lunedì 27 febbraio 2012

SAHARA - Le Oasi del Deserto Libico (The oases of the Libyan Desert)



    
La Regione del Sahara comprende il vasto territorio situato a Nord del 180 parallelo, esclusa la Regione dell'Atlante.
L'estensione del Sahara è di ben 9 milioni di Kmq., maggiore quindi di quella dell'Australia e di poco minore alla superficie dell'Europa intera. È un immenso tavolato, la cui altezza oscilla fra i 300 e gli 800 metri; nella parte centrale è sormontato da grandiosi massicci montuosi, come quelli dell'Ahàggar e del Tibesti. Quest'ultimo s'innalza fino a 3415 metri.
L'estrema scarsità di piogge fa del Sahara un famoso deserto, privo quasi di ogni forma di vita. Dove l'acqua appare, come nelle oasi, la vita riprende vigore, favorita anche dalle alte temperature.
Il Sahara comprende tre sezioni distinte: l'occidentale, più pianeggiante e ricca di oasi, la centrale, essenzialmente montuosa, e l'orientale, che si presenta come una desolata distesa di rocce e di sabbie, soprattutto nella parte denominata Deserto Libico, che si allarga a Sud della Cirenaica, solo interrotto dal ricco gruppo delle Oasi di kufra 
Il clima del Sahara ha subito nel corso dei millenni una profonda trasformazione. Oggi la Regione è aridissima; un tempo, invece, era ricca di piogge. Ce lo attestano i numerosi “uidiàn” (al singolare 'uadi'), solchi larghi e asciutti in cui anticamente scorrevano imponenti corsi d'acqua.
Gli Stati più direttamente interessati al Sahara sono la Libia e l'Egitto.
  
Kufra. Gruppo di oasi nel sudest della Libia



    
Deserto libico e le sue oasi

A ovest della valle del Nilo, il Deserto libico (o Deserto occidentale) spalanca a perdita d'occhio i suoi paesaggi primordiali. Per i geografi esso corrisponde ai gradoni più bassi di un'ampia scalinata sahariana che scende lentamente dal massiccio del Tibesti, nel Ciad. A questo rilievo gradinato si aggiunge una serie di sprofondamenti che generano particolari depressioni, interessantissime curiosità della natura ammirabili a Qattara, Siwa, El-Faiyum e Wadi en-Natrun. Il fondo di queste depressioni è molto al di sotto del livello del mare, e i loro bordi, quasi a ricordarci l'origine tettonica della loro formazione, recano i segni delle faglie originarie e si presentano come erte coste rocciose.
   
Oasi di Dakhla: Al-Qasr city 


    
Il ripiano del tavolato libico, tra i 200 e i 500 metri di altezza, è incavato da una serie di bacini, in corrispondenza dei quali vi sono oggi delle oasi. Il percorso lungo cui si dispongono le oasi di Baris, Kharga, Dakhla, Farafra e Bahariya, sembra ricalchi il tracciato di un corso fossile del Nilo abbandonato fin dal Pliocene, vale a dire da 7 a 2,5 milioni di anni fa.
  
Oasi di  Kharga - Tombe del Bagawat


    
Per farsi un'idea di questa zona desertica, bisogna aggiungere all'immagine d'insieme, costituita da un rilievo a gradoni, una morfologia più settoriale, condizionata da fenomeni di erosione. Da nord a sud, il deserto vede susseguirsi le distese rocciose del tavolato libico, le harnrnada (rocce levigate dal vento) e i sistemi di dune del Ghard Abu Muharik, il grande deserto di sabbia, gli speroni rocciosi ricchi di ammoniti e, all'estremo sud, un sistema montuoso che annuncia il Tibesti.
   
Oasi di Farafra - tempio Der el Hagar


     
Questo insieme costituisce la zona anticamente più arida del Sahara, ed è stata proprio quest'aridità a far sì che al tempo dei faraoni tutta quest'ampia fascia di terra che si estende a ponente del Nilo venisse considerata la "riva dei Morti". E infatti, senza le depressioni che ne incavano la superficie, essa sarebbe totalmente priva di ogni presenza umana. Le depressioni più a nord, che affondano sotto il livello del mare, corrispondono a un livello acquifero, ed è ancora oggetto di discussione da parte degli studiosi se si tratti di falde sotterranee o di una circolazione acquifera più ramificata. Sembra comunque che questa presenza di acqua dipenda da un accumulo fossile che dal Tibesti scende verso il Mediterraneo.
   
