mercoledì 28 novembre 2012

ISOLA DI MALTA - GOZO - COMINO



     
Fino a qualche anno fa mi capitava spesso di passare brevi vacanze a Malta. Un caro amico di famiglia si era trasferito lì una ventina di anni prima per aprire una piccola fabbrica di calibri, gli affari gli erano andati bene e si fece costruire una grande casa dove soleva ospitare gli amici italiani, tra cui noi. Dunque posso affermare che Malta e le sue isolette satelliti Gozo e Comino, che affiorano come promontori rocciosi nel cuore del Mediterraneo,  per un periodo della mia vita sono state una sorta di casa di vacanza.
   


   
Il nome Malta si riferisce sia all’intero arcipelago sia all’isola principale, situata 93 km a sud della Sicilia e 288 a est della Tunisia. Malta ha una superficie totale di 246 km², Gozo si estende per 67 km² e la minuscola Comino per appena 2,7 km². Le tre isole offrono scenari assai diversi tra loro: il paesaggio di Malta è caratterizzato da colline alte fino a circa 250 metri che dalla parte meridionale digradano dolcemente alla popolata costa settentrionale, frastagliata e semiarida d’aspetto con pochi alberi superstiti.
  
Gozo - Opere della natura  

     
Molto più fertile e verde, grazie al terreno argilloso che trattiene l’acqua piovana, è Gozo. Separa le due isole il canale di Comino, al centro del quale vi è l’arida isoletta omonima.

A Malta e a Gozo l’agricoltura è praticata su un mosaico di terrazze divise da muretti a secco. Malgrado le precipitazioni siano scarse per buona parte dell’anno, questi piccoli appezzamenti di terra rossiccia sono intensamente coltivati a pomodoro, capperi, meloni, ci sono poi vigne che producono ottimi vini locali e uliveti, alberi di fichi e carrubi.
  
Mellieha Bay

    
Le poche spiagge sabbiose sono situate quasi tutte lungo la costa settentrionale di Malta: la più grande è Mellieha Bay, molto popolare tra gli appassionati di windsurf, mentre a ovest, oltre una stretta lingua di terra si trovano altre due piccole spiagge di sabbia dorata, Golden Bay e Ghajn Tuffieha Bay. Un paio di spiaggette di sabbia sono anche a Gozo. Sono i tratti di costa più affollati d’estate, quando il sole splende per dodici ore al giorno nel cielo limpido e blu e le temperature sfiorano i 35°C. l’arcipelago maltese, in effetti, vanta il record europeo delle giornate di sole e ha inverni miti e poco piovosi.
  
Sliema Malta



    
Malta attrae però visitatori anche per la sua affascinante storia, e in particolare per i segni lasciati dagli ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, o Cavalieri di Malta, che tennero dal 1530 – dopo la cessione a opera dell’imperatore Carlo V- come avamposto della cristianità contro i turchi. Ogni angolo della capitale La Valletta e degli altri centri minori situati al di là del Porto Grande e soprannominati “le tre città” – Vittoriosa, Sanglea e Cospicua- testimonia l’influenza dell’Ordine; fu il Gran Maestro Jean Parisot de la Valettea fortificare l’isola e a dare il nome alla nuova capitale, La Valletta, fondata sulla lingua di terra che separa due grandi insenature naturali dell’isola della costa di nord-est.
    
La Valletta



    
Con la sua stretta griglia di strade, racchiusa da imponenti mura difensive, La Valletta fu una delle prime “città nuove” d’Europa. Molti degli splendidi edifici costruiti dai Cavalieri sono sopravvissuti fino ai giorni nostri: il possente ospedale, o Sacra Infirmeria, il Palazzo del Gran Maestro e gli squisiti auberges (residenze) dei Cavalieri.
     
La Valetta - Forte Sant’Angelo



     
Salendo in cima ai bastioni della cittadella e guardando il Porto Grande, è facile immaginarne l’aspetto alla fine del XVI secolo: il massiccio Forte Sant’Angelo, le lunghe insenature del porto con le galee dei Cavalieri e alle loro spalle, sulla collina di Scibberas, la nuovissima capitale. La Vallettavenne infatti costruita dopo la sanguinosa vittoria del 1565 contro i turchi, che posero sotto assedio l’isola stabilendovi anche un abbozzo di capitale a Mdina. Oggi Mdina è una sorta di piccolo museo vivente, “città del silenzio” che all’interno di austere mura arabe racchiude una cattedrale, chiese, conventi, palazzi delle famiglie nobiliari maltesi e un albergo.
     
Luzzu, imbarcazione tipica dei pescatori
con "l'occhio di Osiride"
   
Circa 2500 anni prima che attirassero le mire di Solimano il Magnifico, le isole erano state colonizzate dai fenici. Chissà se l’usanza di questo popolo di navigatori e mercanti, di scolpire l’occhio di Osiride sulla prua delle imbarcazioni, è alla base di quella che ancora oggi si tramanda tra i pescatori maltesi, che si spingono in mare aperto alla ricerca di tonni, pesci spada, dentici e cernie a bordo di barche variopinte chiamate “luzzu”.

Ai fenici seguirono i greci e poi i cartaginesi, ed è da quel nucleo remoto di civiltà che discende la popolazione “autoctona” maltese. Poi l’isola passò sotto il dominio di Roma – per 800 anni- e poi ancora dei bizantini, degli arabi e dei normanni, trasformandosi nei secoli in un crogiolo di genti e di culture. Il cristianesimo vi fu introdotto assai presto, da san Paolo che naufragò  sulle coste isolane nel 60 d.C. durante il suo viaggio da Cesarea s Roma.

