venerdì 18 gennaio 2013

LA MEDINA DI FES (The medina of Fez) - Marocco


   
Marianna dice...

In tanti mi hanno sconsigliato di andare a Fes, uno su tutti mio fratello, - sei troppo schizzinosa - mi diceva, ed è vero, però quando viaggio mi adatto quasi a tutto, certo non arrivo a mangiare grilli fritti o bruchi in salamoia come fa lui, comunque penso di avere un discreto spirito di adattamento.
Così il giorno in cui Hafid, un bel giovanotto simpatico e intelligente che avevo conosciuto per lavoro, mi descrive la medina dove lui è nato e cresciuto, vengo inevitabilmente contagiata dal suo entusiasmo. Col suo aiuto organizziamo questo viaggio di pochi giorni. Suo fratello Rachid, che dopo 10 anni in Italia aveva deciso di ritornare in Marocco sarà la nostra guida, dunque nessun problema di lingua, nessun problema organizzativo e la certezza di vivere la vera medina

Morale della favola ci ritroviamo all’aeroporto di Casablanca in cerca di qualcuno che ci indichi dove trovare l’autonoleggio che Hafid ci ha consigliato, dobbiamo arrivare a Bad Boujeloud, dove Rachid ci attende.

Quando salgo sulla macchina quasi mi viene un colpo, una Mercedes vecchia di trent’anni che rallenta ad ogni leggera pendenza e, quando l’indicatore segna rosso, il conducente accosta al bordo della strada e versa una bottiglia d’acqua nel radiatore, finché l’acqua non finisce e per un paio di volte deve scendere fortunosamente in un crepaccio per riempire una bottiglia con una brodaglia fangosa.
Seduti dietro su quei terribili sedili di pelle il caldo è davvero insopportabile, temperatura esterna quaranta gradi, interna forse qualcosa di più.
Il conducente è un ottimista; ogni volta che riempie il radiatore pensa di aver risolto il problema. "E’ bucato" continua a ripetere mio marito, io vorrei strozzarli entrambi. Alla fine l’auto ci molla del tutto alla periferia di Meknes dopo aver scoppiettato e essersi surriscaldata per sette ore.  Dobbiamo camminare sotto il sole cocente per quindici minuti prima di trovare una zona dove c’è campo sufficiente per chiamare Rachid a Fes. Poi dobbiamo aspettare un’altra ora prima che arrivi con un vecchio taxi. Per coprire il tragitto da Casablamca a Fes avremmo dovuto impiegare tre o quattro ore, ce ne sono volute nove. Questo viaggio è iellato…..

Ma comunque arriviamo a destinazione. Rachid carica i nostri bagagli su un carretto spinto da un ragazzino. Mi accorgo subito che, appena varcata la Porta Blu, si entra in un altro mondo. Asini carichi con museruole ricavate da bottiglie di plastica stanno passivamente in attesa sotto montagne di barilotti e sacchi pieni. L’odore acre della lana grezza brucia l’aria. Alcuni “petit taxi” rossi sfrecciano dentro e fuori dalla piazza senza una meta apparente, zigzagando fra uomini in jellaba e scarpe gialle a punta aperte dietro.
  
Porta blu



    
Rachid è un bell’uomo con grandi occhi che sembrano usciti da un mosaico romano, occhi nerissimi come i suoi capelli. Porta i jeans e si muove velocemente nei vicoli affollati della medina. Qui le auto non potrebbero mai circolare, a parte il fatto che le vie sono strettissime, ma il problema maggiore è la merce esposta fuori dai minuscoli chioschi-negozi. Accovacciati in ogni dove c’è gente che vende cd, calzini, patate, fazzoletti di carta, accendini. Mio marito mi fa notare che fra la merce in vendita ci sono tavolette di cioccolata, pannolini sfusi e sigarette sfuse.

Nelle stradine lastricate ogni pochi metri buche profonde quanto una tomba intralciano il cammino. Uomini muniti di piccone scavano intorno a vecchi tubi in cerca di una perdita. Odori che risalgono come minimo ai tempi dei romani si alzano dalle viscere della terra. Il concetto di passare a turno qui è del tutto sconosciuto; tutti avanzano da entrambe le direzioni in un caotico ingorgo di pedoni e asini. Rachid e il ragazzino devono alzare il carretto per superare i vari ostacoli. Ogni tanto qualcuno grida "Balak!" capisco presto che significa "Attenzione!"
  

    
Temo che avrò bisogno del filo di Arianna per uscire dalla medina. Rachid si infila in decine di strade e a volte sembra ritornare sui suoi passi. Questo ingorgo di strade e la stanchezza mi fanno girare la testa.