Oasi di Baris - Tempio di Dush


     
L'esistenza di acqua sotterranea spiega la serie di sorgenti che porta vita a tali depressioni. L'abbondanza di reperti archeologici trovati in queste aree e nelle oasi attesta la loro antichissima prosperità e testimonia come l'uomo vi avesse, in tempi remotissimi, organizzato la propria vita.
“La sabbia si è trasformata in terra coltivabile...Ed è così che l'universo cominciò a esistere”, ci ricorda una poesia in geroglifici.
  
Montagna di Cristallo - Oasi di Bahariya


    
È noto inoltre che il bacino di en-Natrun forniva all'Egitto dei faraoni il natron, carbonato di sodio idrato (o soda), che allora veniva chiamato netery (il divino), poiché serviva per la mummificazione. Oggi il natron viene sfruttato produttivamente dall'industria chimica.

L'antico sistema d'irrigazione, purtroppo, è stato devastato dal passaggio dei nomadi arabi. Attualmente l'Egitto cerca di rialimentare questi bacini moltiplicando la trivellazione di pozzi. Senza tener conto della conca di El-Faiyum, che va piuttosto collegata alla valle del Nilo, nelle depressioni del Deserto occidentale si contano già oggi più di 100 000 abitanti.
  
Depressione di Qattara


    
Accanto ai paesaggi di dune sabbiose e di 'harnmada' rocciose, troviamo coltivazioni di canna da zucchero nell'oasi di Dakhla e campi di cotone nella depressione di Qattara. 
Al margine settentrionale di questo deserto, la costa mediterranea rappresenta una frangia di relativa prosperità grazie alle coltivazioni effettuabili sui terreni litoranei e a una serie di strutture turistiche intorno a Marsa Matruh.
   
Marsa Matruh


   
Il Sahara non sarà più 'sahra'?

“Sahara” deriva da “sahrà”, vocabolo arabo che significa “luogo selvaggio”. 
E veramente il nome s'addice all'arida distesa che occupa circa un terzo del Continente Africano.
Eppure, non più di un milione di anni fa, il Sahara godeva di un clima temperato, era solcato da corsi d'acqua e lo ricoprivano in abbondanza piante ed erbe. Poi il clima cominciò a inaridirsi, la temperatura diurna ad elevarsi, il vento a soffiare violento e corrosivo: e il luogo divenne “sahrà”.
Potrà rinascere? Io lo spero fermamente. 
Durante gli scavi che hanno portato alla sorprendente scoperta del petrolio, sotto le distese di sabbia, sotto i terreni coperti di pietrame e di ciottoli, sotto gli altipiani rocciosi, sono state ritrovate tracce dell'antica umidità e, a circa mille metri di profondità, su vasti tratti, sono state individuate falde acquifere permanenti. 
Potranno queste acque essere portate alla superficie? 
Se sì, un giorno il Sahara non sarà più “sahrà”.
    




     
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giovedì 23 febbraio 2012

PARCO NAZIONALE KRONOTSKJ (National Park Kronotskj) - Kamchatka - Russia



     
In  Russia vi sono almeno una sessantina di Parchi Nazionali. Uno dei più singolari è il Parco Kronotskj, Riserva Naturale nella Penisola di Camciatca (Kamchatka - Russia Estremo Oriente), una zona naturale riservata per lo studio delle scienze naturali nel remoto Oriente russo. 
È stato creato nel 1934 e il suo attuale confine si stende su una lunghezza di 250 chilometri, al centro di un altopiano circondato da quattordici vulcani (il vulcano Klyuchevskaya Sopka (Kliuchevskoi Sopka) si erge fino ad un'altezza massima di 4.750 metri).
  
Vulcano Klyuchevskaya Sopka


    
Lo attraversano parecchi fiumi e ve n'è uno che non gela mai, nemmeno nei più rigidi inverni, alimentato com'è da sorgenti assai calde; vi sono anche geyser , soprattutto sulla sponda sinistra del fiume Geysernaya, ed uno dà acqua bollente fino a quaranta metri d'altezza, in un grandioso getto.... questo è il gigante Velikan Geyser, che spara  in aria tonnellate di acqua nel corso di una lunga eruzione ogni sei ore circa.
  
Caldera Uzon


   
All'interno della valle un cono vulcanico collassò circa 40.000 anni fa formando la Caldera Uzon, che continua a emettere vapore in luoghi dove il magma è in grado di riscaldare le acque sotterranee ad una quasi-ebollizione. Nellaa zona ci sono almeno 500 sorgenti calde geotermiche, pozze di fango e altre con caratteristiche simili.

