta assai di quella del popolo, e la sua Pallade Atena sorpassava le altre statue della Dea di tutta la maestà delle cose eterne.

Corsa coi cavalli

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sogno di fare un viaggio, un giorno..per sedermi sui gradini del Partenone, estatica, ed enrare nel Teatro di Dioniso, per sentire gli echi dei tragici :))
Rosalba