sabato 16 giugno 2012

MARCO POLO - Il Milione (The Travels of Marco Polo)


Il libro delle meraviglie di Messer Milione


Il nomignolo affibbiato a Marco Polo esprimeva tutta l'incredulità dei Veneziani verso il racconto delle sue vicende.
Ma "Il libro delle meraviglie" non è narrazione fantastica…, oltre a contenere non poche cose veritiere sull'Oriente di quei tempi, esso è il primo documento di uno spirito di ricerca tutt'affatto moderno, ed è testimonianza di un interessevivissimo per il modo di vita, le usanze, i costumi dei popoli.
La famiglia dei Polo, originaria di Sebenico in Dalmazia, era quel che si dice gente in gamba. Mercanti avveduti, i Polo avevano capito quale fonte di guadagni potevano essere i traffici col vicino Oriente, aperti agli Europei, e segnatamente ai Veneziani, dalle Crociate, soprattutto dalla IV, che aveva portato il doge Enrico Dandolo alla conquista di Costantinopoli. E, come altri nobili veneziani… ai soli nobili era riservato il privilegio di tali commerci…i Polo verso il 1250 avevano aperto empori a Costantinopoli e in Crimea. Dapprima partì Andrea Polo, poi i suoi fratelli Matteo e Niccolò…, quest'ultimo lasciando a Vinegia - com'era chiamata allora Venezia - la giovane moglie. Probabilmente contavano di ritornare presto in patria, ma le circostanze vollero altrimenti. Allettanti, infatti, dalla prospettiva di buoni guadagni, Matteo e Niccolò si spinsero fino a Bolgara, sul Volga, dove allora risiedeva Barca Kan (Kan vuol dire principe). Una guerra che si svolgeva dove avrebbe dovuto passare, impedì loro di tornare indietro, ed essi decisero allora di avanzare verso Oriente…, così, toccarono Bukkara, e finalmente, dopo esservi rimasti forzatamente per tre anni, accettarono l'offerta di unirsi ad una ambasceria tartara (o tatara, come si preferisce), diretta nientemeno che a Pekino, all'altro estremo dell'Asia,. alla corte del Gran Kan (come dire il "gran principe").
Qui, mentre i due ardimentosi Veneziani compiono il lungo e in molti casi pericoloso viaggio, bisogna aprire una parentesi. Ricordare, cioè che, agli inizi di quel secolo, l'Asia tutta e l'Europa orientale avevano subito la più grande invasione che la storia ricordi. I tartari, popolo mongolo, capeggiati dal famoso Gengis Kan (che vuol dire "principe universale"…il suo vero nome era Temugin), usciti dalle native steppe della Mongolia, erano straripati verso Occidente, travolgendo ogni resistenza, fino a raggiungere la penisola balcanica ! Date un'occhiata alla carta geografica che ho immesso sotto, e vi farete un'idea della immensità di questa mareggiata.
Parve per qualche tempo che l'Europa tutta dovesse essere sommersa da questa invasione, la cui vastità e violenza faceva impallidire il ricordo delle stesse invasioni barbariche subite dall'impero romano…, ma, successivamente, non più guidate dal loro ferreo e geniale e crudelissimo capo, le orde tartare furono contenute.


ALLA CORTE DI CUBLAI KAN
  
Il Gran Kan che regnava ai tempi dei Polo, pronipote di Gengis Kan, si chiamava Cublai, e risiedeva a Pekino, dopo aver conquistato ed unificato la Cina. Era un sovrano trattabile, di larghe vedute, tollerante delle opinioni altrui, avido di sapere, per nulla ostile agli stranieri. I due Polo, che avevano avuto modo di imparare la lingua tartara, fecero del loro meglio per soddisfare la curiosità del sovrano, il quale voleva soprattutto conoscere ogni cosa riguardo la religione cristiana, la Chiesa e il Papa. Erano diventati i suoi consiglieri preferiti, e col loro buon senso di mercanti accorti, con l'esperienza accumulata in anni di traffici, con la sincerità e la fedeltà, sapevano ricambiare la stima del Gran Kan.
Ma avevano una comprensibile nostalgia di rivedere patria e famiglia…, e infine, dopo molte insistenze, Cublai li lasciò partire, con messaggi per il Papa, al quale fra l'altro chiedeva cento savi uomini per insegnare e diffondere la religione cristiana nel suo impero.
Il viaggio durò tre anni…, e quando finalmente, nel 1269, i Polo toccarono le sponde del Mediterraneo, dopo tanti anni di assenza, Niccolò ebbe il dolore di apprendere che gli era morta la moglie, lasciandogli un figlioletto, Marco, già quindicenne, nato in assenza del padre.