Tutt’oggi i maltesi sono profondamente cattolici: gli edifici religiosi che sorgono sull’isola sono tantissimi, dalle maestose cattedrali di Mdina e La Valletta alle minuscole cappelle sul ciglio della strada, e si può dire che ogni paese sia dominato dalla sua chiesa, grandi edifici di pietra gialla con le cupole rosso scuro puntate verso il cielo e due torri in facciata dove su una c’è un vero orologio mentre sull’altra è solo dipinto, per ingannare il diavolo si dice.
     
Cattedrale di S. Giovanni con gli affreschi di Mattia Preti



       
I maltesi sentono particolarmente la Pasqua. Il Venerdì Santo si svolgono lunghe processioni con quadri di legno a grandezza naturale raffiguranti la passione e la morte di Gesù. Nelle celebrazioni della domenica di Pasqua le campane suonano a festa, mentre le statue del Cristo risorto sono portate a spalla per le vie di città e villaggi.

Sfilate e processioni sono invero molto frequenti in tutto l’arcipelago maltese: tra aprile e settembre, ogni parrocchia fa festa in onore del suo santo patrono e la gente si riversa per le strade addobbate con bandierine colorate, al seguito della banda; la chiesa resta illuminata da centinaia di lampadine tutt’intorno le bancarelle vendono dolci. A conclusione si fanno esplodere i fuochi d’artificio acquistati coi risparmi dei parrocchiani.
   
Carnevale a Malta



   
Un’altra ricorrenza che ci tengo a segnalare è il famoso carnevale di Malta, che data addirittura al XVI secolo. Gli isolani hanno continuato la tradizione e ogni anno si uniscono al divertimento  tra carri decorati, sfilate in costume, musiche, danze….e altri fuochi d’artificio. La passione dei maltesi per le feste in genere si estende ai festival musicali di varia natura, dal rock al jazz alla musica corale, alle rassegne gastronomiche e al Festival delle Città Storiche, kermesse di spettacoli folcloristici che si tiene ogni ottobre nelle “tre città”.
      



       
In fatto di tavola, quel che si sperimenta nei ristoranti è per lo più una mescolanza di cucina inglese, retaggio di 150 anni di governo britannico (dal 1800 al 1964) e mediterranea. Ma Malta conta però alcune specialità: si va dall’aljotta, una zuppa di pesce con pomodoro e aglio, o da una più ricca minestra non pasta, verdura e polipo in umido con cipolle, olive, pomodori e capperi, o ai “bragoli”, involtini di manzo ripieni di prosciutto, carne di maiale, uova, pancetta e piselli. Per i grossi appetiti c’è sempre la “timpana”, maccheroni gratinati con carne macinata di manzo e maiale, fegatini di pollo, pancetta, uova e formaggio.

A Malta c’è anche una discreta viticultura. Molti vini imbottigliati sull’isola provengono in realtà dall’Italia, ma è in crescita anche la produzione di vini locali da vitigni internazionali (Merlot e Pinot Grigio per esempio) e autoctoni. Una risorsa in più – oltre al sole, al mare, alla cultura e alla gente – per la prima industria maltese che è oramai certamente il turismo.

Purtroppo da qualche anno Gianfranco, il mio ospitale amico, colpa la crisi economica mondiale ha chiuso la sua piccola industria ha venduto la sua bella casa e si è trasferito in Ungheria, ora insiste perché vada a passare qualche giorno da lui, lo farò certamente, ma già so che non sarà la stessa cosa….
  


LA BAIA DI WEYMOUTH (Weymouth Bay) - John Constable


LA BAIA DI WEYMOUTH (1816 circa)
John Constable (1776 - 1837)
Pittore inglese
Victoria and Albert Museum di Londra
Olio su cartone cm. 20,3 x 24,7

CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione

Qualche anno fa, in un mio viaggio culturale in Inghilterra, ho avuto l'occasione di visitare il Victoria and Albert Museum che si trova in Cromwell Road (South Kensington) a Londra...., e l'ingresso era gratuito.

Questo è il più importante museo a livello mondiale dedicato alle arti applicate e alle arti minori, ma non mancano sezioni dedicate alla pittura (soprattutto il disegno), alla scultura e all'architettura.


Qui ho potuto ammirare un dipinto di John Constable: La baia di Weymouth. L'opera, firmata sul verso dall'autore, è concordemente assegnata al periodo di soggiorno nella casa dell'amico John Fisher.

Si tratta di una passeggiata notturna fatta tra l'ottobre e il novembre 1816, come del resto confermano altri dipinti e un disegno datato, che analogamente raffigurano la costa del Dorset tra Osmington, Weymouth e Portland.

L'ambientazione e la raffigurazione dell'atmosfera sono rese con uno stile drammatico, il fatto che il cugino del pittore fosse affondato con la propria barca in quella baia costituiva un precedente non indifferente.

L'orizzonte basso, il cielo scuro carico di nuvole tempestose che si rispecchiano nel mare increspato, l'imponente scogliera bruna che racchiude la baia, determinano la maestosa grandiosità del paesaggio.

La tecnica usata per dipingere il cielo sembra ispirata da Turner, artista che, nella resa dei suoi cieli grigi e nuvolosi, fu influenzato dalla pittura olandese del Diciassettesimo secolo.

John Constable vi aggiunge la sua "neve", ovvero i molteplici tocchi bianchi che sono disseminati sulle varie tonalità di marrone e di grigio, che generano lo scintillio della luce tra le nubi e sul mare.

Questo cartone ebbe notorietà grazie ad un'acquaforte incisa da David Lucas per la serie intitolata ENGLISH LANDSCAPE, pubblicata dal giugno 1830.

I critici non mancarono tuttavia di descriverlo come "schizzo di una spiaggia deserta senza interesse" durante l'esposizione del 1819 al British Insitute.

