venerdì 19 ottobre 2012

ARTE E VITA - FORMALISMO E NATURALISMO (Art and life - Formalism and naturalism)

L'arte come esperienza - John Dewey
     
La ragazza con l'orecchino di perla - Johannes Vermeer (1632-1675) 

Anche al di fuori dell'ambiente ristretto dei filosofi e dei critici di professione, si è manifestato in questi ultimi tempi un interesse particolarmente vivace per i problemi dell'estetica. Il pubblico, quello serio, quello che - tanto per intenderci - non si abbandona a commenti scioccamente dileggiatori davanti alle tele di Picasso, è spinto a riflettere con sempre maggior impegno sulla natura dell'arte nel quadro dell'esperienza umana e sui criteri con cui deve essere concretamente valutato il documento artistico.
La pubblicazione dei saggi di Lukacs (saggi importanti anche se discussi e discutibili), ha riproposto inoltre il tema sempre suggestivo di una estetica che si ispiri ai principi e ai concetti del marxismo. Nell'opinione che propongo svolgo alcune considerazioni molto elementari con le quali non pretendo affatto di "impostare il problema", ma soltanto di dare l'avvio a un discorso nel quale mi auguro che a molti di voi che leggete possa risultare interessante.


L'equivoco forse più grave in cui può incorrere chi si volga a considerare il fenomeno dell'arte è quello di credere che tra di esso e l'esperienza normale, quotidiana, esista una brusca separazione, un netto distacco qualitativo.

L'esperienza estetica (in particolare la creazione dell'opera d'arte da parte dell'artista e la comprensione di essa da parte dello spettatore), viene posta, in forza di tale equivoco, su un piedestallo privilegiato, sollevata in una atmosfera ideale completamente diversa da quella respirata dagli uomini immersi nella realtà di tutti i giorni: realtà di lavoro, di eventi piacevoli e spiacevoli, di difficoltà superate e non superate, di amore, di svago ecc. ecc. Ogni legame, ogni rapporto di continuità tra il "puro e sublime" regno dell'arte e la "prosaica" normalità della vita, viene così lasciato cadere..., il godimento estetico viene considerato come un felice momento di grazia che ci trasferisce in un sovramondo di fantasia che nulla avrebbe a che fare con il mondo comune, caratterizzato da una assoluta opacità e sterilità dal punto di vista estetico.

Questo modo di concepire l'arte, questo farne qualcosa di 'straordinario' nel senso proprio del termine, rivela subito il suo grave difetto: separando l'arte dalla vita e assegnandole un regno appartato, essa crea dualismi e scava abissi artificiosi, e fa del problema dell'arte un affascinante ma impenetrabile mistero. Nasce così una concezione che per un verso potrei definire 'mistica', per l'altro potrei chiamare 'aristocratica' dell'arte e dell'esperienza estetica. Ed è appunto questa concezione 'mistica' e 'aristocratica' che ritengo di dovere nettamente respingere.


ESTETICITÀ E OPERA D'ARTE


La gioconda -  Leonardo da Vinci (Vedi scheda)

Non si può, in verità, non convenire col Dewey, noto filosofo americano, quando egli raccomanda quale compito preliminare di "colui che intraprende a scrivere sulla filosofia dell'arte", la ricostruzione della continuità tra le "opere d'arte, e i fatti, le azioni e le passioni di tutti i giorni che sono universalmente riconosciuti come costitutivi dell'esperienza". "Le cime dei monti - egli scrive - noti galleggiano nel vuoto e nemmeno sono semplicemente adagiate sulla terra. Esse sono la terra in una delle sue manifestazioni... E' compito di coloro che si occupano della teoria della terra, geografi e geologi, di rendere evidente questo fatto nei suoi molteplici corollari. Il teorico che voglia trattare l'arte da un punto di vista filosofico deve condurre a termine un campito analogo".

