sabato 7 giugno 2014

LE GROTTE DEI BALZI ROSSI (The caves of the Red Leaps) - Liguria



  
Balzi Rossi è un toponimo dato a una spiaggia (nota anche come "spiaggia delle uova"), un museo e un complesso di grotte in cui sono stati scoperti, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, diversi reperti di epoca paleolitica. Il sito archeologico è situato nei pressi della frazione Grimaldi di Ventimiglia, a poca distanza dal valico di frontiera di Ponte San Ludovico tra Italia e Francia.
Il luogo deve il nome al tipico colore della roccia meteorizzata, una falesia alta circa 100 m formata da calcare dolomitico ricco di minerali ferrosi. Il sito e l'area arecheologica sono gestiti della Soprintendenza per i beni archeologici della Liguria.

Il complesso è formato da una quindicina di cavità, di cui le più importanti sono (da ovest ad est):

La grotta del Conte Costantini

La grotta dei Fanciulli

La grotta di Florestano, così intitolata in onore del
principe di Monaco che, nel 1846, finanziò i primi scavi

Il riparo Mochi

La grotta del Caviglione





La Barma grande (barma vuol dire "grotta" nel dialetto locale)

La grotta del Principe, la più vasta (m 35 × 18 × 22)

Fra i numerosi reperti in esse rinvenuti vi sono resti di animali di varie epoche, sepolture umane (in tutto una ventina), svariati oggetti (fra cui statuette - le cosiddette Veneri dei Balzi Rossi, ornamenti, utensili in pietra) e anche un'incisione rupestre raffigurante un cavallo. Almeno sette degli scheletri scoperti sono riferibili alla presenza dell'Uomo di Cro-Magnon, il cui tipo locale è denominato Uomo di Grimaldi.
Presso le grotte è allestito un piccolo museo preistorico (fondato nel 1898 da sir Thomas Hanbury, ampliato e rinnovato nel 1994), che custodisce alcuni degli scheletri e dei manufatti ritrovati.


La spiaggia delle uova




    
LA STORIA

La preistoria ha in Liguria aspetti imponenti. Le grotte dei Balzi Rossi per il periodo paleolitico, quelle delle Arene Candide e adiacenti per il neolitico, le iscrizioni rupestri del monte Bego per il passaggio all'età del bronzo, i ritrovamenti di Chiavari per l'avviamento a quella del ferro, ne sono le testimonianze più famose.

Le grotte dei Balzi Rossi, fra Ventimiglia e Mentone, proprio sulla linea del confine italo-francese, hanno rivelato attraverso dieci ripari naturali alla base di una rupe strapiombante, e i loro numerosi strati culturali, inframmezzati da strati sterili, l'esistenza per millenni dell'uomo primitivo e delle sue industrie elementari.
Nella normale classificazione preistorica, i Balzi Rossi appartengono al paleolitico medio o musteriano, cui si ricollega la più antica varietà umana in Europa, quella dell'uomo di Neanderthal. Ma, a dillerenza del musteriano francese, quello dei Balzi Rossi si associa in principio a una fauna, non fredda come in Francia, ma calda, con l'elefante e l'ippopotamo. Esso appare quindi come precocemente sviluppato in un'età in cui in Francia si aveva ancora la fase chelleana, propria del paleolitico antico. Solo in strati meno primitivi dei Balzi Rossi compaiono resti di renne, ermellini e marmotte, animali di regioni fredde.

All'altra estremità della Liguria, la grotta dell'Onda nelle Alpi Apuane mostra parallelismi interessanti, anche se meno vistosi, con i Balzi Rossi, sia pure con una fauna esclusivamente di climi freddi. Mancano invece, nell'una e nell'altra estremità, le sepolture: dell'uomo del paleolitico inferiore e medio non sono rimaste in Liguria tracce dirette.