Il soggetto fu ripreso da Constable nel 1824 in una tela di medie dimensioni oggi alla National Gallery di Londra.

I più noto dipinto di tema analogo, conservato al Louvre, già erroneamente ritenuto una veduta della spiaggia di Osmington, è attualmente considerata una imitazione, probabilmente realizzata sulla base dell'acquaforte precedentemente ricordata.
  
Victoria and Albert Museum, London, United Kingdom


   

BENEDETTO DA MAIANO - Architetto e scultore del Quattrocento (Architect and sculptor of the Fourteenth Century)


Benedetto da Maiano (1442 - 1497) è un architetto e uno scultore.

Esordisce nell'intaglio insieme con il fratello Giuliano, e poi si approssima alla tendenza monumentale di Antonio Rossellino, precedendo la libera evoluzione delle forme cinquecentistiche.


 Pietro Mellini - Firenze - Museo Nazionale (1476)


Il busto di "Pietro Mellini" (Firenze, Museo Nazionale, 1476) ritrae dal vivo il vecchio calvo e grinzoso, con il naso grosso, la bocca sdentata e l'occhio diffidente, ma nella "Arca di San Savino" (Faenza, Duomo, 1474-1476) lo scultore esplica meglio le sue attitudini e le ricercatezze del comporre.
  
Arca di San Savino - Duomo di Faenza
   
L'arco a pieno centro include il sarcofago arcaico, e la cornice si imposta su sei pilastrini decorati minuziosamente, tra i quali i bassorilievi con i fatti del martire sono condotti con franchezza e verità ("L'apparizione dell'Angelo" e "La lapidazione").
  
Pulpito di Santa Croce - Firenze
  
Nel pulpito di Santa Croce in Firenze il sapere dell'architetto eguaglia la maestria dello scultore..., il parapetto, sostenuto da doppie mensole piegate con armonica eleganza, distingue fra le colonne in aggetto (elementi architettonici che sporgono verso l'esterno), che smussano gli spigoli, i cinque episodi della vita di San Francesco..., e gli effetti pittorici sono ottenuti negli sfondi delle fabbriche tirate in prospettiva, nei piani rocciosi e negli avvolgimenti delle strade.

In alcuni punti la maniera riesce trita: o turgida, ma nelle "Esequie del Santo", Benedetto da Maiano è vivo, spirituale ed abilissimo in ogni artifizio prospettico.
  
Annunciazione - Chiesa di Monteoliveto o Sant’Anna dei Lombardi (Napoli)


     
 Porta dell'Udienza di Palazzo Vecchio (Firenze)
    
La "Annunciazione" di un altare di marmo (Napoli, Chiesa di Monteoliveto o Sant’Anna dei Lombardi) scopre qualche pesantezza nel rendere il movimento e nel definire i volumi corporei, che sono ampi e sodi nei frammenti della Porta dell'Udienza di Palazzo Vecchio (Firenze, Museo Nazionale), specialmente nella mutilata "Giustizia", nell'animato e macero "San Giovannino" e nei "Due putti della cimasa"


VEDI ANCHE . . .

LUCA DELLA ROBBIA (1400-1482) - Scultore

ANDREA DELLA ROBBIA (1435-1525) - Scultore 

GIOVANNI DELLA ROBBIA (1469-1527) - Scultore 

DESIDERIO DA SETTIGNANO - Scultore del Quattrocento

sabato 24 novembre 2012

CORSICA - Francia



Spiaggia di Palombaggia Porto-Vecchio - Corsica, Francia


    
Marianna: "Sono nata in primavera e quasi ogni anno, per festeggiare il mio compleanno, mi concedo un viaggio. Alcuni anni fa ho scelto la Corsica. Passeggiare tra la fitta macchia di questa isola in una calda giornata di maggio corrisponde a un tuffo nella “mediterraneità”.
L’aria è carica dei profumi dell’erba schiacciata sotto i piedi e dell’inebriante miscuglio di fragranze di fiori e arbusti di mirto, lentisco, rosmarino, finocchio selvatico e intere distese di ginestre dorate che invadono i pendii. Tra le querce da sughero si sente il martellio dei picchi sui tronchi senza corteccia e lungo gli antichi muri a secco si possono vedere i codirossi e i culbianchi a caccia di insetti. Le cavallette guizzano tra l’erba ad ogni passo, mentre cicale e grilli  intonano il loro mantra al ritmo quieto della macchia mediterranea.
  



    
A differenza di altre isole del Mediterraneo, la Corsica poco corrisponde all’idea di spiagge affollate e mondanità tipiche dei luoghi di villeggiatura . Non che vi manchino i turisti, ma tutto sommato  l’isola continua a mantenere i suoi enigmi e parte del suo aspetto selvaggio. Compresa tra il mar Ligure e Tirreno, a poco più di 80 km da Piombino sulla costa toscana, politicamente, da oltre due secoli, appartiene alla Francia, ma da sempre rivendica la sua autonomia. Un breve tratto di mare, le ventose Bocche di Bonifacio, la separano a sud dalla Sardegna.
  



   
I primi insediamenti umani sull’isola risalgono a non meno di 6000 anni fa, come testimoniano i monumenti megalitici dell’età del bronzo e i molti resti dell’età neolitica. Nei secoli la Corsica è stata condizionata e governata dai greci, cartaginesi, romani, pisani e genovesi, fin quando s’è legata definitivamente alla storia francese. Ma mai è stata domata. Un’isola particolare e dai molti contrasti la Corsica è un caleidoscopio di porti animosi e pinete inaccessibili, falesie a picco sul mare e antiche cittadelle.
  
Monte Cinto



    
All’interno dell’isola, i monti si elevano al di sopra delle distese erbose e della macchia. I versanti lungo cui la neve si scioglie in spumeggianti cascate sono segnati da profonde gole. La vetta più alta è il monte Cinto (2706 m), una delle grandi attrazioni del Grande Randonnée 20, lo scenografico cammino escursionistico che per 120 km si snoda nell’aspro entroterra corso. Decisamente più popolose le coste sono un continuo susseguirsi di suggestivi promontori granitici, baie sabbiose e bianche scogliere calcaree.
  

   
 La ricca storia e l’eccezionale varietà di scenari della Corsica sono evidenti in particolar modo nella parte meridionale dell’isola. È qui che su un promontorio eroso dalle onde del mare sorge Bonifacio, antica piazzaforte genovese che si trova a soli 12 km dalla Sardegna.
  
Bonifacio




   
Arrivando in automobile alla città vecchia, è impossibile non vedere il Bastion de l’Étendard , la sua mole cinquecentesca domina il porto turistico che pullula di motoscafi e yacht e dove ci si può sedere in uno dei tanti ristoranti all’aperto per gustare dell’ottimo pesce. Bonifacio porta questo nome in onore del conte di Toscana ritenuto il costruttore della prima roccaforte. La città fu governata da Pisa e poi da Genova. In quel periodo di prosperità fu costruita l’imponente cinta muraria e la bellissima cattedrale di Ste-Marie-Majeure che domina la città vecchia.
  
 Bastion de l’Étendard


     
Lungo una strada tortuosa si sale verso le alte case addossate l’una all’altra, ma la scalinata Montée Restello è assai più suggestiva e permette anche di valutare la sorprendente posizione strategica di Bonifacio: il porto, dev’essere stata un’ardua impresa per gli eserciti invasori tentare di entrare nella città dall’insenatura sottostante. Arrivati al quartiere vecchio si apre davanti a noi uno degli scenari più suggestivi di tutta la Corsica: le scogliere di arenaria che piombano a picco per oltre 60 metri nell’azzurro del mare.
  
Bonifacio


   
Le ultime case di Bonifacio, a causa della continua erosione del mare e della naturale mancanza di spazio, sono ammassate proprio sull’orlo del dirupo. Per ammirare il panorama tornate al porto e imbarcatevi su uno dei tanti battelli che parto in gita lungo la costa, vista dal mare Bonifacio sembra sospesa in equilibrio precario, con le case che spuntano sulle scogliere striate come grappoli di cristallo. Durante la gita potrete notare quante grotte e faraglioni ci siano lungo la costa, come il Grain de Sable (granello di sabbia). Queste scogliere calcaree sono quasi un’anomalia per un’isola dominata da rocce vulcaniche.
  
Grain de Sable


   
 Ma basta spostarsi di pochi chilometri più a nord e la strada comincia a inerpicarsi sulle montagne granitiche dell’entroterra. Se desiderate fare escursioni o se avete la passione per l’alpinismo e il rafting, il paese di Zonza è quello che fa per voi. Qui il fiero profilo frastagliato delle Aiguilles de Bavella si staglia sopra pendii ammantati di pinete e boschi di querce.
  
Aiguilles de Bavella





   
A nord di Zonza, proseguendo lungo la D268 si entra nel regno dei grandi rapaci, come l’avvoltoio barbuto e l’aquila dorata. Sul ripido ciglio della strada si vedono pascolare capre domestiche ma se avrete fortuna, nelle zone alpine, potrete incontrare il raro muflone, una sorta di capra selvatica autoctona in Corsica, dichiarata specie protetta nel 1956, quando oramai era quasi estinta. Oggi sull’isola ne vivono quasi 600 esemplari e questo robusto animale con le corna a spirale è diventato simbolo della regione.
   
Zonza


    
Al Col de Bavella, i prati sono ricoperti di timo e splendidi gigli martagoni dall’inebriante profumo di fiori d’arancio che si stendono sotto ventose pinete di larici. Qui crescono anche alcune specie rare, tra cui un piccolo fiore bianco o lilla, di cui non rammento il nome, ma che prima di allora non avevo mai visto. È facile capire perché il Col di Bavella sia una delle mete più amate dagli escursionisti: la zona è attraversata dal lungo sentiero GR20, ma è possibile fare anche passeggiate brevi e meno impegnative. Una delle più interessanti è l’escursione di due ore fino al Trou de la Bombe, singolare buco di 9 metri d’altezza, scavato nella roccia. Sparsi un po’ in tutta l’isola questi buchi, o tafoni, sono cavità naturali che nell’antichità venivano usati come cimiteri o abitazioni.
    
Trou de la Bombe






    
Per trovare tracce più evidenti dei primi insediamenti delle popolazioni corse, vi dovrete dirigere a ovest di Bavella, nell’entroterra del golfo di Valinco. A Filitosa ci sono resti di un importante  insediamento fortificato risalente al 1800 a.C.; gli archeologi riportarono faticosamente alla luce antiche mura di pietra, preludio dell’inimmaginabile quantità di menhir e dolmen scavati poi nel sito. Sui misteriosi monoliti alti due volte un uomo, scolpiti quasi 4000 anni fa per onorare i guerrieri, sono ancora visibili i disegni delle armi e delle loro facce. Il monolite più famoso è il Filosta V, un blocco di granito “armato” che porta incisi una lunga spada e un pugnale nel fodero.
  
Menhir di Filitosa


    
Ma Filosta non è l’unico luogo in cui sono state fatte importanti scoperte. A sud di Filosta, sull’altopiano di Cauria, sono stati identificati oltre 500 siti preistorici. Il più antico è quello di Renaggiu, con menhir che risalgono al 4000 a.C., poco lontano si trovano i menhir rosa di Stantari e i dolmen di Fontanaccia. Ma tutto impallidisce di fronte alla straordinaria “foresta di pietra” di Palaggiu, 258 menhir per uno dei più importanti allineamenti megalitici del mondo.
  
