sabato 22 novembre 2014

OCEANIA - Isole di conquista (Islands of conquest)


L'OCEANIA NEL DUEMILA

L'oceano su cui si affacciano le più forti potenze del mondo è un'immensa distesa di mare costellata da terre isolate e remote.
Tra il tentativo di liberarsi dal passato coloniale e le difficoltà di trovare un'autonoma via di sviluppo, gli arcipelaghi dell'Oceania sono oggi realtà molto più complesse della stereotipata immagine del paradiso esotico.


Il Pacifico del Duemila

Quando si parla, oggi, di area pacifica, si indicano realtà molto diverse a seconda che si consideri la distesa oceanica e le isole al suo interno, oppure le terre che giacciono ai bordi, intese sia come masse continentali, sia come grossi arcipelaghi non lontani da quelle coste (le Filippine e il Giappone, per esempio). In questa seconda accezione, il Pacifico ha attirato, in tempi recenti, un grande interesse tra analisti, politici e capi di stato. 
Già agli inizi del secolo scorso Theodore Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, aveva detto: "La storia dell'umanità è iniziata con l'era mediterranea, è seguito il periodo atlantico e attualmente entra nella fase del Pacifico". 
Una sorta di profezia che ha cominciato ad avverarsi soprattutto dopo la seconda guerra mondiale per diventare concreto stato di fatto nell'ultimo quarto del nostro secolo. 
Sul Pacifico si affacciano le nazioni attualmente più potenti del mondo (Stati Uniti, Giappone, Cina, Federazione Russa) che hanno reso l'oceano uno scacchiere cruciale nella geopolitica planetaria e un'area centrale delI'economia mondiale. E gli ultimi sviluppi sembrano confermare questa tendenza. Si è calcolato, per esempio, che nel Duemila il Prodotto Interno Lordo dei paesi che si affacciano al Pacifico rappresenta il 50% o più del PIL mondiale. Dell'area pacifica, inoltre, fanno parte i cosiddetti "quattro dragoni" del Sudest asiatico, ovvero Singapore, Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud (a cui si stanno aggiungendo Malaysia, Thailandia, Indonesia e Vietnam) che sono usciti dal sottosviluppo e hanno registrato una crescita eccezionale, costruendo un aggressivo sistema di produzione export-oriented che nel giro di pochi anni si è imposto a livello planetario.
Negli anni Ottanta, poi, mentre tutto il resto del mondo versava in una dura recessione, numerosi paesi del Pacifico hanno registrato un ragguardevole sviluppo.
E da queste constatazioni che si è cominciato a riconoscere un ruolo fondamentale ai paesi della cintura pacifica, e si sono moltiplicati saggi e articoli dedicati al Pacific rim.
L'entusiasmo deve però in parte essere ridimensionato. Qualcuno osserva, per esempio, che con l'estinguersi della guerra fredda e la fine deIl'antagonismo tra USA e URSS, i due principali paesi che da sponde opposte si contendevano l'egemonia dell'oceano, anche la distesa di acque ha perso qualcosa della sua valenza geostrategica. E se è vero che Ia distensione delle relazioni internazionali ha dato invece spazio alle iniziative di cooperazione economica, in particolare con la fondazione dell'Asia Pacific Economic Cooperation, alcuni mettono in rilievo che l'interesse per la liberalizzazione degli scambi commerciali nell'area - questo è uno degli obiettivi principali dell'APEC - è fondamentalmente statunitense.
Dal 1981, infatti, il volume degli scambi USA attraverso il Pacifico ha superato quello registrato attraverso l'Atlantico. Tutta l'enfasi posta, soprattutto da Washington, sulla creazione di una Comunità Pacifica, si scontra, secondo molti osservatori (R.A. Manning e P. Stern, The Myth of Asia Community, in "Foreign Affairs", nov.- dic.1994), con l'incontestabile varietà etnica e culturale, e le forti differenze nei percorsi storici dei paesi del Paciffc rim, che sotto questo profilo è anzi una delle aree meno omogenee del mondo e in cui mai potrà verificarsi un reale processo di coesione come quello - peraltro già dubbio e controverso - avviato in Europa.