Il paleolitico superiore, parallelo alla civiltà francese detta aurignaciana, assume ai Balzi Rossi caratteri più propri, e giustifica una terminologia autonoma, quella di civiltà grimaldiana, che si collega piuttosto con il resto della penisola italiana che con la Francia. 
Al principio di questa fase appartengono due scheletri, di aspetto negroide, che hanno suggerito l'ipotesi di una sovrapposizione di elementi africani alla presunta popolazione precedente, legata all'uomo di Neanderthal. Ma, rispetto all'esigua testimonianza antropologica, sembra, questa, una conseguenza sproporzionata. 
Altri scheletri, appartenenti a strati più recenti, mostrano invece chiari collegamenti europei con il ben noto tipo di Cro-Magnon. Con questi, noi arriviamo a uno stato di cose assai evoluto, con la documentazione di un effettivo culto dei morti, con la prova di una connessa elaborazione di pensiero religioso, con la presenza di collane e monili che attestano il gusto per l'ornamento. 
Le altre testimonianze liguri della civiltà grimaldiana sono più estese di quelle musteriane. Essa riappare a un centinaio di chilometri a oriente dei Balzi Rossi, nella zona del Finalese, e, nella Liguria orientale, oltre che nella citata grotta dell'Onda, anche nell'isola Palmaria.

Con la fine dell'età paleolitica, le grotte dei Balzi Rossi cessano di essere abitate. Viceversa, con I'età neolitica, prende rilievo la zona del Finalese. Qui, e specialmente dalla grotta delle Arene Candide, è stato tratto abbondante materiale neolitico, senza una chiara indicazione degli strati sovrapposti. Il progresso tecnico connesso con l'industria neolitica accentua pero l'inferiorità della Liguria dal punto di vista degli scambi e delle vie di comunicazione. 
Rispetto ai territori transalpini e transappenninici, comincia in questo periodo, e durerà fino all'età del ferro, un certo isolamento che non è stato superato neanche nell'età moderna. 
All'allentamento dei legami con il continente europeo si associa in questo tempo un'intensificazione dei collegamenti mediterranei, dovuta anche a un maggiore sviluppo delle vie marittime. Queste si fanno sentire in tutti i campi: con la presenza di tipi umani mediterranei, e, fra gli oggetti, con gli idoletti fittili delle Arene Candide, con i primi pugnali di rame, con le cosiddette pintaderas, stampi per imprimere disegni sulla pelle umana.


La sala delle statue-stele in pietra, provenienti dalla Lunigiana, nel Museo archeologico lunense della Spezia



L'età del rame che così si inizia porta in gran parte delle regioni italiane non solo fermenti di civiltà nuove, ma anche nuove tradizioni linguistiche. Tuttavia, il primo monumento scritto ha ancora interesse soltanto grafico.
Si tratta dei circa 40 000 segni rupestri del monte Bego, sopravvissuti alle erosioni del tempo, in territorio amministrativamente già piemontese, ora appartenente al dipartimento francese delle Alpi Marittime, ma geograficamente ligure. Queste scritte sono comprese nelle due valli dette 'delle Meraviglie' e di 'Fontanalba', e, in passato, furono ritenute di età medievale, più tardi del tempo di Annibale (III secolo a.C.). 
Esse ci riportano alla fine dell'età del rame, proseguendo in quella del bronzo e documentano con le loro raffigurazioni un'attività di agricoltori e di pastori, e il culto di un 'Dio della montagna', che i romani avrebbero poi accolto assimilandolo a Giove Pennino. 
Oggetti e indumenti in pelle o intrecciati, armi svariate completano il quadro. 
Un bronzetto di guerriero, scoperto presso lo stesso monte Bego, dà l'immagine di un ex voto, inquadrato nelle visioni religiose del tempo. 
I segni di ulteriore progresso si completano in quel tempo con le tracce di villaggi ormai all'aperto, come quello nei pressi di Pietra Ligure, tra Albenga e Finale, da cui si sono ricavate numerose asce di bronzo.
Per comprendere le novità che si annunciano durante il passaggio dall'età del bronzo a quella del ferro, occorre considerare sotto una luce ancora diversa l'isolamento della Liguria quale si era configurato nell'età precedente. Esso persiste, e forse ancora si accentua nel senso trasversale lungo le due Riviere. Ma proprio le difficoltà in senso trasversale finiscono per valorizzare alcuni valichi alpini e appenninici che aprono piccoli tratti della Liguria a correnti settentrionali, provenienti dai territori padani: tali il colle di Tenda in corrispondenza di Ventimiglia, il colle di Nava in corrispondenza di Albenga, quello di Cadibona in corrispondenza di Savona, quello dei Giovi in corrispondenza di Genova, della Forcella in corrispondenza di Chiavari, della Cisa in corrispondenza di Sarzana.

