venerdì 29 agosto 2014

DUOMO DI SPOLETO (The Cathedral of Spoleto)



     
La chiesa di Santa Maria Assunta è il duomo della città di Spoleto, sede dell'arcivescovo dell'arcidiocesi di Spoleto-Norcia.  Questa cattedrale fu eretta in forme romaniche verso la fine del XII secolo sull'antica S. Maria del Vescovato, che si ipotizza fondata nell'VIII-IX secolo; consacrato dal papa Innocenzo III nel 1198, ebbe I'interno ricostruito nel '600. 


La facciata è spartita orizzontalmente in tre ordini: quello inferiore, dove si apre un magnifico portale romanico con grandiosi stipiti e un superbo architrave a decorazione vitinea d'ispirazione classica, è preceduto da un elegante portico rinascimentale a cinque arcate, opera di Ambrogio da Milano e del fiorentino Pippo di Antonio, iniziato nel 1491; lo sormontano un ricco fregio e una balaustra e Io fiancheggiano due graziosi pulpiti (sotto il portico, a destra, è I'ingresso principale alla cappella Eroli. 

La zona mediana reca, sopra una galleria cieca con due telamoni, una grande rosa centrale, circondata da simboli degli Evangelisti e fiancheggiata da quattro rosoncini; al di sopra corre una serie di archetti su colonnine. 
Nell'ordine superiore, a coronamento triangolare, ornato da tre rosoncini, si profilano tre arcate ogivali; quella mediana è ornata da un grande mosaico bizantineggiante (Cristo benedicente tra la Vergine e S. Giovanni),firmato Solsterno e datato 1207. 

A sinistra della facciata si leva il poderoso campanile, costruito nel XII secolo con materiali di spoglio romani, paleocristiani e alto-medievali; la cella campanaria fu eseguita nel 1512-15 su disegno di CoIa da Caprarola.



Interno del Duomo di Spoleto


    
L'interno del Duomo è a croce latina, a tre navate con grande abside semicircolare. La costruzione romanica, a tre navate divise da colonnato e il tetto a travature palesi, fu rinnovata quasi per intero entro il 1644 da Luigi Arrigucci, architetto camerale di Urbano VIII, che voltò una cupola sul presbiterio, spostò il transetto e impostò le volte su massicci pilastri. 
Gli altari e le quattro grandi porte nelle navate sono opera di Giuseppe Valadier. 
La navata centrale ha un pavimento musivo di epoche varie, ma in gran parte del XII secolo; le due acquasantiere sono del 1484.





Nella navata destra, subito vi si apre la cappella Eroli (1), fatta costruire dal vescovo Costantino Eroli, compiuta nel 1497: nell'absidiola, si può ammirare il Padre Eterno e angeli, Madonna col Bambino, il Battista e S. Stefano, e sul paliotto dell'altare, una Pietà, affreschi del Pinturicchio. 



Affreschi del Pinturicchio
  
Un andito a volta, dove dovevano trovarsi le tombe degli Eroli, la riunisce all'altra cappella Eroli o dell'Assunta (2), fatta costruire dal vescovo Francesco Eroli nella prima metà del 1500. L'elegante interno a pianta quadrata è tutto adorno di una decorazione a fresco. Nella volta, personaggi dell'Antico Testamento attribuiti a Giovanni da Spoleto (per altri del cortonese Papacello); nella parete d'ingresso, sopra la porta, Pesca miracolosa e nel lunettone Elia sul carro di fuoco; alla parete sinistra, S. Girolamo penitente, e nel lunettone Aronne; all'altare, entro elegante edicola, si ammira l'Assunta e il vescovo Francesco Eroli, e ai lati due gruppi di santi; alla parete destra., S. Michele e S. Lucia e nel lunettone, Eliseo
Tutti gli affreschi delle pareti sono stati attribuiti a Jacopo Siciliano. Notare gli eleganti sedili in pietra lungo le pareti.



S. Girolamo penitente


    
Nella navata: al primo altare destro (3) di Giuseppe Valadier, 1792), Deposizione dalla Croce di Domenico Corvi; al secondo altare (4), Morte di S. Andrea Avellino di Antonio Concioli; al terzo altare (5), Visitazione di Giovanni Alberti.