Finalmente arriviamo a destinazione, nella piccola casa che Rachid ha preso in affitto per noi.
Dopo lo squallore delle strade, gli asini tristi e macilenti, il puzzo del loro letame, i cumuli di spazzatura, il caos, entriamo in una casetta serena e poetica con le pareti di stucco intagliato, vecchio di quattrocento anni, dipinto a colori tenui, alternato a strisce incise a carattere kufi. Finestre molto alte sopra le nostre teste lasciano entrare spicchi di luce bionda. Qualche tappeto berbero, una doccia con sedili e recipienti in rame per lavarsi alla maniera dell’hammam, una fontana rivestita di piastrelle e lunghe panchette ricoperte di stoffa tessuta a mano, tutto perfettamente intonato. Dal tetto a terrazza si vede l’intera medina, un vasto assembramento di cubi color sabbia, tutti sormontati dalle parabole, pensavo che fosse così estesa.
   


     
Dopo una doccia veloce usciamo per cenare, il buio ha invaso la medina. Gli asini sono stati condotti nelle stalle. Le strade sono ancora affollate, ma almeno non ho paura di essere spinta nelle buche fetide. Perdo il conto delle giravolte che facciamo. Rachid ci conduce in un piccolo ristorante dove si cena sul tetto a terrazza poi ci lascia. La cucina marocchina è ricca di verdure che io non amo per niente, tranne rare eccezioni, ma devo ammettere che non ho mai mangiato carote tanto buone. Il cuscus cotto al vapore viene condito con vari ortaggi, lo assaggio ma non vado oltre, mio marito invece sembra apprezzare molto.

Al nostro arrivo abbiamo trascurato la Porta Blu, ora, senza l’intensa attività commerciale, la scena è come un film al rallentatore: mendicanti e gente che passeggia, e negozianti che ritornano a casa  nella città nuova. Nella medina i ristoranti non servono vino per via delle numerose moschee, perciò alla fine del pasto arriva una tazza dopo l’altra di tè alla menta. Rachid torna a prenderci e ci accompagna a casa, come i bambini.

La mattina dopo il nostro angelo custode torna da noi e ricomincia il nostro peregrinare. Camminiamo semplicemente, assorbendo gli odori e le scene. Un suk, dedicato a una particolare funzione, è specializzato in troni per matrimoni. Nel suk dei falegnami stanno intagliando tavole di vario tipo e anche bare. Un artigiano espone assi di legno per lavare i panni, non ne vedevo da quando ero bambina.
  

   
Ci fermiamo a osservare archi e porte di cedro intagliato con cardini a forma di mano di Fatima per proteggere la casa dal malocchio. Rachid ci porta in un paio di madrase, le elaborate scuole di teologia medievali dove gli studenti alloggiavano in  piccole stanzette sopra i cortili e al pianterreno studiavano filosofia e astronomia.

Mi piace osservare i venditori di menta che offrono grandi mazzi o particolari cestini pieni di questa piana. Sui tavoli ce n’è a mucchi. Qui non esistono piccole manciate; la menta non è una guarnizione e il tè alla menta non viene servito con un rametto decorativo. Tè verde bollente viene versato in un bicchiere pieno di menta che porti alle labbra tenendolo con il pollice e l’indice per non scottarti. Tutti ne bevono in continuazione. Rachid ci porta in una sala da tè dove molti uomini parlano seduti su rozzi sgabelli. L’attrezzatura del proprietario consiste in un tavolo con sopra una piastra elettrica per l’acqua bollente, alcune teiere di metallo, un secchio per sciacquare i bicchieri e una montagna di menta. Sono l’unica donna ma sembra che nessuno si curi di noi. Il tè alla menta nemmeno mi piace, ma lo bevo con piacere. Così forte e robusto ha il sapore di una bevanda curativa, il sapore dell’estate sotto una tenda nel deserto, il sapore del tempo. Mentre sorseggiamo la bevanda Rachid ci informa che nella medina ci sono novemila strade, mille senza uscita, inquietante….
  
Suk dei conciatori



   
Ritorniamo per strada e ci dirigiamo nel suk dei conciatori che è pieno zeppo di visitatori. Ogni turista viene portato qui e la visita si conclude sempre con un giro nei negozi di articoli di pelle. Mentre stai arrivando, il traffico di asini carichi di pelli di animali rigide ti rivela dove sei. Le pelli da conciare vengono immerse in escrementi di piccione. Grandi tinozze contengono colori vivaci. Rachid afferma che il giallo è ricavato dallo zafferano o dalla mimosa, il rosso dai papaveri e il verde dalla menta. Non ci credo, i colori sono troppo violenti. L’odore è fortissimo e fortunatamente in un negozio il proprietario mi regala un rametto di menta da accostare alle narici. Compro un paio di babbucce gialle come quelle che qui portano tutti ben sapendo che non le metterò mai. "Il giallo va con tutto" mi dice Rachid, io e mio marito scoppiamo a ridere, che elemento quest’uomo…
  
Le porte di Fes


    
Per strada i fagotti sono spesso minuscole mendicanti, i volti rugosi color guscio di noce e le mani simili a zampette, "Un buon musulmano fa l’elemosina al povero" ci ricorda Rachid, non ce n’era bisogno, anche un buon cristiano la fa.

Più tardi torniamo nella nostra casetta dove una cugina di Rachid ci sta preparando una cena casalinga. Fatima, questo è il suo nome, fa un uso un po’ troppo superficiale dell’acqua del rubinetto, non mi fido per niente. Prepariamo sul terrazzo, fa fresco e si sta veramente bene. Mangio pochissimo mentre mio marito si strafoga di verdure e pastinaca e dopo cena contempliamo la medina al tramonto che è diventata stranamente silenziosa. Data la densità di popolazione, trovo strano che nessuna televisione vada a tutto volume, nessuno suoni musica rap su un tetto vicino e nessuno urli, canti o litighi. La gente si avvolge nell’intimità della casa allo stesso modo in cui si avvolge nei suoi abiti.
  

   
Alcune ore dopo mio marito sta malissimo, ha un violento attacco di nausea e la febbre alta. Passa la notte in bagno a vomitare,. Ha la sensazione che il suo stomaco si sia rivoltato come un guanto. Dopo sei ore i conati si calmano ma continua a sentire un gran bruciore allo stomaco. Ha uno sguardo vacuo, incerto; è talmente debole che non ha neppure la forza di alzare un braccio. Telefono al nostro medico in Italia: secondo lui è “solo” avvelenamento da cibo e non salmonella. Mi viene in mente tutto quello che ha ingurgitato a cena, l’acqua con cui Fatima ha lavato le verdure, il secchio per sciacquare le tazze nella sala da tè. Gli chiedo se ha lavato i denti con l’acqua del rubinetto, neppure mi risponde. Cerco di non pensare all’uomo che muore in “Il tè nel deserto” di Paul Bowls, lasciando la moglie nevrotica che diventa prigioniera in un harem. Lo sapevo che questo viaggio era iellato.

Fortunatamente Rachid riesce a trovare i medicinali che il nostro medico ci ha prescritto telefonicamente, e già il giorno dopo mio marito si sente un po’meglio anche se non se la sente di uscire. Così mi affida alla nostra guida e lui si mette a letto in compagnia di un libro e di molte bottiglie d’acqua.
  

   
Senza di lui ho uno strano rapporto con il luogo e con Rachid. Gli vado dietro e , distratta da una pila di zoccoli o di lanterne in vendita, spesso non mi accorgo quando svolta, e mi trovo improvvisamente in un crocicchio in mezzo alla folla senza sapere dov’è andato. Ma lui ritorna a prendermi. Mi chiedo quanto tutto questo possa sembragli strano: fuori tutto il giorno con un’infedele che si ferma continuamente a guardare l’uomo che vende forchette, braccialetti e pettini di corno, e gli scultori di tombe che incidono epitaffi sulle lapidi di marmo.
  


   
Fontane rivestite di piastrelle luccicanti dove attingere l’acqua sono ovunque, alcune risalgono all’epoca medievale e attirano ancora donne con secchi e bambini con bottiglie di plastica.

Rachid mi spiega la differenza fra il caffettano (senza cappuccio) e la jellaba (con cappuccio per ripararsi dalla pioggia dalla polvere e dal caldo) per uomini e donne. L’abbigliamento comincia ad avere un senso. Sulle prime sembrava che tutti andassero in giro in accappatoio. Ma, quando la mia allergia alla polvere si è risvegliata e il vento sembrava un fon puntato sul mio viso, ho cominciato a desiderare uno di quei veli misteriosi..

Le donne scorrono nelle viuzze incredibilmente strette come un fiume colorato: vesti color zafferano, porpora, salvia, pistacchio e blu pavone si fanno strada fra la folla verde , senape e rosso pomodoro, l’ocra e tutti i colori della terra, e ogni tanto , fra questa tavolozza di colori , spicca la veste bianca di una donna in lutto.
  