Attraverso questi valichi montani sono passati nell'uno e nell'altro senso oggetti e uomini; in un senso solo, e cioè dal settentrione verso mezzogiorno, il nuovo rito funebre dell'incinerazione,legato non solo a una tecnica ma a una visione nuova della vita, che ha le sue radici lontane nell'Europa centrale e le sue prime manifestazioni organiche in Italia nelle terramare. 
Tracce di questo rito che consacra l'avvento primo della civiltà del ferro in questa regione si erano trovate a Pornassio in Val d'Arroscia presso Albenga, a Valbrevenna a oriente del valico dei Giovi, a Zeri nella media Lunigiana appena al di là della frontiera orientale della Liguria, in corrispondenza della Cisa, a Genova stessa; ma soprattutto in forma imponente, per mole e antichità, nella necropoli dell'VIII secolo a.C. di Chiavari, scoperta ed esplorata da N. Lamboglia nel 1960. 
Si tratta di 44 tombe contenenti 80 urne radunate in gruppi da una a cinque in cassette, e queste riunite in gruppi da una a tre in recinti, delimitati da lastre di ardesia. 
Con le urne, biconiche sferoidali o ovoidali, anche con decorazione dipinta, si sono trovate ciotole-coperchi, fibule, anelli, rasoi lunati in bronzo, spade e coltelli in ferro, che giustificano l'alta cronologia. 
Tutti questi elementi hanno situato il giacimento tra la civiltà villanoviana dell'Etruria arcaica, le più recenti testimonianze della civiltà di Golasecca nell'Italia settentrionale, e le corrispondenti civiltà della Linguadoca in Francia, ma non permettono di postulare, come è stato affermato, un movimento esclusivo dall'Etruria verso la Liguria, che obbligherebbe ad ammettere in Etruria un protovillanoviano troppo arcaico.
Anche se singoli oggetti possono naturalmente essere giunti dall'Etruria, il filone postulato da esigenze indipendenti dall'archeologia, come quelle connesse all'espansione delle lingue indeuropee e del rito funebre tipico della fase finale dell'età del bronzo, impone di ammettere una serie di pressioni dal settentrione verso mezzogiorno, di cui il risultato chiavarese è il più vistoso. 
Questo pone un problema di terminologia, nel senso che non è possibile impiegare lo stesso nome etnico non solo per l'uomo del paleolitico e quello delle età successive, ma anche tra quello neolitico ed eneolitico di Liguria e quello protovillanoviano.

Il nome dei liguri compare per la prima volta nel VI secolo a.C. nella forma greca di Ligyes. La base di partenza è dunque Ligus-, sottoposta al rotacismo nel sostantivo latino Ligures, mantenuta intatta nell'aggettivo ligus (ticus). L'importanza di questo termine etnico risalta presso il geografo Eratostene, secondo il quale esso rappresenta una delle tre stirpi umane fondamentali: la ligure (europea) di fronte alla etiope (africana) e alla scitica (asiatica). Viceversa le due forme parallele dei ligu(ri) e dei libi padani (Libui nel XXXIII libro di Livio) sembrano sopravvivere nell'Italia settentrionale derivate da un tema Ligwu- senza bisogno di andare alla ricerca di evanescenti etimologie. Ma appunto per questo, se sarebbe eccessivo fare risalire la famiglia lessicale di Iigwù- all'uomo di Cro-Magnon, risulta invece ragionevole fissarla alla Liguria neolitica, la fase in cui la mediterraneità della regione è stata più netta. Su questo piano, possiamo collocare i liguri a nord e a occidente dell'Arno, del Reno e dell'Adige, fronteggiando successivamente tirreni, umbri ed euganei.