Grazie al suo clima spesso duro e il suo mix di vulcani e geyser, è spesso descritta come la “Terra del Fuoco e ghiaccio”.
Oltre 750 specie di piante crescono nella riserva, che ha vulcani che si elevano fino ad un'altezza di oltre 3510 metri.
    
Orso nella  riserva naturale di Kronotsky


     
La riserva naturale vanta oltre 700 orsi bruni , alcuni dei più grandi al mondo che può crescere fino a oltre 540 kg. 
Nel parco Kronotsky spesso s'incontrano orsi alle sorgenti dei fiumi, intenti alla caccia del di salmone e dove possono socializzare liberamente tra loro.
Inoltre nel Parco vivono zibellini, grandi cervi e - sul litorale - leoni marini. 
L'inverno offre uno spettacolo inatteso ai viaggiatori, perchè nelle acque calde del fiume Kronotskaia, quando il ghiaccio paralizza la vita intorno, si vedono nuotare maestosi gruppi di cigni e di anitre; è uno dei rari posti del mondo dove, in inverno inoltrato, gli uccelli migratori non fuggono verso zone più clementi.

Il Parco Nazionale Kronotsky  è stato proclamato Patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO.

mercoledì 22 febbraio 2012

PARCO NAZIONALE DI BANFF (Banff National Park)

   

Banff, nella Provincia dell'Alberta, è la più nota stazione climatica canadese e ricorda da vicino molte località alla moda delle Alpi europee. Sta a 1500 metri di altitudine, al centro dell'omonimo Parco Nazionale, che rappresenta la più famosa delle grandi riserve istituite nel Canada per la protezione e la conservazione della fauna. 
È centro di sport invernali ed estivi e, inoltre, possiede sorgenti e terme solforose. Uno stabilimento termale è situato sul pendio della “Sulphur Mountain”, il Monte di zolfo, subito sopra la città. È un bagno all'aria libera, aperto d'inverno e d'estate, le cui acque, a 37 gradi di temperatura, fluiscono direttaemnte nella piscina dalle viscere del monte. Una tabella all'ingresso ricorda che qui, d'inverno, si possono slacciare gli sci e saltare in acqua.
     
Sulphur Mountain


    
Il Parco Nazionale di Banff è il primo parco nazionale del Canada; fu istituito nel 1885, nelleMontagne Rocciose Canadesi ed è situato nella provincia dell'Alberta, a circa 150 chilometri ad ovest di Calgary. Oggi il parco consiste in circa 6.641 kmq. di uno scenario montano che non ha paragoni. Il parco, istituito nel 1885, è caratterizzato da un territorio montuoso ricco di numerosi ghiacciai, di fitte foreste di conifere, di paesaggi alpini e di laghi suggestivi.
  
Lago Louise


     
Ogni anno milioni di visitatori si stupiscono di fronte alle acque color smeraldo del lago Louise, raggiungibile sia a piedi, attraverso meravigliosi prati fioriti, sia in auto seguendo la Icefields Parkway, che si estende dal Lake Louise, collegandolo a nord con lo Jasper National Park. 
Ad ovest, confinano con il parco diverse foreste e lo Yoho National Park, a sud il Kootenay National Park e a sud est la Kananaskis Country.
Il centro principale del parco è la città di Banff, nella valle del Bow River. 
Questo splendido territorio selvaggio ed incontaminato accoglie inoltre numerose specie animali, tra cui orsi grizzly, caribù e lupi. 
      
Winding Stream - Banff National Park


    
Quando io e Marian arrivammo a Banff, noleggiammo un'automobile con un autista che fungeva da cicerone. Dapprima ci condusse su un altopiano; alla stazione della seggiovia del Mount Norquay. Durante il tragitto in seggiovia ammirammo il grandioso panorama delle Montagne Rocciose. Da ogni punto cardinale si ergevano ghiacciai e vette, di cui molte alte oltre 4000 metri; in basso si scorgevano valli con fitti boschi e laghi color cobalto che di nuovo evocavano il ricordo delle Alpi.
  