TRE VENEZIANI SUL "TETTO DEL MONDO"
  
Qui comincia la seconda parte della grande avventura. Non aveva ancora di 17 anni quando Marco parte con il padre e lo zio per viaggio che ancor oggi, con i nostri mezzi di comunicazione, non si presenta privo di difficoltà.
Papa Gregorio X, a cui i due Polo al loro ritorno avevano reso noto il messaggio del Gran Kan, in luogo dei cento savi, diede loro due frati noti come buoni predicatori. I due frati, però, non avevano tanto coraggio quanta dottrina e, prima ancora di lasciare il Mediterraneo, come sentirono parlare di guerre, fecero dietro front e i tre Polo dovettero partirsene soli.
Sta bene che Matteo e Niccolò avevano già affrontato il duro viaggio, ma, la prima volta, con una ambasceria tartara che, in qualche modo, li proteggeva.

… "Credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciocché si potessero sapere le cose che sono nel mondo…, che non fu mai uomo né cristiano né saracino né tartaro né pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco, figliolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia" … (dal "Milione")

Carta geografica alla mano, seguite i tre Veneziani, immaginateli attraversare l'Armenia, la Persia, giungere ad Ormuz, sul golfo Persico. Qui tentarono di imbarcarsi per circumnavigare l'Asia e raggiungere per via d'acqua il mar Giallo e Pekino. Ma, reputando poco sicure le navi, preferirono le vie per l'interno. Forse non immaginavano l'immane fatica che avrebbero dovuto affrontare. Infatti, mentre con l'ambasceria tartara Matteo e Niccolò avevano proceduto tenendosi al nord delle grandi catene montane, in questo secondo viaggio i tre Polo dovettero percorrere gli altipiani, sfidare altezze a cui nessun europeo era mai giunto né giunse più per secoli, salire sul Pamir, il "tetto del mondo"…
Di là scesero verso oriente, in valli solcate da grandi fiumi, e, prima di giungere alla mèta, dovettero attraversare il terribile deserto del Gobi. Nessuno aveva mai compiuto un'impresa simile. Quale somma di coraggio, di tenacia, di intelligenza, di resistenza fisica, essa avesse richiesto ai tre veneziani, ognuno può immaginarselo. Pensate alla diffidenza dei nativi, alla difficoltà dell'orientamento, a quel andare sempre a cavallo o a piedi, essi, uomini di mare, figli di marinai, proverbialmente non avezzi alle lunghe camminate. E, occhi ed orecchie sempre ben aperti.

… "Nella provincia del Tibet, narra Marco Polo, c'era un'usanza per cui le madri offrivano le loro figlie giovinette a i mercanti di passaggio. Dopo di che potevano sposarsi liberamente ..."...

Cublai Kan rivide con gran gioia i due stranieri, gradì i loro doni e messaggi…, Marco, poi, gli piacque moltissimo.
In quel giovane intelligente e ardito, che lungo la strada aveva imparato l'arabo, il turco, il tartaro e il cinese, aveva intuito qualità superiori, che ben presto avrebbe messo alla prova. Marco era nato nel 1254, era partito nel 1271…, nel 1278, a ventiquattro anni, Cublai Kan - lui, che aveva 22 figli maschi ! - lo nominava governatore di una provincia…, dal 1283 al 1285 lo mandava, come si direbbe, in missione di fiducia nella Cina meridionale, in terre che lo stesso Cublai, pur essendone sovrano, conosceva assai poco.
Munito di un passaporto d'oro che lo faceva rispettare come lo stesso Gran Kan, Marco compì le sue missioni in modo esemplare, meritandosi la stima di Cublai, che non aveva mai avuto un ambasciatore così attento e capace di vedere e ricordare. Marco, infatti, era il tipico viaggiatore "moderno" bramoso di scoprir paesi, di rendersi conto personalmente di tutto.

