sabato 28 luglio 2012

GIÀIS (Aviano) - Nota etimologica di paesi friulani


   
GIÀIS

Il Friuli è disseminato di numerose località, che portano il nome di Gallo, Galli o simile nella versione italiana, e giàl, giài, giàis nella forma dialettale, che è sempre la più autentica. 
La prima, più immediata spiegazione che si è portati a dare di tali toponimi, è quella che porta ad accostarli al nome del “gallo”, cioè al maschio della “gallina”. 
Non è escluso che questa interpretazione colga talvolta nel segno (la motivazione andrà ricercata in un'eventuale insegna di pubblico locale o in altro di analogo), ma nella maggior parte dei casi bisognerà pensare al longobardo “gahagi”, attraverso la latinizzazione in “gadium”, che significa “luogo chiuso”, “recinto”, “bandita”: il tipo è diffusissimo nella toponomastica delle Regioni, già governate dai Longobardi. 

Rientra in questo gruppo pure Giàis di Aviano, forse già citato nel 1184 e nel 1222 come “plebem de Gallis” (ma queste attestazioni potrebbero riferirsi a Gàio di Spilimbergo, di uguale origine linguistica), sicuramente nel 1300, quando per la prima volta si ricordano eventi accaduti in villa de Giay. 
Non occorre aggiungere, dopo questa spiegazione, che qualsiasi riferimento alla popolazione degli antichi Galli si deve considerare come puramente fantastico.

  

venerdì 27 luglio 2012

IL CANALE DI SUEZ (The Suez Canal)


La costruzione del canale di Suez

    
Il 17 novembre 1869 un variopinto corteo di panfili e di navi da diporto a bordo dei quali si trovavano i titolari dei più bei nomi dell'aristocrazia, della finanza e della tecnica europea, percorreva per la prima volta, tra un tripudio di bandiere, di bande musicali e di folle festanti, i 170 chilometri del Canale di Suez. La sfilata era aperta da uno dei più lussuosi yacht che avesse mai solcato i mari, l'"Aigle", e sulla sua tolda, corteggiata da uno stuolo di invitati e di cortigiani, stava la dama più affascinante e ammirata dell'epoca, l'imperatrice Eugenia di Francia, moglie di Napoleone III.



Non fu certo per cavalleria che Eugenia di Montijo venne chiamata a tenere a battesimo il Canale di Suez: la scelta della bella madrina fu dettata soprattutto dalla necessità di sottolineare, sia pure con una coreografia da "belle epoque", il preminente interesse e il decisivo contributo della Francia a quella che fu la prima grande impresa internazionale del capitale finanziario europeo.

Cinquant'anni fa, questa impresa, questo "ponte steso tra i continenti al servizio del pacifico progresso di tutte le nazioni" secondo la definizione dei sansimoniani francesi che ne furono gli ideologhi, celebrava in modo ben triste il suo primo secolo di vita: chiuso da più di due anni al traffico marittimo, ingombro dei relitti di decine di navi affondate, parzialmente insabbiato per mancanza di manutenzione, il Canale di Suez non era più quel "ponte" che univa i popoli, ma piuttosto un grande fosso anticarro, una provvidenziale anche se provvisoria linea di demarcazione tra i due mondi irriducibilmente ostili.
Sarebbe fin troppo facile fare tutta una serie di considerazioni confrontando la situazione iniziale e quella finale di questa gigantesca opera dell'uomo, ma in realtà tutta la storia del celebre Canale che si articola partendo dal capitalismo ancora idealistico per approdare, attraverso le fasi dell'imperialismo e della giusta reazione che ne è seguita, al moderno neo-colonialismo del dopoguerra europeo, rappresenta una storia esemplare che vale la pena di raccontare.


La necessità di stabilire una via di comunicazione diretta tra il Mediterraneo e il Mar Rosso era già stata sentita dagli antichi faraoni i cui domini, separati da grandi distese desertiche che ne rendevano problematici i collegamenti terrestri, si affacciavano su entrambi questi mari. Essi fecero perciò costruire un canale artificiale che, attraversando l'Uadi Tumilat e i laghi Amari, metteva in comunicazione il ramo più orientale del Nilo con il Mar Rosso. Questo canale svolse le sue funzioni per quasi duemila anni e fu ampliato da Traiano. Con la caduta dell'impero romano, la decadenza dei traffici internazionali e l'incuria del dominio bizantino il canale faraonico venne completamente trascurato e finì rapidamente per insabbiarsi.

