giovedì 3 gennaio 2013

VILLA LANTE - BAGNAIA - Viterbo

Villa Lante - Bagnaia


   

Alcuni anni fa in occasione di una vacanza nel Lazio abbiamo soggiornato tre giorni nella splendida Viterbo. Le prime due giornate le abbiamo spese ammirando le numerose bellezze cittadine, il terzo giorno ci siamo spostati di 4-5 chilometri per raggiungere la frazione di Bagnaia dove sorge Villa Lante col suo incredibile giardino, ed è proprio del giardino del cardinale Gambara che oggi vorrei parlarvi..

Costruito nella seconda metà del Cinquecento ai piedi dei monti Cimini, questo paradiso verde era stato subito lodato e ammirato soprattutto per le fontane, giudicate addirittura più spettacolari di quelle della celebratissima villa edificata qualche anno prima a Tivoli da un altro principe della Chiesa, il cardinale Ippolito d’Este. Fra gli apprezzamenti generali però si registrava anche qualche critica. Come quella avanzata dall’austero cardinale Carlo Borromeo, che dopo una visita al giardino di Bagnaia aveva aspramente rimproverato il padrone di casa per quella magnificenza: “Monsignore, avresti fatto meglio a edificare un monastero con i denari che hai gettato a fabbricare questo luogo”.
    
Parterre alla francese


   
In effetti il potente cardinale Giovanni Gambara, che aveva ottenuto la proprietà in godimento da papa Pio V, non aveva badato a spese pur di realizzare un ambiziosissimo progetto che avrebbe dovuto accrescere il suo già considerevole prestigio personale, ovvero trasformare un’anonima tenuta di caccia, voluta da Raffaele Riario, nipote di Sisto IV e vescovo di Viterbo dal 1498 al 1505, in un giardino capace di raccontare il complesso dipanarsi del rapporto fra l’uomo e la natura.
   
Fontana dei leoncini
    
Per raggiungere questo obbiettivo fu conservato gran parte del vecchio bosco di lecci e castagni che copriva la zona e che con il suo aspetto selvatico era il simbolo perfetto di una natura non ancora addomesticata. Per rendere ancora più esplicito questo significato, fra gli alberi secolari furono sistemate anche alcune fontane e sculture oggi in gran parte scomparse. Per esempio le fontane “di Bacco”, “dei Leoncini”o “delle Ghiande”, che rappresentavano la mitica e felice età dell’oro, quando gli animali erano mansueti, il vino scorreva a fiumi e gli uomini potevano nutrirsi senza fatica con i frutti offerti spontaneamente dalla madre terra. Altre invece indicavano la progressiva decadenza della condizione umana nelle successive e sempre più sventurate Età dell’argento , del ferro e del bronzo, epoche contrassegnate purtroppo da una natura che da amica era pia piano diventata avversa. Fino ad arrivare al disastro del diluvio universale, rappresentato dall’omonima , fragorosa fontana che ancora oggi spruzza acqua da tutte le parti.
   
Catena d'acqua
   
A questo punto del racconto il trend negativo si inverte e comincia una nuova era, di cui il cardinale si sentiva orgoglioso protagonista, caratterizzata dal dominio dell’arte e della ragione sulla natura selvaggia. Un epilogo trionfale, illustrato – oggi come quattro secoli fa – da un geometrico giardino all’italiana ritagliato nel bosco. Uno spazio verde ordinato, senza tempo e in netto contrasto con il rustico e caotico ambiente intorno, disegnato da Jacopo Barozzi detto il Vignola, l’architetto più celebre dell’epoca, che aveva terrazzato il fianco della collina, come prescriveva lo stile all’italiana, ricavando una sequenza di cinque ampi ripiani collegati da un elegante gioco di scale e pendii. Poi aveva sostituito l’intricata vegetazione del bosco con piante sempreverdi – bossi, tassi, allori, lecci, vuburni – potati in forme geometriche o ridotti in siepi ben sagomate che non avevano nulla a che fare con l’esuberanza della natura. Ma soprattutto aveva messo sotto controllo l’acqua, intrappolandola in fontane di tutti i tipi collocate sulle diverse terrazze seguendo l’asse mediano del giardino, dove ancora oggi offrono uno spettacolo indimenticabile.
  
La Fontana dei giganti


   
Dalla scrosciante “Fontana del diluvio”, sistemata sul ripiano più alto e fiancheggiata da due padiglioni dedicati alle muse, l’acqua riaffiora nell’ottagonale “Fontana dei delfini” per ricordare il passo delle “Metamorfosi” in cui Ovidio racconta il guizzare di questi mammiferi marini fra i rami delle querce durante il diluvio universale. Poi scorre spumeggiante lungo un canaletto stretto fra due bordi di pietra scolpiti a forma di chele di gambero – emblema del padrone di casa – che riproducono, trasfigurandoli artisticamente, i gorghi di un ruscello di montagna. Più in basso l’acqua ricompare nella monumentale “Fontana dei giganti” – rappresentazione allegorica dell’Arno e del Tevere, i due fiumi della Tuscia – e si trasforma in decine di zampilli nella “Fontana dei lumini”, modellata sulla forma delle antiche e tremolanti lampade a olio.
   
Fontana del diluvio


   
Prima di riposarsi immobile nelle quattro vasche che nella parte più bassa del giardino riflettono il cielo intorno alla trionfale “Fontana dei mori”, immersa in un solare parterre di riccioli di bosso su un fondo rosso di polvere di terracotta, l’acqua movimenta anche la sala da pranzo all’aperto che era stata pensata sulla terrazza situata ai piedi della “Fontana dei giganti”dove scorre in un solco al centro di una lunga tavola in peperino: la cosiddetta “mensa del Cardinale”, una raffinatezza che consentiva di tenere al fresco il vino e di far scorrere le portate davanti ai commensali, copiata dalla descrizione fatta da Plinio di un analogo tavolo con piatti galleggianti sistemato in un suo giardino in Toscana.
  
Fontana dei delfini


   
Il parterre alla francese della terrazza più bassa – rifatto alla fine del Seicento e i primi anni del Settecento, dopo che la villa nel 1656 era passata alla famiglia Lante della Rovere, che la terrà fino al 1933- è un po’ diverso da quello originario disegnato da Vignola, formato da una serie di riquadri pieni di fiori circondati da bordure di Viburnum tinus potato basso e da alberi da frutto piantati ad intervalli regolari lungo le siepi, in modo da dare alla terrazza anche una dimensione verticale.

Nonostante questa e altre inevitabili trasformazioni avvenute nel corso degli anni – ai tempi del cardinale Gambara, per esempio, la zona del parco vicina alla “Fontana del diluvio” era rallegrata, oltre che dal suono dell’acqua, anche dal canto di alcuni uccelli ospitati in due preziose gabbie – il giardino rinascimentale di Bagnaia è senz’altro fra gli spazi meglio conservati  della sua epoca. Dunque se passate da queste parti non rinunciate ad un tuffo nel rinascimento.



   

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