sabato 31 marzo 2012

SPAZIO AVVENTURA - I Daiacchi dell'isola di Bòrneo



     
Non è facile penetrare nell'interno del Bòrneo, dove impervie catene di monti, ricoperti da inestricabili foreste, si alternano a vaste zone paludose, e dove, lenti e limacciosi, sotto impenetrabili gallerie di verde, scorrono grandi corsi d'acqua, alimentati dalle abbondantissime piogge.
  


   
Eppure, io e Onais, ci siamo riusciti, entrando in un ambiente tanto ostile, dove vivono da tempo immemorabile numerosissime tribù di popolazioni primitive, in parte ancora nomadi. 
Le più note sono le tribù dei Daiacchi, alcune delle quali conservano tuttora usi e costumi dell'età della pietra. Sembra, ad esempio, che amino custodire le teste dei nemici uccisi in battaglia perchè, a loro dire, servono da simbolo magico contro le disgrazie. Non c'è da meravigliarsene, perchè i loro progenitori erano tristemente noti come antropofagi e cacciatori di teste umane.
  


   
Di statura piuttosto alta e di pelle chiara, i Daiacchi usano ornare il corpo di complessi tatuaggi, generalmente dipinti in blu, e sempre di numero dispari, per tenere lontani gli spiriti cattivi. Come tutti i popoli primitivi, infatti, anche i Daiacchi sono animisti, credono cioè tutte le cose animate da spiriti buoni o malvagi, i cui reconditi disegni sono noti solo agli stregoni della tribù. 
Amantissimi della danza, sottolineano con essa ogni avvenimento importante della vita; col volto ricoperto da maschere grottesche, mostruose, irreali; saltano, si contorcono, piroettano per ore ed ore, accompagnati dal suono di antichissimi strumenti.
Semplicissimo è il loro abbigliamento: un pezzo di stoffa colorata avvolto attorno ai fianchi e un fazzoletto dai colori vivacissimi messo intorno alla testa a guisa di turbante.
  



ALCUNE NOTE

Il Borneo è un isola del sud-est asiatico.
Di forma massiccia, Borneo è la quarta isola al mondo per superficie, dopo l'Australia, la Groenlandia e la Nuova Guinea  ed è sede di circa 10 milioni di abitanti...., ed è la maggiore dell'arcipelago indonesiano.
In indonesiano l'isola viene chiamata Kalimantan.
L'isola è politicamente e amministrativamente condivisa da quattro paesi e stati:
Sarawak, situata a nord dell'isola di Borneo e appartenente alla Malaysia orientale.
Sabah, anche appartenente alla Malesia orientale.
Brunei e il sultanato di Brunei, ricco di petrolio, situato a nord dell'isola.
Kalimantan (Borneo indonesiano, che copre i 4/5 dell 'isola).
  


   
Il Borneo è un luogo di grande biodiversità, ma la regressione della foresta pluviale è una minaccia per molte specie di vegetali e animali.
   


GANGE - Varanasi - वाराणसी - Vārāṇasī - Benares - Banaras - Benaras - Kashi - Kasi



    
Di buon mattino, io e Onais, eravamo pronti per recarci alle rive del fiume Sacro, che rappresenta la più grande attrattiva di Benàres. Il Gange, largo qui settecento metri, scorre imponente fra le due rive, alte una decina di metri sul livello della corrente; la città si estende per oltre tre chilometri sulla sponda sinistra, che, per tutto il suo declivio è coperta da ampie gradinate di oltre cinquanta gradini, le quali congiungono la città, in tutta la sua lunghezza, all'onda del fiume. Sono questi i famosi Ghats, termine indiano che significa gradinate. È qui che da secoli innumerevoli, ogni mattina, al levar del sole, migliaia di pellegrini accorrono dalle più remote province dell'India. 
La meta dei pellegrini non è tanto la città di Benàres, quanto il fiume.
  


    
Lungo i Ghats, specchiantisi nelle acque divine, sorgono templi senza numero; grandiosi recinti destinati ad ospitare i pellegrini che hanno viaggiato settimane e mesi per raggiungere questo sogno di tutta la loro vita; palazzi di maharajas che ambiscono di venir a passare gli ultimi giorni in questo luogo per sentirvi l'onda sacra del Gange fluir.
  


   
Perchè, se il bagnarsi nel Gange in riva a Benàres è, per un credente indiano, il compendio di ogni bene, nulla assicura tanto la felicità eterna quanto il morire sulle sue rive...
Giungemmo al fiume mentre i primi raggi del sole rivestivano di luce fantastica le cupole e le guglie dei mille templi e si riflettevano in una miriade di sprazzi d'argento sulle acque...
   


    
Ci saranno stati più di diecimila credenti; tutta la cornice dei Ghats era affollata di devoti che si preparavano alla preghiera mattutina, all'adorazione del Gange e del Sole nascente. Ciascuno si mostrava assorto nei suoi atti religiosi come fosse solo; quell'infinita varietà di figure, di movimenti, di colori dava allo spettacolo un aspetto magico.
  


    
Ed ecco che ogni orante scende lentamente di gradino in gradino, fa la sua preghiera guardando il Sole, tocca la superficie dell'acqua, entra nel fiume, immerge la testa con un tuffo, si strofina generosamente le membra con l'acqua divina e ne beve un sorso col cavo della mano. 
Nessuno di essi bada ai vicini... e tutti questi atti si compiono in mezzo ad un religioso silenzio, col raccoglimento di chi esercita un rito alla presenza della divinità.
  
   

TONLÉ SAP - Cambogia



    
Nella Cambogia occidentale, là dove il territorio s'avvalla a guisa di conca, si allarga un lago: il Tonlé Sap. (In cambogiano 'Tonlé' significa lago e 'Sap' grande). 
Anche nella stagione secca, che per la Cambogia è l'inverno, il Tonlé Sap è sempre un grande lago: il nostro Garda e il nostro Lago Maggiore, riuniti, ci starebbero comodamente almeno due volte.
Nella stagione estiva poi, quando la Cambogia è investita dalle piogge monsoniche, il Tonlé Sap giunge quasi a decuplicare la sua superficie. Infatti, il Mecòng, al quale normalmente defluiscono le sue acque “torna indietro”, ossia, risale con l'onda di piena l'emissario del lago, costringendo il lago stesso a innalzare il proprio livello.
   


    
Le acque del Tonlé Sap allora inondano anche le vicine foreste e ne asportano terriccio ricco di sostanze di cui i pesci sono ghiottissimi; e questo spiega perchè le sue acque costituiscano una delle più grandi riserve di pesce del mondo.
Quando le grandi piogge hanno termine, le acque del lago riprendono a defluire normalmente verso il Mecòng e si ritirano dalle terre precedentemente inondate. 
Ai poveri pesci, allora, per non rimanere in secca, non rimane che seguire la corrente e, in branchi compatti, si incanalano nell'emissario del lago. 
Qui però li attendono al varco i Cambogiani, e ha inizio la strage. 
Si calcola che la “grande pesca” frutti ogni anno alla Cambogia oltre centomila tonnellate di pesce.
  
   
Il Tonlé Sap, essendo il più grande lago di acqua dolce del sud-est asiatico ed un punto ecologicamente critico, è stato dichiarato "riserva della biosfera" dall'UNESCO nel 1997.
  

venerdì 30 marzo 2012

BELLE EPOQUE – Art Nouveau - Urbanistica e architettura (Urban Planning and Architecture)



  
BELLE EPOQUE – Art Nouveau - Urbanistica e architettura


A cavallo del Novecento, l’architettura viene trasformandosi in qualcosa di più complesso, intimamente collegato al modo in cui crescevano le città per effetto dell’espansione industriale. Lentamente prima, con ritmo sempre più accelerato poi, i centri urbani si evolvevano assumendo volto e funzioni del tutto nuovi. L’afflusso di grandi masse umane, attirate dalla prospettiva di un lavoro stabile e redditizio in un’industria che richiedeva continuamente mano d’opera, creava alla radice delle strutture cittadine. Problemi di difficilissima soluzione, poiché se tutti concordavano sulla loro esistenza aspro era invece il disaccordo sulla maniera di risolverli.

Interessi conservatori si opponevano infatti ad ogni proposta rinnovatrice, tendente a incidere sui valori tradizionali – economici, politici, sociali e culturali – che erano alla base della vecchia ossatura delle città.

Nota giustamente il critico G.C. Argan… “La storia dell’urbanistica è la storia del conflitto tra una scienza rivolta all’interesse della comunità e la coalizione degli interessi e dei privilegi privati; una storia di programmi rimasti inattuati e di interventi parziali” (da “L’arte moderna 1770-1970”, Edizioni Sansoni, Firenze).
  
Antoni Gaudí - Casa Batlló, Barcellona
   
Da tale conflitto – della cui asprezza siamo testimoni, oggi, in misura maggiore che nel passato – non poteva derivare che una pratica urbanistica improntata al compromesso fra gli opposti interessi, più spesso rivolta a mortificare i bisogni, oltre che la dignità, degli strati cittadini più poveri. Basti pensare a quanto avvenne a Parigi, sul finire dell’Ottocento, con la creazione dei “boulevards”, grandi arterie cittadine per lo scorrimento veloce del traffico ottenute “sventrando” i quartieri popolari e sospingendo alla periferia importanti masse urbane; basti pensare a quanto fu realizzato a Roma e Napoli, a imitazione del modello francese, con i massicci sventramenti nell’area del centro (la via Nazionale nella capitale e il cosiddetto “rettifilo” nella città partenopea) e con analoghe conseguenze.

Tony Garnier 
Questa, in sostanza, era la logica prevalente, contro la quale si levavano le voci appassionate di architetti e di ingegneri che prospettavano per le città una dimensione affatto diversa. Ai primi del Novecento, il francese Tony Garnier (Lione, 13 agosto 1869 – Roquefort-la-Bédoule, 19 febbraio 1948) proponeva una “città industriale”, costruita a misura di una comunità completamente impegnata nella produzione e nella quale figura predominante doveva essere quella del lavoratore, “cittadino” per definizione. (E’ attorno a questo periodo che nasce, con caratteristiche del tutto particolari a causa delle specifiche condizioni d’ambiente, la moderna urbanistica americana. L’occasione venne dalla necessità di ricostruire Chicago, distrutta nel 1871 da un terribile incendio. L’esigenza di utilizzare al massimo gli spazi – dettata dalla visione di una città molto concentrata – spinse alla costruzione dei primi grattacieli in struttura metallica. L’architettura si orientò così verso le grandi dimensioni, in funzione dell’intenso ritmo della vita d’affari americana).

Allo studio di nuove ipotesi urbanistiche si accompagnava, naturalmente, il tentativo di stabilire alcuni punti fermi sul piano dello stile. Poiché era generale convincimento che non si potesse definire la forma architettonica di una città facendo astrazione delle sue funzioni effettive, ingegneri e architetti si trovarono dinanzi a un problema arduo: le fabbriche, infatti, avevano contribuito non poco a conferire ai grandi agglomerati urbani un aspetto deprimente, grigio, ferruginoso , cosa che contrastava assai nettamente con le proposizioni degli urbanisti. Questi pensarono allora che si dovesse mobilitare l’arte per abbellire le città e renderle gradevoli a coloro che dovevano viverci. Ne scaturì la creazione di uno stile che era espressione tipica del modernismo: l’art nouveau (arte nuova), ovvero stile floreale o liberty.

Perché floreale? Semplicemente perché si cerca di riprodurre nelle città le forme festose e armoniose della natura, della campagna. Ci si sforza, in altre parole, di portare nei centri urbani un surrogato di quegli elementi naturali ormai sempre più lontani dalle moderne “foreste di pietra”.
  
Porta di Castel Béranger - Hector Guimard
    
Partendo da questo presupposto, gli architetti ricorrono al “floreale” non tanto per abbellire un singolo edificio quanto per operare sulla fisionomia dell’ambiente urbano nel suo insieme. I materiali adatti per il tipo di ornamentazione proposto dall’ “art nouveau” abbondano e sono reperibili a basso costo: possono quindi essere utilizzati senza parsimonia, come suggerisce la fantasia dei costruttori.
  
Antoni Gaudí mentre osserva il suo Capriccio
   
Gli esempi sono molti e tipici: le stazioni del “metrò” parigino vengono ornate da Hector Guimard (Lione, 10 marzo 1867 - New York, 20 maggio 1942) con cancelli in ferro battuto riproducenti forme simili a fiori; lo spagnolo Antoni Gaudì (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) costruisce edifici che sembrano altrettante sculture, ricche di smalti e ornamenti in mosaici; così Victor Horta (1861-1947) realizza la facciata della “Maison du Peuple” e la casa dell’Avenue Louise a Bruxelles, usando con larghezza decorazioni in ferro battuto.
  
Villa Esche a Chemnitz, Germania costruita su progetto di Henry van de Velde
   
Ma “art nouveau” non è solo decorazione di edifici: uno dei suoi più autorevoli esponenti, il belga Henry Van de Velde (Anversa, 3 aprile 1863 – Zurigo, 15 ottobre 1957) sostiene infatti che esso deve ispirare, in eguale misura, la costruzione di un palazzo, d’una scrivania o di una sedia. Gli urbanisti devono cioè rivolgere la loro attenzione tanto all’ambiente quanto all’individuo: un unico discorso formale, afferma Van De Velde, deve armonicamente collegare il mobile, l’appartamento, l’edificio, il quartiere, la città.

Tuttavia, nonostante le premesse umanitarie da cui era partita (rendere più accettabili le città per coloro che vi lavorano e vi abitano) questo tipo di arte non fu popolare: via via privata di quegli elementi che potevano suonare come critica al modo in cui veniva organizzandosi la civiltà dell’industria, essa finì col mettersi al servizio di quest’ultima e degli interessi che ne erano alla base.

La condizione del cittadino-lavoratore non si modificò, l’operaio rimase confinato in quartieri squallidi e tetri, col solo – e assai relativo – vantaggio della vista dei fiori in ferro battuto generosamente distribuiti sulle facciate di edifici che erano e restavano simboli di un potere e di una condizione a lui sostanzialmente ostili.

Non a caso la “art nouveau” declinò proprio nel momento in cui lo scoppio della prima guerra mondiale rendeva manifesta, tra l’altro, l’inconsistenza dei propositi umanitari della borghesia capitalistica.
  
Major Town Houses -  Victor Horta (Bruxelles)
                                             
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giovedì 29 marzo 2012

IL MAR MORTO - The Dead Sea - البحر الميت - Мертвое море - 死海


  
 IL MAR MORTO
   
Mar Morto ( in arabo: البحر الميت al-Bahr al-Mayyit..., Ebraico: יָם הַ מֶּ לַ ח , Yam HamMélaḥ , "Mare di sale", anche l'ebraico: יָם הַ מָּוֶת , Yam HamMāweṯ , "The Sea of Death"), chiamato anche Mar Morto , è un lago salato al confine con la Giordania ad est e Israele e la West Bank a ovest. La sua superficie e coste sono a 423 metri sotto il livello del mare. Il Mar Morto è profondo 377 metri, il più profondo di tutto il mondo...., è lungo 67 chilometri e largo 18 chilometri nel punto più largo. Si trova nella valle del fiume Giordano, che è il suo principale affluente.

Viandanti io e Onais, da Gerusalemme saliamo sul Monte degli Ulivi (che sorge un chilometro circa a Oriente di Gerusalemme e culmina a 818 metri..., ai suoi piedi sta l'Orto di Getsemani, dove Gesù soleva ritirarsi a pregare e dove fu arrestato), guardiamo il panorama della città santa vede, oltre le mura e le torri, uno spettacolo di grande e terribile bellezza. 
I monti della Giudea (Regione storica della Palestina, situata fra il Mar Morto e il Mar di Levante, oggi politicamente divisa fra Israele e Giordania) scendono a salti, a balzi, a dirupi verso una valle lontana, chiusa sul lato opposto da altra catena di aspre montagne.
  
Il fiume Giordano


   
Nel fondo della valle si svolge un filo di acqua che snoda il corso nelle anfrattuosità della terra riarsa, e verso il sud si apre una visione di incredibile azzurro, un lago che riflette come diamante i colori del cielo: il rigo di acqua è il Giordano, il lago è il Mar Morto. 
Nome pauroso. Non si tratta di quel mare che fu coperto di fuoco e vide incenerire dalla collera di Dio le città di Sòdoma e Gomorra? 
Il fatto è ricordato nella Bibbia dove si dice che, per punire la malvagità degli abitanti di Sòdoma e Gomorra “il Signore distrusse quelle città, e tutto il paese all'intorno, tutti gli abitanti delle città e tutto il verde della campagna” (Genesi, cap. XIX)]. 
E non è l'acqua del lago formata da sostanze avvelenate che la rendono pericolosa a tuffarvisi? È vero, ed è anche vero che il Mar Morto sta sotto il livello del mare, quasi fosse una tappa fra la crosta del globo e l'inferno.
  
Le pietre di Masada


    
Nel guardarlo da lontano ha un aspetto solenne; è così profondamente azzurro da confonderlo con un occhio del cielo. Un mare morto nessuno può immaginarselo così. 
Onais mi spinge, andiamo dunque a vedere.
Ma via via che scendiamo, ci accorgiamo che la bellezza del paesaggio nascondeva un elemento capace di dirci quanta maledizione abbia colpito questo angolo di mondo. Da Gerusalemme in giù non si trovano piante, nè erbe, nè fiori, nè greggi; stiamo attraversando il deserto della Giudea che termina nell'arida valle del Giordano. Manca la vita quando ci si avvicina al lago. 
Ecco, dopo aver raggiunto il fondo della valle, si va verso la foce del fiume che sbocca nel lago. Qualche cespuglio soltanto ricorda che il sole è capace di far nascere la vegetazione, e il sole scotta sulle nostre teste, quasi fossimo alla bocca di una fornace. Nello spazio vastissimo della vallata domina il deserto.
  
