lunedì 17 novembre 2014

SANTUARIO DELLA MADONNA DI BARBANA (Laguna di Grado - Gorizia)




Barbana è un'isola posta all'estremità orientale della laguna di Grado, sede di un antico santuario mariano.


LA STORIA


Aquileia

Nel 452 Attila, il flagello di Dio, alla testa degli Unni, cala dalla Pannonia nelle pianure friulane e si avvicina ad Aquileia. La leggenda lo dice ''inzenerato da un cane'', cioè figlio di un cane e di una prostituta. Racconta che il suo arrivo è preannunciato da un Vento bruciante che inaridisce le piante e dissecca I'erba.
L'assedio all'infelice città dura tre mesi. Poi gli aquileiesi devono cedere, abbandonare la città e riparare a Grado, dove le orde degli Unni non li possono raggiungere.

Un racconto definisce a foschi colori I'esodo triste degli Aquileiesi:

''Lasciarono i fuggiaschi Aquileia in barche nere vestiti di nero, donne e bambini, ed era nera la notte fin sul finire. Il chiaro luseva solo nell'isola dove vennero e sbarcarono con niente di proprio...proprie soltanto le lacrime''.

Nonostante tutti gli sforzi degli Aquileiesi, la grande città non riavrà più I'antico splendore. Nel 586 i Longobardi la conquistarono e devastarono ancora.
Non si risolleverà mai più.






   
Barbana

A levante dell'antichissima città di Grado, sorge dal mare una piccola, ma suggestiva isoletta: è un grande banco di sabbia, che si estende per circa otto campi, coperto da un tenue manto d'erba.
Qua e là, spuntano numerosi alberi, alcuni giovanissimi, altri secolari e maestosi.
Tutt'intorno emergono decine di altri isolotti; alcuni minuscoli e spogli, altri più estesi, coperti da lussureggiante vegetazione.
Nel sesto secolo però quest'isola minuscola è ancora unita ai banchi di sabbia che la circondano e durante le basse maree alla stessa città di Grado. Raggiunge così la lunghezza di quasi nove chilometri.

Verso la metà del secolo VI I'isoletta diventa un grande ospedale di navi, o meglio un grande lazzaretto. Qui infatti devono fermarsi, per 40 giorni, tutte le navi con equipaggi sospetti di malattie infettive.
L'isola ha una caratteristica rarissima e affascinante: in essa non sopravvive nessun serpente. Gente invidiosa di paesi vicini hanno portato qui varie volte ceste di serpenti, ma sono tutti morti, di morte misteriosa. Anche un saltimbanco venuto con una cassa di rettili, li ha visti morire la notte stessa del suo arrivo.

La gente del luogo attribuisce questo fotto misterioso al sangue dei martiri che ha irrorato tante volte quest'isola. I Romani infatti conducevano qui i cristiani condannati a morte per l'ultimo supplizio.
In realtà ci sono altre isole nel mondo in cui i serpenti non attecchiscono e nessuno ha mai saputo dare una spiegazione a questo fatto sconcertante.






   
Tiberio e Pelagio

In questo periodo burrascoso regna con saggezza, ma tra mille difficoltà, l'imperatore Tiberio II. A Roma siede sul trono pontificio Pelagio II, uomo di grande coraggio e santità, severissimo nel difendere la purezza della fede.
In questi tempi regna a Roma una miseria estrema. Un giorno un padre, morente di fame, arriva sulle sponde del Tevere con i suoi 5 figli, li bacia ad uno ad uno, si avvolge il capo nella tunica e si getta nel fiume annegando. I cinque figli, a cominciare dal più grande, seguono senza esitazione l'esempio del padre.

In questa tragica situazione, Papa Pelagio dà tutto ciò che possiede per sfamare i poveri e riscattare i prigionieri.

Una storia del tempo fa di lui il più bell'elogio, lasciando scritto : "fece sue le lacrime degli altri".




  
L'apparizione

In ogni tempo ed in ogni posto della terra le coste del mare vengono, prima o poi sconvolte da violentissime tempeste.
L'anno 582 una di queste bufere colpisce I'isoletta e distrugge ogni cosa: rimangono soltanto case sventrate, alberi sradicati, navi sommerse dalle onde.
Ancor'oggi, a testimonianza di numerosi pescatori, si scorgono, a qualche metro sotto le acque, i relitti di questo finimondo: alberi di navi, travi e pavimenti di case antiche.
A questo punto avviene il miracolo che cambia il corso della storia per quel banco di sabbia sperduto sul mare.
Mentre le onde si calmano ed il sole rifulse di nuovo in tutto il suo splendore, appare in lontananza una statua della Vergine che si avvicina lentamente verso I'isola, galleggiando sulle onde del mare.
Poi, spinta da un'ondata più forte si solleva e lentamente s'adagia fra i rami d'un olmo maestoso.