L'opera d'arte - quadro, poesia, statua, melodia, film - non può esaurire in se quello che chiamiamo esteticità..., questa a sua volta è ben lungi dal racchiudersi e dal confinarsi là dove l'opera d'arte viene alla luce o dove essa viene osservata e giudicata (musei, gallerie ecc.)..., la sua zona è enormemente più vasta: essa coincide praticamente con l'intera area dell'attività umana. Bisogna quindi opportunamente distinguere (ma non già separare!) tra il prodotto artistico, frutto di una consapevole intenzione d'arte e l'esteticità, la larga e spesso irriflessa zona di sensibilità estetica. L'opera d'arte si colloca al vertice di una piramide la cui base è costituita dai normali processi di vita, naturale e sociale, in cui l'uomo è coinvolto e in cui il valore, la "tonalità" estetica è presente in modo niente affatto eccezionale.

Si badi: dicendo che il 'bello' non si libra in una specie di empireo, non ci si limita a riaffermare il principio su cui giustamente insiste il marxismo, della storicità dell'arte..., il principio in base al quale non si può distaccare il prodotto artistico dalle condizioni materiali e morali di un'epoca (in un passo molto noto, Marx osserva che i protagonisti dei poemi omerici, siano essi eroi o dei, non sarebbero neppur pensabili come figure poetiche nell'età della locomotiva del telegrafo e dei fucili a ripetizione. Egli però aggiunge... La difficoltà non consiste nel comprendere che l'arte e la letteratura greca sono legate a determinate forme di sviluppo sociale, ma nel comprendere come esse ci procurino ancor oggi un godimento estetico...) e dalla dialettica delle classi, nel loro sorgere, combattersi, espandersi e declinare (ad esempio, non si può considerare la "Divina Commedia" facendo astrazione dalla società fiorentina, italiana, europea del Trecento, o la pittura dei Rembrandt e dei Vermeer dalla società olandese del Seicento). Posso dire qualcosa di ancor più generale: e cioè che non esiste una frattura, una soluzione di continuità fra l'esperienza estetica e l'esperienza quotidiana, per la semplice ragione che l'esperienza quotidiana, anche la più apparentemente banale, contiene in sè delle implicite qualità estetiche.


QUANDO DICIAMO... CHE BELLO !
  

   
Un tramonto sul mare, una grande arteria cittadina sfolgorante di luci, la sagoma guizzante di un'automobile, un'ordinata e imponente parata militare, il febbrile lavoro di un'officina, tutto l'infinito complesso di situazioni che sgorga dai rapporti che l'uomo intesse con l'ambiente, è permeato di potenzialità estetica. Ecco perchè, se siamo persone di animo sensibile, l'esclamazione "che bello!" ricorre così spesso sulle nostre labbra, con un accento di gioiosa stupefazione.

Quando, nel continuo processo di adattamento e di trasformazione tra noi e le cose, ad un momento di contrasto e di sforzo succede un momento di stabilità e di equilibrio, sia pur provvisori..., quando il tipo di esperienza che ne nasce è caratterizzato da un alto grado di compiutezza e di organicità e il nostro animo vi partecipa sereno, con immediatezza, senza diaframmi, allora possiamo dire che esistono le condizioni per la 'fruizione', per il godimento estetico..., allora la 'potenzialità' cui si accennava poco più sopra, diventa atto. I dati offerti dal mondo che ci circonda vengono "messi a fuoco" in modo particolare, vengono selezionati (Il concetto di selezione è importante in estetica: per esempio, una fotografia può essere considerata artistica quando gli elementi che la compongono sono stati scelti e valorizzati in un particolare modo, così da costruire una unità originale) e organizzati così da costituire un tutto armonico che possiede dei contorni compiuti, una 'forma'... E' qui la base, il gradino primo della vita estetica, la sua realtà più spontanea ed elementare.

Certo, tra la normale 'fruizione' estetica che è un ingrediente quasi abituale nella nostra esistenza e l'esperienza ben più elaborata e complessa che si accompagna alla creazione e alla comprensione dell'opera d'arte, passa molta differenza. Però non sembra giusto vedervi una soluzione di continuità, una differenza qualitativa: l'opera d'arte sviluppa, accentua, raffina, nella matura consapevolezza dell'artista, quello che costituisce il valore specifico delle situazioni di normale fruizione estetica.