Nei secoli successivi tutto il commercio marittimo rimase centrato nel Mediterraneo, l'"ombelico del mondo" come allora venia chiamato, per cui non si sentì affatto la necessità di uscire dal suo ristretto ambito. La situazione cambiò radicalmente con le grandi scoperte geografiche: l'asse internazionale dei traffici si spostò dal Mediterraneo all'Atlantico, venne aperta la rotta del Capo di Buona Speranza come via ideale per raggiungere le favolose ricchezze delle Indie e dell'Estremo Oriente. Le repubbliche marinare italiane iniziarono a decadere rapidamente mentre i paesi che si affacciavano sull'Atlantico (Inghilterra, Olanda, Portogallo) coglievano la loro grande occasione storica e sviluppavano al massimo la loro civiltà mercantile. Non a caso il primo progetto per il ripristino dell'antico canale faraonico, che avrebbe portato l'abbandono delle rotte circumafricane e la rivalutazione del valore commerciale del Mediterraneo, Parte proprio, nel XVI secolo, da un gruppo di tecnici veneziani. Ma le difficoltà sono enormi, sorge addirittura il dubbio che tra il Mar Rosso e il Mediterraneo esista un notevole dislivello (la storia del periodo faraonico è ancora sconosciuta) e che lo scavo di un canale di comunicazione comporterebbe il pericolo di annegamento per la popolazione rivierasche; il declino politico e finanziario della repubblica adriatica farà dimenticare rapidamente questo ambizioso progetto.
Alla fine del XVIII secolo la borghesia francese, acquistato il potere attraverso la sua gloriosa Rivoluzione, trova in Napoleone Bonaparte il suo più geniale e acuto esponente. Perfettamente conscio dell'essenza mercantilistica della società inglese, egli decide di colpire il mortale nemico della Francia alle radici e organizza la sua spedizione in Egitto per bloccarne l'espansione coloniale e interrompere la "via delle Indie". Al suo seguito ci sono tecnici e scienziati i quali stendono accurati piani per il taglio dell'istmo di Suez ma, con il fallimento della spedizione, la cosa non ha più seguito. Le necessità economiche tuttavia trascendono i formalismi politici contingenti: anche dopo la restaurazione la Francia si trova nella necessità di competere con successo con lo strapotere commerciale dell'Inghilterra che sembrava ormai avesse monopolizzato i traffici con l'Asia. E questo naturalmente non in nome dei gretti interessi nazionalisti, ma in nome di ideali più ampi e universali.
Quale mezzo migliore, di fronte a un Inghilterra detentrice del monopolio delle rotte atlantiche e circumafricane di quello consistente nell'aprire una via diretta di comunicazione tra Mediterraneo e Asia, riportando così ad una funzione insostituibile "l'ombelico del mondo"? Tanto più che in quel momento l'unica potenza capace di tenere saldamente in pugno l'egemonia mediterranea era proprio la Francia: l'Italia era ancora divisa in tanti piccoli Stati, la Spagna non contava più niente, la Turchia era in completo sfacelo. Non deve quindi meravigliare il fatto che fu proprio la Francia a rispolverare i progetti relativi al taglio del Canale.


Nel 1833, uno degli esponenti più in vista dell'economia francese, Barthélemy Enfantin chiese un colloquio a Mohammed Alì, nominalmente viceré d'Egitto per conto della Sublime Porta Ottomana, ma di fatto padrone assoluto delle terre nilotiche, per sollecitare da lui il permesso di realizzare il taglio dell'istmo di Suez. Mohammed Alì si dichiarò in linea di massima d'accordo, ma pose due condizioni: il canale doveva appartenere all'Egitto e per di più doveva essere liberamente aperto al traffico internazionale. La risposta di Mohammed Alì avrebbe scandalizzato il più tiepido imperialista inglese, ma suscitò invece il massimo entusiasmo in Barthélemy Enfantin, ammiratore del socialismo utopistico di Saint-Simon, e convinto assertore della necessità di sviluppare i pacifici commerci su scala internazionale per avviare l'umanità verso un periodo di comprensione, di fiducia e di benessere da cui dovesse essere bandito di conseguenza ogni conflitto e ogni guerra.

La classe capitalista francese, visto il vento che tirava, pensò di sfruttare fino in fondo l'idealismo di certi suoi intellettuali e di certi suoi economisti come un comodo paravento dietro cui celare le sue tutt'altro che idealistiche aspirazioni. Venne così legalmente costituito nel 1846 un comitato composto da insigni personalità europee, tutte aderenti al sansimonismo, che, sotto il nome di "Societé d'Etudes du Canal de Suez" iniziò lo studio tecnico e giuridico della questione offrendo al Viceré d'Egitto il massimo delle garanzie nel senso da lui richiesto.
Dei quattro progetti presentati fu adottato quello dell'italiano Negrelli e il 30 novembre 1854, il successore di Mohammed Alì, Sa'id, consegnava al visconte Ferdinand De Lesseps, autorevole membro del comitato e suo amico personale, l'autorizzazione dei lavori e per la costruzione della "Compagnia Universale del Canale di Suez".


Nel novembre 1858 il Lesseps, non ancora coinvolto negli scandali finanziari che poi avrebbero finito per travolgerlo, aprì la sottoscrizione per la raccolta dei fondi, ebbe grande successo finanziario che gli permise di costituire legalmente la Compagnia appena un mese dopo e di iniziare i lavorio nell'aprile dell'anno successivo.