Hawai

Il Pacifico, però, è anche un mare immenso disseminato di grappoli di terraferma (con 31 milioni di chilometri quadrati, ovvero un terzo della superficie del globo, è il più vasto del mondo) che coincide in parte con quella singolare entità geografica chiamata Oceania. 
Sotto questo profilo l'area continua a essere sostanzialmente percepita come una sconfinata distesa d'acqua punteggiata da un ghirigori di isole e arcipelaghi che l'opinione pubblica europea conosce, più che altro, come attraente meta di vacanze esotiche. A differenza delle altre parti del mondo, nell'Oceania il carattere unificante è rappresentato dalla continuità marittima anziché continentale: escluse l'Australia, la Nuova Zelanda (rispettivamente 7.682.300 e 268.600 kmq) e la Papua Nuova Guinea 1.462.800), la superficie di terre emerse supera di poco i 550.000 chilometri quadrati; quasi tutte le entità politiche, poi, sono inferiori ai 500 chilometri quadrati.
Le isole del Pacifico su cui approdavano gli esploratori dei Mari del Sud oggi sono microstati, alcuni dei quali, dopo oltre un secolo di dominazione straniera diretta, hanno ottenuto l'indipendenza tra gli anni Sessanta e Settanta. Anche quelli formalmente autonomi o quelli ricchi, rimangono, comunque, molto deboli e dipendenti da aiuti esterni.
Anzitutto per fattori geografici: la condizione di insularità, le piccole dimensioni e i frequenti, improvvisi passaggi di uragani fanno di queste isole dei piccoli universi di vulnerabilità. 
Economicamente, poi, sono a dir poco condizionati, perché dipendono - se non, come in molti casi, da sovvenzioni dirette di governi stranieri - da una ristrettissima gamma di prodotti primari e dal turismo internazionale. 
Di conseguenza, anche l'autonomia politica è assai limitata. Ecco perché le isole del Pacifico sono in gran parte ancora sotto il controllo occidentale, o attraverso il possesso legittimo oppure attraverso patti militari o accordi commerciali bilaterali.
I principali stati esterni presenti, con modalità differenti, in questo scacchiere sono gli Stati Uniti, il Giappone, l'Australia, nonché la Francia e l'Inghilterra. 
Washington oggi controlla le Hawaii, a tutti gli effetti cinquantesimo stato americano, le Marianne settentrionali, definito stato associato autonomo (30.000 abitanti) e, nello stesso arcipelago, Guam, un'isola di 129.000 abitanti, considerata territorio non incorporato. 
Con il referendum del 1993 Palau (14.000 abitanti) ha ratificato con Washington un accordo di libera associazione, ma rimane sotto la sua tutela militare. 
Il Pentagono amministra inoltre isole e isolotti vari, abitati o meno.
Gli Stati Uniti si sono spinti verso questo oceano dalla fine dell'Ottocento e le conquiste oltremare possono essere considerate la prosecuzione della loro marcia via terra verso il lontano Ovest. 
Spesso preceduti da gruppi missionari, hanno via via occupato numerose posizioni strategiche nell'oceano. 
Nel 1898 si sono impadroniti delle Hawaii, prevenendo l'occupazione nipponica, e negli stessi anni, con la vittoria nella guerra contro la Spagna, hanno ottenuto le Filippine e l'isola di Guam nell'arcipelago delle Marianne.
Da allora il controllo del Pacifico è divenuto una delle priorità della politica estera di Washington: nella seconda guerra mondiale I'oceano è stato anzi luogo di scontro aperto tra gli USA e il Giappone. Il quale, già a fine Ottocento, aveva cominciato ad annettere alcuni territori e di altri si era appropriato durante il precedente conflitto mondiale, strappandoli alla Germania.

Se dalla bomba su Hiroshima il Pacifico si è trasformato in un "lago americano", l'oceano ha rappresentato uno degli spazi caldi negli anni della guerra fredda, come illustra tristemente il caso Vietnam.
L'avversario principale di allora, l'URSS, aveva peraltro un interesse per il Pacifico consolidato da secoli, ereditato dalla Russia zarista che si era spinta a est fin dal Seicento. Oggi la Federazione Russa ha troppi fronti su cui concentrarsi per essere annoverata tra i "guardiani" del Pacifico, ma non rinuncia comunque a nessuna delle sue postazioni, come è emerso alla fine del secolo scorso in occasione della contesa per le isole Curili con il Giappone. Il quale, invece, benché spogliato dei possedimenti acquisiti prima della seconda guerra, è passato poi a una fruttuosa penetrazione commerciale in tutta l'area.



Una potenza occidentale 

Di tutte le potenze europee che cercarono di allungare le propaggini imperialistiche nel lontano Pacifico, le uniche presenti ancora in qualche modo sono la Gran Bretagna e la Francia.
Spagnoli e portoghesi, che a pochi anni dalla spedizione di Magellano si erano spartiti l'oceano con una raya (trattato di Saragozza del 1529) così come avevano fatto con l'Atlantico a Tordesillas, sono oggi completamente scomparsi dalla scena. 
Medesima sorte è toccata all'Olanda, protagonista di una stupefacente penetrazione commerciale, e in parte anche territoriale, iniziata nel Seicento. 
La Germania, invece, entrata nella competizione a fine dell'Ottocento, ha perduto, insieme alle guerre mondiali, ogni territorio.
Gli inglesi avevano iniziato a entrare nel Pacifico portandovi quella guerra da corsa che avevano ampiamente sperimentato già nell'Atlantico, e cominciarono qualche tempo dopo a cercare nelle isole dell'oceano le sedi delle loro colonie penali. Tra la fine del Settecento e l'inizio del secolo successivo, sovente trovando la strada spianata da precedenti insediamenti di gruppi protestanti, posero le basi dell'occupazione dell'Australia, della Nuova Zelanda e di altri territori sparsi; nella seconda metà dell'Ottocento riuscirono, in molti casi, a consolidare l'egemonia, spinti dalla crescente competizione internazionale per la spartizione dell'oceano.

