lunedì 23 aprile 2012

FOLSOM - I primi americani vengono dalla Siberia (The first Americans come from Siberia)



GLI UOMINI DI FOLSOM

I primi americani vengono dalla Siberia

In un assolato pomeriggio del 1927, nei dintorni della città di Folsom, nel Nuovo Messico, un cow-boy negro sta­va cavalcando lungo un profondo ca­nalone. Improvvisamente, egli si ac­corse che in una parete del canyon era­no incastonate parecchie ossa che spic­cavano per il loro biancore, ad una pro­fondità che egli valutò di 6 o 7 metri dalla superficie soprastante.
“Come hanno fatto queste ossa a sprofondare tanto sottoterra?”… pensò il cow-boy e, spinto dalla curiosità, deviò dal suo cammino per controllare da vicino la rudimentale tomba.
Arrivato sul po­sto, egli potè constatare che le ossa erano numerose, che alcune erano per­fettamente conservate e che tutte co­munque erano le più grandi che egli avesse mai visto. In più egli trovò del­le schegge di selce accuminate come coltelli. Incerto sul significato della sua scoperta, egli si affrettò ad avver­tire chi di dovere.

Fino a quel momento si era creduto che gli stanziamenti umani nelle due Americhe fossero un fenomeno rela­tivamente recente e che le prime im­migrazioni risalissero ad un periodo che si poteva far risalire intorno al 1000 avanti Cristo. Nel Nuovo Messico pe­rò si era trovata ora la prova che la America del Nord era già abitata 10 o 15 mila anni prima.
I resti del bot­tino di caccia di qualche “indiano primordiale” appartenevano infatti ad un tipo di bufalo morto certamente da almeno 10 mila anni.
Gli archeolo­gi ed i geologi accorsero in gran numero, per studiare il prezioso ritrova­mento. Gli scavi, che presero il nome dalla vicina città di Folsom, portarono alla conclusione che le ossa scoperte erano situate sulle rive di un piccolo lago che allora esisteva nei paraggi.
Insieme ai resti del bufalo primitivo vennero scoperti, durante gli scavi, numerose punte di selce, la maggior parte delle quali misurava dai 5 agli 8 centimetri, che, presumibilmente e­rano state usate come punte per le frecce. Queste, che furono chiamate “Punte di Folsom” divennero succes­sivamente i pezzi archeologici più co­nosciuti della preistoria americana.

A questo punto, anche sotto la spin­ta degli articoli sensazionali apparsi sui giornali e sulle riviste americane
i cui grossi titoli parlavano di “Re­sti di una antichissima cultura occi­dentale, comparsa prima ancora del­le piramidi egiziane” si partì alla ri­cerca dei “primi americani”.
Dal Nuovo Messico all'Alaska fu iniziata la ricerca sistematica delle punte di frecce degli indiani primordiali.
Gli Istituti archeologici degli Stati Uniti di America furono subissati da valanghe di lettere del seguente tenore…

“Ho letto sul giornale dei ritrovamenti di Folsom e ho visto la fotografia del la punta di freccia; vi avverto perciò che ho trovato punte simili anche nella mia fattoria”.

La maggior parte di queste comunicazioni erano ovviamen­te dovute a grossolani errori dettati da un eccessivo entusiasmo, ma in molti casi i contadini trovarono delle pun­te autentiche. Cosicchè negli anni suc­cessivi, anche grazie a questa campa­gna di stampa, furono ritrovati resti sempre più numerosi della cultura di Folsom.

Non appena fu data notizia dei ri­trovamenti di Folsom, sorse naturalmen­te il problema dell'origine e della pro­venienza degli “uomini di Folsom”.
Per quale via erano giunti nell'Ame­rica del Nord?
La chiave di questo problema fu trovata solo molti anni dopo, in un negozio di souvenirs e di curiosità locali a Ketchikan in Alaska. In uno scaffale polveroso, in mezzo ad un guazzabuglio di pietre lavorate dagli Esquimesi, di cestini fatti a mano e di altre cose inutili, c'era anche una punta di Folsom, as­solutamente autentica ma di forma e di lavorazione totalmente diversa dal­le altre, tanto da essere riconoscibile a prima vista in mezzo a centinaia di altri oggetti in selce lavorata. Fortuna­tamente il proprietario del negozio si ricordava ancora il nome dell'uomo che gliela aveva venduta: Eagle Johnson di Seldovia. Questi, prontamente rin­tracciato, dichiarò di averla trovata anni prima sulla costa settentrionale della terra di Cook.

L'ampio zoccolo continentale, rico­perto da acque assai poco profonde, che si estende sotto il mare di Beh­ring e quello di Ciucki ha spesso co­stituito un ponte naturale tra la Si­beria Orientale e l'Alaska; questo pon­te fu particolarmente comodo in quel periodo che noi designiamo come ere glaciali, quando enormi quantità d'ac­qua marina erano perennemente ghiac­ciate.
In base a nuovi calcoli e a nuo­ve ricerche fatte nel 1959 da D.M. Hopkins, il ponte di ghiaccio che u­niva la Siberia all'Alaska, raggiunge­va nel pieno delle ere glaciali, una larghezza di ben 1600 km.
E' possibile che anche l'uomo di Folsom sia passato su questo ponte seguendo le migrazioni di grosse mandrie di animali?
Fu questo il problema che si affacciò alla mente di quelli che ave­vano scoperto la punta di Folsom in quel negozio di souvenirs in Alaska.
Questo problema naturalmente poteva avere una risposta solo dopo attente ricerche condotte sul posto.

Nel 1941 venne allestita una spe­dizione a proposito della quale il dot­tor Frank Hibben, antropologo della Università del Nuovo Messico, ebbe a raccontare…

« Andare in Alaska a cercare oro è un'impresa notevolmente difficile; ma è ancora più difficile an­darvi a cercare l'origine di una punta di Folsom. Abbiamo battuto tutta la costa che va dalla Columbia Britanni­ca fino al Nord, in ogni piccolo porto abbiamo interrogato chiunque ci capi­tasse di incontrare, ma nessuno si ri­cordava di aver mai visto qualcosa che assomigliasse alla punta di Folsom che avevamo sempre con noi e che mette­vamo sotto agli occhi di tutti. Tutti quanti erano però d'accordo nel dirci che se cercavamo vecchie ossa, do­vevamo recarci a Fairbanks, perchè lì ce n'erano tante”.
“Quassù non ab­biamo mai trovato punte di frecce indiane”… ci disse un vecchio cercato­re d'oro, “ma se vi interessano an­che le vecchie ossa, vi invito nella mia miniera vicino allo Yukon che ne è piena zeppa”. E, certamente non rimanemmo delusi ».

Nella zona di Fairbanks, come del re­sto in altre zone dell'Alaska, esistono enormi strati sedimentari in cui, si trovano, frammisti all'argilla ed alla melma, i resti copiosi di una fauna ormai scomparsa, foglie e pezzi di le­gno fossilizzati, depositi di torba con­tenenti pezzi irregolari di ghiaccio fos­sile e di minerale aurifero.
Durante l'estate nordica questi strati subiscono un innalzamento di 60-80 centimetri sotto la spinta del parziale scioglimen­to di uno strato di ghiaccio sotterra­neo di cui si ignora l'esatta profondità. I cercatori d'oro si danno allora da fa­re per sciogliere questi cumuli di sedi­menti spinti alla superficie della ter­ra, dirigendo su di essi dei getti di va­pore o di acqua nella speranza di tro­vare anche qualche pepita d'oro. Gene­ralmente, sotto la spinta dell'acqua lanciata a grande pressione (un po' come succede con le grosse pompe dei servizi antincendio) la massa scura dello strato sedimentario contenente l'oro, incomincia a sciogliersi, frantu­mandosi in tanti piccoli blocchi e la­sciando crollare intere pareti di mate­riale.
In mezzo al caos dei materiali frantumati, in mezzo a sassi accumina­ti e blocchi argillosi, tra foglie e pezzi di legno fossilizzati, sono imprigiona­te anche le ossa fossili. Spesso è pos­sibile trovare anche delle ossa che, a­nalogamente a quanto avviene per quel­le scoperte in Siberia, presentano an­cora residui di carne e di pelle per­fettamente conservate per 10 mila an­ni dai ghiacci eterni. E' logico che proprio in località a suo tempo così ricche di animali, andavano ricercate anche le tracce delle popolazioni che per prime immigrarono nel Nuovo Mondo.