"Il capitale era composto da 400 mila azioni da 500 franchi nominali; di queste, 207 mila si trovavano in mani francesi, 177 mila appartenevano al Viceré d'Egitto, il resto era in mano a cittadini privati".
Sembrava che tutto procedesse per il meglio: Francia ed Egitto erano soci quasi alla pari e una clausola dello statuto della Compagnia prevedeva esplicitamente la libera transitabilità per tutte le navi di tutti i paesi. Gli ideali dei seguaci di Saint-Simon, almeno in apparenza, erano salvi.
Evidentemente in Egitto, paese sottosviluppato e debole, non poteva uscire indenne dall'"umanitario" abbraccio del capitale francese. Quattro anni dopo l'inizio dei lavori di sterro il nuovo Viceré Ismail Pascià era costretto a rivolgere una supplica a Napoleone III chiedendogli di fare cessare un fenomeno abbastanza vergognoso e comunque contrario alle teorie di Saint-Simon. In poche parole succedeva questo: gli appaltatori europei obbligavano i contadini della zona del Canale a prestare la loro opera di sterratori per pochi centesimi al giorno; questi trascuravano i lavori agricoli, si indebitavano e vendevano a poco prezzo i loro appezzamenti agli speculatori bianchi. In tre anni la Compagnia era così riuscita a impadronirsi di tutte le terre circostanti il Canale e ad evitare ogni spesa di macchine e di attrezzature moderne per lo scavo.
Napoleone III, dopo aver "pensato" a lungo, diede al viceré una risposta magnanima: la Francia era disposta a rinunciare al diritto del più forte, alle "corvées" e all'accumulazione di terre. In cambio però l'Egitto doveva rifondere alla Compagnia il danno che fu calcolato in 84 milioni di franchi, cifra allora veramente ingente. Gli azionisti riuscirono in tal modo a far confluire i debiti dei contadini egiziani in un ingente debito nazionale, ben sapendo che l'Egitto non avrebbe mai potuto pagarlo e sarebbe così rimasto alla loro completa mercè.
Ma i capitalisti francesi avevano fatto i loro conti senza l'oste, che in questo caso era rappresentato dall'Inghilterra. La più grande potenza marittima di quei tempi non aveva certamente visto di buon occhio l'apertura del Canale, aveva fatto l'impossibile per opporsi a quell'impresa ed era rimasta del tutto fredda di fronte alla grande parata del 1869. Ma aspettava l'occasione propizia per inserirsi nel grande gioco e impadronirsi senza fatica del lavoro fatto dagli altri.
L'eco delle note della marcia trionfale dell'Aida, commissionata a Giuseppe Verdi dal viceré d'Egitto per festeggiare l'apertura del Canale, non si era ancora spento e già lo sventurato paese si trovava ad attraversare la crisi finanziaria più grande della sua storia: i debiti contratti per l'acquisto delle azioni, aggiunti al debito di 84 milioni contratti con la Compagnia, avevano provocato uno spareggio incolmabile nel bilancio e una conseguente precipitosa caduta della lira egiziana.
Nel 1875 la situazione era diventata insostenibile. Era l'occasione pazientemente attesa dall'Inghilterra che si trovava per di più avvantaggiata dall'eclissi francese seguita dalla catastrofe di Sedan. Gli inviati inglesi offrirono il loro "aiuto" finanziario al viceré d'Egitto togliendolo dagli imbarazzi finanziari: in cambio chiesero soltanto la cessione delle 177 mila azioni del Canale che si trovavano nelle sue mani. L'Egitto fu così privato anche della sua percentuale sugli introiti, e, dopo il risanamento delle finanze, si trovò nella necessità di chiedere nuovi prestiti che, naturalmente gli vennero generosamente forniti. Ma la musica cambiò quando venne il momento di restituirli: l'Inghilterra e la Francia chiesero garanzie ben precise e ottennero la nomina di una Commissione per il debito egiziano incaricata di imporre e di riscuotere tutte le tasse necessarie per arrivare al saldo o per lo meno al pagamento degli interessi.

Nel 1878 in Egitto fu formato addirittura il cosiddetto "Gabinetto europeo" che, presieduto da un nobile egiziano venduto agli inglesi, Nurban Pascià, ebbe come ministro dei lavori pubblici un cittadino francese. Le conseguenze di questo stato di cose non tardarono a manifestarsi: il popolo egiziano sfruttato indegnamente e ridotto in condizioni di schiavitù si ribellò apertamente e i militari aderirono alla rivolta. I disordini fornirono il pretesto all'Inghilterra per intervenire militarmente in difesa della "civiltà occidentale" minacciata dalle turbe di "pericolosi" mussulmani: nel 1882 l'Egitto era diventato praticamente una colonia britannica e il Canale era saldamente presidiato da truppe inglesi. E ciò, nonostante la convenzione internazionale sottoscritta a Costantinopoli anche dai rappresentanti britannici, che dichiarava la zona del Canale smilitarizzata, neutrale e aperta al traffico internazionale.
La situazione fu giuridicamente legalizzata soltanto col trattato anglo-egiziano del 1936 in base al quale il Canale, definito "mezzo di comunicazione essenziale tra le diverse parti dell'Impero Britannico" doveva essere presidiato da 10.000 soldati e da 400 aviatori inglesi.
Dopo la seconda guerra mondiale, sull'ondata del grande movimento anticolonialista che scuoteva tutto il Terzo Mondo, l'insofferenza egiziana nei confronti della presenza inglese sul Canale divenne sempre più forte. La situazione precipitò con il primo conflitto arabo-israeliano nel 1848: l'Egitto per ritorsione proibì il passaggio delle navi israeliane e iniziò una vasta azione internazionale che portò nel 1955 al ritiro delle truppe britanniche. Finalmente, nel 1956, messo con le spalle al muro dal rifiuto delle potenze occidentali di finanziare la costruzione della diga di Assuan il presidente Nasser nazionalizzò il Canale di Suez che così, dopo quasi cent'anni, divenne veramente "egiziano" com'era stato originariamente garantito a Mohammed Alì.
La reazione delle potenze imperialiste non tardò a venire: la pedina utilizzata per salvare la faccia e interessi fu questa volta lo Stato di Israele. Il 29 ottobre 1956 truppe israeliane varcavano il confine della RAU con il pretesto di dover porre fine alle incursioni degli irregolari egiziani. Francia e Gran Bretagna inviarono subito un ultimatum ai belligeranti imponendo la cessazione del fuoco e l'occupazione della zona del Canale da parte di truppe franco-inglesi con lo scopo "di separare i contendenti e assicurare la pace". Israele accettò subito (chissà perché), l'Egitto, ovviamente, rifiutò. Subito l'aviazione inglese bombardava Porto Said e truppe anglo-francesi appoggiate da paracadutisti occupavano la zona del Canale. Ma l'epoca dei metodi imperialistici più sfacciati era ormai tramontata e il colpo di mano non riuscì: L'Unione Sovietica impose l'immediato ritorno delle truppe di occupazione minacciando le più severe rappresaglie contro Londra e Parigi, e il Canale di Suez tornò a essere una pacifica via di comunicazione internazionale mentre la "Compagnia" accettava l'indennizzo proposto dall'Egitto per la nazionalizzazione e prendeva atto della nuova realtà.
  
Tracciato del Canale di Suez


    
Ma questo stato di cose è durato pochi anni: nel giugno del 1967, a conclusione della "guerra dei sei giorni", i carri armati del generale Mosè Dayan si sono attestati sulla sponda orientale del Canale. Gli egiziani hanno affondato il naviglio disponibile per ostacolare il traffico, 15 navi con i loro equipaggi sono bloccate all'interno del Canale, destinato a vedere ormai solo il traffico notturno di piccoli natanti che, approfittando delle tenebre, portano sulla sponda opposta squadre di guastatori o di esploratori.
Negli anni Settanta del secolo scorso, il Canale è rimasto chiuso. Tutto ciò mentre una colossale opera di ingegneria, la cui costruzione ha richiesto dieci anni, è costata tanto sangue e tante lacrime ed è stata pagata con l'asservimento di un nobile ed antico popolo, giace inutilizzata, vittima anch'essa delle contraddizioni e degli egoismi internazionali. Quali conseguenze allora? Per quanto riguarda l'Italia possiamo dire che, per raggiungere i nostri porti i prodotti petroliferi dovevano compiere un percorso medio di 4.600 miglia contro le normali 3.100 miglia e che ciò comportava un maggior costo dei noli che, come è ovvio, venivano pagati dal contribuente italiano.
Su scala mondiale le conseguenze furono ancor più vistose: il Mediterraneo aveva perso nuovamente una parte della sua importanza, era stata incoraggiata la costruzione di superpetroliere gigantesche che doppiavano come gli antichi tempi il Capo di Buona Speranza, l'asse dei traffici si spostava lentamente verso quei porti che avevano tempestivamente provveduto ad attrezzarsi per accogliere le supernavi (tra questi ci sono anche i porti italiani), la Libia e la Turchia facevano affari d'oro.
Il Canale è rimasto chiuso fino al 1975, quando fu definitivamente restituito all'Egitto, che lo riaprì al traffico internazionale.

Da questo punto di vista è veramente giusto dire che il Canale di Suez è stato proprio il capolavoro del capitale finanziario internazionale. Ma non certo nel senso in cui l'intendevano gli utopisti seguaci di Saint-Simon.


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giovedì 26 luglio 2012

LE REGIONI POLARI - Polo Nord e Polo Sud - Artide e Antardide (Arctic and Antarctica)


Circolo Polare Artico
  
Antardide


    
L'ESPLORAZIONE DELLE TERRE POLARI

I primi viaggi di esplorazione delle terre artiche risalgono al XVI secolo. Si ricercava allora un passaggio navigabile che permettesse più rapide comunicazioni fra l'Atlantico e il Pacifico, passando a Nord dell'Europa e dell'Asia (passaggio di Nord-Est) o a Nord dell'America Settentrionale (passaggio di Nord-Ovest).
  
Adolf Erik Nils Nordenskjold (Helsinki 1832 - Dalby, Malmöhus 1901)
    
Dopo una lunga serie di tentativi sfortunati, il passaggio di Nord-Est fu finalmente trovato dal navigatore svedese Adolf Nordenskjöld nel 1879, e quello di Nord-Ovest dal norvegese Roald Amundsen, nel 1906, dopo tre anni di navigazione attraverso gli infidi stretti dell'Arcipelago Americano.
  
 Roald Engelbregt Gravning Amundsen
(Borge, 16 luglio 1872 – Mar Glaciale Artico, 18 giugno 1928)
   
Entrambi i passaggi si dimostrarono poi inutilizzabili ai fini commerciali; ma intanto si erano scoperte nuove terre e, subentrato l'interesse scientifico a quello economico, si decise di dare l'assalto al Polo Nord.
I tentativi furono continui, tenaci, eroici e richiesero il sacrificio di parecchie vite umane: ma alla fine il polo capitolò.
  
Robert Edwin Peary (Cresson, 6 maggio 1856 – Washington D.C., 20 febbraio 1920) 
   
Il fortunato esploratore che per primo vi mise piede fu l'americano Robert Peary che lo raggiunse il 6 aprile 1909, dopo una lunghissima e snervante marcia sul ghiaccio.
  
Umberto Cagni conte di Bu Meliana (Asti, 24 febbraio 1863 – Genova, 22 aprile 1932) 
  
Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia, duca degli Abruzzi
(Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933)
   
Nove anni prima, l'italiano Umberto Cagni, membro di una spedizione guidata da Luigi di Savoia, Duca degli Abruzzi, si era spinto con slitte a meno di 400 chilometri dal polo.
  
Umberto Nobile (Lauro, 21 gennaio 1885 – Roma, 30 luglio 1978)
   
Successivamente il Polo Nord fu sorvolato in dirigibile da Amundsen e dall'italiano Umberto Nobile, nel 1926, e dal solo Nobile, nel 1928. Purtroppo quest'ultima spedizione finì tragicamente perchè, nel viaggio di ritorno, il dirigibile “Italia” precipitò nei pressi delle Svàlbard e non tutti i trasvolatori poterono essere salvati. Nella nobile gara di ricerca e di salvataggio dei dispersi trovò la morte il generoso Amundsen.
  
Dirigibile ITALIA



Le esplorazioni delle terre antartiche cominciarono solo nel XIX secolo e le prime scoperte furono opera dei cacciatori di balene. Partirono poi gli esploratori e, nel 1841, l'inglese James Ross raggiunse il mare che oggi porta il suo nome. Belgi, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Norvegesi e altri ancora si accanirono a vicenda nell'assalto al Polo Sud e nel 1909 l'irlandese Ernest Shackleton giunse a 180 Km. da esso.
  
Sir James Clark Ross (15 aprile 1800 - 3 aprile 1862)
  
Ernest Henry Shackleton (Kilkea House, 15 febbraio 1874 – Grytviken, 5 gennaio 1922) 
     
Robert Falcon Scott (Plymouth, 6 giugno 1868 – Barriera di Ross, 29 marzo 1912)
  
Nel 1911 l'inglese Robert Scott partì per un tentativo decisivo; ma fu preceduto da Amundsen che, sbarcato sulla Grande Barriera del Mare di Ross, a marce forzate, con una muta di cani, raggiunse il Polo Sud il 14 dicembre 1911. Un mese dopo vi giunse anche lo sfortunato Scott, ma era sfinito e nel viaggio di ritorno non resistette alle terribili avversità del clima e morì di freddo e di stenti.
I rapidi progressi dell'aviazione e della scienza permisero in seguito una più accurata esplorazione delle terre polari, le quali ormai non sono più un mistero per l'uomo.
  
Richard Evelyn Byrd (Winchester, 25 ottobre 1888 – Boston, 11 Marzo 1957)
   
L'ammiraglio della marina statunitense Richard Byrd, dopo aver sorvolato il Polo Nord nel 1926 e il Polo Sud tre anni dopo, nel biennio 1933-34 effettuò un'accurata esplorazione dell'Antartide, costruendo sul ghiaccio un villaggio di baracche che chiamò la Piccola America e spingendosi poi, da solo, a oltre 80° di latitudine, dove rimase per più di due mesi, in una baracca affondata nella neve e nel ghiaccio, per fare rilievi scientifici.
Nell'Antartide il Byrd ritornò nel 1939-4o e poi ancora nel 1946-47, dotato di mezzi sempre più idonei. Sarebbe dovuto ritornarvi nel 1957, a capo di una grande spedizione scientifica, organizzata in occasione dell'Anno Geofisico Internazionale (1957-1958); ma la morte lo ghermì alla vigilia della partenza.
Fra le molte spedizioni che in questi ultimi anni hanno avuto per meta l'Antartide merita di essere ricordata quella dello scienziato inglese Ernest Fuchs che, per primo, attraversò l'Antartide dal Mare di Weddell al Mare di Ross, passando per il polo; una traversata di 99 giorni, dal 24 novembre 1957 al 2 marzo 1958, su mezzi cingolati che minacciavano ad ogni istante di precipitare in orribili crepacci.


  
LE REGIONI POLARI
     

    
Alle estremità Nord e Sud della Terra, intorno ai rispettivi poli, si raggruppano le acque e le terre che costituiscono le Regioni Polari. Dicesi Regione Polare Artica o, più semplicemente, Artide, quella situata a Nord del Circolo Polare Artico e culminante con il Polo Nord; si chiama, invece, Regione Polare Antartica o Antartide quella situata a Sud del Circolo Polare Antartico e culminante con il Polo Sud.
Fra le due regioni esiste una differenza fondamentale: l'Artide è occupata in prevalenza dalle acque; l'Antartide é in massima parte occupata dalle terre. L'Artide, infatti, é una conca, profonda più di 4000 metri, occupata dalle acque del Alare Glaciale Artico, intorno al quale stanno isole e continenti; l'Antartide, invece, é un vero continente, circondato da acque oceaniche.
Entrambe le regioni sono soggette a clima rigidissimo, con temperature medie annue molto al di sotto dello zero. Nell'Antartide, che é la regione più fredda della Terra, il termometro in inverno registra spesso temperature di oltre 80° sotto zero. Anche nell'Artide il freddo non scherza; ma, sia pur di poco, é mitigato dalla presenza della massa di acque del Mare Glaciale Artico.
Altro carattere comune alle due regioni polari è l'alternarsi di lunghi periodi di luce solare continua (dì) con altrettanti lunghi periodi di continua oscurità (notte). Il fenomeno raggiunge il culmine ai poli, dove il dì dura sei mesi e la notte altrettanti.
   
L'ARTIDE
   
    
Il Mare Glaciale Artico è un vero e proprio mare mediterraneo, perchè è circondato da ogni parte da terre. Gli fanno corona isole, arcipelaghi e gli estremi lembi settentrionali dell'Europa, dell'Asia e dell'America del Nord.
Comunica con l'Oceano Atlantico per mezzo del largo braccio di mare che separa la Scandinavia dalla Groenlandia, mentre con l'Oceano Pacifico è in comunicazione soltanto attraverso lo Stretto di Bering.
La sua superficie è in gran parte coperta da lastroni di ghiaccio che sono in continuo movimento.
Chi naviga verso i mari polari e si imbatte per la prima volta nei ghiacci galleggianti, ne riceve un'impressione indimenticabile. Sulla superficie verdastra del mare, calmo o tempestoso, ma quasi sempre dominato da una temperatura rigida, i ghiacci fluttuano incontro alla nave come bianchi araldi che portino il saluto delle sfingi polari. Poi, di mano in mano che si procede, essi divengono più numerosi e imponenti, strisciano lungo le fiancate, prima come in una dolce carezza, quindi con sinistri brontolii, ostacolano la prora, mettono a dura prova il fasciame, e infine arrestano la nave, circondandola di un gelido abbraccio che, in molti casi, è mortale.
  


    
Ricoperte di ghiacci permanentemente o per molti mesi dell'anno sono anche le terre che circondano il Mare Glaciale Artico. Spicca fra tutte la Groenlandia, l'isola più grande della Terra, sette volte più estesa dell'Italia (Kmq. 2.175.600). Per circa nove decimi la sua superficie è coperta da una coltre di ghiaccio che raggiunge lo spessore di 3000 metri. Libere dai ghiacci rimangono soltanto alcune zone dislocate lungo le coste meridionali, specie a Occidente, dove vivono i pochi abitanti dell'isola, oltre 35.000, in gran parte Eschimesi, quasi tutti cacciatori e pescatori. Lavorano però anche nelle miniere, perchè la Groenlandia possiede giacimenti di carbone e, soprattutto, di criolite, un minerale assai raro, che serve per l'estrazione dell'alluminio dalla bauxite.
   
Il profondo blu della Groenlandia


    
Politicamente la Groenlandia fa parte integrante della Danimarca, di cui costituisce una provincia; i suoi cittadini godono degli stessi diritti e delle stesse prerogative dei cittadini danesi.
Scoperta da Erik il Rosso nel 985 l'isola ebbe il nome di Groenlandia, che significa “terra verde”. È, invece, un'immane calotta di ghiaccio dalla quale scendono al mare enormi lingue che danno origine agli icebergs o montagne di ghiaccio. Trascinati dalle correnti marine, gli icebergs giungono talvolta alle coste degli Stati Uniti, con grave pericolo per la navigazione. Nel 1912, il Titanic, un superbo transatlantico di 60.000 tonnellate, al largo dell'Isola di Terranova urtò contro un gigastesco iceberg e affondò con a bordo 1500 persone. Uguale, tristissima sorte subì la nave danese Hans Hedtoft, inabissatasi nelle acque della Groenlandia nel gennaio del 1959, con 130 persone.
  
Iceberg


    
La Groenlandia fa parte delle terre artiche americane, così come le numerosissime isole grandi e piccole dell'Arcipelago Artico Americano, situate a Nord del Canada e abitate da poche migliaia di Eschimesi.
  