Gerico


     
Gerico (la città di cui nella Bibbia si dice che crollarono le mura al suono delle trombe di Giosuè, avendo i suoi abitanti ostacolato il ritorno degli Ebrei nella Terra Promessa, dopo la schiavitù d'Egitto...., oggi è un modesto villaggio, situato 8 Km. a Nord del Mar Morto, nel territorio della Giordania) sta acquattata ai piedi dei monti, oasi fra le dune rossicce della steppa, e qualche convento biancheggia sulle rive del Giordano, laddove Gesù ricevette il battesimo.
Ma le sponde del mare sono deserte, deserte ci appaiono le montagne del Mohab (Regione montuosa a oriente del Mar Morto) che sorgono di fronte, sicchè il mare non conosce la vita, non ha intorno a sè che l'immenso cofano della solitudine e della morte. 
Mare Morto. Ecco le acque cerule. Sono limpide a vederle e non differiscono da quelle degli altri mari, nelle quali è tanto bello tuffarsi o navigare. Ma qui nessuno naviga, nessuno si tuffa se non per sentirsi risospingere a galla dalla densità delle acque, che sono amare come un veleno e non lasciano vivere nelle loro misteriose correnti pesci o molluschi.
  
Mar Morto - Rocce di sale
    
Anche nelle sue profondità il mare è morto. 
E noi comuni viandanti ci chiediamo: perchè?
Un tempo, mille e mille anni or sono, la valle del Giordano non esisteva. Al suo posto c'era un altopiano che univa insieme le due catene di montagne rimaste ora separate dalla forra desertica. Forse si trattava di un territorio fertile e popoloso, forse vi si sviluppava una fiorente civiltà. Ma il globo ha i suoi misteri e le sue tragedie; talvolta salgono dalle profondità del creato cataclismi capaci di sconvolgere province e nazioni. Cosi accadde in questo lembo dell'Asia; un cataclisma spaccò l'altopiano, distrusse la sua parte centrale, formò un mare interno, un lago smisurato che andava dalle montagne della Siria fin quasi alla costa del Golfo di Àkaba, sul Mar Rosso. Vicino al Mediterraneo, parallelo alle rive orientali del Mediterraneo, un mare chiuso era nato.
  


    
Se le condizioni che avevano causato il cataclisma fossero state durature, Palestina e Transgiordania (nome con cui si designa la regione situata a oriente del fiume Giordano), avrebbero un aspetto completamente diverso da quello che hanno. Ma il nuovo mare non era vitale; a poco a poco le sue acque, risucchiate dal fuoco interiore della Terra, abbassarono il livello, le rive si spostarono verso il fondo di una valle grandissima, quella nella quale ora camminiamo io e Onais mentre una gazzella del Negev ci guarda... 
  
Gazzella del Negev
  

ANTONIO AVERULINO, detto il FILARETE (Castello Sforzesco)


Castello Sforzesco (1451 - 1455)
   









Lungo il percorso tra i personaggi dell'arte italiana, sono arrivato nel Quattrocento milanese, e questa volta mi sono imbattuto in Antonio AVERULINO, detto il FILARETE.

Il Filarete è nato a Firenze nel 1400 circa ed è morto a Roma nel 1469 circa.

Fu un provetto architetto.

Inizialmente lo scopro attivo a Roma come scultore e lo potete ammirare nella porta bronzea di San Pietro (1433 - 1435).

Poi, e sento ancora la potente voce, fu chiamato da Francesco I Sforza, in Lombardia, dove stupì i regnanti dell'epoca con il suo disegno innovativo dell'architettura del Rinascimento.

Imponente potete ammirare in Milano la torre principale del Castello Sforzesco (1451 - 1455), della quale potete godere la magnificenza nella foto accanto il titolo di questa opinione.
  
Ospedale Maggiore (1456 - 1465) - Milano


    
Mentre, se osservate con attenzione la parte piú vecchia dell'Ospedale Maggiore (1456 - 1465), il Filarete lo potete riconoscere o scambiare per un brunelleschiano, in cui la dottrina è migliore dell'ingegno.

A coordinare le parti nell'armonia delle grandi superfici, che il fiorentino Filarete svolge con nuda pienezza, provvede Guiniforte Solari, il quale rallegra i sodi con gentili ornati, trascura i rapporti fra gli archi inferiori e le bifore del primo piano e cinge il palazzo con un largo cornicione.

Il Filarete ci lascia il suo importante "Trattato di architettura", scritto tra il 1461 e il 1464, una significativa opera dedicata a Francesco Sforza, in cui delinea le nuove forme di una città perfetta (Sforziade), e qui mi tornano in mente altri trattati puramente utopistici.

MARTINICA - LA PELÉE (Saint-Pierre)


Monte La Pelée, la Montagna Calva


     
Monte La Pelée, la Montagna Calva, è un vulcano dell'isola di Martinica, di cui rappresenta la massima quota (1350 metri). 
Nel maggio del 1902 fu protagonista di una spaventosa eruzione che seppellì le cittadine di Saint-Pierre e di Morne Rouge.c
Montagna Calva è così chiamata perchè la lava eruttando dal cratere l'aveva privata di vegetazione. Ma questo era accaduto molto tempo prima.
Ormai spento, il cratere conteneva l'incantevole lago delle Palme, mèta preferita delle comitive che da Saint-Pierre e da Fort-de-France (Città di 75.00o abitanti, porto principale e capoluogo della Martinica) partivano per le merende in campagna. Chi mai doveva temere il maestoso Monte La Pelée, un vulcano spento?
   

      
Tuttavia, quella primavera, gli abitanti della Martinica ricevettero un duro colpo. Il vulcano non era spento, a quanto sembrava. La Pelée brontolava e ne uscivano fumate nere, illuminate, la notte, da fiammate e da bagliori di lampi. Poi, il 5 maggio, un torrente di lava si abbattè paurosamente lungo il fianco della montagna, investendo in pieno uno zuccherificio e seppellendo ventotto persone.
La notte del 7 maggio, il Monte La Pelée offrì uno spettacolo pirotecnico. Sembrava che il vecchio vulcano volesse celebrare in anticipo la domenica, che era il giorno dopo. Alle otto meno dieci dell'8 maggio 1902, una salva di rombi come di artiglieria pesante giunse dal Monte La Pelée. Poi, intasata dalla lava incandescente, la cima della montagna saltò. Come un gigantesco razzo pirotecnico, il La Pelée cominciò a vomitare lingue di fuoco e globi fiammeggianti. Una colonna di fumo lanciata ad altezza vertiginosa oscurò il cielo.
  
Eruzione de Le Pelée del 1902


    
Rivelato nella sua sagoma imponente da un rosso bagliore infernale, il La Pelée vomitava viscide masse che facevano piovere ceneri roventi sulla terra e sul mare.
A un tratto, serpentino e abbagliante come una saetta, uno spacco si aprì nel fianco della montagna, verso Saint-Pierre. Ne scaturì un immenso nembo di vapore e cenere che, a velocità incredibile, si abbattè sulla condannata città di Saint-Pierre.
In tre minuti quella nube rovente, soffocante, annientò quasi 30.00o persone! Lasciando nella sua scia la città in fiamme, il nembo devastatore piombò sulle calate del porto; e il mare, sibilando e ribollendo, si ritrasse davanti a quella furia. Le squadre di soccorso partite da Fort-de-France raggiunsero Saint-Pierre quel pomeriggio, ma non trovarono nessuno a cui prestare aiuto. 
Saint-Pierre sembrava una città morta, distrutta da qualche cataclisma, quasi dimenticata e appena riportata in parte alla luce: un'altra Pompei, un'altra Ercolano. Nelle vie la cenere raggiungeva l'altezza di circa due metri.
   
Saint-Pierre dopo il 1902


    
Il numero delle vittime mietute dal Vesuvio nel 79 d. C. era stato superato dal Monte La Pelée. Le ceneri del La Pelée caddero su navi che si trovavano a centinaia di miglia di distanza, e l'eruzione depositò due milioni di tonnellate di polvere sull'isola di Barbados, 20o miglia a Sud.
Oggi, il Monte Pelée, sebbene sia attualmente in fase di semi-quiescenza, è sorvegliatissimo: il rischio di un'altra eruzione come quella del 1902 è più che possibile. Saint-Pierre è oggi ridiventata una florida città turistica con circa 6000 abitanti, e si vi possono ancora trovare le rovine della città distrutta. Inoltre, un Museo locale raccoglie abbondantissimo materiale sull'eruzione e l'attività del Monte Pelée.
  
Saint-Pierre e La Pelée oggi

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sabato 24 marzo 2012

LE CORBUSIER - La vita e opere principali (The life and major works)


    
Le Corbusier, pseudonimo di Charles Edouard Jeanneret-Gris (La Chaux-de-Fonds, 6 ottobre 1887 – Roquebrune-Cap-Martin, 27 agosto 1965). Architetto, urbanista, pittore e scultore francese di origine svizzera. Spirito versatile e di prepotente vitalità, artista e propagandista, fu anche buon tecnico ed eccellente scrittore. 
Entrò giovanissimo nella Scuola di arti applicative della cittadina natale. Viaggiò poi in Italia e in Austria, ove frequentò per qualche tempo la scuola di J. Hoffmann. A Parigi, nel 1908, fece parte del movimento cubista a fianco di notevoli personaggi della pittura moderna come Picasso e Braque. Nello stesso anno lavorò nello studio di Auguste Perret. 
In Germania, nel 1910, lavorò con Peter Behrens ed entrò in contatto con gli spiriti più illuminati della nascente architettura razionalista.
   