Gli scienziati venuti dal sud cerca­rono inutilmente per intere settimane.
Alla fine però venne il momento che tutti avevano sognato.
Poco lontano dalle ossa fossili, a circa 25 metri di profondità, imprigionata tra i ghiacci più antichi, c'era una punta di Folsom che rappresentava così il primo ritrovamento dopo più di 4 settima­ne di faticoso lavoro.
Cito anco­ra una volta i ricordi di Frank C. Híb­ben…

« Volevamo trovare tuttavia del­le prove più numerose e convincenti della presenza in Alaska del “caccia­tore di Folsom”, ma da dove doveva­mo incominciare le ricerche in un ter­ritorio così vasto e inospitale?
Natu­ralmente dalla zona in cui Eagle John­son aveva trovato la sua punta susci­tando così il nostro interesse, tanto da indurci ad organizzare la spedizio­ne. Ma a Seldovia, un piccolo villag­gio situato sulla penisola di Kenai, ci dissero che nel frattempo Eagle John­son era morto. E lui era l'unico che avrebbe potuto insegnarci la strada per raggiungere quella località in cui forse il cacciatore di Folsom aveva po­sto per la prima volta piede sul conti­nente americano ».


La sistematica ricerca degli scienziati

Ma per fortuna il pescatore che a­veva dato loro questa informazione si ricordò di aver sentito dire che Eagle Tohnson aveva una volta trovato una grande quantità di punte di selce e di ossa fossili nella Baia di Chinitna.
Non era molto, ma almeno l'informa­zione rappresentava un punto di par­tenza.
La Baia di Chinitna. è una spe­cie di budello molto lungo, ed è si­tuata in una zona deserta e inospi­tale piuttosto lontana dal punto in cui si trovava allora la spedizione. Per di più, l'informazione era piuttosto va­ga e non si sapeva da dove incomin­ciare le ricerche. Per fortuna gli scien­ziati, recatisi sul posto, poterono con­statare che la stretta Baia aveva una unica via di accesso, abbastanza pro­fondo per passarci con un battello. Fu quindi piuttosto facile passare at­traverso la strozzatura e sbarcare sulla spiaggia più interna.
In questo punto i membri della spedizione, prima anco­ra di aver saldamente ormeggiato la loro imbarcazione, ebbero la possibili­tà di scorgere, bene in vista sul ba­gnasciuga, le prime schegge di selce e le prime punte di freccia.
Non era stato affatto difficile dunque trovare il punto in cui Eagle Johnson aveva fatto le sue prime scoperte: evidente­mente il vento, le piogge, la neve e le onde del mare avevano corroso gli strati che contenevano i resti lasciati dai cacciatori di Folsom. Sulla spiaggia inoltre c'erano abbondanti quantità di legno congelato, di selci lavorate e di ossa appartenenti agli animali abbat­tuti. Finalmente quindi era stato sco­perto il terreno ideale di ricerca.

Pieni di entusiasmo, gli scienziati esplorarono sistematicamente la costa e raccolsero una grande quantità di informazioni. Evidentemente in quel punto gli uomini di Folsom avevano stabilito, per molti anni, una loro im­portante base di transito e di caccia.
Resti carbonizzati di legno testimonia­vano che erano stati accesi grandi fuo­chi mentre il grande numero di punte di selce ritrovate accanto alle ossa di mammuth e di altri animali preistorici, stavano ad indicare che la caccia, in quella zona, era stata piuttosto abbon­dante.
Carichi di un ricco bottino, gli scienziati decisero di far ritorno il giorno stesso per comunicare la gran­de notizia del ritrovamento.

