domenica 29 settembre 2013

HIMALAYA - EVEREST - TIBET - IL TETTO DEL MONDO (The roof of the World)


L'Himalaya è un sistema montuoso che comprende le montagne più elevate e più imponenti della Tena. Limita a nord la pianura indiana e cinge a sud gli altopiani dell'Asia centrale.
Si estende tra l'Indo e il Brahmaputra per 2500 km, con una larghezza massima di 250-100 km. E' formato da una serie di catene a pieghe, simili a quelle alpine, che hanno un andamento per lo più parallelo; tra esse si interpongono delle valli (più chiuse di quelle delle Alpi, che si allargano talvolta in bacini) e degli altopiani. Numerose cime hanno altezze superiori a 8000 metri e una quarantina di picchi supera i 7300 metri. 
La catena principale, di rocce cristalline, culmina da ovest a est coi monti Nanga Parbat (8126 m), Nanda Devi (7817 m), Dhaulagiri (8172 m), Everest (8848 m), Kanchenjunga (8578 m), Namcha Barwa (7756 m). 
A sud si affianca per un tratto (nel Nepal e nel Kashmir) un'altra catena (3000-5000 m), detta Piccolo Himalaya, separata dalla pianura dai monti Siwalik, più bassi e di formazione più recente, costituiti di arenarie, chiamati anche Sudhimalaya. 
Altri rilievi si estendono a nord della catena principale (zona transhimalayana: da sud a nord Zaskar, Ladakh, Kailas, Karakorum, di origine tettonica analoga all'Himalaya, ma distinti da esso). 
  
 Monte Everest


    
Il rilievo principale, dovuto ai movimenti orogenetici alpino-himalaiani, risale alla fine dell'Eocene. L'erosione aveva in parte demolito le cime più alte, quando il rilievo è stato ringiovanito da un secondo periodo orogenico d'eta pliocenica. I frequenti terremoti sono un indice che la sistemazione dei terreni non è ancora ultimata. Il sistema si presenta asimmetrico (più inclinato a sud che a nord), percorso da valli longitudinali spesso molto larghe (con bacini colmi di alluvioni), che si aprono la via della pianura percorrendo forre selvagge. 
La zona più elevata è al di sopra del limite delle nevi permanenti e dà luogo alla formazione di numerosi ghiacciai, che occupano spesso con le loro lingue il fondo delle valli per molti chilometri. 
Il versante meridionale, battuto dal monsone, è assai più piovoso di quello settentrionale e quindi il limite delle nevi è più basso, più estesa la glaciazione, più rigoglioso il manto forestale (che si spinge a est fino a 4800 metri e a ovest a 4200 metri), mentre al di sopra è una fascia di pascoli. 
Le colture si spingono fino a 4650 metri.  
Malgrado I'altezza, l'Himalaya non costituisce un ostacolo insuperabile. A ovest il passo più frequentato è quello di Zoji-La (3529 metri), a est la via principale di comunicazione verso il Tibet è quella che passa per il Sikkim e supera due colli, alti 4300 e 4700 metri.
A est e nella parte centrale del rilievo la popolazione è in maggioranza d'origine tibetana, mentre a ovest sono risalite dalla pianura popolazioni indiane. 

Le cime più importanti sono state raggiunte nel decennio 1950-60; l'Everest il 29 maggio 1953, l'Annapurna nel 1950, il Nanga Parbat nel 1953, il Lhotse nel 1956.
   
Mahālangūr Himal - Himalaya del nord-est del Nepal 



  
L'Himalaya, insieme al Karakorum (sua naturale continuazione) costituisce di fatto il gigantesco confine naturale fra Pakistan, India, Nepal e Buthan (questi ultimi due completamente compresi nel suo territorio) da un lato e Cina dall'altro.
Accoglie alcune delle più alte montagne del mondo (Everest, Kalchenjunga, Dhaulagiri), con cime che raggiungono quote ben superiori agli 8000 metri. Data l'elevata altitudine media del suo territorio, l'Himalaya è anche noto con il nome di"tetto del mondo".


