mercoledì 12 novembre 2014

L'ERUZIONE DEL VULCANO PELÉE (The eruption of Mount Pelée)




L'ERUZIONE DEL VULCANO PELÉE 

L'8 maggio 1902, alle 7.45 del mattino, il Monte Pelée, con la più violenta eruzione del secolo scorso, distrusse in 58 secondi, la città di Saint-Pierre, nella Martinica (Isole di Sopra Vento-America Centrale), e ne incenerì i 40 mila abitanti. Tutti, tranne uno.
Un ladro che, rinchiuso per punizione nella cella sotterranea delle carceri, fu risparmiato dall'ira del terribile vulcano. 
Non è sempre la virtù ad essere premiata, in questo mondo.

Agli occhi di un inviato del giornale Times, la città apparve, dopo l'eruzione, come una ''Pompei moderna'', sepolta nella lava e nei lapilli e con le sue 103 vie cosparse di cadaveri carbonizzati. Irriconoscibili. 
La morte, secondo i periti, fu ''istantanea'' e le vittime vennero ''fissate'' nel loro estremo atteggiamento. Davanti alla casa del medico, si poteva vedere ancora un calesse, il dottore che si accingeva a salirvi ed il cocchiere accanto al cavallo. 
Macabra, nera statua dell'immane dramma.






  
Prima di scatenare la sua ira funesta, il Monte Pelée cominciò col dare molteplici avvertimenti. In una cittadina del litorale, Précheur, improvvisamente tutta I'argenteria annerì e non fu possibile in alcun modo farla ridiventare lucida. Poco dopo, dalle acque dei fiumi si sprigionò un ammorbante fetore di acido solforico.

Il capitano italiano che comandava il piroscafo Orsolinafu il primo a dare l'allarme. Mentre pescava al largo della Guadalupa, tra I'isola di San Bartolomeo e quella della Capra, l'Orsolina era stata divelta da una furiosa corrente di 12 nodi all'ora, dal punto dove era ancorata, sbattuta per oltre due chilometri e ritrascinata indietro. 
Ciò non era normale, spiegò il capitano. Il mare sembrava in ebollizione. Poco dopo, nel canale di Dominica, una barca di pescatori venne improvvisamente inchiodata da una forza misteriosa e nulla, nè remi, nè vele, nè cavi riusciva a smuoverla, mentre, a breve distanza, le altre barche navigavano normalmente. I marinai, liberatisi infine dai misteriosi artigli, si precipitarono nella capitaneria del porto per sentirsi rispondere: 
"Superstizioni! Vi sarete imbattuti nel serpente di mare!".

La natura faceva di tutto, insomma, per suonare il campanello d'allarme e dare agli uomini la possibilità di salvarsi. 
In aprile, alcuni indigeni, segnalarono fitte nuvole di pivieri, colombi, ibis che, oscurando letteralmente il sole, si dirigevano verso meridione. Gli uccelli, estenuati, si posavano al suolo come giganteschi tappeti di vibranti piume multicolori o si calavano, a migliaia, sugli alberi stroncandone i rami col loro peso. 
Fecero notte anche nel cielo di Saint-Pierre e scomparvero. Non si vide più un uccello tra Saint-Pierre e Port-de-France.





   
Mont Pelée (Monte Pelato), nonostante il suo nome, era coperto da una folta vegetazione tropicale, ricetto di belve e rettili di ogni sorta. 
Il 17 aprile, tutti i serpenti del Pelée si misero in marcia. Migliaia e migliaia di serpi di ogni genere, contorcendosi e sibilando, sbucarono dalla foresta e guizzarono contro gli armenti che pascolavano tranquilli. Si scatenò una terribile battaglia tra rettili da una parte e tori, montoni, uomini terrorizzati dall'altra.
Nulla riuscì a fermare l'implacabile marea di serpenti in marcia. Vennero invasi villaggi, devastati pollai, distrutti porcili, stalle. Il viscido tappeto attraversò Saint-Pierre mentre la popolazione, impietrita, si rifugiava sui tetti; e scomparve verso il sud. Le retroguardie furono massacrate a bastonate.



Piroscafo inglese Roddam

  
Il 16 aprile, il capitano del piroscafo inglese Roddam, I'unico che scampò al disastro poichè ancorato a 300 metri dal porto, segnalò che la sua nave era stata quasi travolta da un'ondata alta quattro metri, precipitatasi alla velocità di cento metri al secondo. Ondata che apparve, tre ore dopo, alle Azzorre e l'indomani al Surabaya.

Lo stesso giorno, il ''padrone del Pelée'' chiese una udienza al sindaco. Il "padrone del Pelée" era Teobaldo Monnand, un ex-schiavo negro rifugiatosi sulla cima della montagna all'abolizione della schiavitù, nel 1848. Neppure I'eruzione del 1852 lo aveva sloggiato dalla sua caverna. Monnand, avendo conosciuto da schiavo fin troppo gli uomini, preferiva vivere tra i serpenti e la lava.
Annunziò al sindaco di Saint Pierre che ''terribili cose si preparavano poichè il vulcano aveva sputato quel mattino alle tre". Inoltre, egli aveva scoperto 25 carogne carbonizzate di opossum. Pessimo segno.