Indubbiamente, quando si é detto questo non si è detto molto..., non si è andati oltre un preambolo, una introduzione ad una filosofia dell'arte. Però si sono ottenuti due risultati piuttosto importanti...

1) Si è messo da parte il pregiudizio di un mondo estetico aulico e quasi sovrannaturale, separato da un mondo comune non estetico.

2) Vedendo nell'esperienza estetica un momento strettamente connesso al ritmo generale dell'esperienza, se ne afferma - contro la teoria dell'arte per l'arte - la concretezza, la stretta aderenza a tutti gli atti e manigestazioni dell'uomo, come essere che vive nella natura e nella società.


LA TEORIA DELL'ARTE PER L'ARTE
  
Basilica di San Pietro - La Pietà di Michelangelo
   
Alla teoria dell'arte per l'arte vanno indubbiamente riconosciute alcune benemerenze storiche. Essa ha saputo agire da salutare reazione contro la miope, unilaterale pretesa di ridurre l'arte ad un attraente ornamento del 'vero' (concezione intellettualistica e didascalica), o ad un dilettevole accompagnamento di precetti e di esortazioni morali (concezione moralistico-pedagocica dell'arte). Si può anche mettere all'attivo di quella teoria il fatto che essa più di una volta è sorta a rivendicare la necessaria libertà di ispirazione dell'artista contro il tentativo (da parte di un mecenatismo oppressivo e interessato) di farne un retore e un adulatore. Ma, fatti questi debiti riconoscimenti, il concetto dell'autonomia dell'arte, dell'arte fine a si, stessa, appare in tutta la sua presuntuosa infondatezza e, debbo aggiungere, in tutta la sua dannosa efficacia: esso infatti contribuisce da un lato ad 'anemizzare' l'arte, a renderla vuota e astratta..., dall'altro a inaridire la vita.

L'ideale ellenico - così profondo e meritevole di essere ripreso - del "kalòs kai agathòs", del "bello e buono", ossia del "bello e onesto", del "bello e valido" ecc... rifletteva un intreccio indissolubile dell'estetico con tutte le altre dimensioni dell'umano. A questo proposito è facile osservare che un'infinità di oggetti da noi giustamente considerati opere d'arte per la compiaciuta diligenza della loro fattura, furono realizzati anzitutto come strumenti di uso pratico (per la caccia la guerra, gli usi domestici). L'esteticità insomma è troppo vicina all'uomo nella sua interezza, troppo mescolata al flusso della vita nei suoi molteplici aspetti, perché sia plausibile la teoria che si leva a proclamare l'autonomia dell'estetico, l'autonomia dell'arte.


FORMALISMO E NATURALISMO
  
Amore e Psiche - Antonio Canova (Vedi scheda)

    
La teoria dell'arte per l'arte ha offerto un fondamento teorico a tutte quelle correnti decadentistiche per cui l'attenzione alla forma degenera nel formalismo e l'arte vien ridotta ad un vuoto gioco stilistico, privò di passione e di interesse, in cui non vibrano i problemi umani (nella pittura, per esempio, ad un puro rapporto di linee e di colori).

Certo, non esiste arte autentica senza il dominio perfetto della forma..., ma forma, stile, linguaggio, sono e debbono essere mezzi espressivi di un contenuto vitale, non fini autonomi indifferenti ai valori e ai significati dell'esistenza. L'arte non è una entità magica a sé stante: ma è il prendere forma, attraverso l'opera dell'artista, del materiale tematico offerto dalla vita, e tanto più vera è l'arte, quanto più la ricchezza dei contenuti - contenuti reali e in movimento - giunge ad espressione con essa.