I pochi, fortunati spettatori gridano al miracolo e si inginocchiano a pregare.






   
L'olmo e i suoi figli

La tradizione parla ancora di questo grande olmo che era un tempo l'ornamento più bello dell'isola; molti quadri votivi ce ne conservano il ricordo.

La leggenda ci dice che dalle radici di quest'olmo ne spunta un secondo, anch'esso bellissimo, che un secolo e mezzo fa resta schiantato dalla furia impetuosa del vento. Supera in altezza la cima del vecchio campanile ed i suoi rami, da soli stendono la loro ombra su metà dell'isola.
I marinai, da lontano, sul mare, guardano I'olmo di Barbana e con cuore grato lo salutano come amico perché serve loro da certo segnale.
Anche gli abitanti dei nostri paesi montani che vivono sulle grandiose catene delle Alpi, guardano verso la laguna e si segnano a dito, I'un I'altro, il bell'olmo di Barbana.

Oggi gli olmi di Barbana sono centinaia, pronti ad accogliere i pellegrini all'ombra dei loro rami ospitali.
Ma un pezzo dell'antichissimo olmo sul quale si è posata la Madonna è conservato ancor oggi nel santuario e tenuto in grande venerazione.


La statua misteriosa



Maestosamente assisa sul suo trono, l'immagine della Madonna di Barbana è di squisita bellezza.
Spesso le più venerate immagini della Madonna nei nostri santuari non sono artisticamente belle; questa invece, alla secolare venerazione, congiunge il fascino di una suggestiva purezza di forme.
È di legno in grandezza quasi naturale. Dal volto, dagli occhi spiranti bontà, dall'atteggiamento maestoso ma dolce, si rivela maternamente soave.
È rivestita da una tunica color rosso tenue sopra la quale si stende un ampio manto di un azzurro delicato. Le ricche vesti sono decorate da melagrani dorati.
Nella mano destra tiene alcune rose d'argento. La sinistra posa delicatamente sulle  spalle del Bambino, tutto grazia infantile, seduto sulle sue ginocchia. È vestito anch'egli d'una tunichetta rossa, con la manina destra alzata in atto di benedire mentre la sinistra regge un libro, simbolo del suo vangelo.
Quanti contemplano questa Madonna esclamano estasiati: è veramente una Madonna bella, innanzi ad essa si deve pregare!
Chi fu il delicato artefice di questa graziosa Madonna? È vano cercarlo.
Non possediamo nemmeno i più tenui indizi che ci possano mettere sulla buona via per rintracciarlo. Non ci è pervenuta a proposito nessuna memoria.
Un documento tardivo afferma che questa statua sarebbe precisamente quella che nel 582 apparve galleggiante sulle onde della laguna e si posò poi fra i rami dell'albero di Barbana.
Enrico Swoboda, illustre professore di storia antica all'università di Praga non esita a classificarla lavoro bizantino. Lo stesso Swoboda portò a Vienna alcuni frammenti della statua, li fece esaminare all'università e comunicò che la qualità di questo legno è sconosciuta nelle nostre regioni.
Questa ''Vergine bella'' venne dunque eseguita appositamente per il santuario oppure vi è stata trasferita da altra chiesa? La domanda rimane senza risposta. 
Sembrerebbe incredibile, ma non esiste cenno alcuno al riguardo.
Però è certo un fatto: negli antichi documenti non si accenna mai ad un cambiamento della statua venerata! Anzi, si dice che è quella ''stessissima'' che dal tempo dell'apparizione qui fu onorata.






   
Padre Barbano

Proprio in questo periodo, in un luogo solitario dell'isola, vivono di preghiera e di penitenza due santi eremiti. Sono fuggiti da Treviso a causa delle persecuzioni dei crudelissimi Longobardi.
Il primo lo chiamano Barbano, forse perché ha una lunga barba. O forse Barbano è soltanto una variante di Barnaba.
Tutti lo stimano uomo santo e devotissimo della Vergine.
Proprio da lui, I'isola prenderà il nome di ''Barbana''.
Il suo compagno si chiama Tarilesso. Purtroppo non si ferma lì a lungo. Un brutto giorno, gli giunge notizia che i Longobardi hanno preso i suoi figli e li hanno.fatti schiavi. Tarilesso parte subito per liberarli, ma muore poco tempo dopo per il grande dolore.
Una notte, in sogno, la Madonna appare ai due eremiti e li invita a costruire una chiesa per l'immagine miracolosamente approdata nell'isola.
L'idea è bellissima, e d'altra parte alla Madonna non si può dire di no. Ma da che parte cominciare?
In questi casi, la cosa più importante è non perdersi di coraggio.