Nel braccio destro della crociera, alla parete destra, c'è il monumento funebre di Giovanni Francesco Orsini (6), mal ricomposto e mutilato nei successivi trasferimenti, opera di Ambrogio da Milano (1499); all'altare, Madonna col Bambino e i Ss. Francesco, Antonio e Dorotea di Annibale Carracci; alla parete sinistra, tomba di fra' Filippo Lippi (la salma non vi si trova più), eretta per ordine e a spese di Lorenzo il Magnifico da artisti fiorentini, su disegno di Filippino Lippi. L'epigrafe fu dettata dal Poliziano. Nel rifacimento seicentesco il monumento venne collocato nell'andito della cappella del Sacramento e fu allora forse che la salma andò dispersa.



Cappella della Santissima Icona 


    
Dall'arco sottostante all'organo si passa nella Cappella della Santissima Icona (7), antica sagrestia trasformata nel 1626 su disegno di G.B. Mola; all'altare, ricco di marmi preziosi, entro tabernacolo d'argento è la venerata immagine della Madonna, dipinto bizantino probabilmente del XII secolo, che una pia leggenda attribuisce a san Luca e dice sottratto a Costantinopoli alla furia degli iconoclasti; fu regalato alla città, in pegno di pace, da Federico Barbarossa nel 1185. 
Ai lati dell'altare, in cui sono inseriti due quadri su rame del Cavalier d'Arpino, ci sono due statue di profeti, attribuite ad Alessandro Algardi.



 Affreschi di Filippo Lippi 



  
Il presbiterio (8) ha l'abside decorata da mirabili affreschi eseguiti da Filippo Lippi nel 1467-69, con l'aiuto di fra' Diamante e di Pier Matteo d'Amelia. 
Nel tamburo, Annunciazione, Transito di Maria (a destra, in un gruppo si vogliono ravvisare i ritratti dei tre artisti e di Filippino Lippi, figlio di Filippo), Presepio; nel catino, Incoronazione di Maria, grandiosa composizione di figure e di colore. 
Nel pavimento, al.cune pietre tombali tra cui quella di Andreola Calandrini, madre di Niccolò V, morta a Spoleto nel 1451. 
L'altare maggiore è di Giuseppe Valadier.

La cappella del Sacramento è a sinistra del presbiterio (9). Costruita al principio del 1600, con imponenti strutture in pietra, fu arricchita di stucchi e statue alla fine del secolo e nel successivo; nella volta, tele di Francesco Refini; alle pareti, dipinti di Pietro Labruzzi e Liborio Coccetti. 
L'ex cappella di Sant'Anna (10), realizzata nel XIV secolo come ampliamento del transetto e tagliata dal rinnovamento seicentesco dell'interno, era decorata da affreschi della fine del '500, in gran parte rimossi per riportare in luce la decorazione trecentesca.

Nel braccio sinistro della crociera, alla parete destra (11) si ammira la Madonna e il Bambino con santo papa e il beato Gregorio da Monteluco,tavola del XVI secolo; all'altare, S. Ponziano esposto ai leoni di Cistoforo Unterberger.
   
Nella navata sinistra, dalla sesta cappella si passa nella Cappella delle reliquie (12), sorta nel 1540 come "sagrestia della Cona" (per custodire le icone e oggetti sacri), con begli armadi intagliati e intarsiati di Giovanni Andrea di ser Moscato e Damiano di Mariotto (1548-54), sormontati da tavole dipinte con profeti e sibille di Francesco Nardini, autore anche delle decorazioni della volta (1553-60). 
La cappella ospita una Madonna col Bambino, scultura lignea policroma dell'inizio del 1300 di bellissima fattura e il prezioso autografo di san Francesco (Iettera a fra' Leone). 
Al secondo altare  a sinistra, (13), Presentazione della Vergine al tempio di Antonio Cavallucci; al primo altare (14), Madonna col Bambino e i Ss. Antanio di Padova, Francesco di Paola e Andrea, opera attribuibile a Etienne Parrocel. 
Al principio della navata (15), nell'esedra di Giuseppe Valadier, la  Croce  di Alberto Sotio, dipinto di altissima qualità su pergamena applicato su tavola, eseguito con tecnica raffinata e in ottimo stato di conservazione, che reca la data 1187.



Croce  Alberto Sotio
   
Nella canonica vi ha sede I'Archivio capitolare, che raccoglie importanti documenti, pergamene di cui alcune anteriori all'incendio del Barbarossa e codici. tra questi, tre Leggendari della fine del XII secolo provenienti da S. Felice di Narco e da S. Brizio. 
Dalla Canonica si può scendere a visitare la cripta di S. Primiano, raro esempio di cripta semianulare del X secolo, con resti di affreschi coevi. 
Sottostante alla cappella delle Reliquie, documenta I'originaria sistemazione degli edifici episcopali prima dei rinnovamento urbanistico medievale.



giovedì 28 agosto 2014

BANGKOK - LE CUPOLE D'ORO (Golden domes)



Cuore della Thailandia, Bangkok è oggi una città che unisce un centro storico e monumentale tra i più belli dell'Asia a quartieri finanziari e residenziali che ne fanno una città in competizione con le più titolate Hongkong e Singapore.

In particolare, Bangkok è famosa per i suoi numerosi e bellissimi templi buddisti, noti in tutto l'Estremo Oriente per le loro meravigliose statue, decorazioni e cupole d'oro.





Famoso fra gli altri è il tempio che accoglie la statua del Buddha reclinato sul fianco destro, in una antichissima caratteristica foggia.
La statua, lunga 46 metri e alta 15, è una delle più grandi del culto buddista.


Il volto modernissimo di una capitale


Passeggeri e turisti da tutto il mondo vengono oggi accolti dalle modernissime strutture del Suvarnabhumi lnternational Airport, uno dei più moderni e frequentati del Sud-Est asiatico


Lo cittadella reale



Cuore della capitale è il complesso del Palazzo Reale, vera città nella città, costituito da un vasto recinto che accoglie al suo interno numerosi e sontuosi edifici di rappresentanza della monarchia, e alcuni dei più importanti luoghi di culto buddista del Paese. 
Costruito nella seconda metà del XVIII secolo, ospita tra I'altro due Sale del Trono, difese simbolicamente da grandi statue di spiriti protettori, in bronzo dorato.



Uno dei templi più famosi è quello del Buddha di Smeraldo, così chiamato perché accoglie al suo interno una gigantesca statua del Buddha interamente intagliata nella giada.


Tempio dell'Alba (Wat Arun)


Una lunga teoria di grandi statue del Buddha, rivestite di lamine d'oro e ricoperte di preziosi tessuti di seta, accolgono i fedeli in una delle sale interne dell'antico Tempio dell'Alba, costruito in stile khmer nel XVI secolo.


Il mercato galleggiante


A un centinaio di chilometri dalla capitale è possibile visitare una delle attrattive più caratteristiche della Thailandia: il grande mercato galleggiante di Danmoen Saduak. 
Qui ogni giorno, dalle 7.00 alle 12.00, migliaia di piccole imbarcazioni affollano gli stretti canali su cui si affacciano i moli coperti: su ogni imbarcazione, vera e propria bancarella di frutta e verdura galleggiante, una donna offre i suoi prodotti e contratta di volta in volta il prezzo. Il tutto fra abitazioni di teak, rive lussureggianti di orchidee, profumi, voci e colori fra i più caratteristici dell'Oriente.



venerdì 22 agosto 2014

QUANDO IL SAHARA ERA VERDE (When the Sahara was green)



  
QUANDO IL SAHARA ERA VERDE

Una civiltà fiorita molto prima dei faraoni egiziani

Il deserto del Sahara è il più vasto deserto caldo della Terra, con una superficie di 9.000.000 km². Attraversato dal Tropico del Cancro, si trova nell'Africa settentrionale.

Una carovana di nomadi Tuareg stava conducendo silenziosamente i cammelli verso un accampamento, su un altopiano pietroso del Sahara. Con loro c'era un giovane esploratore tedesco, Heinrich Barth. Era diretto al Lago Ciad. Era il 1850.
Guardandosi intorno, tra le ripide rupi di arenaria che circondavano l'altopiano, Barth notò con vivo stupore che erano ricoperte di graffiti e incisioni raffiguranti tori, bufali, struzzi e uomini. Le linee erano scavate profondamente nella roccia, eppure le figure apparivano lievi e aggraziate. Colpito dalla mancanza di cammelli in quelle scene, Barth pensò che quel fatto indicava chiaramente che, una volta, in quelle zone c'era stata una vita molto diversa da quella attuale.


Dipinti come questo, tracciato nel Sahara migliaia di anni fa, documentano la vita di un popolo ormai dimenticato



Un'antichissima galleria d'arte

Quello che Barth aveva scoperto era solo una "sala" di una antichissima galleria d'arte che risaliva a oltre 8.000 anni prima: un documento di popoli da lungo tempo dimenticati, che abitavano l'altopiano dei Tassili e le circostanti colline, nel Sahara centrale, quando tutta la zona era una fertile e verde regione.
Fu solo nel 1933, tuttavia, che le pitture rupestri dei Tassili furono portate a conoscenza del mondo da un giovane tenente francese, Charles Brenans. Errando fra le desolate gole dei Tassili, Brenans era capitato davanti a chilometri d'incisioni rupestri e di magnifici dipinti. Si trattava di scene domestiche, immagini di caccia, strane divinità, cerimonie religiose, il tutto dipinto in toni ocra, violacei, rossicci e bianco luminoso. Guerrieri dipinti con scudi rotondi e lance correvano su carri da guerra; pacifici mandriani muniti di vesti lunghe e cappelli di stile egizio guidavano mandrie di bestiame dalle lunghe corna ricurve.
Alcuni degli animali e degli uccelli raffigurati sulle rupi erano da lungo tempo estinti. Altri, l'elefante, il rinoceronte, la giraffa e lo struzzo, si possono trovare solo nelle pianure erbose, quasi 2.000 km più a sud.
Gli schizzi eseguiti da Brenans entusiasmarono l'esploratore ed etnologo francese Henri Lhote, che si precipitò a compiere ricerche nel Tassili. Col patronato di accademie scientifiche e governative francesi, Lothe radunò una squadra di artisti e di fotografi e lavorò sull'altipiano fino al 1957. Riportò a Parigi oltre 5.000 metri quadrati di copie e di foto dei dipinti.






Scene conviviali

Conservati dalla secca atmosfera del deserto, nel Tassili vi sono documenti che illustrano varie età. Le scene più antiche mostrano gente dal colorito scuro, in atto di cacciare giraffe, rinoceronti ed elefanti con archi, frecce e lance. Vi sono enormi figure semi-umane, forse divinità, dipinte in un bianco spettrale. Una, alta più di sei metri, ha una testa da tartaruga e occhi in una strana posizione, molto simili a quelli che appaiono in certi quadri di Picasso.
Pitture di epoca più tarda mostrano figure molto più fedeli al vero: gambe rotonde e muscolose, tatuaggi tribali, cinture, bracciali e anelli appaiono fedelmente riprodotti.
Vi sono anche scene di banchetti, cerimonie nuziali, una donna che pesta il grano, la costruzione di una capanna, una famiglia con un cane domestico, bambini addormentati sotto una coperta di pelle d'animale e altre scene del genere, pervase di serenità e di pace.
Fra il 5000 e il 4000 a.C., a quanto sembra, la popolazione negroide venne soppiantata da una razza dalla pelle color del bronzo. Questi invasori aggiunsero i propri ritratti alla galleria: le nuove scene di caccia mostrano giraffe, antilopi e animali simili.
Dipinti ancora più tardi, del secondo millennio a.C., raffigurano soldati vestiti con tuniche a campana, trasportati da carri trainati da cavalli.
Alcuni ritengono si tratti del famoso "Popolo del Mare" menzionato in antichi documenti egizi, che tentò di invadere l'Egitto da Creta o dall'Asia Minore. 
È possibile che, dopo essere stato sconfitto, quel "popolo" si sia insediato in Libia e abbia poi vagato a occidente, fino all'altipiano dei Tassili.





  
Una terra che muore

Via via che i corsi d'acqua si asciugavano, la popolazione del Tassili si assottigliava, e sempre meno scene venivano aggiunte alle pitture rupestri. Finché, circa verso il 1000 a.C., le tribù furono costrette dal deserto a trasferirsi altrove.
Poi ci fu il silenzio. Per migliaia di anni, la polvere del Sahara turbinò su quei luoghi abbandonati, mentre le brillanti immagini di razze svanite guardavano quella desolazione, con occhi vuoti e assenti.

  

giovedì 21 agosto 2014

MOAI - I GIGANTI DI PIETRA - ISOLA DI PASQUA (The stone giants of Easter Island)



I GIGANTI DELL'ISOLA DI PASQUA

Chi scolpi le grandi teste di pietra?E perché?

L'ammiraglio olandese Jakob Roggeveen (Middelburg, 1 febbraio 1659 – Middelburg, 31 gennaio 1729) non aveva mai visto nulla di simile in vita sua: un'isola nel mezzo del Pacifìco meridionale non registrata sulle mappe e abitata, a quanto pareva, da giganti alti dieci metri! I giganti sembravano appostati su mura ciclopiche, che assomigliavano ai bastioni di una fortezza di titani.

Man mano che si avvicinava con i suoi tre velieri, Roggeveen si sentì sollevato: i giganti erano solo statue e gli uomini che si aggiravano attorno erano di statura normale. Il giorno dopo, con un piccolo corpo da sbarco, l'ammiraglio scese sull'isola, dove trovò che i "bastioni" erano solo le piattaforme delle statue. Su ciascuna di esse, si ergeva l'enorme busto di un uomo dalle lunghe orecchie. con un copricapo rossiccio in testa.



Mappa dell'isola di Pasqua con le posizioni dei monolit. L'Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui, letteralmente "grande isola/roccia"; in lingua spagnola Isla de Pascua) è un'isola dell'Oceano Pacifico meridionale appartenente al Cile. Situata a 3 601 km a ovest delle coste del Cile e 2075 km a est delle isole Pitcairn, è una delle isole abitate più isolate del mondo. Le sue coordinate geografiche sono 27° 07' S 109° 22' W: la latitudine è vicina a quella della città cilena di Caldera, a nord di Santiago. Il territorio dell'isola si compone di quattro vulcani: Poike, Rano Kau, Rano Raraku e Terevaka. Famosi sono i numerosi moai, le statue di pietra che ora si trovano lungo le coste. Dal punto di vista amministrativo è una provincia a sé stante della regione di Valparaíso del Cile. 


   
La data dello sbarco era quella della domenica di Pasqua del 1722; e così l'ammiraglio Roggeveen battezzò la sua scoperta Isola di Pasqua. Poi ripartì. Dove- vano passare quasi 50 anni prima che altri europei approdassero di nuovo sull'isola; e altri 100 prima che le esplorazioni cominciassero sul serio. E allora, purtroppo, le statue non erano più erette come le aveva viste Roggeveen: durante alcune guerre tribali erano state fatte rotolare a terra, e così rimangono tuttora.

Le gigantesche statue risultarono ricavate nella roccia vulcanica estratta dal cratere del Rano Raraku, un vulcano inattivo. All'interno del cratere vi erano ancora circa 400 statue non complete. Alcune mostravano appena alcune tracce di scalpello, mentre altre erano quasi pronte per essere trasportate. Accanto a loro, furono rinvenuti accette e scalpelli di ossidiana, abbandonati dagli antichi scultori delle gigantesche figure. Erano stati lasciati lì come se gli artisti intendessero ritornare da un momento all'altro; ma non erano più ritornati. 
Lungo la strada che parte dal cratere c'erano poi dozzine di statue complete. Parecchie pesavano fino a 30 tonnellate, ed erano alte 4 metri. Un gigante non terminato misurava 22 metri e pesava oltre 50 tonnellate!


Gli uomini dalle lunghe orecchie



  
Alcune delle statue si trovavano molto lontane dal cratere, e ancora oggi gli esperti non sono riusciti a stabilire con 'quali mezzi gli abitanti dell'isola abbiano trasportato i monumenti e li abbiano eretti sui piedistalli. 
La teoria che avessero usato tronchi per farceli rotolare sopra è stata scartata dopo che si è dimostrato che il terreno dell'isola non potrebbe sostenere alberi delle dimensioni necessarie per una simile operazione. 
L'altra ipotesi, che si siano usati dei rampicanti intrecciati in modo da formare delle funi per trascinare i colossi, è stata scartata quando si è dimostrato che funi del genere non potrebbero sopportare lo sforzo di trainare 30 tonnellate di peso.

Tracce di antichi insediamenti indicano che un tempo l'Isola di Pasqua manteneva da 2.000 a
5.000 persone. Disegni incisi sulle rocce mostrano che la popolazione era probabilmente divisa in due classi. 
La gente "dalle lunghe orecchie e dai copricapo rossicci" raffigurata nelle statue, che doveva essere la classe dominante, che usava dei pesi per allungarsi i lobi auricolari; e la gente dalle "orecchie corte", i subordinati.

Pesi per allungare le orecchie simili a quelli dell'Isola di Pasqua erano usati dagli Incas del Perù, prima della conquista. Ma gli attuali abitanti dell'isola di Pasqua sembrano più affini ai Polinesiani che alle genti del Sudamerica. 

La chiave essenziale per capire il mistero dell'isola potrebbe essere stata persa da un trafficante di schiavi peruviano del tardo Ottocento, che catturò mille indigeni.

Nessuno sa esattamente che cosa sia accaduto a quegli uomini deportati in schiavitù. Alcuni potrebbero essere ritornati portando con sé i germi delle malattie che uccisero il resto della popolazione. Con la loro scomparsa, si è forse perduta per sempre anche la risposta al mistero dei monoliti dell'Isola di Pasqua.



























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I MOAIS - ISOLA DI PASQUA

MOAI - I GIGANTI DI PIETRA DELL'ISOLA DI PASQUA


martedì 19 agosto 2014

ATLANTIDE: STORIA O LEGGENDA? - Atlantis: History or legend?



ATLANTIDE: STORIA O LEGGENDA?

L'isola che annientò un impero

C'era una volta una bellissima isola prospera e potente, che dominava un vastissimo impero che si stendeva dall'Africa all'Europa. I suoi abitanti erano versati tanto nelle cose dello spirito quanto in quelle della guerra. Ma offesero la morale e per punizione vennero inghiottiti dalle acque del mare...

Così scriveva Platone e per molti secoli questa storia ha ispirato poeti, romanzieri e sognatori, a dispetto della logica, della storia e della geologia.
Platone diede a quel paradiso perduto il nome di Atlantide e lo situò al di là delle famose Colonne di Ercole, che oggi conosciamo come stretto di Gibilterra. Era, secondo lui, una terra più grande della Libia e dell'Asia e quindi poteva trovare posto soltanto in quel vasto oceano a ovest della Grecia, cioè l'Oceano Atlantico.
Il racconto di Platone si basava su storie raccontate da Solone il quale, a sua volta, le aveva raccolte da sacerdoti egizi.
Secondo questi racconti, il disastro avrebbe avuto luogo 9.000 anni prima della nascita di Solone. Ma gli studi geologici hanno dimostrato che l'Oceano Atlantico esiste nella sua forma attuale da milioni di anni, e non reca tracce di isole sommerse e tanto meno abitate.

La civiltà descritta da Platone, in compenso, è molto simile a quella dell'impero minoico, che faceva capo all'isola di Creta. Era una civiltà molto avanzata, con leggi scritte, che sapeva lavorare il metallo e applicava tecniche complesse per scavare canali, tunnel e porti, installare impianti di condizionamento nelle case...


   
Alla fine del XV secolo a.C., questa civiltà scomparve repentinamente e misteriosamente, come l'Atlantide di Platone. Per secoli, la sua scomparsa ha fatto discutere gli studiosi, che non si spiegavano come una società tanto evoluta potesse sparire in così breve tempo.
Recenti ritrovamenti archeologici, però, hanno forse fornito la chiave dell'enigma: l'impero minoico potrebbe essere stato distrutto da un'immane esplosione vulcanica. Infatti l'isola vulcanica di Thera, nel mar Egeo, esplose circa 1470 anni prima di Cristo. 
Il vulcano, alto 1.380 metri, esplose con tale violenza, da disintegrarsi e da sprofondare con tutta la parte centrale dell'isola ben 360 metri sotto il livello del mare, nella camera magmatica che si era rapidamente svuotata. 
L'area circostante, ora nota come isola di Santorino, venne sepolta sotto uno spesso strato di cenere vulcanica alto 30 metri. Ed è proprio sotto quello strato, che sono stati ritrovati i resti dell'impero minoico.

Ma come si può mettere in relazione questo cataclisma con la mitica Atlantide? 
La risposta potrebbe essere molto semplice; come capita spesso, quando la storia viene tradotta o riscritta, Platone potrebbe avere interpretato male Solone. Se la scomparsa di Atlantide fosse avvenuta 900 anni prima della nascita di Solone, e non 9.000, allora questo evento potrebbe essere stato molto vicino all'eruzione di Thera. Inoltre, Platone potrebbe essere incorso in un errore di traduzione, indicando come grandezza di Atlantide due milioni di km2 invece di soli 200.000.
Un'isola di tale grandezza, infatti, potrebbe trovare posto nel Mar Egeo.