Mount Norquay - Banff National Park


    
Il giorno seguente andammo in cerca di bisonti. La parte più occidentale della prateria canadese e le vicine valli delle Montagne Rocciose erano una volta la patria di grandi mandre di bisonti. Le tribù indiane vivevano quasi esclusivamente di esse: ne mangiavano la carne, ne bevevano il latte; con la pelle e i lunghi peli si cucivano le vesti e adoperavano i tendini per farne armi. Poi vennero i coloni bianchi e i bisonti furono decimati. Allorchè ne rimasero soltanto pochi, se ne vietò la caccia e si decise di proteggerli. Una delle mandre di bisonti che potè in questo modo riformarsi, si trova appunto nel Parco di Banff. Un alto recinto la divide dalla strada provinciale. Ci inoltrammo per un poco e d'un tratto Marian si bloccò: vedemmo dinanzi a noi un gruppo di animali dalla pelle scura, grandi, massicci, con teste enormi e criniere vellose; avevano l'aspetto di possenti animali primordiali...
  
Bisonte nel Parco di Banff


    
Un'altra cosa che, secondo il nostro accompagnatore, valeva la pena di vedere, era un vicino villaggio indiano. Dall'inizio della colonizzazione bianca dell'America del Nord fino ai primi del XX secolo la storia degli Indiani ha avuto un decorso tragico. Quando l'uomo bianco venne per la prima volta nella regione dell'odierno Canada, vivevano colà circa duecentomila Indiani. Guerre e malattie li ridussero molto presto di numero. Alla fine vennero conclusi trattati di pace e agli Indiani furono 'riservate' per sempre, in varie regioni del paese, certe zone in cui vivono protetti. Agli Indiani non è vietato di abbandonare le riserve; in questo caso però rinunciano ai privilegi che derivano loro dall'abitarvi e diventano cittadini normali. Attualmente vivono nelle riserve circa 100.000 Indiani, che si accrescono annualmente di 1000 unità, mentre circa 1000 ne escono per vivere nel paese come comuni cittadini.
Nelle riserve gli Indiani hanno scoperto una buona fonte di guadagno nel turismo. I loro antichi abbigliamenti dai colori sgargianti, i loro villaggi di tende e la loro abilità equestre vengono ammirati da molti forestieri in vacanza, soprattutto da fotografi dilettanti...
  
Banff Indian reserve


   
Gli Indiani della riserva di Banff organizzano ogni estate, ad uso dei turisti, “Giornate Indiane”, in cui indossano i loro antichi costumi, erigono un finto accampamento e mostrano la loro arte di cavallerizzi e di lanciatori di laccio.
Le case della riserva di Banff, dove gli Indiani abitano prima e dopo le “Giornate Indiane”, appaiono un poco misere, ma non trascurate. Vi incontrammo una giovane fanciulla indiana di circa 15 anni, occupata a stendere biancheria. Le chiedemmo se durante le “Giornate” si trasferisse con la sua famiglia sotto la tenda...”Sì, purtroppo” fu la sua risposta. “Mia madre ed io siamo sempre molto contente quando sono trascorsi quei giorni, perchè a noi la tenda non piace più”.
“E tuo padre?”.
“Quello si diverte un mondo. Diversamente non avrebbe mai occasione di cavalcare. E poi sta volentieri in compagnia di altri uomini fumando la pipa, della pace, mentre i turisti stanno intorno a guardare e a scattare fotografie”.
La fanciulla frequentava la scuola di Banff .
Come ci raccontò orgogliosa, aveva intenzione di diventare infermiera.
  
Moraine Lake and Valley of Ten Peaks, Banff National Park, Canada

ZANZIBAR: l'isola dei chiodi di garofano (The island of cloves)

  
Zànzibar : l'isola dei chiodi di garofano

Zanzibar, già protettorato britannico, indipendente da 1963 e dal 1964, fa parte integrante della Repubblica Unita della Tanzania, geograficamente corrispondente all'arcipelago omonimo, composto da due isole principali, Unguja e Pemba, e numerose isole minori.
  
Chiodi di garofano


   
Zànzibar è una piccola isola costiera dell'Oceano Indiano, famosa in tutto il mondo per la produzione dei profumati chiodi di garofano. Emerge da un mare di cristallo, a meno di 700 Km. a Sud dell'Equatore, ricoperta da una lussureggiante vegetazione. 
   


    
Zànzibar è un luogo che sarebbe difficile non definire incantevole. Pensate: una fitta selva di palme da cocco ricopre una buona parte dell'isola; e niente è più elegante, più misterioso, più fiabesco, di una selva di palme, con quei suoi tronchi sottili e nudi, di un marrone chiaro, mai verticali, ma pencolanti qua e là, in una prospettiva incrociata e intrecciata che i raggi del sole filtrati attraverso gli alti fogliami complicano e raddoppiano con loro riflessi indiretti.
  


    
Il sottobosco delle palme è vuoto e, a perdita d'occhio, immerso in una luce verde e oro nella quale tutto brilla e lussureggia, foss'anche un filo d'erba. 
Grandi capanne con i tetti spioventi di paglia si annidano tra le palme, davanti a piccoli spiazzi sui quali stanno ammucchiate piramidi di noci di cocco; e danno l'impressione, non importa se errata o no, di una esistenza pigra, dolce, sognante, felice. Quando non ci sono le selve delle palme, verdeggiano intensamente nel sole coltivazioni di arbusti folti e chiari dai quali emana un odore dolce e familiare che ricorda i forni dei pasticcieri al mattino quando vi cuociono le torte della giornata: è il chiodo di garofano di cui Zànzibar è la massima esportatrice mondiale.
   


   
Le coste di Zànzibar, poi, danno la sensazione del paradiso terrestre più di qualsiasi altro luogo della terra. Nelle piccole cale, l'acqua, di una trasparenza cristallina, ha un meraviglioso colore verde con striature, sprezzature e scintillii al tempo stesso accecanti e placidi; la sabbia è bianca come la neve, le palme si inchinano sulla spiaggia, sottili e serpentine, con le loro foglie scapigliate e brillanti di sole; il mare fa un rumore dolce come la seta, ritirandosi e gettandosi sui sassi bianchi e puliti, tra i quali spiccano rametti rossi di corallo e conchiglie gialle, piccole e massicce, che sembrano di marmo.
  

   
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martedì 21 febbraio 2012

DIGA DI KARIBA (The Kariba Dam)




     
La diga di Kariba, prodigio della tecnica

Lo Zambesi, le cui sorgenti scaturiscono poco lontano da quelle del fiume Congo, si snoda attraverso l'Angola e la Rhodesia del Nord (oggi Zambia). A 700 Km. dalla sorgente forma le Cascate Vittoria, con un salto di 120 metri; 400 Km. più a valle, attraversa la gola di Kariba, che la natura ha creato, si direbbe appositamente, per essere sbarrata.
Qui, infatti, è stata realizzata l'ormai famosa Diga di Kariba, dovuta all'ingegno e all'operosità di tecnici e di maestranze italiane.
I posti adatti alla costruzione di dighe sono sempre difficilmente raggiungibili, e chi ha visto quelle costruite sulle Alpi e sugli Appennini può rendersene facilmente conto. Ma la posizione di Kariba è addirittura eccezionale. Fino a pochi anni or sono la valle dello Zambesi era chiamata la “Valle della Morte” perchè l'uomo bianco non vi poteva resistere a lungo. La prima strada che vi giunse, la trovò silenziosa, infestata dalla malaria e dalla mosca tse-tse, abitata solo da radi e miseri villaggi di negri. Oggi vi sorge la cittadina di Kariba, costruita seguendo un piano regolatore in cui niente è stato dimenticato: case per operai e impiegati, arredate di bagni, frigoriferi, cucine elettriche; uffici postali e telegrafici, banche, cinematografi, negozi, ospedali per i bianchi e per gli indigeni e la chiesa cattolica, che per desiderio del Cardinale Montini (al secolo papa Paolo VI) faceva parte della diocesi di Milano. Dispone anche di un moderno aeroporto per gli aerei della linea Salisbury-Kariba-Lusaka e per i molti apparecchi privati che solcano i cieli delle due vecchie Rhodesie, oggi Zambia e Zimbawe.
    
Il dio del fiume Nyaminyami sorveglia che non ci sia niente di diabolico



         
I lavori per la costruzione della diga ebbero inizio ai primi di settembre del 1956 e continuarono alacremente fino al febbraio del 1958, quando sopraggiunse, quasi improvvisa, una spaventosa piena che sommerse e distrusse tutte le installazioni lungo il fiume e riempì di materiale gli scavi già compiuti. In quei momenti drammatici parve proprio che le forze della tecnica e la volontà dei costruttori fossero impotenti a domare l'irruenza del fiume; ma i lavori ripresero e la tenacia della nostra gente ebbe di nuovo il sopravvento sulle forze della natura.
Nel dicembre 1958 la diga era finita ed ebbe così inizio il riempimento del lago artificiale, lungo 280 Km. e con una superficie pari a otto volte quella complessiva dei nostri laghi di Garda, Como e Maggiore: un mare più che un lago.
  