Piemonte e Lombardia erano nell'età neolitica 'liguri'.
Carattere morfologico della 'grande Liguria' preindeuropea è il suffisso -asco, che sopravvive non solo al periodo latino ma anche in quello romanzo. Il nome di un villaggio derivato alla fine del medioevo da Borzone è, col suffrsso -asco al femminile, Borzonasca.
Rispetto alla Sicilia sopravvivono nella toponomastica alcuni legami che hanno paralleli anche nello svolgimento dialettale. Essi risalgono a età remote, quando la Sicilia pero già si distingueva nelle due aree occidentale (ligure poi punica) e orientale (tirrenica poi greca). 
Simbolo di questi contatti sono i tre nomi locali della Liguria orientale Entella (fiume), Segesta Tigulliorum (Sestri Levante), Lerici, che corrispondono infatti a Entella, Segesta, Erice della Sicilia occidentale.

Accanto a questi, i nomi delle località che prime si osservano alla luce della storia sono derivali da Alba tre volte: Albium Intemelium (Ventimiglia), Albium Ingaunum (Albenga), Alba Docilia (Albisola Capo), derivate da una base mediterranea, che sopravvive fra l'altro nel nome delle 'Alpi' e in quello di Alba Longa sui colli Albani, e significa 'sasso'. A queste è da aggiungere su territorio piemontese, ma anticamente ligure, Alba Pompeia
Accanto ad Alba, il più antico nome della regione è Chiavari, che significa 'delta di fiume riempito', tecnicamente 'cono di deiezione'.

'Liguri' in quanto sostantivo è dunque la denominazione inalienabile della più antica popolazione della Liguria, riconoscibile attraverso una tradizione ininterrotta. Non si può naturalmente pretendere che anche i due scheletri negroidi dei Balzi Rossi siano da chiamarsi così. Ma sovrapposizioni di popolazioni compatte non si hanno; prevalgono le mescolanze. Perciò, anche chiamandosi liguri come ethnos, a un certo momento essi avranno cambiato lingua, con la successione incontrollabile dei mediterranei agli uomini di Cro-Magnon, così come l'hanno cambiata con l'avvento degli indeuropei.
Il nome artificiale che diamo alla fase indeuropea dei liguri è quello di 'leponzia'. Essa trova le sue basi di partenza nel territorio lombardo dei laghi, legato per lungtradizione al popolo dei Lepontii. Questi rappresentano una tradizione di lingua indeuropea affine a quella delle lingue italiche, celtiche, germaniche, ma non riducibile ad alcuna di esse. Essa ha lasciato qualche traccia in parole isolate serbate da vecchi grammatici o storiografi, e da essi non distinte da quelle che erano un resto effettivamente ligure. 
Per essi 'ligure' si identificava con 'preromano'. La serie è stata arricchita con l'analisi onomastica e toponomastica di fonti latine o attuali.

Uno strano equivoco è nato da un episodio tramandato da Plutarco, secondo il quale alla battaglia di Aquae Sextiae liguri e germani rimasero reciprocamente sorpresi nell'apprendere che alcuni fra essi si chiamavano parimenti Ambrones. La parola non è decisiva se si pensa che Ambra è il nome di un fiume toscano e Ambra elevato a nome etnico può essere dovuto all'espansione naturale di una parola, non indeuropea, ma paleoeuropea primitiva: perciò non ligure e non germanica, come non etrusca. 
Pare estremamente difficile che essa provi il ricordo, nel II secolo a.C., della discesa di una loro aliquota dal Nord, tanti secoli prima.