Una confusione di parole




Due altre possibilità potrebbero avvalorare l'ipotesi di un errore di Platone. 
L'espressione greca "più grande di" è molto simile all'espressione "a metà strada». 
Potrebbe darsi allora che Atlantide si trovasse a metà strada tra la Libia e l'Asia. E per quanto concerne le Colonne di Ercole? Non è dette che nell'antichità si trovassero veramente, o soltanto, allo stretto di Gibilterra: due promontori sulla costa greca, vicino a Creta, vengono egualmente chiamati Colonne d'Ercole.
In base alle prove fin ora raccolte, sembra che il mistero di Atlantide sia stato risolto.


lunedì 18 agosto 2014

SPIRIT OF St LOUIS - Charles Augustus Lindbergh

Charles Augustus Lindbergh e il suo Spirit of St. Louis


   
Il Ryan Spirit of St. Louis era un aeroplano monomotore ad ala alta realizzato dall'azienda statunitense Ryan Airlines per consentire al pilota Charles Lindbergh di compiere la prima trasvolata in solitario attraverso l'oceano Atlantico, impresa realizzata i giorni 20 e 21 maggio del 1927.

I primi piloti che hanno sorvolato l'Atlantico

Gennaio 1919. Poco prima delle 8 del mattino del 20 maggio Maxwell Miller, delle officine aeree Vikers. Doveva cercare di vincere il premio di 10.000 sterline offerto dal Daily Mail al primo equipaggio che avrebbe compiuto il volo diretto tra l'America del Nord e l'Europa.

L'aereo messo a disposizione dall'impresa era un bombardiere Vimy modificato lungo 13 metri, una carcassa di legno e di tubi d'acciaio rivestita di tela. Velocità di crociera: 145 km/h. 
Con serbatoi supplementari, poteva percorrere 4.000 km, il che lasciava un margine molto ristretto ai temerari che avrebbero affrontato l'impresa. 
Il pilota era John Alcock, 26 anni, un eroe decorato per le sue imprese belliche.

I due decollarono da Terranova a mezzogiorno del 14 giugno. Subito l'aereo incontrò un tempo orribile. Dopo cinque ore di volo, la nebbia si dissipò; in compenso il motore di destra era in fiamme. Per fortuna il fuoco non arrivava alla tela che copriva la carcassa dell'aereo. Il pilota forzò al massimo la velocità: non aveva altra scelta, erano a metà strada, al "punto di non
ritorno".
Dopo altre tre ore, incapparono in una violenta tempesta; il Vimy precipitò improvvisamente da 1.700 metri fino quasi a sfiorare le creste delle onde. Con grande fatica, Alcock riuscì a riportare l'aereo in quota. Ma non era finita. La nevicata che infuriava sull'Atlantico aveva ostruito le prese d'aria del motore: Brown fu costretto a strisciare sulle fragili ali e andare a liberarle raschiando via il ghiaccio col coltello.
Risaliti a 4.000 m, i due coraggiosi dovettero affrontare un altro pericolo: le ali, a quell'altezza, gelavano e perdevano elasticità. Alcock spense i motori e si lasciò planare. A 1.700 metri, l'aria più tiepida fece sciogliere il ghiaccio. Ma, finalmente, la costa irlandese era in vista.
I due eroi avevano volato per 16 ore e 27 minuti, aprendo una rotta in cielo che milioni di altri uomini avrebbero poi percorso. La storia ebbe purtroppo una conclusione tragica: sei mesi dopo, Alcock morì in un incidente aereo.
Brown ne rimase così sconvolto, che non volò più.


Il pilota solitario

Charles Augustus Lindbergh

Alcuni anni dopo, un'altra grande traversata dell'Atlantico doveva entusiasmare il mondo.

Campo Roosevelt di Long Island. Era lo Spirit of St. Louis. Il suo solitario pilota, Charles Augustus Lindbergh (Detroit, 4 febbraio 1902 – Maui, 26 agosto 1974), un giovane di 25 anni alto e taciturno stava iniziando una traversata di migliaia di chilometri attraverso l'Atlantico, alla volta di Parigi.
Lindbergh tentava il più lungo volo senza scalo mai compiuto sino allora; il primo effettuato direttamente da New York a Parigi.
Il sogno di tentare una traversata solitaria New York-Parigi era nato in Lindbergh più di un anno prima, quando lavorava come pilota di linea nel servizio postale St. Louis-Chicago. Si era convinto che solo un pilota solitario avrebbe avuto la possibilità di riuscire nell'impresa: infatti, per raggiungere le lunghe distanze, un apparecchio doveva essere rigorosamente alleggerito di ogni eccesso di peso.


