domenica 7 ottobre 2012

CANTO GENERAL - Le altezze di Machu Picchu (Alturas de Machu Picchu) - Pablo Neruda




    
IL MACHU PICCHU DI PABLO NERUDA

Nel poema Canto general, scritto nel 1950, il grande poeta cileno Pablo Neruda (1904-1973) ripensa il passato della sua terra, simbolicamente percorre le alte gradinate di Machu Picchu, e dedica i suoi versi non allo splendore, alla potenza di quella società, ma all'uomo, all'umile schiavo che ha posato "pietra su pietra".


ALTEZZE DI MACHU PICCHU
Alturas de Machu Picchu

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora  degli esseri che il terrestre
non potè celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Madre di pietra, schiuma dei condor.

Alta scogliera dell’aurora umana.

Pala sperduta nella prima spiaggia.

Questa fu la dimora, questo è il luogo:
qui salirono i grossi chicchi del granoturco
e scesero di nuovo come grandine rossa.

Qui la gugliata sfuggì dalla vigogna
per vestire gli amori, i sepolcri, le madri,
il re, le preghiere, i guerrieri.

Qui i piedi dell’uomo riposarono la notte
accanto ai piedi dell’aquila, nelle alte tane
carnivore, e all’alba
calpestarono con i piedi del tuono la nebbia rarefatta,
e toccarono le terre e le pietre
per poi riconoscerle nella notte e nella morte.
Guardo i vestimenti e le mani,
la traccia dell’acqua nella cavità sonora,
la parete addolcita al contatto d'un volto
che guardò con i miei occhi le lampade terrene,
che unse con le mie mani gli scomparsi legni: 
perché tutto, vesti, pelle, vasi,
parole, vino, pani,
tutto scomparve e ritornò alla terra.

E l’aria calò con dita
di zagara sui dormienti:
mille anni di aria, mesi, settimane di aria,
di vento azzurro, di ferrea cordigliera,
trascorsi come soavi uragani di passi
a levigare il remoto recinto della pietra. 
   

  
Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?
Forse la particella infranta fosti
dell’uomo incompiuto, dell’aquila vuota
che sulle strade d’oggi, sulle orme,
che sulle foglie dell’autunno morto
si stritola l’anima fino alla tomba?
Povera la mano, il piede, la vita...
Forse i giorni di luce sfilacciata
in te, come la pioggia
sopra le banderillas della fiesta,
diedero, petalo a petalo, il loro cibo
oscuro alla bocca vuota?
Fame, corallo dell’uomo,
fame, pianta segreta, radice dei taglialegna,
fame, e salita la tua linea di scogli
sino a queste alte torri distaccate?

Io t'interrogo, sale delle strade,
mostrami il cucchiaio, lasciami, architettura,
raschiare con uno stecco gli stami di pietra,
salire tutti i gradini dell’aria fino al vuoto,
grattare le viscere fino a toccare l’uomo.

Macchu Picchu, posasti tu
pietra su pietra, e, alla base, stracci?
Carbone su carbone, e, al fondo, pianto?
Fuoco nell’oro, e, in esso, tremante,
il rosso grondare del sangue?
Ridammi lo schiavo che hai seppellito!
Rimuovi dalle terre il duro pane
dell’infelice,  mostrami le vesti
del servo, la sua finestra.
Dimmi come dormì quando viveva.
Dimmi se fu il suo sonno
rauco, socchiuso, come un buco nero
scavato dalla fatica sul muro.
Il muro! Dimmi se sopra il suo sonno
gravò ogni strato di pietra, e s’egli vi cadde sotto
come sotto una luna, col suo sonno!
Antica America, sposa sommersa,
anche le tue dita,
nell’uscire dalla selva verso l’alto vuoto degli dei,
sotto gli stendardi nuziali della luce e del decoro,
mischiandosi al tuono dei tamburi e delle lance,
anche, anche le tue dita,
quelle che la rosa astratta e la linea del freddo,
quelle che il petto sanguigno 
del nuovo cereale trasportarono
fine alla tela di materia radiosa, 
fino alle dure cavità,
anche, anche tu, America sepolta, 
conservasti nel più profondo,
giù nell’amaro intestino, 
come un’aquila, la fame?
  


    
Nel canto general, l'esaltazione lirica ed epica della natura e della storia del Sudamerica trova le proprie radici nel remoto, splendido e favoloso passato precolombiano.
Alturas de Machu Picchu: dedicata alle rovine incaiche e al dramma umano dei servi che costruirono quella fortezza. Alcuni critici considerano questo canto come il più importante contributo di Pablo Neruda alla storia della poesia.
   
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1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Interessante...