Ma verso sera si scatenò un furio­so temporale che durò tre giorni e im­pedì la loro partenza. Soltanto il quar­to giorno e con notevoli difficoltà, la spedizione fu in grado di abbandona­re la baia. Nel frattempo un orso enor­me aveva scavato dei grandi buchi nel terreno permettendo così di trovare al­tri getti interessanti.

Dopo aver così soggiornato quasi u­na settimana nella Baia di Chinitna, i ricercatori credettero di aver capito perchè gli uomini di Folsom avessero abbandonato quella zona nonostante l'abbondanza della selvaggina da cac­ciare: ogni giorno terribili tempeste si rovesciavano sulla baia e spazzava­no via tutto ciò che si trovava sulla superficie terrestre; enormi ondate flagellavano l'arco della costa. Comun­que, quando gli scienziati abbandona­rono, sferzati dal vento e dal maltempo, quella terra inospitale, erano sicu­ri di aver scoperto il luogo in cui i primi uomini si erano affacciati sul Nuovo Continente.

Quarant'anni dopo i primi riveni­menti di Folsom, i più rinomati studio­si del periodo quaternario tennero un Congresso a Boulder, nel Colorado, a 400 Km di distanza da Folsom.
Il te­ma principale di questo Congresso In­ternazionale era dedicato ai primi inse­diamenti umani in America e alle caratteristiche dell'età della pietra in quel continente. Si potè così constatare quali enormi progressi erano stati raggiunti in quel quarantennio.
Oggi infatti co­nosciamo perfettamente non soltanto la strada seguita dai primi “scoprito­ri”del Nuovo Mondo, ma anche la cultura degli indiani primitivi vissuti all'età della pietra. Conosciamo l'evo­luzione e l'espansione di questa cultu­ra nel continente americana e abbia­mo trovato perfino i primi scheletri completi appartenenti a questo tipo umano.

Gli scavi più importanti relativi a questo antico complesso culturale in­diano sono stati finora effettuati a Lindenmeier, a circa 50 km a nord di Fort Collins (zona di Denver, nel Co­lorado).
In questa zona il grande an­tropologo Frank H.H. Roberts ha la­vorato per ben sette anni per incarico dell'Istituto Smithsoniano, raccoglien­do ben 6000 manufatti che costitui­scono la testimonianza più massiccia della primitiva cultura dei cacciatori americani, delle loro conoscenze tec­niche e del loro sistema di vita.

Poco prima importanti scavi archeo­logici, che sono tuttora in corso, ave­vano portato alla luce i resti di una seconda cultura appartenente allo stes­so ceppo, in una zona compresa tra le città di Clovis e di Portales, nella parte occidentale del Nuovo Messico.
Si è potuto provare che la cultura di Clovis, elaborata da primitivi cacciato­ri, è perfino più antica di quelle di Folsom: Gli studi geologici condotti nella zona hanno infatti dimostrato che le due culture sono concentrate in due strati ben distinti, separati da una zo­na vuota, e che lo strato inferiore con­tiene i resti della cultura di Clovis.
Anche le ricerche paleontologiche han­no portato alla conclusione che lo stra­to più antico, quello di Clovis, con­tiene anche resti di elefanti della pra­teria, di cammelli e di cavalli selvaggi che invece mancano completamente nello strato relativo alla cultura di Folsom.
Certo per noi è piuttosto sor­prendente sapere che gli indiani più primitivi cacciavano nella grandi pianu­re nord-americane elefanti della prate­ria e mastodonti...

Oggi sappiamo che nel periodo com­preso tra i 10 e i 15 mila anni pri­ma della nostra era, i primitivi ante­nati degli indiani vivevano in un am­pio territorio di forma ovale che si estendeva dalle pendici occidentali delle Montagne Rocciose fino al con­fine messicano a sud e fino alla provin­cia canadese di Alberta a nord.
Da que­sto territorio essi si spinsero anche nel­le zone circostanti per seguire le man­drie nelle loro peregrinazioni.