- La statua, dicono i due eremiti, c'è già. Le fondamenta della chiesa le scaveremo noi. Mancano il permesso del vescovo e i soldi necessari: ci penserà la Madonna!





Il Patriarca Elia

Che pasta d'uomo fosse questo vescovo di origine greca, è difficile dirlo. Dei suoi contemporanei alcuni ce lo descrivono come un testardo eretico, altri lo definiscono: ''uomo di molta santità''.
Tutti però sono d'accordo nel dire che nutre grande devozione alla Vergine e questa un giorno gli appare, inizia con lui un vero colloquio e lo spinge ad assecondare il progetto di Barbano e del suo compagno.
Elia non esita un istante. Va a Barbana, s'informa di ogni particolare, poi, senza indugio, ordina I'inizio dei lavori.
Incoraggiato e sorretto dal Patriarca, Barbano innalza un capitello nel luogo preciso in cui è approdata la Madonna e vi colloca sopra la statua venerata. Poi, con le offerte dei fedeli incomincia la costruzione del santuario, e appena terminato colloca la statua sull'altar maggiore e l'espone alla venerazione dei già numerosi fedeli.
Ma non basta. Lì vicino, sempre per ordine del Patriarca, fa sorgere un discreto monastero: vi risiederanno i frati destinati alla cura del nuovo santuario, Barbano ne sarà il primo superiore.
Appena terminato l'essenziale, la chiesa viene consacrata:

"Con pompa solenne, decoro sovra grande, e concorso de' Popoli innumerevoli... e da quel tempo sino al giorno d'oggi, sempre sono accorsi, ed anco sono flusso e riflusso di gente senza fine, sopra quest'isola, a venerarla per la gran copia di grazie e benefici che ne riportano e per la grande quantità di miracoli...".

Elia, patriarca eretico o santo, può essere soddisfatto: Barbana durerà nei secoli!



Casoni nella laguna di Grado



   
Avventura a lieto fine

Ora per secoli e secoli, sapremo ben poco del nuovo santuario. Sappiamo però che vi passano e ripassano barbari stranieri e barbari locali, distruggendo e rubacchiando, ogni volta, quanto si può distruggere e rubare.
In cambio però aumenta la devozione dei fedeli.

Ricordiamo alcuni dei pochi avvenimenti noti di quei tempi.

Nel 1343 viene nominato abate di Barbana Lorenzo da Pirano che trova chiesa e monastero in uno stato pietoso.
Lorenzo, uomo energico e fattivo, si mette subito al lavoro per trovare i fondi necessari.
Un giorno gli occorre una notevole quantità di legname ma è a corto di denaro. Allora fa una raccolta fra i fedeli e racimola dieci staia di frumento, sei di fave e sei di avena. Carica tutto su una barca e la spedisce a Pirano: là venderà la merce e compererà il legname. Ma lungo il tragitto una barca vedetta lo scopre e siccome questo genere di commercio non è permesso, sequestra nave e derrate. Il povero frate deve correre a Venezia, chiedere perdono del suo ...peccato, e finalmente può vendere la merce e comperare il legname.

Nel 1403 il santuario perde tutte le sue rendite e i frati, per sovvenire alle necessità della chiesa, devono andare alla questua. 
Da quel tempo, per molti secoli, i frati del santuario di Barbana vivranno in grande povertà e talvolta in grande miseria.
A questo proposito un provveditore di Venezia, sebbene non molto tenero verso i frati, scrive ai suoi collaboratori:
"...detto povero padre et chiesa non si mantien con altro che con elemosine".






    
Fatti e fatterelli

Verso il 1650 il Convento gestisce un'osteria per il ristoro dei pellegrini.
Nel 1671 i frati si rimboccano le maniche e si costruiscono da soli barca e vela e vi dipingono sopra l'immagine della Madonna di Barbana.
Mentre è abate P. Daniele Franco, scoppia la peste e per tre anni ai pellegrini è vietato di recarsi al santuario. Così, convento e santuario, privati delle solite elemosine, sono ridotti a gran povertà.
Nel 1678 un uragano devasta tutti i fabbricati e per provvedere al restauro i poveri frati devono vendere tutto ciò che è vendibile, persino il cristallo che sta davanti alla Madonna.
Nel 1768 la Repubblica di Venezia sopprime molti conventi, per impadronirsi dei loro beni. Fra questi c'è il convento di Barbana, anche se di beni ne ha ben pochi. L'esodo è doloroso anche se breve. Partire è sempre un po' morire.
La chiusura del santuario a causa di pestilenze si rinnova spesso.
Nel 1691 I'abate scrive ai suoi superiori:
"Fussimo seradi per ordine del Conte di Grado in materia di sanità, et stessimo così serati per giorni 36 con 14 persone... et proibì che alcuno si approssimasse".