Dolmen





   
A Sartène, cittadina collinare dall’aspetto medievale che si trova a metà strada tra Filitosa e Cauria, c’è il Musée de Préhistoire Corse et d’Archéologie. Anche se non amate i musei andate comunque a Sartène, quando la vedrete alta, sulla valle del fiume Rizzanese, vi parrà di vedere un castello di carte di pietra, con le case dai tetti di terracotta addossate tra loro e i vicoli larghi poco più di una fessura. Visitando l’abitato a piedi vi inoltrerete in un reticolo di viuzze acciottolate, con alcuni palazzi e case imbiancate a calce con l’intonaco che comincia a sfaldarsi.
  
Sartène








   
Sempre a Sartène ogni anno, la sera del Venerdì Santo, si svolge una delle cerimonie religiose più antiche e suggestive della Corsica, la processione del Catenacciu. Il corteo parte dalla chiesa barocca di Ste-Marie per rievocare la salita di Gesù al Golgota, il monte della crocefissione. La processione è guidata dal Grande Penitente, un uomo incappucciato e incatenato che porta la croce tra le vie di Sartène seguito da figuranti vestiti di nero che issano la statua del Cristo Morto, mentre i fedeli cantano “Perdonu miu diu”.
Le celebrazioni per la Settimana Santa si svolgono in molte altre località isolane, la maggioranza della popolazione corsa è cattolica e nel nord dell’isola sorgono maestose cattedrali erette tra il ‘400 e il ‘500 dai genovesi.
  
Chiesa di Sainte-Marie




   
Alla base della cultura corsa c’è un orgoglioso senso della propria identità. L’antica usanza delle faide tra famiglie per i motivi più diversi, dalle terre alle donne, è per fortuna acqua passata, ma la lingua corsa, il Corsu, è ancora profondamente radicata nella vita quotidiana. Per fortuna nostra è più simile all’italiano che al francese, infatti pur conoscendo poche parole della lingua dei cugini d’oltralpe, non  abbiamo avuto nessuna difficoltà a farci capire. Nonostante l’annessione alla Francia nel 1769, i cartelli stradali sono ancora bilingui, scritti in corso e francese. Solletica l’orgoglio nazionale anche il fatto che Napoleone Bonaparte, una delle figure più importanti della storia, sia un corso, nativo di Ajaccio.
   
Corte






   
Uno dei centri di maggior importanza della cultura dell’isola è Corte. La cittadella quattrocentesca è arroccata in posizione incantevole su un promontorio roccioso, sopra le valli di Restonica e Tavignano. Fu qui che nel 1735 fu firmata la costituzione che favoriva l’indipendenza e l’insurrezione contro il secolare dominio di Genova. La lotta per l’autonomia continuò fino al 1755, quando Pasquale Paoli assunse il titolo di Generale della Nazione Corsa e pose le premesse per 14 anni di combattuta indipendenza. Poi Genova cedette l’isola alla Francia e il sogno di indipendenza nazionale per cui Paoli aveva combattuto tramontò.
  



    
Ma la figura del generale non fu mai dimentica, tant’è che ancora oggi l’Istituto universitario di Studi Corsi, a Corte, porta il suo nome. Al riparo di austeri bastioni di pietra l’università è all’ombra della poderosa Cittadella e racchiude anche un museo antropologico ospitato nelle antiche caserme della Legione Straniera. Nel punto più alto dei bastioni si raggiunge una piccola piattaforma detta Nid d’Aigle, da cui si apre una vista mozzafiato sulle montagne circostanti: dirupi rocciosi, gole nascoste, creste e valli lontane. È il cuore selvaggio e ardente della Corsica, così lontano dai lidi e dall’animazione estiva, eppure così affascinante.
  
Torre Genovese - Porto,Corsica,



    
Pubblicato da Marianna

martedì 6 novembre 2012

GALLI BIBIENA - Architetti del Seicento (Architects of the Sexteenth Century)

Teatro Comunale di Bologna

   
PREMESSA

L'arte del Seicento, figlia della prospettiva, è l'arte dell'illusione scenica, è una pittura scientificamente calcolata e un'architettura finta, che inganna e delizia gli occhi. 
Essa cammina con i tempi, e si giova di tutti i generi di luce artificiale, ma le sue regole non mutano: dai sei capitoli del "Vitruvio" ai più recenti trattati. 
L'architetto lavora nello spazio che lo scenografo deve invece creare con i più sottili rapporti geometrici. 


GALLI DI BIBIENA 

Oggi la critica non trascura gli ammirati inventori delle macchine teatrali, e del Seicento a me sono più noti i bolognesi GALLI DI BIBIENA (non meno di dieci), dal capostipite GIOVANNI MARIA (1619-1665), che adottò per la famiglia GALLI il nome del suo paese d'origine, Bibbiena in provincia di Arezzo, all'architetto e pittore ANTONIO che, nel 1756, compie in patria il "Teatro Comunale" di Bologna. 

Essi riprendono l'arte del Serlio dal quale la scuola bolognese vanta lunga serie di nobili ingegni fino a mezzo secolo passato..., in quelli anni, DOMENICO FERRI inizia il rinnovamento della scenografia a Parigi e attraverso la Francia.
  
Teatro Filarmonico di Verona
FERDINANDO MARIA (Bologna 1657-1743), che lavorò anche a Barcellona e a Vienna, rivoluzionando la scenografia con la veduta per angolo, realizzò architetture scenografiche anche per cerimonie religiose e occasioni ufficiali, e apportò importanti novità tecniche d'impostazione della prospettiva scenica, ben interpretate dal fratello FRANCESCO (Bologna 1659-1739), il quale si distinse anche nella costruzione di teatri, tra cui il "Filarmonico" di Verona. 