Lo Spirit of St. Louis


    
L'entusiasmo del giovane aviatore dovette essere contagioso, perché già nel febbraio 1927 Lindbergh era riuscito a trovare il sostegno finanziario di un gruppo d'uomini d'affari di St. Louis.
Andò a San Diego per far costruire un aereo secondo i suoi speciali intendimenti. Per mesi, lavorò in stretta collaborazione col disegnatore Donald Hall delle Ryan Airlines per creare l'affusolato monoplano che sarebbe entrato nella storia col nome di Spirit of St. Louis in onore dei finanziatori dell'impresa.
Per avere carburante sufficiente a coprire la distanza, fu sacrificata ogni possibilità di visuale diretta in avanti. Per le operazioni di partenza e di atterraggio, Lindbergh usò un periscopio. La sua piccola cabina si trovava nella parte posteriore, dentro la fusoliera, in modo da non aggiungere un'ulteriore resistenza al vento.
L'aereo, a opera finita, risultò dotato di cinque serbatoi di carburante. Ogni grammo di peso in eccesso era stato rigidamente eliminato: niente sestante, radio, luci, o razzi.
Nella notte del 19 maggio, Lindbergh ebbe la notizia che il tempo si stava d'un tratto schiarendo sull'Oceano. Dopo aver trascorso poche ore d'inquieto sonno in albergo, l'ultimo riposo che avrebbe avuto fino all'arrivo a Parigi, decise di rischiare la partenza il mattino seguente.
Il giorno spuntò piovoso e deprimente. Dopo un'allarmante lentezza nel sollevarsi dalla pista, lo Spirit of St. Louis s'innalzò senza difficoltà in direzione nord-est, al disopra della costa del New England. Il pilota aveva controllato e ricontrollato sulle carte la sua rotta: un "gran cerchio" inclinato a nord sopra il New England, la Nova Scotia e Terranova; poi il vuoto dell'oceano settentrionale, verso la costa irlandese e, finalmente, un balzo sopra I'Inghilterra e il canale della Manica fino a Parigi.



Lindbergh era a buon punto del viaggio e il suo aereo volava senza scosse sopra l'Atlantico, fra le coste del Massachusetts e la Nova Scotia, quando avvertì i primi sintomi della fatica che l'avrebbe tormentato per tutto il tragitto. In qualche modo, l'interminabile notte di volo attraverso il temporale e la foschia, sopra un mare nero, terminò. 
Quando Lindbergh fu a 19 ore di distanza da New York, il cielo cominciò a schiarirsi. Il coraggioso pilota si abbassò sull'increspata distesa dell'Atlantico, tentando di riscuotersi, schiaffeggiandosi il viso nel disperato sforzo di mantenersi sveglio. 
Finalmente, dopo 27 ore di volo, avvistò una piccola flotta di pescherecci.
Gli uomini a bordo, probabilmente terrorizzati dall'improvvisa apparizione, si ammassarono in coperta, scrutando sbalorditi Lindbergh mentre si abbassava verso di loro gridando: 
"Da che parte è l'Irlanda?". 
Non ricevette risposta.
Ma subito dopo, ormai a 16 ore di distanza da Terranova, l'aviatore avvistò la costa irlandese.
Nonostante l'immane fatica e la lunga notte di volo alla cieca, si era discostato di cinque chilometri dalla sua progettata rotta. Ed era due ore e mezzo in anticipo sull'orario previsto!


L'atterraggio a Parigi



 Lo Spirit of St. Louis attraversò la costa francese all'altezza di Deauville. Cadeva Ia notte, e il motore Wright dell'aereo funzionava regolarmente. Lindbergh adesso era perfettamente sveglio.
Nel cielo vespertino, scorgeva già il riverbero delle luci di Parigi e la sagoma inequivocabile della Torre Eiffel.
Il pilota conosceva solo genericamente l'ubicazione di Le Bourget, e cominciò a cercare le luci d'una pista di atterraggio.
Non erano ancora le 10 di sera e Lindbergh volava da circa 33 ore. 
Senza scosse, l'aereo discese sulla pista. 
L'aereo non aveva luci e Lindbergh toccò terra al di là dell'area illuminata.
Il pilota stava per dirigersi verso gli hangar, all'estremità illuminata dell'aeroporto, quando scoprì che l'intero campo davanti a lui era coperto da un'immensa massa di figure umane che gli correvano incontro. 
Allora, uscendo dall'aereo, annunciò semplicemente "Sono Charles Lindbergh".



Lo Spirit of St Louis all'aeroporto di Le Bourget (Parigi), dopo l'epico volo di Lindbergh
Il campo era illuminato dai fari di migliaia di automobili