Le Corbusier  - Chaise Lounge


     
Tornato a Le Chaux-de-Fonds nel 1911, insegnò nella sua vecchia scuola. 
Di nuovo in Francia nel 1917, aprì uno studio e, nel 1919, fondò la rivista “L'Esprit Nouveau” insieme a A. Ozenfant. Lavorò poi col cugino Pierre Jeanneret aprendo con lui uno studio in rue de Sèvres, nel 1922. 
Dell'anno successivo è la sua prima notevole opera letteraria: “Verso un'architettura”, in cui già sono raccolti i principi ispiratori fondamentali del suo pensiero. In questi anni aveva perfezionato intanto il progetto della casa Citrohan e aveva cominciato ad interessarsi di urbanistica. 
Nel 1925 pubblicò “L'arte decorativa d'oggi” e “Urbanistica” e nello stesso anno presentò all'Esposizione internazionale di arti decorative il suo “Plan Voisin”, una ristrutturazione del centro di Parigi attraverso soluzioni radicali. 
  
Villa Savoye a Poissy 

    
Del 1927 è la villa Stein a Garches, progettata in collaborazione con Jeanneret, e del 1930 la famosa villa Savoye a Poissy. In questa opera, caposaldo di tutta la successiva architettura moderna, si leggono con chiarezza i cinque 'postulati' enunciati da Le Corbusier e ai quali egli fu sempre fedele: l'uso dei pilotis per sollevare da terra la costruzione e rendere fruibile lo spazio sottostante, lo sfruttamento del piano di copertura (terrazza-giardino), l'adozione della finestra-nastro per una illuminazione ampia e razionale, la massima libertà nella disposizione delle pareti interne (pianta-libera), l'uso di pilastri arretrati rispetto ai muri esterni per consentire una libera composizione delle facciate (facciata libera).
  
Cité Radieuse - Le Corbusier -  Briey (Meurthe-et-Moselle)

    
Negli anni successivi Le Corbusier lavorò a Parigi ad alcuni progetti tra i quali il Padiglione Svizzero della Città Universitaria (1930) e l'edificio detto Cité du Réfugié (1932); pose mano inoltre avari piani urbanistici (già nel 1922 aveva proposto un piano ideale per una città di tre milioni di abitanti) e partecipò con passione ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM) facendosi promotore della compilazione della “Carta d'Atene” (1934), un punto di riferimento per la stesura dei Piani Regolatori.
   
Chiesa di Notre-Dame-du-Haut (Ronchamp) 


    
Nel 1946, sviluppando ulteriormente la sua concezione intorno al modo di abitare, costruì a Marsiglia una Unité d'habitation, un solo edificio di ben 400 alloggi e praticamente autosufficiente quanto a servizi, centri ricreativi e luoghi di incontro. Sorsero poi altri edifici simili a Nantes-Rezè (1952-55), a Berlino (1957) e a Briey-en-Forét. Altrettanto valido il contributo di Le Corbusier nel campo dell'architettura sacra: chiesa di Notre-Dame-du-Haut (la famosissima chiesa di Ronchamp) del 1954, convento La Tourette del 1961; e nel campo dell'edilizia pubblica: Centro delle arti figurative di Harvard (1964), il complesso del Centro amministrativo di Chandigard, la nuova capitale del Punjab, e il nuovo ospedale di Venezia (1965). 

Nella sua intensa attività di scrittore Le Corbusier ci ha lasciato opere di notevole prestigio; oltre a quelle citate ricordo: 
La città radiosa (1935)
La casa degli uomini (1942)
I tre insediamenti umani (1944)
Principi di urbanistica (1945)
Maniera di intendere l'urbanistica (1946)
Modulor (1948)
  
Monumento a Charles Edouard Jeanneret , detto "Le Corbusier" (1887 - 1965)
architetto sepolto presso il Cimitero di Roquebrune-Cap Martin (Provenza)


martedì 20 marzo 2012

WALTER ADOLPH GROPIUS - Architetto, designer e urbanista tedesco


    
Walter Adolph Gropius (Berlino, 18 maggio 1883 – Boston, 5 luglio 1969) è stato un architetto, designer e urbanista tedesco.
Assieme a Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Alvar Aalto e Ludwig Mies van der Rohe è stato uno dei maestri del Movimento Moderno in architettura.
Assistente di Behrens dal 1907 al 1910, in quegli anni iniziò a lavorare autonomamente, ottenendo ampi riconoscimenti. Dopo la fine della prima guerra mondiale, venne invitato ad assumere la direzione di due importanti istituti di architettura di Weimar, che vennero successivamente fusi in un'unica sede: la Staatliches Bauhaus.
  