Nel 1716 i frati vengono chiusi per 25 mesi. P. Girolamo Falco annota tristemente:
''A tutti li paesi austriaci furono serrati li passi per sospetti dello contagio. Anche per poca gente e Dio Signore e la Beata Vergine di Barbana li facci presto averzere, chè non si potrebbe in Barbana vivere se non con grandissimi patimenti''
.
L'anno 1739 i frati si danno anche alle...opere sociali e scavlno un pozzo nell'isola del Lovo, presso Belvedere, a beneficio dei pescatori del luogo che fino allora bevevano acqua inquinata.






    
Generosità vicendevole

Se la Madonna è generosa di miracoli e di grazie verso i suoi fedeli, anche questi non sono meno generosi verso il suo santuario.

All'inizio del secolo IX Fortunato da Trieste lascia scritto nel suo testamento:
''Al monastero della Santa Madre di Dio nell'isola di Barbana ho dato 30 libbre d'argento, una nave provvista di tutti gli attrezzi, cento moggia di grano e ho mandato colà sacerdoti e chierici che quotidianamente lodano il Dio del Cielo''.

Sempre generosissimi verso la Madonna di Barbana i gondolieri di Venezia che la considerano loro patrona. Erigono a loro spese, nella chiesa rinnovata, gli altari di S. Antonio di Padova e I'altare di S. Francesco e più tardi diventano i principali artefici del grandioso altare della Madonna che ancor oggi ammiriamo nella nuova chiesa.

Nel 1287 il friulano Giovanni da Villalta lascia al ''tempio di Santa Maria nel mare'' di Barbana tre appezzamenti di terreno a Seja in Carnia, altri tre a Ravascletto e un mulino con un campo e mezzo a Casteons.

Nel 1211 Stefano de Foro di Aquileia lascia al santuario di Barbana quaranta denari, un letto, un piumaccio (cuscino) e dieci urne di vino.

Anche il doge di Venezia Pietro Ziani nel suo testamento del 1228 dispone per Barbana la somma di dieci lire venete.



Chiesa, campane e cimitero


L'antico santuario di Barbana


Il primo santuario di Barbana, eretto dal Patriarca Elia non risalta per vaste proporzioni, anzi, è completamente nascosto dalla chioma dei numerosi alberi che abbelliscono l'isola.
Di questa chiesa rimangono oggi soltanto due colonne di marmo greco e due capitelli corinzi.
Lungo il corso dei secoli, guerre, predoni, uragani senza fine si accaniscono contro questo modesto santuario che risorge ogni volta più bello.
Non potendo ricordare tutta la serie dei dolorosi eventi ci limiteremo all'uragano del 30 luglio 1696. 
Ecco come lo descrive I'abate Francesco Zani.

"Adì 30 fu giorno fatale per questo convento. Li flussi del cielo gietò abaso parte del campanile et campane, et restò la più piccola rota, e la più parte del convento fracassata, anche per rimediar la porzion del danno ho convenuto spendere come qui soto apare... primo far agiustare il pavimento con travi, tavole, chiodi... fato cavar le campane di soto il rovinoso et posto in opera tutto con rimesso di nuovo, fatto fare le cambre (celle) per la campana grande... giustar lastre di veri tutti:..".


* La nuova chiesa, quella attuale, ha inizio nei 1911, sospesa a causa della guerra, è terminata il 3 luglio 1924. Pur non essendo un capolavoro d'arte, ispira però devozione, raccoglimento, serenità.

* Il 12 dicembre 1946 le vecchie campane vengono tolte dal campanile e fuse insieme ai cannoni di due batterie tedesche.
Ora il bronzo dei cannoni micidiali si è trasformato in squillanti campane che invitano alla pace, alla preghiera, alla gioia profonda e sincera.

* Barbana ha anche il suo piccolo cimitero non solo per i frati, ma anche per i devoti della Madonna che desiderano riposare accanto a Lei. A questo proposito ricordiamo un fatto veramente interessante

Nel febbraio 1947 approda a Barbana un vecchietto, che appena messo piede a terra, si prostra con le braccia aperte e grida a gran voce:
- Mamma, ti ringrazio, morirò all'ombra del tuo santuario!
È Antonio Nardini da Lussimpiccolo.
Assiduo, giorno e notte, alla preghiera, illibatissimo di costumi, povero volontario di spirito e di fatto, quanto onestamente ha guadagnato, tutto ha speso in opere di religione e di carità. Unica sua gioia è stata la penitenza e la preghiera.
Ora ripara felice all'ombra del Santuario della Madonna che ha tanto amato.






