domenica 4 marzo 2012

ARTE ROMANA - Giunone allatta Ercole - Civico Museo di Storia ed Arte - Trieste



GIUNONE ALLATTA ERCOLE

Sarebbe quasi come a dire il diavolo e l'acqua santa. Pensate un po': Giunone che aveva fatto giungere nella culla di Ercole, di questo bastardo nato dalle scorribande amorose cui era aduso il suo legittimo sposo Giove - per la verità questa sarebbe stata l'ultima - due grossi serpenti perchè soffocassero il fanciullino mentre egli riuscì invece a strozzarli, la vediamo costretta a dargli il suo proprio latte. 
E' un caso singolarissimo, ma la mitologia antica si compiaceva di queste trovate, di queste belle fantasie. 
Come si fa però a combinare una cosa del genere? 
Il bambino, sano e robusto, abbisogna della mammella materna, ma poichè egli è stato tolto alla madre Alcmena, fa d'uopo ricorrere a quella dea che simboleggia la maternità per eccellenza, cioè a Giunone, la sposa di Giove, la quale d'altronde, l'ho già detto, odia a morte il bambino. Tuttavia questi non erano ostacoli davanti ai quali potessero indietreggiare gli antichi. 
L'impedimento è presto eliminato: vi si fa intervenire il Sonno, il potente Morfeo, quello che domina e soggioga alla fine ogni essere vivente e al quale nessuno dei mortali si può sottrarre. Egli, provvisto d'ali, volando silenziosamente, anche le vesti aderenti alle gambe denotano che egli è appena giunto in volo, si accosta alla persona che dovrà sentire e subire i suoi effetti i quali sono irresistibili, invincibili.

Egli dunque appare qui dietro a Giunone, quasi non visto da lei, e volge lo sguardo in disparte, mentre il poppante si satolla al seno della dea. Questa è seduta in un trono a spalliera e braccioli e con la testa rovesciata all'indietro manifesta in chiaro modo come ella sia serenamente in braccio al sonno più profondo. La dea indossa una lunga veste che termina con un complesso di ricche pieghe nella parte inferiore. Il sonno di Giunone durerà, si capisce, fino a quando il piccolo Ercole avrà preso il latte da lei a sazietà. Allora, terminata la sua funzione, il sonno sparirà poichè di lui non ci sarà più bisogno. 
Dobbiamo poi immaginare il fanciullino dato in consegna ad Atena che, quasi contrapposta al sonno, nella scena sta all'altro lato e che è la grande protettrice fin d'ora del futuro celebre eroe greco al quale ella era legata da vivo affetto. La dea Atena è contrassegnata ad evidenza dall' elmo, dalla lancia ed anche dalla lunga veste che indossa. 
Fra Giunone e Atena all'orlo del disco si scorge un cagnolino col muso volto verso la scena. L'animale domestico serve appunto a inserire l'episodio in un ambiente familiare, così da avvicinarcelo ancora di più.

La raffigurazione in rilievo di cui qui ho detto brevemente, adorna il coperchio di uno specchio di bronzo argentato scoperto una sessantina d'anni fa in Aquileia e finito nel Museo Civico di Trieste: è notorio infatti come i cimeli aquileiesi siano stati, pecialmente nel passato, ma forse un po' anche oggi, sparpagliati per ogni dove. 
Il “per omnes terras circumquaque venderis” del planctus di San Paolino, onde l'insigne patriarca dei tempi di Carlomagno pianse il triste destino del luogo per cui già allora si vendevano, si trafficavano per ogni dove le reliquie della città antica, è rimasto perennemente vero.
Lo specchio è opera influenzata dall'arte etrusca di cui il Sonno è caratteristica figura sia nella veste che indossa sia nella barba. Questo demone alato, barbuto e anche già attempato, può considerarsi quasi come una figura gemella del Thanatos, cioè della morte. E invero la figura nel suo aspetto severo, ci fa sentire come il sonno sia appunto parente del sonno perpetuo da cui non v'è risveglio. 
Quanto diverso invece il Sonno raffigurato dai genietti greco-romani, nudi, con in mano un ramoscello di papavero o col capo reclinato su una fiaccola rovesciata o anche completamente ebbri a significare appunto il sonno in cui il dolce vino, cioè Bacco, li ha immersi.

Ma balzando dall'antichità ai tempi del Rinascimento sia lecito ricordare come è originalmente visto e sentito il Sonno nel suo essere, nell'esercizio della sua funzione, nella sua dimora romita dall'Ariosto.
L'Ariosto dunque nell'Orlando Furioso, sia pure con una ricreazione dei modelli fornitigli dai classici latini, ci porge questo vivido quadretto della casa del Sonno, cui si unisce, come ben s'intende, il Silenzio: 

Giace in Arabia una valletta amena,
Lontana da cittadi e da villaggi,
Ch'alCombra di due monti è tutta piena
D'antiqui abeti e di robusti faggi.

Il sole indarno il chiaro dì vi mena,
Che non vi può mai penetrar coi raggi,
Sì gli è la via da folti panni tronca:
E quivi entra sotterra una spelonca.


Sotto la negra selva una capace
E spaziosa grotta entra nel sasso.
Di cui la fronte l'edera seguace
Tutta aggirando va con storto passo.

In questo albergo il grave Sonno giace...
Il Silenzio va intorno, e fa la scorta:
Ha le scarpe di feltro, e 'l mantel bruno;
Et a quanti n'incontra, di lontano,
Che non debban venir, cenna con mano.
  

2 commenti:

TheSweetColours ha detto...

Interessante...

Marianna S. ha detto...

ciao Loris, un abbraccio :)