     
La diga è ad arco, alta 130 metri, con lo spessore alla base di ig metri e un volume complessivo di circa un milione di metri cubi di calcestruzzo. Il piano di cresta, lungo 615 metri e largo 12, è percorso dalla strada nazionale che unisce lo Zambia er Zimbawe. Sulle sponde della valle sono situate, una a destra e l'altra a sinistra, due centrali in caverna, capaci di fornire energia in abbondanza a entrambi quwesti due stati.
Un problema connesso con la formazione del nuovo lago fu lo spostamento delle popolazioni rivierasche. Quelle della sponda destra (Zimbawe), civilmente più evolute, si lasciarono persuadere abbastanza facilmente a trasferirsi nei nuovi villaggi preparati dal governo in località adatte. Non così fu per le tribù batonga della sponda sinistra (Zambia), che sono quanto di più retrogrado si possa immaginare. L'inaccessibilità dei luoghi le aveva mantenute ad uno stadio di età della pietra e le autorità locali dovettero dedicare molti mesi per persuadere i 50.000 batonga che il loro dio-fiume, il Nyaminyami, si sarebbe trasformato in lago, e che nessun inganno diabolico si nascondeva dietro l'invito di sgombero.
  
Il dio del fiume Nyaminyami sorveglia la diga



    
Un altro problema che non era stato previsto fu quello della protezione della fauna. Si verificò, infatti, lo strano fenomeno che molti animali, al lento crescere delle acque, anzichè allontanarsi verso le sponde, si rifugiarono sugli alberi e sulle isole, sicuri che, come già era accaduto negli altri anni, dopo la piena le acque si sarebbero di nuovo abbassate. Dalla città partirono allora numerosi volontari che unitamente ai guardiacaccia delle riserve nazionali, si dedicarono all'operazione Noè e per molte settimane provvidero al salvataggio degli animali.

RUVENZORI (Ruwenzori)


    
Il Ruvenzori e la sua foresta

Il centro dell'Africa è uno dei più meravigliosi paesi del mondo. Trovandosi sopra un immenso altopiano, a circa 1000/1300 metri, il clima vi è ampiamente sopportabile.
Su questo altopiano si ergono tre massicci principali: il Kilimangiaro, il Kenya, il Ruvenzori.
Il Kilimangiaro e il Kenya, relativamente vicini alle coste orientali dell'Africa, erano ben noti negli antichi tempi; non così il Ruvenzori, essendo assai più addentro nel Continente e quindi, allora, assai più difficile da raggiungere. Gli antichi mercanti arabi, che nei secoli passati venivano in queste regioni soprattutto per la tratta degli schiavi, giungevano in genere alle coste orientali del Lago Vittoria; ma qualcuno, più ardito, si era spinto sino al Lago Alberto e di là, un bel mattino, aveva scorto le vette scintillanti di neve e di ghiaccio. 
E si era detto: “Come, neve e ghiaccio nel centro dell'Africa? Sarà una illusione!”.
Ma poi altri, più tardi, vennero e fu così confermata l'esistenza di quelle montagne.
   


    
Nel 1888 lo Stanley, il più grande esploratore inglese, che andò in Africa alla ricerca dello sperduto Livingstone, vide anch'egli un mattino qualcosa che brillava su nell'atmosfera. Chiese a un indigeno che cosa ciò fosse, al che il negro rispose che era ... sale! Ma un altro dei suoi portatori disse invece Ruvenjura che in lingua bantu significa il re delle piogge. E Ruvenjura si trasformò poi in Ruvenzori. 
Il nome dice tutto: piogge, piogge torrenziali, piogge continue. L'evaporazione immensa dei grandi laghi equatoriali si condensa nelle alte sfere e ricade poi sotto forma di precipitazioni: in alto neve, in basso piogge. 
   
La foresta del Ruvenzori


    
La Catena del Ruwenzori o Ruvenzori (o anche Montagne del Ruwenzori o Ruvenzori) è una piccola catena montuosa dell'Africa centrale, posizionata al confine tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Le cime più alte arrivano a una altezza di 5.109 metri, e sono perennemente innevate.
Le montagne del Ruwenzori sono anche conosciute come Montagne della Luna, nome già menzionato in un scritto di Tolomeo.
Il Ruvenzori è l'unica montagna equatoriale ove si può dire che nevichi quasi ogni giorno, tutto l'anno; e quasi ogni giorno piove a dirotto nelle sottostanti foreste. Per questo la selva del Ruvenzori è straordinariamente rigogliosa.
  