Anche la chiesa, addobbata con incredibile lusso, chiede, a quella che potremmo chiamare senza irriverenza scenografia celeste, le azzurre finzioni dell'infinito. 

Assistiti dai figli ALESSANDRO (1687-1769)..., GIUSEPPE (Parma 1696 - Berlino1757) che perfezionò le innovazioni scenografiche del padre Ferdinando..., ANTONIO (Parma 1700 - Milano 1774)..., GIOVANNI CARLO (1728-1787)...., e dal nipote CARLO (1725 circa - 1780 circa), Ferdinando Maria e Francesco progettano, costruiscono e restaurano diversi teatri in Italia e lavorano anche presso le maggiori corti europee. 

ANDREA POZZO (1642-1709) - italiano nel nome e nell'originalità degli ardimenti - prepara con gli studiatissimi effetti delle architetture in prospettiva il volo trionfale di Sant'Ignazio (Roma, nell'omonima Chiesa di Sant'Ignazio) e si palesa più bizzarro nella "Prospettiva dei pittori e architetti" (1693) che nelle opere eseguite (Roma, Altare di San Luigi in Sant'Ignazio e Altare di Sant'Ignazio nel Gesù), celebri per le ridondanze dello stile (che piacque, per un secolo, in Austria ed in Baviera) e per l'abuso dell'oro e dei marmi di gran pregio.
   

domenica 4 novembre 2012

FRANCESCO BORROMINI - Architettura barocca (Baroque Architecture)

Autoritratto di Francesco Borromini
    
Borromini, soprannome di Francesco Castelli, nato a Bissone (Canton Ticino) il 25 settembre 1599 e morto a Roma il 2 agosto 1667, è stato un architetto svizzero-italiano, tra i principali esponenti dell'architettura barocca e rappresenta, sul piano delle concrete realizzazioni architettoniche e dell'interpretazione del ruolo dell'artista, un complesso di valori assolutamente antitetici rispetto a quelli propugnati dal Bernini. 
Anzitutto Borromini privilegia gli aspetti concretamente realizzativi della tecnica, e infonde nei suoi procedimenti creativi il senso più profondo della sua tormentata religiosità, continuamente minata dall'incertezza circa il conseguimento della salvezza e dal timore di venir meno alla propria tensione spirituale. 
Borromini è profondamente influenzato dalle concezioni e dai sentimenti religiosi che pervadono l'area culturale lombarda, con il suo rigore e il suo interesse verso gli aspetti pratici della fede. 
Questa sofferta religiosità lo porta a diffidare del trionfante virtuosismo e della magniloquenza retorica dello stile del Bernini, con i suoi spazi amplificati e i suoi fitti riferimenti allegorici. 
Le piante curvilinee, i risalti angolosi, i timpani spezzati e attorti, le modanature sinuose sono i caratteri principali di questo ingegno raffinato, ribelle alla tradizione romana. Mentre i secentisti adoperano gran varietà di marmi, di lumachelle, di brecce e di diaspri per animare le loro policromie, cu si aggiunge la decorazione dipinta, egli si attiene al marmo bianco e allo stucco, al grigio travertino e al mattone. 
Schivo di lodi, non ambisce agli onori e, prima di morire suicida, distrugge tutti i suoi disegni..., ma la fama non stenta ad innalzarlo. Umile scalpellino fino a trent'anni, avanza rapidamente nell'architettura con la novità e la dovizia delle composizioni, e diventa inizialmente emulo del Bernini, finché non prende la sua strada contrapponendoglisi.
   
Chiostro nel convento di San Carlo alle Quattro Fontane - Roma
   
Risulta infatti evidente dall'impianto del chiostro nel convento di San Carlo alle Quattro Fontane, la sua prima opera autonoma dopo un periodo di apprendistato svolto a Roma presso il Maderno, la predilezione per gli spazi contratti e deformati e per le sagomature incurvate su cui gli effetti di luce si sviluppano in una variegata modulazione. 
Da sottolineare anche la perizia del disegno delle membrature e dei motivi decorativi finemente incisi, che quasi traspongono l'interpretazione spaziale dell'edificio nelle dimensioni ridotte di un oggetto prezioso di accuratissima fattura artigianale. 
Così anche la struttura dell'interno della chiesa riprende questi moduli: la cupola ha forma ovale e sembra quasi premuta dalle tese curvature degli archi, mentre la dimensione delle colonne è massimamente accresciuta affinché la spazialità del vano risulti drasticamente soffocata e ingombra, anche mediante l'evidenziazione della funzione di raccordo delle membrature come elementi di forzatura dello spazio.
   
Facciata dell'oratorio dei Filippini - Roma


  
Analoga impostazione ha la facciata per l'oratorio dei Filippini (1642): fortemente incurvata, caratterizzata da un fitto disegno di membrature (cornicioni, lesene, timpani) che creano un gioco di motivi pieni e vuoti, di sporgenze e rientranze, che, privi di reale funzione statica, servono piuttosto a modulare la luce e cesellare i piani.
  
Campanile di Sant'Andrea delle Fratte - Roma
    
Da menzionare il campanile di Sant'Andrea delle Fratte, con le due celle a colonne ed a cariatidi, a solchi profondi e a risalti acuti, è vinto dalla cupola della fantasiosa novità del perimetro della chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, sviluppato in ampie curvature lobate ripetute in altezza fino al vertice della costruzione, culminante nella lanterna e nel lanternino, apice di un'animazione ritmica che coinvolge l'equilibrio della costruzione in un andamento avvitato. 
Un critico, ispirandosi al campanile di Sant'Andrea, scrisse a ragione che questa "torre erompe in una spirale diretta in alto per svanire in una corona di fiamme".
   