Dalla divaricazione fra arte e vita ha preso avvio e alimento, non soltanto il formalismo, bensì anche il naturalismo. Il naturalismo in arte vuole darci una descrizione fedele ed esatta delle cose così come sono in tutti i loro particolari, oppure pretende di farne l'anatomia nel modo più freddo, impassibile, distaccato. Ma ciò presuppone appunto un'arte dissociata dalla vita, un'arte indifferente e spassionata che si limita a fotografare o tutt'al più ad eseguire radiografie. Un'arte invece che si nutre di tutti i succhi della vita, partecipa a sua volta alla vita stessa, la esprime nei suoi sviluppi e nei suoi conflitti, ne aiuta il moto progressivo.


ALIENAZIONE E VITA ESTETICA

Nella separazione dell'arte dalla vita, le condizioni economiche e sociali del mondo moderno hanno avuto una influenza notevolissima. L'accentramento esibizionistico delle opere d'arte - divenute oggetto di mercato - nelle collezioni private dei 'parvenus' dell'industria..., la brutale commercializzazione borghese dei rapporti umani e della vita, che ne attenua o isteriliste le qualità estetiche..., l'impossibilità per un grande numero di uomini di guardare con gli occhi del 'gusto' ai prodotti del loro lavoro: ecco alcune delle ragioni che hanno contribuito ad isolare l'arte, a farla considerare un lusso e un capriccio, oppure una specie di 'fulgurazione' proveniente da chissà quale regione ideale. A ciò si aggiunga la funzione avuta da quelle teorie estetiche che accettano il presupposto dell'arte per l'arte: teorie estetiche che loro volta hanno trovato condizioni favorevoli di sviluppo nella scissione tra lavoro fisico e mentale e, più in particolare, nella situazione di distacco dell'artista (poeta, pittore, ecc.) dall'uomo comune, nel suo chiudersi e ripiegarsi in sé stessa, convinto di dover assolvere ad una missione eccentrica e solitaria.

Così stando le cose, soltanto un profondo mutamento delle condizioni e dei rapporti sociali può reintegrare l'arte nella vita, ricondurla nel suo grembo, restituire ad essa una funzione universale, intimamente e direttamente connessa con tutti i nostri atti.

Ma è opportuno soffermarci un momento sull'ultima delle ragioni accennate: l'impossibilità cioè, o quanto meno la difficoltà, per grandi masse di uomini, di considerare da un punto di vista estetico, di 'gustare' i prodotti del loro lavoro, manuale o intellettuale, e di sentirsi quindi, naturalmente in senso molto lato, creatori di cose belle, artisti. L'operaio infatti o il lavoratore in genere che si applica ad un lavoro, non già per sè e per la società, ma in funzione dell'imprenditore, si trova nelle condizioni più sfavorevoli per un apprezzamento estetico del risultato dei suoi sforzi. In tale situazione, colui che lavora non si realizza gioiosamente nel compito che gli sta di fronte..., non trova in esso una occasione per appagare le sue energie creative..., al contrario aliena smarrisce se stesso in un operare che non è una libera manifestazione della sua personalità, in un oggetto che egli sente come estraneo, destinato al 'padrone' che ha comperato la sua forza-lavoro. Il frutto della nostra attività (in quanto esso sia riuscito, e quindi soddisfi a determinate condizioni di armonica ed efficiente compiutezza), viene goduto esteticamente se noi ci ritroviamo e riconosciamo in esso con un senso di piena soddisfazione. Il fatto dell'alienazione, con il doloroso depauperamento della personalità ch'esso implica e con l'estraneità del prodotto dal produttore, compromette, riduce grandemente, quella possibilità di godimento. Ecco perché il superamento dell'alienazione, possibile solo con l'abolizione della proprietà privata capitalistica e la creazione della società socialista, pone, tra l'altro, le premesse per una più intensa e universale vita estetica.




Nella Grecia classica, che fu teatro di una meravigliosa fioritura artistica, la teoria dell'arte per l'arte non avrebbe potuto essere concepita. Le manifestazioni artistiche si connettevano immediatamente alle grandi manifestazioni dello spirito pubblico. Il Partenone, per esempio non fu costruito con l'intento specifico di fare opera di bellezza, ma opera di civica religiosità.