     
Con la mia fantasia ho attraversato molte foreste in ogni parte del mondo: le selve del Kilimangiaro e del Kenya; le giungle di Giava, Sumatra, Borneo; le foreste di canfora dell'isola di Formosa; i boschi primitivi della Nuova Zelanda; le foreste di felci arboree delle isole Hawaii. Ebbene, nulla eguaglia la foresta del Ruvenzori. Essa è almeno altrettanto impenetrabile di quella del Gran Chaco nel Brasile, ma molto più originale, molto più curiosa perchè appunto in nessun'altra foresta del mondo piove come al Ruvenzori. 
  
Loris che sogna l'amore perduto...


    
Su questa strapotente selva s'innalzano come argentee gemme le vette ghiacciate e la visione ha veramente qualcosa di straordinario, di spettacoloso...
  


TOPKAPI PALACE - Istanbul

Topkapı Sarayı, ovvero il palazzo Topkapı
        
Antica residenza dei sultani turchi, la cui costruzione fu iniziata nel XV secolo da Maometto II, imperatore dei Turchi.
Il "Serraglio", come co­munemente viene chiamato il Topkapi, fungeva da residenza del sulta­no, fortezza, zecca, ospedale, santuario, caserma.
Sorge sulla più bella collina di Istanbul, sul promontorio del Serraglio, ovvero Sarāyburnu, che si stende  tra il Corno d'Oro e il mar di Marmara, ed è un complesso di costruzioni, di mura e di giardini, tutto circondato dal­le alte mura fortificate del "Palazzo della Porta del Cannone".
Vi si entrava dalla "Porta Imperiale" che dava accesso al primo dei grandi cortili, chiamato "Corte dei Giannizzeri".
   
Donne danno da mangiare ai piccioni nel Cortile dell'harem - Jean-Léon Gérôme


    
Attorno al cortile dei Gianniz­zeri erano le caserme, le case degli alti funzionari di corte, le cucine del castello.
Nelle vicinanze sorgevano altre costruzioni ed edifici di pubblica utilità come un ospedale, il deposito del "tesoro di stato" e la zecca.
   
The Topkapi Emerald Dagger  - Topkapi Museum in Istanbul


    
Da questo primo cortile si passava in un secondo attraverso una porta ornata di colonne e fiancheggiata da due torri.
Gli edifici destinati agli affari di Stato sì trovavano in un terzo cortile al quale si accedeva per la "porta della felicità".
  
Porta del Consiglio imperiale (Divan) -Palazzo di Topkapi di Istanbul


     
Più oltre sorgeva la magnifica Arz-Odasi, la sala del Divano o sala del trono che fu fatta erigere da Solimano il grande: nei pressi di questa costruzione si trovavano an­che la "sala del tesoro" dove si conservava il tesoro personale del sultano e le altre 'sale' dove si svolgeva la vita di corte.
Accanto ad esse vi era il vero e proprio "palazzo imperiale" contornato da giardini.
  
Chiosco d'Erivan
   
Nell'interno del cosiddetto "chiosco d'Erivan" c'è tuttora una splendi­da fontana in marmo azzurro.
Dagli appartamenti del sultano era pos­sibile giungere ai quartieri dell'harem (al 2° piano) destinati alle mogli e alle concubine del sovrano; il complesso di corridoi che conducevano a tale luogo costituiva la via aurea.
   
Topkapı Palace,  Arz -Odası

lunedì 20 febbraio 2012

ACROPOLI DI MICENE (Acropolis of Mycenae)

La Porta dei Leoni - Micene

    
Nessuna parola può dire la maestà di ciò che vedo. La strada sale rapida su pel fianco del monte, chiusa fra due mura enormi di blocchi romani; in fondo, cupa, barbara, colossale, si apre, col macigno livido dei suoi massi profilati sull'azzurro, la Porta dei Leoni.
  
I due leoni di Micene


    
“La Porta dei Leoni è l'ingresso colossale di una città di giganti. I drammi che vi si svolsero sembrano intonati ad essa. Qui le passioni dovettero scatenarsi sovrumane: il pensiero e l'azione, il gesto e la voce non potevano essere che terribili”. 

Sono di un vecchio archeòlogo queste parole che rimemoro: la mia mente non sa che ripeterle. Guardo i due massi obliqui che formano gli stipiti, l'enorme pietrone che f a da architrave, i leoni affrontati che sulla pietra triangolare di calcare grigio si arrampicano fieramente contro la colonna simbolica.
  