    
Fede e povertà

Nei lunghi secoli della sua storia, il Santuario di Barbana non dimostra mai di possedere grandi ricchezze terrene, ma risplende sempre la sua ospitalità, il suo spirito di povertà, soprattutto per la grande fede che ispira.

Nel 1737 il Padre Provinciale Francesco Maria Chiarelli, compiuta la visita canonica può attestare:
''Nella Visita da Noi personalmente fatta di questo nostro Convento di S. Maria di Barbana... confessiamo aver provato un inesplicabile contento, perché non solamente abbiamo osservato il tutto ben regolato, e disposto, ma di vantaggio il divin culto promosso, ed accresciuta grandemente la divozione verso la suddetta Beata Vergine, siccome giornalmente si scorge dal numeroso concorso de' fedeli che a venerarla si portano, e che della vita esemplare de' Religiosi che qui dimorano non poco edificati rimangono''.

E riguardo ai francescani che per secoli hanno retto il Santuario lo storico Leonardo Stagni afferma:
''Dico, e ciò ad onore tanto dell'Ordine Serafico delli benemeriti Frati Minori,.quanto delli singoli individui che noi conosciamo, che sempre si sono dimostrati degni religiosi e figli del loro tanto illustre serafico Patriarca, sia colla santa loro condotta di vita edificante, sia col loro instancabile zelo nel promuovere la gloria di Dio e il culto della SS. Vergine, ed abbiamo il dolce piacere di affermarlo, che neppure uno dei tanti nostri antecessori non ve n'è al quale non debba tributare un elogio ben meritato di santa vita esemplare condotta intangibile ed edificante. Ecco le care e dolci memorie che ci hanno lasciato quei degni Religiosi''.

In conclusione, finchè è durato la povertà, anche Barbana è stato un vero Santuario, secondo le parole del Vangelo:
''Se vuoi essere perfetto, và, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri...22.

Ancora oggi, come nei secoli passati, i prodigi più belli che si compiono a Barbana - come in ogni santuario - sono quelli che salvano le anime, le confermano e le fortificano nel bene. Quanti pellegrini hanno dichiarato che la grazia più bella e più consolante ottenuta a Barbana I'ebbero all'ombra di un confessionale sigillata poi ai piedi della Madonna con la comunione! Queste anime fortunate benedicono il giorno trascorso a Barbana e la Vergine che colla sua intercessione materna le ha aiutate a tornare a Dio, a ringiovanirsi, o a rinnovare e rinsaldare i loro propositi di vita cristiana.
I religiosi lo sanno: accogliere le anime è il primo loro dovere, perciò sono sempre pronti alla fatica.




   
Pellegrinaggi e pellegrini

Ogni anno Barbana accoglie circa una sessantina di pellegrinaggi fissi, quaranta dei quali votivi e gli altri di devozione.

I pellegrinaggi votivi, assumono sempre un carattere solenne ed ufficiale, perché coloro che vi partecipano col proprio parroco e alle volte anche con le autorità civili, sciolgono annualmente il voto che il rispettivo comune o parrocchia emise di visitare annualmente il santuario.
La soddisfazione del voto, per molti paesi ormai ultrasecolare, avviene sempre con la stessa fede e con la stessa riconoscente pietà verso la Madonna di Barbana.
Il più antico di questi pellegrinaggi annuali votivi è quello della città di Grado.
Vengono poi quelli di Cervignano e di Malisana. L'origine dei pellegrinaggi annuali di questi due paesi è legata ad un atto di carità verso i religiosi custodi del santuario. 
All'epoca della mietitura del grano il parroco, o devoti della Madonna, questuavano frumento che poi portavano al santuario.

Nel 1657 troviamo ricordato per la prima volta il pellegrinaggio di Malisana:
"Per la venuta del Sig. Piovano di Malesana con diversi benefattori quali portarono le elemosine del formento".
Nello stesso anno compare per la prima volta anche Carlino, e nel 1664 Fiumicello.
Quest'uso di portare frumento al santuario durò a lungo anche presso singoli pellegrini. Fino a non molti anni fa non era raro che alcuni contadini venissero a Barbana con un sacchettino di grano che poi lasciavano al santuario.


* La maggior parte dei pellegrinaggi annuali ha origini più recenti, per voto emesso dall'intera popolazione o dai capifamiglia, invocando la protezione della Madonna sotto il pericolo di calamità pubbliche, come peste, colera, epizoozia degli animali, siccità, grandine ecc.