DIMORA DELLE NEVI ETERNE



Himalaya è un vocabolo sanscrito: significa "Dimora delle Nevi Eterne". Fin dalla più lontana antichità, i popoli che hanno vissuto sui suoi versanti hanno identificato questi monti come i pilastri del Cielo e la dimora degli dei. Ancora oggi, un'antica tradizione richiede alle spedizioni degli alpinisti di fermarsi a un metro dalla vetta, per rispettare la sacralità della cima, "alto luogo"di residenza della divinità.


I POPOLI DEL TIBET



I popoli che vivono nell'immenso territorio dell'Himalaya sono di stirpe indoeuropea o mongolica. Sono accomunati dalla forza, dalla passione, dalla paziente saggezza tipica di tutte le stirpi montanare. 
Fra questi, un posto di rilievo è occupato dal popolo del Tibet, la regione che rappresenta il cuore stesso dell'Himalaya. Principato buddista governato dal Dalai Lama, suprema autorità religiosa del buddismo cosiddetto tibetano, il Tibet è stato la patria di migliaia di monaci buddisti e di molti grandi maestri spirituali: il suo territorio è rimasto autonomo sino al 1959, quando fu inglobato nella Repubblica Popolare Cinese, che tuttora ne controlla territorio e abitanti.


LE PREGHIERE NEL VENTO


   
Per la tradizione buddista, I'Himalaya rappresenta I'essenza stessa della realtà religiosa. 
Le vette altissime che si innalzano su nubi e foreste, emergendo verso l'alto con nevi e ghiacciai perenni, rappresentano I'essenza stessa dell'idea di elevazione spirituale dell'uomo verso la divinità. Un'antichissima tradizione buddista invita a legare una all'altra numerosissime e colorate bandierine, e di distenderne il nastro colorato fra un edificio e l'altro o fra uno sperone roccioso e I'altro. Ogni sventolio di bandierina rappresenta una preghiera che sale fiduciosa dalla Terra verso il cielo.
E più in alto è collocata la bandiera, più presto e facilmente la preghiera raggiungerà la sua destinazione...


VERSO LASHA


Un monastero buddista fra le montagne del Tibet cinese: qui siamo a oltre tremila metri di quota, non lontano da Lhasa (il "trono di Dio"), capitale spirituale e politica del Tibet.




   
LAGHI D'ALTA QUOTA

Uno dei molti laghi salati che si trovano lungo il versante nord dell'Himalaya, nel Tibet cinese, a quota 2400 metri.




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mercoledì 25 settembre 2013

LO SPECCHIO ETRUSCO (The Etruscan mirror)

   
Museo etrusco di Villa Giulia (Roma)
   
Nell'ambito della lavorazione etrusca del bronzo, che pur vanta molti altri raffinati manufatti, il genere più originale è senza dubbio costituito dagli specchi, la cui produzione, iniziata nella seconda metà del VI secolo a.C., termina virtualmente alla fine del II secolo.

A differenza degli analoghi manufatti greci e romani, a lastra piatta, lo specchio etrusco è una superficie convessa, che restituisce un'immagine più piccola del reale ma oltremodo nitida. Il disco è fuso in un pezzo unico, che in certi casi comprende anche il manico, in altri soltanto il cordolo, al quale veniva applicato un manico di altro materiale (osso o avorio). 
Il rovescio, concavo, era di solito inciso, anche se talvolta vi veniva saldata una lastra lavorata a sbalzo: il soggetto delle scene raffigurate è la mitologia o la vita domestica.

In Etruria, diversamente che altrove, gli specchi erano riservati al mondo muliebre: nell'iconologia etrusca a specchiarsi sono soltanto le donne; inoltre, quando sull'oggetto è inciso il nome del proprietario, si tratta sempre di un nome femminile.
        