Basilica San Giovanni in Laterano - Roma


    
Da ricordare il restauro della basilica San Giovanni in Laterano per il giubileo del 1650, che riveste gli interni con una decorazione minuta e scintillante che ne esalta la luminosità chiesa di Sant'Agnese (1652) a piazza Navona che integra la spazialità dell'edificio a quella della piazza, sviluppando un più ampio discorso urbanistico e ambientale, ha il prospetto in travertino fiancheggiato da due torri, con pilastri appaiati laterali ed interpilastri concavi, che smussano i canti vivi ed addolciscono le superfici..., nel mezzo grandeggia la cupola sorta sulla tipica pianta centrale.
   
Chiesa di Sant'Agnese - Roma


    
Poi San Carlo alle Quattro Fontane (1638-41), dove manifesta un'individualità che non conosce freno nel variare il necessario e nel rigettare le lusinghe del superfluo. L'organismo, meditato in ogni parte, ha la pianta elittica, con la porta sull'asse maggiore e due tenui rigonfiamenti nei lati..., quattordici colonne alveolare favoriscono l'ondulazione della linea iconografica, insieme con le nicchie degli intercolunni, e la trabeazione si concede mollemente al garbo concavo delle masse che piegano anche i timpani..., in sintesi, la facciata per la perfetta espressione della concezione antimonumentale e l'estenuante cura del dettaglio caratterizzano il gusto architettonico del Borromini.
   
San Carlo alle Quattro Fontane - Roma
   
Nel Palazzo di Propaganda Fide, il maestro profonde sottilissime trovate..., pilastri disposti ad angolo, finestre a pianta curvilinea e soprafinestre ondulate, con il monogramma costantiniano della croce a cinto di festoni.
  
Facciata del Palazzo di Propaganda Fide - Roma
   

VIAGGIO A CEFALONIA (Travel in Kefalonia) - Grecia

Cefalonia
    
24 Aprile 2012 ore 00:10

Marianna dice: È da poco passata la mezzanotte e siamo nella nostra stanza nel resort Regina dell’Acqua a Skala sull’isola di Cefalonia, è il mio regalo di compleanno. Sì, ogni anno mi regalano un viaggio per festeggiare questa data che oramai trovo piacevole solo per il dono che comporta. Un mesetto prima del 12 aprile comincia il velato interrogatorio di marito e figli dediti a cercare di capire cosa può farmi piacere: 
"Che dici, quest’anno meglio al caldo o al freddo? Cultura o relax? In Italia o all’estero?".... e così via. 
Poi, giunto il grande giorno (che di grande non ha un bel niente ma mi serviva un aggettivo per rafforzare il concetto), durante la cena in famiglia con relativa torta tassativamente senza candeline, al momento del brindisi d’auguri compare l’attesa busta dell’agenzia di viaggi che cela all’interno la misteriosa meta….
  
La spiaggia di Skala




    
Eccoci dunque a Cefalonia o Kefallonia una delle isole più grandi della Grecia (ha una superficie di 781 chilometri quadrati) situata a meno di 20 km dalla punta occidentale del Peloponneso, poco più a sud dell’assai più piccola Léucade, o Lefkada. Più a sud ancora è Zante o Zacinto, la più meridionale delle isole Ionie, mentre appena al largo della punta settentrionale di Cefalonia è Itaca, Ithaki, leggendaria patria di Ulisse.

Cefalonia è in stretto legame storico con l’Italia. Distante solo un giorno di traghetto oltre il mar Ionio e il canale di Otranto, l’isola fu all’inizio del XIII secolo nominalmente assegnata alla Repubblica di Venezia: per buona parte dei due secoli successivi, però, fu governata in pratica da una serie di nobili avventurieri italiani sotto il vigile controllo della Serenissima. Nel 1479 cadde preda dei turchi; riconquistata nel 1504, rimase sotto il dominio della Serenissima per quasi tre secoli. Nel 1797, alla sua caduta, Venezia fu spodestata a Cefalonia dalla Francia rivoluzionaria, a sua volta estromessa dalla Russia alleata con la Turchia. Dopo un breve periodo di autonomia, nel 1809 il minuscolo stato indipendente delle isole Ionie – la cosiddetta Repubblica delle Sette Isole (Eptanisos Politéia)- passò sotto protettorato britannico per rimanervi fino al 1864, quando il Regno Unito acconsentì infine alla riunificazione della Grecia
   
Skala




    
Per l’Italia, Cefalonia è legata a una delle pagine più tragiche della seconda guerra mondiale. Nel 1941 l’isola era stata occupata nel quadro della campagna di Grecia. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il presidio militare italiano, costituito dalla divisione Acqui, rifiutò l’intimazione di resa avanzata dai tedeschi. Venne allora attaccato e sopraffatto dopo nove giorni di strenua resistenza; oltre 5000 sopravvissuti furono trucidati per rappresaglia.

Ma ora sono troppo stanca per continuare e per la verità non ho molto da raccontare, oggi ci siamo limitati a visitare Skala, il villaggio più a sud dell’isola, dove sorge il resort che ci ospita. Dunque, vi prego di scusarmi, ma per me è giunta l’ora di abbandonarmi tra le braccia del figlio di Ipno e di Notte…ovvero Morfeo….
   
Argostoli






   
24 aprile ore 23:20

L’immagine di Cefalonia è molto diversa dallo stereotipo che possiamo avere delle isole greche. In luogo di colline di riarsa terra bruna su cui le capre brucano l’erba fino all’ultimo filo, la maggiore e più ricca delle isole Ionie offre un quadro di foreste rigogliose, filari di viti e ulivi centenari. Invece di villaggi di case bianche e di cupole azzurre, sulle coste si susseguono minuscoli borghi di pescatori dai tetti di terracotta, mentre le pendici della colline sono disseminate di rovine pericolanti di cittadelle veneziane.
Dicono che qui la calura estiva sia alleviata di quanto in quanto da piacevoli brezze fresche provenienti da ovest. L’autunno è tiepido e mite e l’inverno, da dicembre a fine marzo – quando la cima del monte Enos è spruzzata di neve – piovoso e ventoso. In questo periodo invece le colline e i prati che sono colorati di fiori variopinti ci hanno tenuto compagnia durante il nostro spostamento ad Argostoli, la capitale.
  