Fiumicello, nel 1710, si votò alla Madonna di Barbana per ottenere la liberazione dalla peste. Il voto fu rinnovato in seguito per ottenere la liberazione dall'epizoozia e dal colera. 
Per la stessa ragione nel 1712 si votò Scodovacca.

L'epizoozia dei bovini infierì crudamente nel Friuli. I poveri contadini erano costernati, impotenti ad arrestare I'epidemia che toglieva loro le bestie tanto preziose pei loro lavori agricoli. Ogni volta che qualche paese era visitato da questa epidemia, i capifamiglia si rivolgevano alla Madonna di Barbana, portandosi nella sua isola, promettendo solennemente di ripetere la visita al santuario, e accostarsi ai sacramenti, se la Madonna otteneva loro dal Signore la grazia che le loro stalle fossero liberate o preservate dal contagio.

Così nel 1747 si votarono Persereano e Lauzacco, nel 1785 Privano, nel 1787 Campolongo, Cavenzano, Nespoledo, nel 1800 Campolonghetto, nel 1801 Visco, nel 1808 Ruda, nel 1815 Terzo d'Aquileia, nel 1884 Joannis, nel 1891 Chiasottis.

Durante I'anno 1836 infierì nel Friuli il colera che mieté tante yittime. Per esserne preservati o liberati, fecero voto di visitare in perpetuo ogni anno il Santuario i paesi di Turriaco, Staranzano, S. Pier d'Isonzo, Villa Vicentina, Aiello, S. Vito al Torre, Crauglio, Muscoli, Bressa, Alture, Strassoldo, S. Lorenzo di Sedegliano, Morsano di Strada, Bagnaria Arsa, Isola Morosini.

Nello stesso anno 1836, oltre i paesi sopraelencati che fecero voto di portarsi ogni anno a Barbana, visitarono il santuario per impetrare dalla Madonna la liberazione dal colera per ringraziarla di averli preservati, Privano, Pozzecco, Mereto di Tomba, Nespoledo, Basagliapenta, Villacaccia, Galleriano, Nogaredo, Beano, Tomba, Savalons, Pantianicco, Remanzacco, Orzano, Selvis, S. Canziano, Begliano, Pieris, Paradiso di Talmassons, Ronchi, Tissano, Campolongo, Cavenzano, Clauiano.








   
Quadri e lapidi

Molti di questi paesi vollero che anche nel santuario rimanesse perpetua memoria della loro riconoscenza alla Vergine di Barbana con iscrizioni incise su lapidi o dipinte su quadri votivi.
Avevano una lapide: Grado, Fiumicello, Turriaco, Staranzano, Aiello, Sevegliano, Ruda, Visco, Castions delle Mura, Joannis, Saciletto.
Posero invece dei quadri votivi con opportune iscrizioni: Villa Vicentina, Isola Morosini, Bressa, S. Lorenzo di Sedegliano, Chiasiellis, Morsano di Strada, Bagnaria, Campoformido, Aquileia, Sottoselva, Scodovacca, Persereano, Lauzacco, Privano, Campolongo, Cavenzano, Nespoledo, Campolonghetto, Pasian Schiavonesco, Ruda, Terzo d'Aquileia, Strassoldo, Chiasottis, Torre di Zuino (Torviscosa), Ronchi.

Colla costruzione del nuovo tempio le lapidi dovettero scomparire, ma il ricordo dei pellegrinaggi votivi venne conservato colla incisione dell'elenco di tutti i paesi su due grandi lapidi murate sulla facciata interna del santuario.

* Ultimo in ordine di tempo dei pellegrinaggi fissi annuali è quello dei pescatori di Grado che risale al 1925. La notte del 3 giugno 1925 la flottiglia da pesca gradese, forte di 56 barche, nelle tenebre della notte venne sorpresa da improvviso e furioso ciclone. Più vittime si ebbero qua e là da deplorare, ma nessuna fra i numerosi gradesi. Maria Santissima di Barbana da essi unanimamente invocata all'estremo pericolo, tutti li ricondusse incolumi al porto.

Continuano a venire annualmente a Barbana, non per voto ma per devozione, rappresentanze delle parrocchie di Palmanova, S. Giorgio di Nogaro, Villesse, Ronchi, S. Croce di Trieste, Nogaredo al Torre, Chiopris, Medea, Monfalcone, Perteole, Jalmicco, Tapogliano, Corona, Cormons, Begliano, Gonars, Gradisca, Fogliano.

Sono una sessantina i pellegrinaggi annuali fissi. A questi si devono aggiungere molti altri e i gruppi isolati che, tutti insieme, danno una cifra rispettabile di pellegrini, sicché nel corso di un anno il santuario è visitato da molte migliaia di devoti.