..."Narra Marco Polo… che nella provincia di Chingitalas, appartenente ai domini del Gran Kan, con la bava della salamandra si confezionava una specie di lana incombustibile… "...


DI SCORTA ALLA PRINCIPESSA
  
Cublai Kan non si sarebbe mai privato di così preziosi consiglieri - lui che teneva alla sua corte i migliori ingegneri d'ogni paese del suo smisurato dominio…, ma ormai Matteo e Niccolò erano vecchi, e Marco era prossimo alla quarantina. Così fu che, quando il re di Persia, Argon, rimasto vedovo, chiese in sposa a Cublai una principessa di sangue mongolo, il Gran Kan pensò di affidarla ai Polo, che l'accompagnassero per via di mare, ritenuta meno disagevole, e così tornassero in patria. Fu apprestata una vera flotta - complessivamente 13 velieri con 600 uomini di equipaggio e scorta e provviste per due anni.
Il viaggio fu fortunoso, pieno di peripezie…, furono toccate Giava, Sumatra, Ceylon, costeggiata l'India…, quando la comitiva imperiale prese finalmente terra a Ormuz, la scorta era ridotta a otto uomini ! E, come se questo non bastasse, Argon era morto. Ma i Polo, fedeli alla missione della quale erano stati incaricati, andarono ugualmente alla capitale della Persia, per consegnare la principessa al figlio di Argon, il quale la sposò. Poi, attraverso l'interno, i Veneziani giunsero a Trebisonda, da dove puntarono su Venezia.
Era il 1295. Da ventiquattro anni essi mancavano dalla patria. Gli anni trascorsi, le traversie, lo strano vestire, li reseroirriconoscibili ai loro stessi congiunti. Lo storico Ramusio, al quale dobbiamo la prima biografia di Marco Polo, racconta che, per farsi riconoscere, i tre reduci dovettero ricorrere ad uno stratagemma…, invitarono cioè parenti ed amici ad un sontuosissimo banchetto, durante il quale si presentarono successivamente in vesti sempre più ricche,ed infine nei miseri panni del pellegrino, e fra lo stupore dei presenti si misero a scucire le fodere, facendone uscire gemme di tal pregio e in tal numero da abbagliar tutti e da costringerli ad ammettere che i tre erano proprio i Polo !


GLI INCREDULI COMPATRIOTI
  
Vollero allora ascoltare dalla viva voce di Marco - il più giovane e il più eloquente - la descrizione dei paesi veduti e la narrazione delle avventure attraverso le quali erano passati. Ma quando sentirono degli splendori della corte del Gran Kan, e che egli aveva un organizzatissimo servizio di posta, e che aveva ritirato oro e argento e stampato carta-moneta… e che la loro Vinegia era un villaggio se paragonata a Quinsai (l'attuale Hang-Ceu o Hang-Ciou, capoluogo del Ce-Kiang)., essa pure sorgente da una laguna, con un milione di case, dodicimila ponti, tremila bagni… quando sentirono queste e altrettanti meraviglie, i buoni Veneziani dissero chiaro e tondo che non volevano essere presi in giro…, milioni di qui, milioni di là… per chi li avevano presi, quel Marco Polo, quel… messer milione.
Ma non erano tempi da consentire ai Polo un meritato riposo e un tranquillo racconto delle loro vicende dopo tanto vagabondare. Genova, che, alla Meloria, nel 1284, aveva schiacciato definitivamente i Pisani, ora si apprestava a dare un colpo finale all'odiata rivale, la potente Serenissima. A Curzola, presso le coste della Dalmazia, avvenne la battaglia, l'8 settembre 1298, e fu una durissima sconfitta per i Veneziani. Lo stesso doge, fatto prigioniero, non resistette alla vergogna, e si diede la morte. E prigioniero fu fatto anche Marco Polo, il quale aveva armato a sue spese una galea.