Famiglia di eschimesi

    
Gli Eschimesi vivono sparsi in piccoli gruppi, su un fronte di circa 15.000 Km., che si prolunga dal Labrador all'Alasca. Abilissimi nella caccia e nella pesca, per procurarsi il cibo compiono lunghissimi viaggi su slitte trainate da cani, animali per i quali hanno grandi cure. La loro casa invernale è l'iglú, una capanna a forma di semisfera costruita con blocchi di ghiaccio. In estate, invece, vivono sotto tende di pelli (però, sulle coste del Canada, in Groenlandia e, in genere, dove sono a contatto coi bianchi, stanno in comode case di legno).
Fisicamente assomigliano ai mongolidi. Hanno, infatti, pelle giallastra, corpo massiccio, capelli neri e lisci, occhi a mandorla e statura generalmente bassa. D'indole pacifica, sono molto amabili con gli ospiti, a disposizione dei quali mettono tutto ciò che possiedono.

Orso bianco


   
A Nord dell'Europa le principali terre polari sono: le Isole Svàlbard o Spitzbergen, appartenenti alla Norvegia; le isole della Nuova Zemlia e la Terra di Francesco Giuseppe, appartenenti alla Russia.
Le Svàlbard distano dal Polo Nord poco più di 1000 Km., ma ospitano una popolazione permanente di quasi 3000 abitanti, perchè possiedono buoni giacimenti di carbone.
Fra le terre polari asiatiche, tutte appartenenti all'Unione Sovietica, si segnalano per estensione la Terra del Nord e l'Arcipelago della Nuova Siberia.


L'ANTARTIDE
  

    
La caratteristica più spiccata dell'Antartide è rappresentata dall'immensa coltre di ghiaccio che la ricopre quasi per intero; una coltre che supera lo spessore di 2000 metri e che si estende su di un territorio molto più vasto dell'Europa. Infatti, la superficie dell'Antartide raggiunge quasi i 14 milioni di Kmq.
Per molti mesi dell'anno i ghiacci ricoprono anche una larga porzione delle acque che circondano l'Antartide, accentuandone l'isolamento dal resto del mondo. La più vicina delle terre abitate è l'America Meridionale, che dista oltre 1000 Km. Seguono, in ordine di distanza, l'Australia a circa 3000 Km. e l'Africa a 3500.
All'America Meridionale, l'Antartide si avvicina con la sua maggiore penisola, la Terra di Graham, che si protende appuntita verso la Terra del Fuoco. È una penisola montuosa, percorsa da una delle tante catene di cui è ricca l'Antartide. Nella parte occidentale del Continente molte cime superano i 4000 metri e nel settore rivolto all'Oceano Pacifico una vetta raggiunge l'altissima quota di 6100 metri. Nè mancano i vulcani, il più alto dei quali, l'Èrebus (m. 4023), situato su di un'isoletta del Mare di Ross, è ancora attivo.
  
Erebus



    
Nell'Antartide orientale, poi, si estendono vasti altipiani che si elevano fin oltre i 3000 metri. Lo stesso Polo Sud sta su di un altopiano, a quota 2765.
Intorno all'Antartide si riuniscono gli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano. Le acque dei primi due si insinuano profondamente nella massa continentale, dando luogo alla formazione del Mare di Weddell e del Mare di Ross. La parte più interna del Mare di Ross è coperta perennemente da un alto strato di ghiaccio che, a chi l'avvicina frontalmente, si presenta come un invalicabile baluardo: è la Grande Barriera di Ross, che si innalza fino a 50 metri e si prolunga per ben 800 chilometri!
Dai ghiacciai dell'Antartide e, in particolare, dalla Barriera di Ross, si distaccano e vanno alla deriva colossali icebergs, di dimensioni assai maggiori di quelli artici. Nel 1927, presso l'Arcipelago delle Òrcadi Australi, nell'Atlantico, ne fu avvistato uno lungo ben 160 Km!
  


    
Sono pochissimi i luoghi dell'Antartide in cui la temperatura, anche nella brevissima estate, si elevi al di sopra dello zero. In tali condizioni climatiche la vegetazione si riduce a qualche muschio e a pochi licheni, che si abbarbicano al terreno là dove eccezionalmente affiora dai ghiacci. Più ricca, invece, è la fauna, composta però esclusivamente di animali che traggono alimento dal mare: foche di varie specie, elefanti e leopardi di mare, balene, uccelli acquatici e, in particolare, pinguini a non finire, che dell'Antartide sono i veri signori.
   
Leopardo di mare

      
Elefanti marini

    
Cucciolo di foca

    
Pinguini


    
Sterne antartiche

   
L'Uomo, almeno per ora, non può vivere in modo permanente nell'Antàrtide, anche perchè vi soffiano quasi costantemente impetuosissimi venti che sollevano la neve in un turbinio accecante. Ciò nonostante il gelido continente, sia pure solo sulle carte geografiche, ci appare politicamente diviso fra la Norvegia e la Gran Bretagna nella parte prospiciente l'Oceano Atlantico; fra gli Stati Uniti e là Nuova Zelanda nel settore rivolto all'Oceano Pacifico; fra l'Australia e, in misura minore, la Francia in corrispondenza dell'Oceano Indiano. Inoltre, rivendicano parti dell'Antartide la Russia, l'Argentina e il Cile, mentre l'Italia copme sempre sta a guardare.


IMPORTANZA DELLE TERRE POLARI

Economicamente l'Artide rappresenta per l'Umanità un'ottima riserva di cibo e di minerali. Il cibo è offerto dalla fauna marina, sempre abbondante anche se il numero delle balene è notevolmente diminuito in seguito alla spietata caccia condotta dai balenieri nel secolo scorso.
  


    
Le scoperte di giacimenti minerari si susseguono continuamente e riguardano non soltanto il carbone, già estratto in parecchie località, ma anche il petrolio, l'oro, l'uranio.
Ma forse il maggior interesse dell'Artide risiede nell'apertura di nuove e più rapide vie di comunicazione tra le parti del mondo che la circondano.
Dal 1957 una regolare linea aerea sorvola ogni giorno il Polo Nord, collegando rapidamente Copenaghen con l'Alasca e con Tokio.
   
Sottomarino nucleare Nautilus


     
Nel 1958 il sommergibile atomico statunitense Nautilus ha attraversato per la prima volta in immersione l'Oceano Glaciale Artico, sottopassando il Polo Nord.

Una possibilità di valorizzazione economica dell'Antartide è rappresentata dallo sfruttamento dei giacimenti minerari, che si suppongono più vari e più ricchi di quelli dell'Artide.




ANTARTIDE - Paesaggi naturali 

  

LA VALLE DEI GEYSER (The Valley of Geysers) - Kamchatka


   
LA VALLE DEI GEYSER

La Valle dei Geyser (Russo: Долина гейзеров) è il campo di geyser solo in Eurasia (a parte il Mutnovsky campo di geyser) e la seconda più grande concentrazione di geyser del mondo. Questo bacino lunga 6 km con circa 90 geyser e molte sorgenti termali si trova sulla penisola di Kamchatka in Russia Estremo Oriente, soprattutto sulla sponda sinistra del fiume sempre più profonda Geysernaya.
  
Caldera Uzon


    
All'interno della valle un cono vulcanico collassò circa 40.000 anni fa formando la Caldera Uzon, che continua a vapore in luoghi dove magma in grado di riscaldare le acque sotterranee ad un quasi-ebollizione. La zona è inferiore a otto miglia di larghezza e detiene almeno 500 sorgenti calde geotermiche, vasi di fango e altre caratteristiche simili.
  
Velikan Geyser


   
Tra i geyser è il (gigante) Velikan Geyser, che erutta con tonnellate di acqua che sparano più di 25 metri in aria nel corso di una lunga eruzione minuti circa ogni sei ore o giù di lì.

Almeno 20 geyser tali eruttare in un tratto del fiume Geysernaya bacino nella Valle dei Geyser, insieme a decine di piccole bocche zampillanti e centinaia di sorgenti calde.

Il più grande di questi geyser erutta con 60 tonnellate di acqua una o due volte l'anno.

sabato 21 luglio 2012

Grande Barriera Corallina dell'Australia (Great Barrier Reef)


     
UNA MERAVIGLIA DELLA NATURA

È la Grande Barriera dell'Australia, fantastica muraglia di corallo che divide la terraferma dall'oceano aperto. 
   


    
La Grande barriera corallina (Great Barrier Reef) è la barriera di corallo più grande del mondo, composta da oltre 2900 barriere coralline singole e da 900 isole, si estende per 2600 km, su di una superficie di circa 344.400 km². 
È situata al largo della costa del Queensland, nell'Australia nord-orientale. 
La Grande Barriera Corallina può essere vista dallo spazio ed è la più grande struttura fatta di un unico organismo vivente. 
  



    
La struttura è composta da miliardi di minuscoli organismi, noti come i polipi del corallo. 
La barriera ha una grande biodiversità, ed è stata inclusa come Patrimonio dell'Umanità nel 1981.
  


   
Quando il mare urta contro la sua catena lunga duemila chilometri, la scogliera fa udire la sua voce simile a un sospiro profondo.
  


    
Da quanto tempo gli invisibili animaletti hanno incominciato quest'opera colossale?
Secondo le più moderne teorie non è neppure, geologicamente parlando, molto vecchia: avrà forse centomila anni.
  


    
Anche quando si cammina lungo la spiaggia e si sentono scricchiolare e crocchiare sotto le scarpe i frammenti impalliditi dei coralli morti e quando si contempla la barriera nell'acqua e si vedono luccicare i coralli vivi, rosso-bruni e verde-foglia, anche allora è difficile credere che queste colonie favolose siano composte di animali viventi e che la Grande Scogliera sia stata costruita da loro.
  


   
Solo di notte, quando la barca dal fondo di vetro scorre sull'acqua color dell'onice e un potente riflettore illumina il fondo marino a cinque metri di profondità, si ha l'impressione che vi brulichi la vita.
  


    


    
Tra i ricci che, neri e vellutati come gattini, guardano in su coi loro tre lucenti occhi azzurri, si scorgono i germogli corallini, ciascuno scintillante di milioni di misteriose piccole luci, la cui origine non è ancora stata scoperta dalla scienza: sembra che emani direttamente dei coralli.