  
Il 28 aprile, oltre diecimila profughi settentrionali cacciati dai serpenti, dal terrore, dalla lava, si riversarono su Saint-Pierre, scatenando il panico. La popolazione pierrottina, tremante, sollevò gli occhi al cielo. Ma il cielo non v'era più. Non si scorgeva che una nuvola fuligginosa innalzantesi ininterrottamente per un migliaio di metri sul vulcano, nuvola alimentata dalle viscere della terra e, di tanto in tanto, scrollata nella sua placidità di pennacchio nero, da spaventosi boati.







   
Quell'enorme, fosco zampillo, cominciò a far piovere sui pierrottini cenere ardente.
Non vi fu più riparo possibile alla spietata, soffocante invasione di cenere inafferrabile come mercurio. La cenere divenne elemento intrinseco della vita di Saint-Pierre. 
L'acqua era cenere, il pane era cenere, il respiro era cenere. 
I negri, diventati improvvisamente bianchi, ridevano felici squarciando il melograno delle loro labbra. Fu una giornata d'oro per i venditori di ombrelli. Fouché liberò i carcerati e li costrinse a spazzare ed innaffiare le strade. La città fu trasformata così in una cloaca di fango. Le guardie municipali giravano agitando forsennatamente il campanello per invitare i cittadini a rovesciare secchi d'acqua dalle finestre.
II 2 maggio, alle 6 del mattino, il Pelée si destò di pessimo umore. Con uno spaventoso boato, emesso dal cratere Caldeira, riversò quarantamila pierrottini per le strade. Sembrava un mostro ansimante e, infine, liberatosi, innalzò al cielo uno zampillo mastodontico di cenere, lapilli e fango. 




   
Alle 16 era già notte; il torrente Bianco, che scaturisce dai fianchi della montagna, apparve ingrossato spaventosamente e si fece largo fra le tenebre uno spicchio di luna sanguigna, Tre scosse di terremoto divelsero tutto l'acciottolato della città mentre una spaventosa ondata spazzava ii porto. 
Saint-Pierre sembrava una nave nella tempesta. 
Tutto ciò che non era solidamente fisso venne travolto e finì risucchiato dal mare con un ciclopico riflusso: tavoli, sedie, carrozze, bottiglie. Gli uomini, impazziti, giravano senza scopo, le donne si trascinavano dietro i bimbi, e tutti finirono col precipitarsi nelle sette chiese della città, scavalcandosi, calpestandosi, aprendosi il passo a pugni, morsi e coltellate per giungere primi ai confessionali. 
Un uomo, puntandosi la rivoltella alla tempia, confessò pubblicamente i suoi peccati, dichiarandosi causa della punizione divina; ma un altro gli strappò l'arma di mano e si proclamò peccatore ancor più sordido. 
Piovevano cenere e lapilli, lapilli e cenere; mentre nel cielo fuligginoso guizzavano lividi lampi. 
Alle 19, silenzio angoscioso e improvviso. 
La prima eruzione di Monte Pelée era finita.

Il 5 maggio, poi, si ebbe I'impressione che il cratere Caldeira esplodesse. Un torrente di lava, alto 10 metri, si precipitò alla velocità di 80 metri al secondo. Ventotto operai dell'officina Guérin furono i primi morti. Il mare si ritrasse di un centinaio di metri, poi riavanzò impetuoso travolgendo gli ingenui slanciatisi a raccogliere i pesci improvvisamente a secco.

Il 7 maggio, la folla che sorvegliava gli umori del vulcano fu improvvisamente scaraventata a terra, ed il mare invase piazza Bertin.



Mont Pelée oggi



   
Mare e terra sembravano impazziti. Fu un susseguirsi di scoppi e di esplosioni ed un guizzare di lividi lampi, mentre un tanfo di zolfo soffocava i polmoni. 
Il cielo si era trasformato in uno schermo elettrico solcato da migliaia di scintille in uno sfondo di nuvole di fuoco. 
Anche gli uomini, muovendosi, sprigionavano scintille. 
Si aveva I'impressione di vivere nel cuore di un campo magnetico. 
Verso le 20, il monte parve schiantarsi e rovesciò, a velocità folle, torrenti di lava incandescente verso il mare. Razzi ciclopici, fuochi di Sant'Elmo che carezzavano i tetti delle case, la terra tremante sotto i piedi ed una pioggia ininterrotta di lapilli costituirono gli elementi di quella notte di tregenda. I pierrottini, con plasmata sul volto la maschera verde del terrore, si precipitarono nuovamente nelle sette chiese le cui campane suonavano a stormo.

L'8 maggio, alle 7.45 del mattino, una nuvola ardente a 1400 gradi di temperatura e alla velocità iperbolica di 400 metri al secondo, si abbattè sulla cittadina.
Dopo 58 secondi, non restava vivo che il ladro della cella di rigore. 
Quarantamila cadaveri carbonizzati costellavano le 103 strade. 
Essendo stati divelti tutti i cavi, il mondo tardò a conoscere la tragedia.



Mont Pelée oggi




Mont Pelée oggi




Mont Pelée oggi









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MARTINICA - Mont Pelée - Saint-Pierre



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