MARCO DETTAVA, RUSTICHELLO SCRIVEVA
  
Rinchiuso in un palazzo di Genova, otto mesi durò la prigionia. Suo compagno di sventura era uno scrittore, un pisano, Rustico, o Rustichello, che si trovava lì da ben 14 anni ! L'incontro di questi due uomini diede un singolare frutto…, al nostro Marco, infatti, venne l'idea di narrare compiutamente e ordinatamente le proprie vicende, prima che la memoria lo tradisse. Forse, anche, per riaffermare ancora una volta che non aveva contato frottole. Uno detta, l'altro scrive, e il "libro delle meraviglie" (o, come poi tutti lo chiamarono, Il Milione) è fatto. Ma non in volgare toscano scrive Rustichello, bensì in lingua d'oil, o francese, lingua allora assai usata dai nostri letterati.
Tornato a Venezia, Marco poté godersi in pace gli anni che seguirono…, si sposò, ebbe tre figlie. Prossimo alla morte, nel dettare il suo testamento non dimenticò un servo tartaro, che l'aveva seguito trent'anni prima.
Morì a 70 anni, nel 1324…, era vissuto, perciò, circa negli anni di Dante.

.................................................................

Grazie all'opera di Marco Polo vennero stabilite le prime relazioni commerciali tra l'Europa Occidentale e la Cina, che era vissuta sino a quel periodo nel più completo isolamento.
Le pagine del Milione ci raccontano sì le vicende del suo soggiorno in Oriente e il suo stupore nell'apprendere le tradizioni e i costumi cinesi, ma i passi più interessanti riguardano senz'altro l'analisi della struttura politica dell'immenso impero.
Il nucleo di tutta la vita politico-amministrativa era a Khanbalik (l'attuale Pechino)…, qui risiedevano i dodici ministri incaricati di amministrare le diverse province.
Da questo organizzatissimo centro si diramavano i messaggi e i vari ordini, che affluivano rapidamente sino ai più remoti confini dell'impero mediante un servizio postale che operava lungo una fitta rete di piste continuamente battute e mantenute in efficienza. I mezzi utilizzati dai Mongoli per gli spostamenti erano principalmente i cavalli che, secondo una stima di Marco Polo, ammontavano a circa trecentomila capi.
Lungo queste vie di comunicazione non si svolgevano soltanto incontri per scambi di informazioni, ma anche intensi traffici commerciali. Da Pechino partivano infatti piste che, attraverso il Turkestan e la Mongolia, collegavano la capitale con la foce del Don, sul Mare Nero.
Grandi affari furono conclusi dai mercanti veneziani e genovesi, che aprirono agenzie commerciali o impiantarono filiali in Crimea e in Armenia. Lungo il fiume Yang-tze Kiang, giungevano alla capitale il riso e la seta per le industrie di stoffe damascate.


LA MERAVIGLIOSA AVVENTURA DI "MESSER MILIONE" SPRONÒ AL GRANDE VIAGGIO CRISTOFORO COLOMBO.
   
La modestia naturale dell'uomo, la sua indole pacifica (nel suo libro non manca mai di accennare agli uccelli dei vari paesi…e gli fa specie quando mancano), il suo star lontano dalla vanità del mondo, non contribuirono certo a dargli una gran fama, lui in vita. E' ben vero che il "Libro delle meraviglie", che poi tutti chiamarono "Il Milione", ebbe subito diffusione e fortuna…, ma vi si parla così poco dell'autore ! …., e poi, i più lo credettero un romanzo d'avventura e niente più. (E pensare che, in punto di morte, esortato a confessare d'aver esagerato, il buon Marco aveva esclamato…

… "O amici, vi accerto che non ho scritto neppure la metà di quel che ho potuto vedere").

Ma fra quelli che lessero e credettero, vi furono due della stessa stoffa di Marco Polo, voglio dire Cristoforo Colombo e Vasco de Gama. Nella biblioteca colombiana di Siviglia si conserva una copia de Il Milione, tutta annotata di pugno del Genovese. Il fascino della narrazione del Veneziano, non meno che la famosa lettera dell'astronomo Paolo del Pozzo Toscanelli, sulla rotondità della terra, lo convinsero al "folle volo".

Ancor oggi, Marco Polo è considerato "il più grande fra i viaggiatori di tutti i tempi".

1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Interessante...