Monumento ai caduti della divisione Acqui




   
Il singolare miscuglio di case di sapore veneziano e di anonimi edifici moderni che caratterizza quasi tutti i centri abitati dell’isola – compresi i due porti principali, Sami e Lixouri – si deve all’ultimo, terribile terremoto che nel 1953 rase completamente al suolo Argostoli. L’attuale abitato è un insieme alquanto disordinato di costruzioni moderne; spettacolare resta la posizione, a cavallo di due insenature di mare unite da un lungo ponte sospeso progettato dagli ingegneri della Marina Britannica. Ogni italiano che viene nella capitale non può esimersi dal visitare il cimitero italiano a S. Teodoro, a nord di Argostoli, dove riposano le vittime dell’eccidio di Cefalonia. Qui un monumento in porfido rosso ne ricorda il martirio.

Domani vogliamo fare alcuni tratti di costa alla ricerca delle incantevoli piccole cale per cui l’isola è famosa, dovremo alzarci presto, e se devo dirla tutta questa sera a cena ho bevuto un paio di bicchieri di Rombola, il vino di Cefalonia, di qualità decisamente superiore dei vini prodotti sulle altre isole, a volte sgradevolmente aspri e mi ha fatto venir sonno. Credo che dormirò proprio bene!
  
Makris Gialos




   
25 aprile ore 23:35

La maggior parte dei turisti viene a Cefalonia per le spiagge, e oggi ho capito il perché. Le migliori sono disseminate lungo la costa meridionale tra Argostoli e Skala, dove c’è il nostro resort. I lidi più vicini alla capitale e all’aeroporto, Makris Gialos (spiaggia grande) e Platas Gialos (spiaggia piatta), nei pressi di Lassi, sono comprensibilmente anche i più turistici e affollati mentre le spiagge più belle si trovano nel tratto di costa compreso fra Kato Katelios e Ratzakli. Nell’area della punta meridionale dell’isola. L’afflusso turistico ha avuto come sgradevole conseguenza il rischio di scomparsa delle tartarughe marine Caretta caretta che depongono le uova nella sabbia fine di queste spiagge, nonostante la crescente sensibilità al riguardo di visitatori e gente del posto.

Sorprendentemente, la spiaggia più incantevole di Cefalonia – tra le più fotografate di tutta la Grecia – è quasi priva di strutture turistiche, in parte come conseguenza della sua posizione al termine di un tratto di strada che scende in ripida serpentina tra le scogliere della costa occidentale. A Myrtos ci sono pochi alberghi, eppure già adesso, che non siamo esattamente in alta stagione, i bagnanti che affollano la spiaggia di sabbia e ciottoli di un bianco accecante, lambita da un limpido mare blu, sono così tanti che è difficile trovare un angolino per stendersi al sole.
  
Myrtos



   
26 aprile ore 23:15

Se i maggiori centri abitati di Cefalonia non sono particolarmente pittoreschi, la carenza è ampiamente compensata da due incantevoli villaggi di pescatori situati sulla penisola montuosa che si propende  dall’isola, Fiskardo e Assos le nostre destinazioni di oggi. Dopo aver percorso un centinaio di chilometri con un’auto a noleggio siamo arrivati a Fiskardo, delizioso villaggio con le case imbiancate a calce in colori pastello disposte tutte intorno a una splendida insenatura naturale. Questa località prende il nome dal normanno Roberto il Guiscardo, che vi morì il 1085 dopo aver conquistato l’isola nel tentativo di annetterla al suo regno nell’Italia del sud. Affacciato al breve braccio di mare di fronte a Itaca, il porticciolo è molto amato dai velisti e dagli appassionati di windsurf. Lo si può facilmente raggiungere in traghetto o noleggiando un motoscafo da Argostoli, anche per la gita di un giorno.
Sulla costa occidentale, in fondo a un’impegnativa strada a zigzag, il borgo di pescatori di Assos contende a Fiskardo la palma di villaggio più bello dell’isola. Situato a cavallo dell’istmo di una penisola , su cui si leva un imponente castello veneziano, è perfino più tranquillo e pittoresco.
   
Fiskardo




   
Le più suggestive vestigia veneziana di Cefalonia si trovano ad Agios Georgios poco a sud-est di Argostoli che ci siamo fermati a visitare sulla via del ritorno: le rovine della capitale medievale dell’isola sono situate sopra il moderno villaggio di Peratata, dominate dalle rovine di un castello da cui lo sguardo abbraccia una fertile piana di campi.

Forse però. Le immagini più emozionanti di Cefalonia si celano nelle grotte costiere scavate da millenni di acqua e di pioggia. La maggior parte sono chiuse al pubblico, non così la grotta di Melissani, che si può visitare in barca a remi; a causa del terremoto del 1953 una porzione del tetto della grotta e crollato, e il sole, infiltrandosi dalle aperture, fa brillare di colori cangianti l’acqua della laguna, lunga circa 200 metri.
  
Grotta di Melissani (non è un fotomontaggio)



    
Il nostro viaggio è già terminato, domani mattina presto prepareremo le valige e poi andremo in spiaggia per l’ultima nuotata in queste acque cristalline prima di recarci all’aeroporto.
  
Myrtos



   

Kalinìkta (buonanotte)......