domenica 22 aprile 2012

AFRICA MISTERIOSA (Mysterious Africa)




     
Lambita dalle tiepide acque del mare più navigato dell'antichità, l'Africa mediterranea fu l'unica parte del Continente Nero veramente nota agli Antichi. Ancora nel II secolo dopo Cristo, nella “Geografia” compilata da Claudio Tolomeo, il più grande astronomo, matematico e geografo dei tempi antichi, l'Africa appare ben delineata solo nella sezione mediterranea, ivi compresa l'alta valle del Nilo. Successivamente non mancarono tentativi di penetrazione, ma per secoli e secoli l'interno dell'Africa rimase la misteriosa Sfinge che i cartografi indicavano sulle loro carte con la scritta Hic sunt leones.
Trascurando le sfortunate imprese di molti esploratori e navigatori anche italiani, quali, ad esempio, i fratelli Vivaldi, si deve giungere al secolo XV perchè abbia inizio una sistematica esplorazione dell'Africa, limitata però alla conoscenza delle coste.

Ne furono principali artefici i Portoghesi, sollecitati e sostenuti dal principe Enrico il Navigatore (1394-1460), instancabile promotore di navigazioni. Al suo servizio furono, fra gli altri, il veneziano Alvise Ca' da Mosto e il genovese Antoniotto Usodimare, che raggiunsero la foce del fiume Gambia e scoprirono le Isole del Capo Verde.
   
Capo Verde - Isola di Sal


    
Nel 1487 il portoghese Bartolomeo Diaz, colto da una violenta tempesta nell'Atlantico, superò, quasi senza accorgersene, il Capo di Buona Speranza, da lui chiamato “Cabo Tormentosa”; dieci anni dopo il suo connazionale Vasco da Gama, doppiò lo stesso capo (22 novembre 1497), risalì le coste orientali dell'Africa, attraversò l'Oceano Indiano e, il 18 maggio 1498, sbarcò a Calicùt, in India.
Alla fine del XV secolo il contorno dell'Africa può dirsi conosciuto; l'esplorazione dell'interno, invece, ostacolata da deserti sitibondi, da foreste impenetrabili, da cascate intransitabili, da insetti micidiali, da popolazioni ostili, non ha fatto che pochi passi. Bisogna giungere al secolo XVIII, all'epoca della spedizione di Napoleone in Egitto, perchè l'Africa attragga l'attenzione delle nazioni civili. Fu allora un accorrere, da ogni parte d'Europa, di scienziati, di esploratori, di mercanti, di missionari che si spinsero nelle regioni più interne, seguendo principalmente il corso dei grandi fiumi.
Memorabile rimase la spedizione del missionario e medico scozzese David Livingstone, il più grande degli esploratori d'Africa. Tra il 1849 e il 1873, affrontando pericoli e disagi di ogni sorta, attraversò l'Africa Meridionale da un oceano all'altro, esplorando il bacino dello Zambesi, scoprendo le celebri Cascate Vittoria ed entrando nella grande regione dei laghi equatoriali. Morì di febbri, all'età di 71 anni, sulle rive del Lago Bangueòlo, dopo aver riconosciuto i laghi Niassa e Tanganica.
  
Il lago Malawi o lago Niassa 


   
Sulle rive del Tanganica Livingstone fu raggiunto, nel 1871, dall'esploratore e giornalista inglese Enrico Stanley, inviato alla sua ricerca da un grande giornale americano. A Stanley spetta il merito di aver attraversato tutta l'Africa Equatoriale, seguendo il corso del Congo fino alla foce. Chi vuol conoscere cosa sia coraggio e fermezza d'animo, dovrebbe leggere le relazioni dei suoi viaggi, a cominciare da “Come trovai Livingstone” in cui il memorabile incontro rivive e commuove.
  
Isola al centro del lago Turkana, in Kenya



  
Altro esploratore d'Africa di cui non dobbiamo ignorare il nome è l'italiano Vittorio Bòttego, che in due ardite spedizioni svelò i segreti del fiume Giuba (1892-93) e scoprì il corso dell'Omo, immissario del Lago Turkana (in passato chiamato Lago Rodolfo). Fu al ritorno di questa seconda spedizione che, vittima di un'imboscata tesagli dagli Abissini, incontrò morte gloriosa (1897).
Alla fine del XIX secolo anche la conoscenza dell'Africa interna, almeno nelle sue linee generali, può dirsi compiuta; fu nel secolo scorso approfondita sempre di più nei suoi aspetti fisici e, soprattutto, umani.
   
Le celebri cascate Vittoria del fiume Zambesi: dal gradino alto 120 metri si sprofondano nel baratro le acque spumeggianti, cui gli indigeni hanno dato l'appellativo di “fumo che tuona”.





   
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2 commenti:

Soffio ha detto...

Africa culla dell'umanità (anche se mi sa che non ci stavano comodissimi nella culla)

TheSweetColours ha detto...

che belle immagini...