La sede del Bauhaus a Dessau - Sassonia-Anhalt, in Germania


    
L'impostazione data da Gropius alla sua scuola si evidenziò subito per modernità e serietà di prospettive, che intendevano coinvolgere la situazione dell'insegnamento e dell'arte nell'ambito più vasto delle funzioni sociali. Alla Bauhaus vennero invitati, con incarichi di insegnamento, gli artisti e gli operatori culturali più notevoli della cultura tedesca di quel momento, tra i quali Kandinskij, Breuer, Moholy-Nagy, Van Doesburg Mondrian, Piscator.
Nel 1925 a seguito di contrasti con il Governo regionale della Turingia, la Bauhaus dovette essere trasferita a Dessau e nel 1929 Gropius decise di dimettersi dalla direzione per dedicarsi alla libera professione.
  
Harvard University - Cambridge Massachusetts


    
Nel 1934, perseguitato dal Governo nazista, fu costretto a rifugiarsi in Gran Bretagna, dove rimase fino al 1937, lavorando in stretta collaborazione con l'architetto Fry.
Successivamente venne chiamato negli Stati Uniti, dove insegnò all'Harvard University fino al 1953.
Negli Stati Uniti riprese la sua collaborazione con Breuer, dedicandosi soprattutto all'ipotesi di realizzazione della grande abitazione collettiva, e contemporaneamente alla ricerca di un metodo per l'educazione all'arte. Rifiutando ogni ipotesi idealistica della creazione artistica Gropius nega che l'artista possa agire in nome di sensazioni o di idee astratte, poiché i valori e le ragioni di esistere dell'arte, nell'attuale società, vanno ricercate nella sua utilità o “funzionalità”: un oggetto d'arte è valido non in quanto tale, ma in quanto si offre come metodo di costruzione, e come chiave di comprensione della sua funzione. Essendo la nostra l'epoca della meccanizzazione, l'arte deve offrire all'uomo la possibilità di non perdere la coscienza del proprio lavoro. Il significato e la validità del lavoro artigianale devono essere recuperati.
  
Design della scuola di Gropius
   
Per il grande architetto, dunque, il vero problema era quello di “... evitare la schiavitù dell'uomo da parte della macchina. Ciò significa progettare prodotti ed edifici specificatamente studiati per la produzione industriale...”.
Per realizzare queste intenzioni, Gropius, partendo dall'analisi razionale dei bisogni sociali, ricercò la forma funzionale e il più possibile priva di spreco adatta a soddisfarli. L'arte deve essere anche un modo per far capire all'uomo il tipo di organizzazione da lui impresso alla natura. Non è un dono innato, ma metodo per costruire. Un metodo che a tutti è dato di imparare attraverso lo studio e l'applicazione. È razionale ed internazionale. Va quindi ricordata l'organizzazione data alla scuola, tutta basata sulla sperimentazione e sull'apprendimento delle tecniche più svariate nella lavorazione dei materiali: dalla tessitura all'ebanisteria, dalla ceramica agli esperimenti sulla natura del colore, all'uso delle tecniche più avanzate di progettazione e di produzione.
  
Bauhaus University Weimar


    
Il clima di internazionalismo e di fecondo scambio che si era venuto a creare intorno a Gropius, per l'intervento di personalità notevolissime, venne spazzato via con il nazionalismo nazista e Gropius fu costretto all'esilio. Anche dopo questa esperienza la sua architettura rimase fedele e coerente ai principi, tentando di risolvere i problemi della casa minima, che deve assolvere in modo massimamente funzionale ai problemi dell'uomo moderno.
Le sue architetture, fatte di materiali e prodotti in serie, si basano sulla composizione di piani semplici, di superfici che delimitano volumi variamente incastrati. Alcune facciate delle realizzazioni di Gropius ricordano il Neoplasticismo di Mondrian, ma hanno indubbiamente molti elementi in comune con il Cubismo, al quale l'architetto aderì, nelle sue formulazioni teoriche, nell'intento di fare dell'arte un discorso in termini scientifici ed oggettivi.
  
Walter Gropius House a Lincoln, Massachusetts


   
Tra gli scritti più importanti di Gropius ricordo:

Concetto e costituzione della Bauhaus di Weimar (1923)
Gli edifici della Bauhaus a Dessau (1928)