Entrata alla tomba di Atreo


    
Penso ad Omero. 
Siamo avvezzi a considerare le sue colossali immagini di forza eroica, come la visione fantastica e quasi puerile di un'età leggendaria e favolosa: questa realtà davanti ai miei occhi supera il canto del poeta. Dinanzi a queste mura si comprende che l'età eroica della Grecia non fu un sogno, che gli eroi vissero veramente, e che furono tanto superiori ai comuni uomini, quanto la colossale concezione di questa rocca di titani sovrasta le nostre dimore.
     
Maschera di Agamennone


     
A destra della porta si alzano i resti di una torre. 
Lassù doveva vigilare la sentinella a guardia dell'ingresso: il suo sguardo piombava sul piano per miglia e miglia all'ingiro. Qual flutto di orde furenti venne a cozzare contro il baluardo incrollabile, quanti cranii si spezzarono contro le pietre ciclopiche, rigandone di sangue il bruno colore, quanti corpi dalle grandi membra si ammonticchiarono fra gemiti e urli ai suoi piedi e furono spazzati nel baratro, in pasto ai cani e agli uccelli? Agamennone salì questa china, reduce dalla caccia o dalla mischia, si arrestò, splendido d'oro e di bronzo, su questa soglia sublime, appoggiò l'asta in quel canto, respirando dal gran petto quest'aria pungente del monte e terse dalla fronte il sudore della lotta, fissando gli occhi d'aquila sul piano e sul cèrulo seno scintillante, picchiando il pugno sui bronzei battenti. Qui tornò, dopo dieci anni, da Troia; qui scesero ad incontrarlo Clitennestra ed Egisto. Per la vuota apertura ride ora l'azzurro, e si profilano linee di dolci colli: un raggio di sole illustra di sbieco la pietra insensibile, trae scintille dalle sue asperità.
    
Tomba di Egisto - Micene


    
Varco la porta. 
Nella pietra della soglia e dell'architrave sono ancora i fori circolari in cui giravano i cardini di bronzo; nello stipite immane stanno le incavature che servivano ad introdurre le travi per sprangare i battenti. Tocco quella pietra levigata, la palpo, come se potesse dirmi, pel tramite misterioso dei sensi, qualche cosa dell'antico artefice che la incavò. I grappoli bianchi degli asfodeli ondeggiano fra i massi; un altare di marmo brilla di candore nel sole: è un silenzio immenso, una quietudine di cose morte.
  
Ingresso alla tomba di un notabile - Micene
   
Mi inoltro lento fra le rovine: mi appoggio a un lastrone, ascolto il sussurro del vento, e vedo. Vedo alzarsi nel mezzo le stele delle tombe; sul gradino ricurvo siedono vecchi venerandi e guerrieri animosi. Le candide tuniche e le corazze bronzee scintillano al sole. Gli araldi alzano lo scettro d'avorio e impongono silenzio. Un uomo, il più illustre degli Achei, si- alza, li arringa. La voce risuona chiara e squillante nella vastità serena, echeggia contro la rupe di fronte. Dalle torri le sentinelle, dal palazzo ; le donne tendono l'orecchio con ansia. La realtà eroica dell'epopèa rivive ai miei sensi.
  
Acropoli di Micene


   
Continuo a salire. 
Sono sul sommo dell'Acropoli. Attorno a me fra le rovine ondeggiano gli asfodeli e fiammeggiano i papaveri. Alle spalle è una conca rossastra e ferrigna, desolata. Laggiù, oltre la pianura verdeggiante di biade, il paesello di Argo rannicchia le sue case sotto le mura guerriere della sua Larissa. Cavalli pascolano in libertà fra i campi. Dietro splendono i monti sereni, laggiù oltre il flutto verde ride lo specchio azzurro del mare.
L'aria è pura e forte come in montagna. La luce è abbagliante, ma non cruda come nell'Attica, i colori sono freschi e non polverosi.

Vi è qui un incitamento di vita, qualche cosa di giovane e di gagliardo che manca alla severità nuda della conca ateniese. Superba di forza dovette scorrer la vita in questo nido d'aquila, e quale magnifico arnese di guerra fu allora questa Micene che Omero disse “ricca d'oro, spaziosa, ben costrutta”! Tutta la valle e il colle sono sparsi di resti di mura, di ponti, di tombe; in vetta al monte Sant'Elia sono ancora le rovine di una torre.

Il vento sussurra, i fiori ondulano, il macigno scintilla al sole..., e tu respurchino sei qui con me....