Cappella costruita dove apparve la madonna



   
Usi e abusi

Per il santuario di Barbana lungo il corso di un anno vi erano, e vi sono tutt'ora, alcune solennità che richiamano all'isola i pellegrini in folla.
Non pochi pellegrini provenienti da lontano giungono a Barbana la sera della vigilia della festa, perciò vi trascorrono la notte. Altri, per devozione o motivi diversi, si trattengono più d'un giorno, e anch'essi pernottano nell'isola. In questi giorni l'ospizio non basta per tanta gente. Così molti trascorrono la notte in chiesa, o in locali adiacenti al convento.

L'usanza, o meglio abuso, a malincuore è tollerato dai custodi del santuario, non avendo forza ne mezzi per eliminarlo. Inoltre, come sempre è avvenuto attorno ai santuari nelle circostanze di maggiore affluenza, capitano in quei giorni venditori di cibarie, mercanti e osti improvvisati, gondolieri, sicuri di fare buoni guadagni. Immaginarsi il gridio, lo strepito, il tramestio originato da tante persone con i più vari interessi, assembrate nella piccola isola, a ridosso del santuario. La devozione e la riverenza al luogo sacro, specialmente alla chiesa, ne scapitano, perché se vi sono pellegrini che compiono le loro devozioni con fede e pietà edificanti, il vociare dei rivenditori, dei merciai, dei cantastorie e giocolieri, unito al brusio dei pellegrini, dà all'isola I'impronta di mercato e di fiera.
Per eliminare questi disordini, nel 1585, il vescovo Cesare De Nores emana un severo decreto. Ne riporto il brano principale.

"Essendo emerso che in tutti i tempi dell'anno. e specialmente nei tre giorni di Pentecoste, vi è grande concorso di gente a questa chiesa e in essa, nelle sue case, e nel convento pernottano senza distinzione uomini e donne, mangiando, bevendo e compiendo altre azioni contrastanti con i luoghi e tempi sacri, e di fronte e attorno alla chiesa s'improvvisano osterie, si tiene mercato, balli e divertimenti, non senza grave offesa alla divina maestà.. il visitatore apostolico proibisce, sotto pena dell'interdetto, che in avvenire si facciano veglie o pernottamenti, balli e tutte le altre cose predette; comanda che al tramonto del sole le porte della chiesa siano chiuse e non si riaprano che al mattino seguente dopo il sorgere del sole; se il custode si accorgerà che nell'imminenza delle feste si faranno preparativi per il mercato e i balli, chiuda assolutamente il tempio, non permetta che nessuno vi entri, non celebri la Messa né permetta ad altri di celebrare, sotto sospensione. Infatti è assurdo che la santa chiesa la quale, con l'erogazione d'indulgenze e altri favori spirituali invita i cristiani alla devozione e al culto divino, vedendo che le sue concessioni sono causa di danno alle anime spinga a trasformare la casa di Dio in una spelonca di malfattori''.

Non c'è che dire. Gli ordini son severissimi e abbiamo una gran voglia di sapere se ottennero l'effetto desiderato.
Partito il visitatore apostolico, a Barbana rimane il custode nell'imbarazzo di provvedere all'esecuzione del decreto. Di sicuro avrà fatto quanto era in suo potere e facoltà, ma è altrettanto sicuro, e ne abbiamo le prove, che le cose non cambiano, o di poco.






    
Le due guerre mondiali

La Prima guerra mondiale, per I'Italia,scoppia il 24 maggio 1915. Se alla fine del conflitto a Barbana rimane qualche cosa, lo si deve, per grazia di Maria Vergine, al P. Fedele Provera da Mirabello, allora cappellano militare, che Mons. Anastasio Rossi arcivescovo di Udine, d'accordo con le autorità militari, nomina custode.
Il P. Provera si rende benemerito dirigendo le sorti del santuario in un periodo assai critico. Ottiene dal Genio Militare il restauro dei tetti, specialmente di quelli della chiesa guastati da semaforisti e telegrafisti.
Nel 1917 chiesa, convento, isola sono invasi da materiale esplosivo e perciò il santuario in continuo pericolo d'incendio. Una scheggia d'antiaereo che urtasse contro in una granata od in una cassetta di munizioni, sarebbe sufficiente a provocare la rovina non solo delle fabbriche, ma di tutta I'isola. Il P. Provera ricorre al vescovo Castrense Mons. Bartolomasi, pregandolo di interessarsi presso il Comando supremo affinché il materiale esplosivo sia depositato altrove. Esigenze di guerra avevano imposto la demolizione del santuario di Monte Santo presso Gorizia, almeno si fosse potuto salvare Barbana, meta di tanti pellegrini friulani, goriziani, triestini e sloveni.
Le difficoltà sono enormi, ma il Santuario e I'isola di Barbana escono dal conflitto senza eccessivi danni.