   
La concentrazione di colori si ripete sulle bancarelle di generi alimentari: more, fichi, foglie di coriandolo, capperi polverosi, curcuma dorata, datteri, menta, quarti sanguinolenti di cammello e mucchi di teste di capra e pecora. E poi ancora cumino, lenticchie, cuscus, fave secche, semolino, i ceci e il sesamo che coi loro colori pallidi ricordano le tinte del deserto. I banchi rispecchiano l’abbondanza della tavola e l’amore per i sapori decisi. Rachid afferma che tutti mangiano carne di cammello almeno un paio di volte la settimana, strano, suo fratello Hafid mi ha detto di non averla mai assaggiata.
    
Alberi di jacaranda


   
Vediamo alberi di jacaranda fuori dalla Porta Blu, Rachid mi spiega che emanano il loro profumo di notte. Non essendo musulmana non posso entrare nelle moschee e devo limitarmi a sbirciare nei cortili con le fontane per le abluzioni dei fedeli. Capitiamo davanti a una grandissima moschea al termine della preghiera del venerdì. Una folla di uomini si riversa per strada, noi rimaniamo addossati al muro per lasciarli passare.
Durante i nostri giri passiamo più volte a casa per controllare come sta mio marito, fortunatamente sta sempre meglio

Il giorno dopo finalmente si sente abbastanza in forze per unirsi a noi e decidiamo di dedicarci allo shopping. Sono interessata ad alcune stoffe di seta, dopo mezz’ora di contrattazione finalmente riesco a comprare per pochissimo un quadrato di seta color avorio ricamata con fiori di pesco, mi servirà per ricoprire un vecchio cuscino.
   
   
Visitiamo tombe e musei. Credo che i miei piedi abbiano coperto ogni centimetro della medina. Dopo una lunga camminata al caldo ci fermiamo davanti a quelli che sembrano i resti di una fortezza, Rachid bussa a un immenso portone, è la casa di un suo amico. L’uomo che ci apre ha un viso magro e la carnagione scura, i due si abbracciano. Entriamo in un vasto cortile piastrellato con una fontana circondata da una grande vasca. La fontana è piena di erbacce e la vasca ospita un’oca. La casa è molto grande, le vaste stanze affacciano dall’alto su giardini incolti dove intravedo i resti di fontane. Il padrone di casa ci conduce attraverso una serie di corridoi in un’altra ala del palazzo, dove un tempo suo nonno teneva cento donne. I ballatoi sopra il cortile stanno cadendo a pezzi, ma la delicata decorazione floreale degli stucchi parla ancora del mondo femminile degli harem. In un’altra stanza, anch’essa molto grande, vedo la fotografia di sua nonna non porta il velo ne altre coperture, vorrei chiedergli quale fosse il suo rango ma non oso. Questa è solo una delle diciassette case adiacenti, tutte chiuse, tutte in rovina, o quasi. Immagino che con cento mogli che partorivano figli, le questioni ereditarie non saranno mai state risolte.
  
Sinagoga, Mellah


   
La nostra ultima mattina mio marito vuole uscire. Rachid ci accompagna a un taxi e andiamo nella mellah, il vecchio ghetto ebraico. Il ghetto con le sue caratteristiche finestre di legno sporgenti, i vicoli tortuosi e i negozietti, avrebbero una certa atmosfera, se non avessi visto la medina ancora immersa nella mentalità medievale. Diamo un’occhiata a una sinagoga ristrutturata dall’UNESCO che ha una vasca da bagno rituale interrata. Rachid ci spiega che la mellah venne formalizzata nel 1438, ma gli ebrei vivevano qui già da secoli. In origine il muro di cinta fu costruito per proteggerli dagli arabi, ma poi divenne un luogo di reclusione. 
  
Mellah


   
Nella tarda mattinata facciamo il nostro ultimo spuntino a Fes, tè con pasticcini alla mandorla e dolci al sesamo, poi torniamo a casa a fare i bagagli.

Rachid compare con il carretto, ci porta davanti a un albergo dove ci sta aspettando un autista della stessa compagnia che ci aveva lasciato a piedi al nostro arrivo, ma stavolta la Mercedes è un modello più recente. Al momento dei saluti Rachid ci abbraccia. Ci manca ancora oggi……
   
Medina de Fez Fez 23755 
     




             
    
Un grazie A Marianna che mi ha regalato questo post :-)
   

2 commenti:

Marianna S. ha detto...

un passaggio per un saluto :)

zloris ha detto...

...grazie della tua visita :-)