Gli scheletri degli uomini di Folsom

Gli scheletri di questi uomini di Folsom rimasero per lungo tempo introva­bili. Si poteva solo supporre che essi appartenessero a qualche sottospecie di Homo sapiens, ma non si sapeva a quale.
Finalmente nel 1953 nei pres­si della città di Midland, nel Texas, fu trovato lo scheletro completo di u­na donna in uno strato che contene­va anche resti della cultura di Folsom, ossa di antilopi, di bisonti, e di cavalli.

Nei primi decenni successivi ai ri­trovamenti archeologici nordamericani era possibile valutare l'età dei giacimen­ti soltanto in base ad argomenti tratti dalla geologia e dalla paleontologia e pertanto l'età della cultura di Folsom venne valutata sui 10-15 mila anni. Ma i moderni sistemi di datazione basati sulla radioattività del Carbonio 14, hanno permesso una valutazione molte più precisa.
L'analisi di uno scheletro di un elefante della prateria (Mam­monteus columbi) dissepolto nei pres­si di Dent (Colorado) insieme a pun­te di frecce della cultura di Clovis, ha dimostrato che esso aveva 11.200 anni.
I resti ritrovati a Naco e Lehner (Arizona) risalgono a 11-12 mila an­ni fa.
Anche i resti della cultura di Clovis trovati a Lindenmeier, nel Colo­rado, hanno un'età di circa 10.700 anni.

E' quindi evidente che la cultura paleo-indiana delle grandi praterie ab­braccia un periodo ci 4000 anni e può essere suddivisa in tre fasi principali: la prima è la cultura di Clovis, carat­terizzata da punte di selce piuttosto grandi e relativamente grossolane e da una fauna che comprendeva anco­ra l'elefante delle praterie.
Questo pe­riodo culturale comprendeva il millen­nio compreso tra il 10 e il 9 mila a.C., per quanto alcuni autorevoli archeologi americani ritengano che sa­rà senz'altro possibile scoprire nella grande pianura, tracce ancora più remo­te di questa civiltà.
La seconda fase è rappresentata dalla cultura di Linden­meier (cultura di Folsom ) caratteriz­zata da punte più piccole ed eleganti e dalla presenza di un bufalo primitivo (ora estinto) nel millennio com­preso tra il 9 e 1'8 mila a.C.
La terza fase comprende la cultura di Plano (8-6 mila a.C.).

Gli archeologi più autorevoli ri­tengono oggi che i primi uomini im­migrati in America abbiano oltrepas­sato lo stretto di Behring in un pe­riodo compreso tra i 26 ed i 28 mila anni fa, in un periodo cioè in cui la glaciazione che, dall'Alaska si estendeva fino al Wisconsin, aveva raggiunto la sua massima espansione nell'America del Nord.
Soltanto dopo questa glacia­zione si sono avuti i primi insediamen­ti umani stabili, rappresentati appun­to dagli indiani primitivi stanziati nel Nord.


La migrazione culturale

La cultura esquimese, sviluppatasi sulle coste settentrionali del continen­te non ha evidentemente niente a che fare col gruppo considerato.
Secondo le vedute correnti questo è legato a quella cultura tardo paleolitica che più tardi troverà espressione nella cosidet­ta cultura di Aurignac e che, sorto nella Siberia Centrale tra il 10 e il 20 mila avanti Cristo, ha potuto espan­dersi in tutta l'Asia nord-orientale e, attraverso lo stretto di Behring, anche nell'America settentrionale.
Una del­le ultime infiltrazioni di questo grup­po culturale viene messo in relazione con l'inizio della cultura esquimese.
In favore della tesi di un'immigrazio­ne dei paleo-esquimesi nell'America del Nord sta il fatto che parecchi dia­letti esquimesi parlati oggi nell'Ame­rica settentrionale sono reperibili an­che nell'Asia del Nord.

Gli scavi archeologici effettuati nel­la zona di Fairbanks hanno quindi per­messo di stabilire che la cultura dei primitivi abitanti dell'America provie­ne dall'Asia e che in questa colonizza­zione asiatica del continente va ricer­cata l'origine dei primi insediamenti umani in America e della cultura esqui­mese.

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

quante novità...