Se il periodo dell'ultima guerra non è per Barbana disastroso come I'antecedente, non mancarono ansie, trepidazioni, pericoli. Per quasi due anni Barbana è sovraffollata di gradesi. Dopo il bombardamento di Grado del 27 giugno 1944, circa duecento persone chiedono ospitalità nell'isola. L'ospizio, la casa del Pellegrino sono invasi: famiglie intere si alloggiano alla meglio in una stanza con cucina, letti, masserizie, reti. 
Gli sfollati aumentano nel febbraio 1945 raggiungendo i trecentocinquanta, molti dei quali costretti a dormire in barconi ormeggiati nel porto. 
L'isola ha I'aspetto di un doloroso accampamento di uomini, donne, bambini che vivono in continuo terrore sotto la minaccia dei bombardamenti.
Il 30 aprile 1945 è I'ultimo giorno d'angoscia. Il primo maggio da Barbana si possono scorgere le bandiere che a Grado garriscono al vento, salutando la fine della guerra. Alle ore 8.30 giunge all'isola un motoscafo che batte bandiera nazionale portando la lieta novella. La commozione fra gli sfollati ed i religiosi è incontenibile: grida di gioia, pianti d'allegrezza, suono di campane e sventolii di bandiere.
Il 3 luglio con una grandiosa processione i gradesi vengono a Barbana a ringraziare la Vergine per la protezione loro accordata durante la guerra.


Il trionfo della Madonna sulla laguna



  
Grado, ripete in questa occasione lo spettacolo di quei pittoreschi e fantastici cortei religiosi che talora si ammirano lungo il Canal Grande della Serenissima. La città è imbandierata, le calli animatissime, le rive del porto assiepate di gradesi e di forestieri, dalla folla dei frequentatori della spiaggia accorsi a contemplare lo spettacolo indimenticabile, ricco com'è d'un colore tutto locale. Una processione sulle acque non è una cosa di tutti i luoghi.
Il porto presenta l'aspetto d'una piccola foresta d'imbarcazioni. Tutti i pescatori sono ritornati a casa per il gran giorno.
Molte barche sono infiorate e pavesate: sono quelle che parteciperanno alla processione e fra tutte spicca la grande barca di gala che accoglierà, sotto un gran felze candido listato di rosso, la statua della Madonna.
Dal campanile del duomo comincia a scendere festoso il suono della campane.
Il corteo sacro si è iniziato, aperto dallo stendardo della Visitazione, mentre al centro della processione la statua della Madonna procede sul suo trono dorato sorretta dalle spalle robuste dei pescatori. 
Quando la processione è giunta al porto, la Madonna viene deposta nel suo bragozzo che non ha più I'aspetto di un natante, ma piuttosto d'una casa fatata pronta a veleggiare verso un paese d'incanto. 
Nella barca della Madonna prendono posto il clero, la guardia d'onore, i cantori del duomo. 
Viene poi la barca delle autorità civili, militari, politiche, quella del Comune che si distingue facilmente perché sulla sua prua è issato il purpureo gonfalone di Grado. 
Fanno ala, precedono e seguono, altre barche.
Al via, una bandiera s'innalza, dal bragozzo della Madonna e la processione continua sulle acque della laguna.
Preghiere, devote canzoni, litanie, armonie di musiche si espandono gioiose sulla laguna sotto un cielo ordinariamente splendido e sereno, mentre il sole di luglio piove la sua luce d'oro sui vessilli, sulle fiamme e sulle bandierine dei pavesi che garriscono alla brezza marina, sui ricchi e scintillanti apparati del clero.
A Barbana migliaia di pellegrini attendono, venuti dalla terraferma la sera innanzi, durante la notte o di buon mattino. Quando il corteo è in vista, le campane squillano e tutti corrono al piccolo porto ad incontrare la Madonna di Grado che viene portata in processione attorno all'isola e poi deposta nel mezzo del santuario. 
Segue la Messa solenne.
Dopo una sosta, il corteo si ricompone e la processione marinara ritorna a Grado concludendosi col canto del Te Deum sotto le volte millenarie della Basilica episcopale dedicata a Sant'Eufemia.






   
Barbana oggi

Oggi Barbana non è più un ospedale dove si cura il corpo dei marinai infetti da malattie contagiose, ma un tempio dove si curano le anime affette da malattie ben peggiori.
Anche i corpi qui non vengono trascurati perché i miracoli, le guarigioni portentose si verificano ancora oggi numerose.
1400 anni dopo la sua apparizione, la Madonna è ancora là, nel suo santuario sperduto in mezzo al mare ora calmo ora burrascoso, come le vicende della nostra vita.


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