Di derivazione leponzia, e cioè appartenente ormai alla civiltà del ferro, sono i due nomi di Genova (Genua),la città del 'ginocchio' e cioè 'dell'arco o articolazione di un golfo', e quella di Lucus Bormani (Diano Marina), chiamata allora 'Bosco del dio delle acque termali, proprio come il fiume Bormida, che rasenta la frontiera nord-occidentale della Liguria, è il fiume 'dalle acque calde' che passa appunto per Acqui. 
Così il nome del fiume Polcevera, latinamente Porcobera, è, con forma leponzia, il 'portatore di zolle', cioè un torrente che discende rapido da montagne non rocciose.

Per quanto riguarda i centri abitati, Genova, la capitale, si presenta in questa storia lontana in forma modesta, non in proporzione con la sua posizione così fortunata per i traffici. 
I ritrovamenti della necropoli preromana con tombe a incinerazione, compiuti nel primo decennio del secolo scorso, appartengono al V secolo a.C. ma presuppongono uno svolgimento anteriore di qualche secolo, cui i successivi citati ritrovamenti di Chiavari forniscono un parallelo convincente più ad oriente tre secoli prima. 
L'importanza dei ritrovamenti sta nel fatto che, ferma rimanendo la provenienza da settentrione del rito funebre e evidentemente della lingua, il grosso dell'attività economica e del relativo benessere era ormai legato al mare. 
Vasi raffinati a figure nere su fondo rosso associano Genova, nella prima metà del V secolo, alla Grecia. Nelle tombe, un grande cratere serve da cinerario e vasi minori come accessori. 
Altri oggetti hanno la loro spiegazione nell'Etruria, ma, come per i greci, presuppongono un'attività essenzialmente marittima.

Da questo benessere derivano tutte le conseguenze in fatto di costruzioni di case in muratura e di ardesia in generale, opponendosi così Genova a tutto il resto della Liguria come grande centro marittimo, aperto ai traffici, alle novità, nel quadro di una regione che rimaneva aspra, poco percorribile. 
Questo carattere di Genova, documentato dall'archeologia nel V secolo a.C., formulato da Strabone che parla della città come di emporio di transito fra il mare e le regioni transappenniniche, si è conservato poi nei secoli, limitando la saldezza dell'unità regionale nel senso geografico da oriente a occidente e viceversa. 
Il contrasto di interessi tra la popolazione urbana e i vicini montanari si riflette nella Sentenza dei Minucii, appartenente ormai all'età romana.

Dopo Genova, il solo centro che sia stato esplorato archeologicamente in età vicina a quella romana è Ventimiglia dove N. Lamboglia ha messo in luce strati appartenenti al III secolo a.C. e cioè sicuramente ancora preromani.

Prima ancora che i liguri vengano a contatto con i romani, le loro frontiere si restringono a oriente. Dall'Arno il territorio ligure si ritira fino alla Magra, e Luni è città etrusca. La testimonianza del geografo Pseudo-Scilace parla però, alla metà del IV secolo, di una località detta Antium, equidistante dalle foci del Tevere e del Rodano, che dovrebbe essere identificata con il capo d'Anzio presso Levanto e quindi provare un'ulteriore espansione del potere etrusco in piena Liguria. 
Ma questa è apparenza esteriore. In realtà la resistenza ligure ai romani si manifesta più accanita proprio all'estremo limite orientale, nel territorio degli apuani. E questa resistenza si continua per varie vicende fino in pieno II secolo, quando (nel 180 a.C.) i liguri bebiani e corneliani sono trapiantati nel Sannio.

(Dati storici raccolti da Giacomo Devoto)



Scorcio della grotta del Caviglione, una delle dieci caverne che si aprono sulla parete rocciosa detta i Balzi Rossi, presso Ventimiglia. Queste grotte sono sede di uno dei piu importanti giacimenti preistorici d'Europa per quanto riguarda il paleolitico medio e superiore.




Numerosi sono stati in Liguria i ritrovamenti archeologici di età preromana (nelle illustrazioni, due vasi conservati a Pegli nel Museo civico di archeologia ligure) e tutti concorrono a documentare i legami di questa regione con il mondo italico, etrusco e greco, legami favoriti in particolar modo dall'attività marittima cui le popolazioni liguri si dedicarono sin dagli albori della loro storia.

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