Incisione raffigurante lo specchio di Peschiera
   
Insieme con i gioielli d'uso personale e i cosmetici, lo specchio andava ad arricchire il corredo funebre delle dame etrusche. 
Un caso particolarmente interessante è quello di una tomba di Todi, venuta alla luce nella necropoli di Peschiera (1886) e conservata oggi nel Museo di Villa Giulia. Il corredo consta di una cinquantina di oggetti, fra cui collane d'oro, orecchini, anelli d'oro e d'avorio, una serie di dischetti d'oro - che servivano forse per ornamento dell'abito, - un unguentario, un manico di ventaglio in osso e, soprattutto, un magnifico specchio di bronzo con l'impugnatura d'avorio.
L'oggetto risale forse alla fine del IV secolo a.C. e raffigura sul verso il "Giudizio di Paride". 
L'episodio viene rappresentato nel momento culminante, cioè mentre Paride - chiamato all'uso omerico Alessandro ("Aléxandros" , Alkhsntre in etrusco) leva la destra per indicare la sua scelta a favore di Afrodite (Turan), preferita alle altre due dee, Atena (Menrva) e Era (Uni).
Un tocco di particolare magnilicenza è dato dall'ancella che sta accanto ad Afrodite, e agita un
flabello. Snenath Turns, dice l'iscrizione, cioè "ancella di Turan".
Difficile identificare la figura maschile {denominata Tekhrs) che, in piedi dietro Paride, sembra quasi suggerirgli la scelta.

La scena è delimitata da due cornicette a lisca di pesce; alla sommità vediamo la quadriga di Helios, il Sole; in basso, sopra il cordolo, l'immagine di Eracle assiso su una pira allude alle tragiche circostanze della morte dell'eroe. 
Narra infatti la leggenda che il centauro Nesso gli aveva rapito la moglie Deianira. Mentre fuggiva fu colpito a morte da una freccia di Eracle e, per vendicarsi, riuscì a convincere Deianira che, se avesse raccolto un po' del suo sangue e ne avesse asperso la tunica dell'eroe, questi sarebbe divenuto immortale. Ma, non appena ebbe indossato la veste, Eracle si sentì ardere le viscere da un fuoco intollerabile e, per sfuggire agli atroci dolori, si gettò su una pira ardente.

Un altro oggetto, appartenente allo stesso corredo, ci aiuta a capire il contesto dello specchio etrusco. Fra gli anelli appartenenti alla dama di Peschiera uno ha il castone decorato con una lamina d'oro sbalzato. II piccolo rilievo (3,4 centimetri di diametro) rappresenta due nudi femminili intenti a fare toilette. La figura di sinistra, che tiene uno specchio davanti al viso, è una creatura mitologica etrusca, denominata Lasa Vecuvia. 
Il termine "Lasa" (per i romani Lara, o Larunda, era la ninfa madre dei Lari) significa "ninfa" o "spirito" ed è presente soprattutto sugli specchi, in scene di toilette o di carattere erotico. 

martedì 24 settembre 2013

I CANOPI DI CHIUSI - Arte Etrusca (The canopic jars in Chiusi - Etruscan Art)

      
Chiusi è un comune italiano di della provincia di Siena in Toscana.

Canopi, specchi e antefisse: con le materie prime di cui è ricca l'Italia centrale (argilla, ferro, stagno, rame, tufo e marmo) gli etruschi crearono capolavori di grande bellezza ed espressività.
  
Canapo, probabilmente falso, da Chiusi (a sinistra) e canapo "assemblato del VI sec. a.C. (a destra): la testa maschile poggia su un ossuario femminile 


    
I canopi, una specialità di Chiusi

Il canopo costituisce la sommità del vaso cinerario e possiede una doppia funzione.

Negli esemplari più antichi, risalenti all'Età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) il cinerario non era nient'altro che una ciotola, coperta da un elmo (o da un piatto, cui talvolta veniva applicata una maschera mortuaria di bronzo); in una seconda fase - cui appartengono alcuni esemplari della fine dell'VIII secolo, venuti alla luce nel territorio di Vulci - abbiamo coperchi a calotta o "a tappo di champagne", che recano impressi in modo sommario i lineamenti del morto. 
Qui il ritratto è sempre sulla parte anteriore del coperchio, mentre la parte posteriore è liscia. 
Infine compaiono i canopi propriamente detti, che hanno la testa modellata a tutto tondo. 
Con il tempo la raffigurazione dei volti, dapprima fortemente stilizzata, diviene più naturalistica, e insieme ispirata a una bellezza ideale dettata senza dubbio da un modello esterno.
  
Canapo di terracotta con figura femminile
   
Spesso l'antropomorfizzazione non investe soltanto il coperchio ma l'intera urna: così, accanto a recipienti di forma ovoidale, con il collo cilindrico e le anse a orecchia, troviamo esemplari forniti di braccia piegate sul petto, effigiate in bassorilievo o a tutto tondo e addirittura mobili. 
Nei canopi femminili, che portano non di rado orecchini di bronzo o di metallo prezioso, vengono indicati i seni.

Questa classificazione di carattere generale non deve però indurre a credere che la tipologia dei canopi sia omogenea epoca per epoca. Vero è che negli esemplari più recenti - probabili opere di manifatture " specializzate" - troviamo in genere non pochi elementi comuni, quali la classica capigliatura spartita in treccioline, ma, soprattutto nei più antichi, manca una tendenza espressiva unitaria.
   
Canapo di terracotta con figura maschile
   
Ho già accennato prima a ritrovamenti effettuati nell'area di Vulci; debbo però specificare che
la produzione del canopo si restringe abbastanza presto al territorio di Chiusi. In Etruria, infatti, il rito dell'incinerazione sopravvive soprattutto presso le popolazioni rurali. 
Nel VII secolo la cultura urbana orientaleggiante si diffonde prepotentemente fra gli abitanti dei territori più vicini alla costa, mentre si introduce con maggiore lentezza nelle aree più interne, come quella di Chiusi. 
Così, mentre altrove i nobili defunti cominciano a venire inumati all'interno di tombe a camera gentilizie dagli sfarzosi corredi, Chiusi conserva anche per l'inumazione l'uso della tomba individuale, relativamente povera.
Quando poi, verso la metà del VI secolo, il processo di inurbamento accentra le necropoli intorno alla città, il canopo sparisce rapidamente, e anche a Chiusi si diffondono Ie tombe a camera gentilizie con il rito del l'inumazione. 
La sopravvivenza del canopo nel territorio di Chiusi esprime dunque la conservazione di una religiosità più antica, di tipo protostorico: il defunto si distingue nella sua individualità, non nella sua appartenenza a una famiglia, e l'antropomorfizzazione dell'urna esprime la volontà di ricostituire l'identità fisica del corpo incinerato.
  
Canapo dal Borgo Dolciano

Ho già detto come l'individualizzazione dei tratti sia un carattere che, seppure non univocamente, distingue il canopo recente dal più antico. Analogamente posso pensare che i canopi in trono, soprattutto quelli in cui I'artista ha cercato di rappresentare il rango del defunto, appartengano al periodo più tardo, quando l'ideologia aristocratica si stava ormai diffondendo anche in ambito chiusino. 
La datazione di questi reperti è piuttosto difficile, sia perché spesso ignoriamo il contesto in cui è avvenuto il rinvenimento, sia perché i pochi corredi sono stati ricomposti usando materiali eterogenei che gli antiquari accumulavano per farne commercio. 
Gli esemplari più antichi risalgono comunque al secondo quarto del VII secolo, i più evoluti alla metà del VI.

Alla produzione dei canopi è legata strettamente quella delle urne cinerarie propriamente dette, che hanno il coperchio sormontato dalla figura intera del defunto, ritratto a tutto tondo nel gesto della lamentazione funebre e attorniato da un coro di figurette piangenti. 
Questo tipo di vaso rivela un intento narrativo comune nell'artigianato orientaleggiante etrusco.
   
Museo archeologico di Chiusi




lunedì 23 settembre 2013

LE NECROPOLI ETRUSCHE DI PERUGIA (The Etruscan necropolis of Perugia)

Urna etrusca policroma conservata nel Museo archeologico nazionale di Perugia
     
LE NECROPOLI ETRUSCHE DI PERUGIA

I primi insediamenti conosciuti risalgono ai secoli XI e X a.C., con la presenza di villaggi nei pressi delle falde dell'altura perugina e a partire dal secolo VIII anche sulla sommità del colle dove sorge la città. Il rapido sviluppo di Perugia è favorito dalla posizione dominante rispetto all'arteria del fiume Tevere e dalla posizione di confine con le popolazioni Umbre.
Il nucleo di Perugia si forma attorno alla seconda metà del VI secolo a.C., dalla disposizione delle necropoli etrusche abbiamo una testimonianza indiretta dell'espansione del primo tessuto urbano. Perugia diventa in breve una delle più importanti città etrusche e una delle 12 lucumonie, dotandosi nel IV secolo a.C. di una cinta muraria ancor oggi visibile.

Lungo gli assi viari che escono dalle porte urbane di Perugia sono ubicate le necropoli della città antica, databili dal V secolo a.C. all'età romana, con maggiori attestazioni in età ellenistica. In rapporto con I'arco di Augusto erano le necropoli settentrionali: S. Caterina Vecchia, Sperandio, Bulagaio; con I'arco dei Gigli, sulla strada per il municipio romano di Arna, quelle orientali: Monteluce, Cimitero, Monterone; con la porta Marzia, sulla direttrice per Orvieto, quelle del Frontone e di S. Costanzo; infine, in relazione con le porte della Mandorla e Trasimena, quelle di S. Giuliana e di S. Galigano. 
Le necropoli più vicine alla città erano pertinenti al centro urbano, mentre quelle più lontane sono riferibili a insediamenti sparsi nel territorio, testimonianza del diffondersi di piccoli nuclei abitati in rapporto con lo sfruttamento agricolo della terra. 
Le necropoli poste lungo le principali strade (del Palazzone-ipogeo dei Volumni, Ferro dl Cavallo, delìa Madonna Alta) attestano infine lo sviluppo del territorio in età ellenistica. 
I materiali provenienti dalle zone archeologiche sono esposti al Museo Archeologico nazionale di Perugia, di cui costituiscono una parte importante del patrimonio. 
Di sicuro interesse anche per il visitatore non specialista sono gli ipogei qui sotto descritti, tra i quali notevolissimo quello dei Volumni.
  
IPOGEO DEI VOLUMNI
    
Ingresso Ipogeo dei Volumni 





   
Si trova a 7 chilometri dalla città. Si esce da Perugia sul viale Roma  e si prosegue nella statale 75 bis, che scende tra gli alberi a serpentine: la vista si apre a sinistra sulla Valle Umbra, solcata dal fiume Topino e sovrastata dal monte Subasio, e a destra sulla valle del Tevere con 10 spartiacque dei monti Martani. Raggiunto il piano, subito prima dell'attraversamento della ferrovia si trova, addossata al declivio di un poggio, la piccola costruzione ottocentesca che fa da vestibolo all'ipogeo. 
  
Interno della tomba. Ad accompagnare il defunto, disteso su un triclinio, due angeli della morte



La grande tomba a camera, rinvenuta casualmente nel 1840, è uno dei più noti esempi di tomba gentilizia etrusca di eta ellenistica, appartenuta alla famiglia dei Velimna (in latino, Volumni). La datazione è stata di recente collocata nella seconda metà del II secolo a. Cristo. 


LA NECROPOLI DEL PALAZZONE


Necropoli del Palazzone


   
Si stendeva attorno all'ipogeo, con numerose tombe a camera parte di età arcaica e parte ellenistica. Deriva il nome da quello della vicina villa dei Baglioni, allora proprietari del terreno.

VESTIBOLO - Sono raccolte numerose urne cinerarie dalla circostante necropoli del Palazzone, trovate in tombe per Io più a camera, a carattere familiare, e appartenenti al periodo più tardo della città etrusca. Le urne sono quasi tutte in travertino, pochissime in terracotta e una in arenaria; molte con tracce notevoli di policromia. 
Il maggior numero di esse è di tipo architettonico con coperchio a doppio spiovente, con timpano liscio o iscritto o decorato con motivi a rilievo. Poche urne hanno sul coperchio il defunto semigiacente. La fronte delle urne è liscia, a volte solo iscritta, ovvero presenta scene figurate con soggetti mitologici: sacrificio di Ifigenia; Uccisione di Troilo; duello tra Eteocle e Polinice; battaglia tra Greci e Persiarni; caccia al cinghiale Calidonio; lotta tra Grifi e Arimaspi; Scilla, sola o con i compagni di Ulisse; altre ancora sono decorate con scene di banchetto, busti virili; flautista, mostri marini, testa di Medusa, bucrani e motivi vari. 
In molte urne o sui coperchi è inciso il nome del defunto.

IPOGEO -  Una ripida scala (moderna) di 29 gradini scende al piano dell'Ipogeo, scavato nel terreno naturale (tassello). La porta consta degli stipiti, dell'architrave e di un lastrone di chiusura in travertino; sullo stipite destro, iscrizione etrusca verticale, relativa alla costruzione della tomba. L'ipogeo imita l'impianto di una casa romana. Si entra in un ambiente rettangolare, I'atriumin ciascun lato lungo si aprono tre celle, i cubicula, e le celle estreme hanno una cella secondaria; nel lato di fondo, un decimo ambiente, il tablinium

L'ATRIUM ha la volta che simula un tetto ligneo a due spioventi, dal quale pendeva una statuetta di genietto in terracotta, andata perduta. Nel frontone d'ingresso è scolpito uno scudo fra due delfini; in quello di fondo, uno scudo tra due spade e due busti virili, uno con canestro, I'altro con una lira; a destra della porta d'ingresso alla tomba, entrando, si vedono tracce di una figura alata a rilievo,

Il TABLINIUM, come altre celle, aveva ai lati, infissi nella parete scavata nel terreno, due serpenti in terracotta (ci sono resti di uno di essi); nella volta, una grandiosa protome di Medusa a rilievo. 
Nella cella sono disposte, sopra una banchina, sette urne cinerarie di cui una di marmo e sei di travertino rivestite di stucco. 
La più notevole è quella addossata nel mezzo della parete di fondo, di Arunte Volumnio figlio di Auto (Arnth Velimnas AuIes nella iscrizione etrusca), capo della famiglia: consiste in un letto adorno di drappi, sul quale sta recumbente il defunto e poggia su alto basamento fiancheggiato da due lase, o piuttosto demoni funerari alati, di aspetto giovanile. 
Tra le due lase sono tracce di una pittura, forse allusiva all'entrata del defunto nell'Ade. 
destra, quattro urne minori con i defunti recumbenti e, nel prospetto, bella testa di Medusa; a sinistra, due urne, delle quali notevole quella con una donna seduta su ricco sedile: Veilia Velimnei Arnthial, Velia Volumnia figlia di Arunte. 
L'urna di marmo, appartenente probabilmente a un più tardo discendente della famiglia, imita la forma di un edificio e ha fine decorazione prettamente romana che permette di datarla all'inizio dell'età imperiale; essa reca inoltre un'epigrafe bilingue, in cui il nome del personaggio sepolto è espresso sia in latino (P[ublius] Volumnius A[uli] f[ilius] Violens Cafatia natus) che in etrusco (Pup. Velimna Au Cahatial).
Le celle laterali sono vuote; talune hanno banchine ricavate nel terreno, nella volta di alcune si vedono teste a rilievo; in una delle celle laterali, a destra, è una decorazione a rilievo imitante l'architettura interna di un edificio con due civette a rilievo sul frontone di fondo della cella.


IPOGEO DI MANNO


Esterno dell'ipogeo di San Manno


   
Si trova a 6 chilometri da Perugia.  Dalla stazione ferroviaria di Fontivegge si segue la via Cortonese, che attraversa i nuovi insediamenti residenziali. Su questa direttrice, che prosegue nella statale 75 bis verso il Trasimeno, si è polarizzata I'espansione urbana del settore occidentale, che si salda a sud ai quartieri di Madonna Alta e Centova: qui, è stata rinvenuta una necropoli etrusca con tomba in lastroni di travertino e soffitto a doppio spiovente (II secolo a. Cristo). 
Si rasenta l'ampia zona di verde attrezzato di Pian di Massiano e lo stadio comunale "Renato Curi", oltre il quale è segnalato il bivio, a destra, per la Città della Domenica. Subito si è a Ferro di Cavallo (metri 287), frazione sviluppatasi nel'900 presso un vecchio nucleo imperniato
sulla chiesetta di S. Manno, trecentesca ma di più antica origine (all'interno, resti di affreschi della fine del '200 e un grande affresco di Scilla Pecennini). Attorno alla chiesa, acquistata dall'Ordine di Malta, si formò nel Medioevo un monastero fortificato, di tipologia rurale, con avanzi di una torre ingrandita nel 1512. 
Il complesso include materiali appartenuti all'ipogeo di San Manno, tomba etrusca che fu utilizzata come cripta o cantina; nel 2004 è in restauro.

Interno dell'ipogeo di San Manno
  
La scala d'accesso, opposta all'ingresso originario, scende in un ambiente in grossi blocchi perfettamente squadrati e con una volta a botte molto regolare. In ciascuno dei due lati lunghi si apre una celletta; quella a sinistra, dove erano collocate le urne su due piccoli banchi, conserva sopra l'arco a ghiera di blocchi radianti un'importante iscrizione etrusca di tre lunghe linee, di difficile interpretazione, nella quale sono ricordati due membri della famiglia "Precu", per cui fu costruita la tomba.
Non lontano, allo sbocco della strada Giusti nella statale del Trasimeno, si trovano resti di altre tombe etrusche costruite in blocchi di travertino e avanzi di una strada.


LA CITTA' DELLA DOMENICA


Città della domenica - Spagnolia 



Dalla statale del Trasimeno la segnaletica guida al parco dei divertimenti a circa 8 chilometri da Perugia, circa 2 da Ferro di Cavallo), chiamato anche Spagnolia dal nome dell'industriale Mario Spagnoli che la creò nel 1955. 
Sistemata su un contrafforte del monte Malbe, coperto di olivi appositamente impiantati, accosta ambienti del mondo delle fiabe (villaggio di Pinocchio, casa di Biancaneve, lago dei Cigni, bosco delle streghe, castello della bella addormentata), giochi, attrattive di varia ispirazione (Far-West, ricostruzioni storiche), una collezione di conchiglie e Serpentinium. 
Il parco è attrezzato con un trenino.


IPOGEO DI VILLA SPERANDIO

Circa un quarto d'ora a piedi, uscendo da porta S. Angelo di Perugia e seguendo, fuori le mura, la via Sperandio in area scarsamente interessata dall'edificazione per la scoscesa morfologia del luogo. L'ipogeo, situato nel podere della villa Sperandio, fa parte di una necropoli pertinente alla città, dalla quale provengono materiali ora in parte esposti al Museo Archeologico di Perugia. Fu scoperto nel 1900 ed è profondo 5 metri.

Una porta con architrave da accesso a una camera a volta scavata nel terreno; nel fondo si trova il sarcofago di arenaria che conteneva uno scheletro di donna. All'epoca della scoperta la suppellettile era sparsa al suolo. 
Vicino all'ipogeo fu individuato anche il luogo dove venivano bruciati i cadaveri.
   
 Museo Archeologico di Perugia



    
NOTA BENE

Per la visita dell’ Ipogeo dei Volumni e Necropoli del Palazzone, Via Assisana - 06087 (frazione Ponte S.Giovanni-PG), rivolgersi al numero tel. 075/393329.

Orario di visita: feriali e festivi 9.00 - 13.00 / 15.30 - 18.30 luglio 
(escluso 1° maggio, Natale e Capodanno) - agosto: 9.00 - 12.30 / 16.30 - 19.00
luglio - agosto: 16,30 - 18,30 
Ingresso: 2 € 

Per informazioni sull’ipogeo di S. Manno e su Villa Sperandio tel. 075 5736458. 

Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria Piazza G. Bruno 10, Perugia.
Orari: tutti i giorni 8,30-19,30, chiuso Lunedì mattina, Lunedì pomeriggio apertura ore 14.30. 
Chiuso 1° Maggio. 
Costo € 2.00 intero, €1.00 ridotto, gratuito fino a 18 anni ed oltre 65 anni.
  
 Sarcofago di una matrona etrusca (British Museum)





   
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