Con l'indipendenza dell'Australia (1901), e il successivo processo di decolonizzazione, la Gran Bretagna ha perso il controllo diretto di tutti gli antichi possedimenti. Eppure Sua Maestà britannica resta nominalmente la testa regnante di molte isole del Pacifico, attraverso il Commonwealth, che, si ricorderà, è un'associazione volontaria tra stati indipendenti, senza obblighi per i membri. Benché dunque i vincoli di fatto con l'antica madre patria siano quasi svaniti, in alcuni territori il capo di stato è ancora oggi il monarca di Londra, rappresentato in loco da un governatore generale.
È il caso della Nuova Zelanda (268.600 abitanti), della Papua Nuova Guinea (4,5 milioni di abitanti), delle isole Salomone (366.000 abitanti), delle Tuvalu; le Figi sono uscite dal Commonwealth con il colpo di stato del 1987.


Maori Rock - Lago Taupo (Nuova Zelanda)

Ben più effettiva è la sovranità che Parigi mantiene in quelle isole oggi ufficialmente raggruppate sotto la denominazione di Territori d'Oltremare (TOM - È stato abolito il 28 marzo 2003 e sostituito da Dipartimento d'oltremare (DOM) e Collettività d'oltremare (COM). Passati, nell'Ottocento, dall'esplorazione alla conquista, i francesi, che disponevano di una potente rete di missionari cattolici, occuparono le Marchesi, Tahiti, la Nuova Caledonia e altre isole. 
Oggi dei Territori d'Oltremare fanno parte la Polinesia francese, la Nuova Caledonia, nonché Wallis e Futuna.
I rapporti fra il governo di Parigi e gli abitanti locali sono controversi: dalla capitale europea provengono infatti erogazioni finanziarie senza le quali le economie delle isole sarebbero notevolmente compromesse. 
In Nuova Caledonia la preparazione del referendum del 1998, con cui è stato stabilito il futuro assetto politico del paese, ha provocato forti tensioni e spaccature interne; nella Polinesia francese, invece, la sospensione a tempo indeterminato dei contestatissimi esperimenti nucleari ha costretto Parigi e gli abitanti locali a dover ridiscutere le direttive di un altro tipo di sviluppo.
Oltre alle risorse della terraferma, la Francia, come tutte le altre entità sovrane nei territori del Pacifico, è interessata alle acque e ai fondali marini che circondano le isole, per la ricchezza di risorse ittiche e minerarie. 
Nelle Samoa americane, per esempio, intorno alla pesca si è sviluppato un buon circuito di industrie, ma i samoani si vedono minacciati dalla possibilità di trasferimento degli impianti, soprattutto da quando Washington ha fatto del Messico, attraverso l'accordo del NAFTA, un'area privilegiata di rilocalizzazione industriale.

Oltre alle Figi, le altre isole completamente autonome dell'Oceania sono, in Micronesia, Vanuatu, le Marshall e gli Stati Indipendenti. Questi ultimi due hanno uno strettissimo legame con gli Stati Uniti: il dollaro USA è in entrambi i paesi la moneta ufficiale
e hanno stretto con Washington, rispettivamente, un patto che affida la difesa del paese al Pentagono e un vincolante accordo commerciale.



Bunker giapponese sulla spiaggia, sulla costa nord est di Nauru

Stati autonomi della Polinesia, invece, sono Nauru, che, nonostante le piccole dimensioni, gode di una prospera economia grazie alla produzione di fosfati, nonché le Samoa occidentali e le Tonga (membri del Commonwealth ma con capo di stato proprio). 
Questi due arcipelaghi sono esportatori di prodotti agricoli e loro derivati: le Samoa forniscono a molte altre isole del Pacifico il taro, che è fondamentale nell'alimentazione locale; le Tonga invece vendono pesce, vaniglia e succhi di frutta soprattutto al Giappone. 
Avvenimenti più recenti hanno messo in luce, una volta ancora, quanto le condizioni dei microstati indipendenti, che devono affidare la propria sopravvivenza all'esportazione di prodotti primari, siano estremamente vulnerabili.
Devastate da un ciclone che ha distrutto molte piantagioni, le Tonga, le antiche "isole degli Amici", ridotte in difficili condizioni economiche, hanno accettato, nel 1993, di ricevere nel proprio territorio 350.000 fusti di scorie tossiche provenienti dagli Stati Uniti in cambio di 5 milioni di dollari, sollevando le proteste nelle isole vicine e una viva indignazione in altre parti del mondo.


VEDI ANCHE . . .





Nessun commento: