lunedì 15 ottobre 2018

HIMALAYA




 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

 HIMALAYA

Un nuovo interesse spingeva tuttavia gli europei nel Tibet ed ora un interesse alpinistico offerto dalla cima più atta del mondo nella catena dell'Himalaya. Il primo ad esplorare e descrivere la regione del Karakorum fu nel 1847 un topografo inglese Lord Andrew Browne Cunningham (Dublino, 7 gennaio 1883 – Londra, 12 giugno 1963). 
Il Karakorum divenne poi la palestra dell'ardimento sportivo di tutta una serie di alpinisti italiani: il marchese Roero di Cortanze che percorse più volte le valli dell'Himalaya occidentale, raccogliendo informazioni sulla regione e sulle sue genti, nel 1860; Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che esplorò nel 1909 il ghiacciaio del Baltoro (già in parte esplorato dall'inglese Conway che aveva conquistato il picco Pioneeh, a 6900 metri) giungendo all'altezza di 7500 metri; Giotto Dainelli che guidò nel 1930 una spedizione esplorativa sul ghiacciaio Siacen, superando per primo il colle, che chiamò Passo Italia, che lo divide dal ghiacciaio Rimo; e infine Ardito Desio che organizzò la scalata del K-2, conquistando nel 1954 la seconda vetta più alta del mondo. 
La più alta, I'Everest, era stata raggiunta l'anno prima dal neozelandese  Hillary.
Nell'esplorazione del Tibet un posto a parte Io tiene Giuseppe Tucci, il quale fra il 1930 e il 1948 compì numerosi viaggi per studiare uomini e civiltà delle regioni tibetane, i monasteri, i templi, le biblioteche e gli usi locali e raccogliendo un patrimonio di notizie uniche in questo campo.


Everest

domenica 14 ottobre 2018

CINA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (China - Travels and Explorations)


Deserto del Gobi

 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

CINA

Per quanto riguarda la Cina, dopo il forzuto abbandono dell'esplorazione da parte dei Gesuiti e la chiusura del paese alla penetrazione europea, i rapporti intrapresi nel Settecento vennero ripresi solamente verso la metà del XIX secolo. Nel 1840, I'Inghilterra dichiarava alla Cina la cosiddetta guerra dell'oppio, causata dalla distruzione di importanti quantitativi d'oppio importati a Canton che i Cinesi non volevano accogliere. La Cina perse la guerra, cedette Hong Kong alla Gran Bretagna e dovette aprire cinque porti al commercio europeo. 
Una seconda guerra dal 1856 al 1860, in cui intervenne anche la Francia, finì con altre cessioni e altre aperture di porti; fu ammessa la religione cristiana e i missionari ebbero nuovamente il diritto di erigere chiese e praticare l'insegnamento.
Ripresero i viaggi dei mercanti e degli esploratori. Fra questi occupa un posto di rilievo il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen, che dal 1869 al 1872 viaggiò per quasi tutto il paese, raccogliendo un enorme materiale; scrisse un'opera, Cina, che è fondamentale anche oggi. 
Gli inglesi Augustus Raymond Margary e John Mac Carthy esplorarono lo Yunnan fra gli alti corsi del Mekong e del Yangtzee; il geologo Carl Futterer esplorò scientificamente il Kansu fra il Tibet e la Mongolia. Gli europei erano spesso affiancati da studiosi cinesi che eseguivano anche essi ricognizioni nel paese.

Mentre Inglesi e Tedeschi esploravano la Cina orientale e centrale, i Russi esploravano le regioni nord-occidentali e il deserto del Gobi, famoso fin dal Medio Evo per la sua enorme distesa arida e per le visioni spettrali che le carovane di quei tempi dicevano di trovare. Il generale Nikolaj Michajlovic Przevalskij fu il maggior esploratore dell'Asia centrale fra il Sinkiang e la Mongolia orientale dove nessun europeo era più penetrato dai primi del Settecento. Per incarico della Società di Pietroburgo egli raggiunse in un primo viaggio Kalgan presso Pechino e di lì si spingeva nella Mongolia orientale. L'anno dopo da Kalgan attraversava Lala Shan e il Kansu e raggiungeva il lago Koko-Nor; proseguì poi verso occidente, tentando di raggiungere Lhasa, ma per la povertà di mezzi di cui disponeva non riuscì a valicare le aspre catene montane e fu costretto al ritorno, sfuggendo per poco alla morte nell'attraversare la parte più desolata del deserto del Gobi
Anche in un secondo viaggio in cui scese a sud-est fino al lago Lop-Nor non riuscì a raggiungere Lhasa e in un terzo tentativo, dopo essere giunto alla frontiera del Tibet attraverso il Gobi, gli fu vietato l'accesso alla città santa dei Tibetani. 
Compì ancora un viaggio, il quarto, da Urga (UIan Bator) al Koko-Nor (Ching Hai) e quindi alle regioni delle sorgenti dello Yang-tze-Kiang e dell'Hwang-Ho, muovendo quindi verso
occidente e raggiungendo l'oasi di Khotan da dove risaliva in territorio russo. Morì mentre preparava una quinta spedizione che illustrò i viaggi e le scoperte del Przevalskij e lo popolazioni incontrate nel Le tour du Monde (1887). Aveva con se un disegnatore, Y. Pranishnikoft.

Dopo Nikolaj Michajlovic Przevalskij si succedettero numerose spedizioni russe e inglesi: le principali furono condotte dallo svedese Sven Anders Hedin e dall'archeologo inglese Aurel Stein. Nei suoi primi viaggi Hedin visitò la Mesopotamia, la Persia e il Turkestan, ma poi si dedicò particolarmente allo studio del Takla Makan nel deserto del Gobi, rilevando l'intero percorso del Tarim e scoprendo le rovine dell'antica città di Loulan. La sua spedizione più importante fu il quinto viaggio in cui compì l'esplorazione dell'Himalaya rilevandola per la prima volta nelle sue linee principali e scoprendo le sorgenti del Brahmaputra e dell'Indo.

L'inglese Aurel Stein cercava senza posa civiltà scomparse. Nel 1900 e nel 1906 esplorò la parte meridionale del Sinkiang, il Lop-Nor, le catene del Nan-Shan e le rovine di Loulan scoperte da Hedin, raccogliendo un ricchissimo materiale archeologico. Tornato mezzo congelato in India, riprese i suoi viaggi nel 1913, raggiungendo nuovamente il Lop-Nor, e muovendo poi a oriente fino a Honchou, a nord del lago Koko-Nor; iniziato il viaggio di ritorno, seguì l'itinerario settentrionale attraverso il Gobi e visitò nuovamente il Pamir e l'Afghanistan.

L'esplorazione del Tibet che nel Settecento aveva avuto come protagonisti i missionari, riprese in modo sistematico ai primi dell'Ottocento, quando il governo britannico in India creò un servizio trigonometrico che ebbe il compito di studiare le regioni settentrionali fra il Kashmir e il Bhutan. Verso la metà, del XIX secolo, I'Himalaya e gli altipiani tibetani erano ormai conosciuti nelle loro linee generali o press'a poco nello stesso periodo due padri lazzaristi francesi, Hue e Gabet, poterono entrare a Lhasa - la "Città proibita" - al seguito di una ambasceria cinese. Due topografi, Nain Sing e Kiscen Sing - indiani istruiti dal servizio trigonometrico inglese - riuscivano a raggiungere Lhasa: il secondo affrontava anche le catene del Kunlun fino al Gobi; tornava a Lhasa dopo aver seguito un itinerario lungo l'alto corso del Fiume Azzurro ed aver attraversato più volte le gole e le catene di quella regione; da Lhasa passava infine nella pianura indiana. Soltanto però nel 1904 Lhasa poté dirsi aperta alla curiosità degli occidentali, quando una spedizione militare inglese riuscì a forzante I'ingresso fino allora tenuto ostinatamente chiuso dai monaci tibetani (nella seconda metà del secolo il Tibet e Lhasa sono stati occupati dai Cinesi della Cina popolare; il Dalai Lama - o incarnazione vivente del Budda - fuggiva rifugiandosi all'estero).


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sabato 13 ottobre 2018

SIBERIA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)




 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

SIBERIA

Mentre viaggiando isolate le spedizioni geografiche e archeologiche esploravano gli infuocati e deserti territori dell'Arabia, altri viaggiatori si avventuravano nelle zone dai gelidi climi della steppa siberiana. 

La maggior parte delle esplorazioni della Siberia avvenne per opera di studiosi tedeschi. La prima di esse veramente fu opera di un geofisico norvegese, Christopher Eansteen, che era però insieme con il fisico tedesco Georg Adolph Erman. La spedizione fece rilevamenti e compì studi sul magnetismo terrestre, percorrendo le coste settentrionali dell'Asia dal Mar di Kara al Kamciatka, nel 1828. 
L'anno dopo il celebre geografo e naturalista tedesco Alexander von Humboldt, che già aveva compiuto numerosi viaggi scientifici in Sud America e nel Messico, fu invitato dal governo russo a compiere una spedizione nell'Asia centrale. Da Tobolsk andò agli Altai, seguendo il bacino superiore dell'Ob e poi a Omsk e prosegui quindi fino al Caspio, ad Astrakan, percorrendo circa 4000 chilometri e raccogliendo molte notizie geografiche, geologiche e botaniche. 
Nel 1843 un altro tedesco, Alexander Theodor von Middendorff (San Pietroburgo, 18 agosto 1815 – Hellenurme, 24 gennaio 1894), esplorò la regione gelata fra lo Jenisej e il Hatanga, passando poi alle montagne fra il Lena e il Mar di Ohotsk e ai monti Jablonory, fra I'Amur e il lago Bajkal. Per iniziativa dello stesso Middendorff , venne fondata in Russia la Società geografica imperiale di Pietroburgo, che promosse numerose spedizioni in Siberia.

La conoscenza del paese fu evidentemente approfondita con la costruzione della grande ferrovia transiberiana

Nel Novecento l'esplorazione continuò sempre più intensa, assumendo il carattere di ricerche sistematiche dopo la scoperta delle grandi ricchezze contenute in Siberia.


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ARABIA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)


Lawrence d'Arabia

 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

ARABIA

Se la Persia era del tutto nota, quasi sconosciuta era invece l'Arabia, sia per l'ostilità, della regione desertica, sia per l'ostilità degli abitanti, contrari alla presenza di stranieri nel loro paese.

Verso la metà del Settecento, un teologo arabo, Muhammad Ibn Abd AI Wahhab, predicava con vigore il ritorno alle norme dell'antico islamismo, attirandosi la reazione della maggior parte della popolazione. Il teologo e i suoi scarsi seguaci trovarono un inatteso e potente appoggio da parte dell'emiro Muhammad Ibn Saud, fondatore della dinastia saudita; il suo intervento provocò una vera e propria lotta religiosa. I wahhabiti prevalsero e la potenza degli emiri sauditi accrebbe a tal punto che il governo turco credette necessario intervenire e inviare in Arabia nel 1811 una spedizione militare organizzata dal viceré d'Egitto, della quale facevano parte numerosi ufficiali europei. La guerra religiosa fu la causa indiretta di una maggiore conoscenza della regione arabica. 
I wahhabiti furono sconfitti e il governo inglese dell'India strinse accordi con i vincitori, per mezzo di un suo inviato, il capitano Sadler. Egli dal Golfo Persico attraversò per primo l'Arabia, raggiungendo le coste del Mar Bosso e poté descrivere il territorio in gran parte sconosciuto; poi spedizioni militari egiziane permisero a studiosi europei di compiere le loro missioni, delle quali una delle più importanti è quella compiuta nel 1836 e 1837 da Paolo Emilio Botta, botanico, figlio di Carlo Botta, console francese a Mosul, il quale fece scavi prima sulle rovine di Ninive e poi a Horsabad e contribuì alla decifrazione delle iscrizioni cuneiformi. Egli è considerato l'iniziatore dell'archeologia mesopotamica. Gli oggetti da lui rinvenuti negli scavi effettuati nel palazzo del re assiro Sargon II entrarono nel museo del Louvre.

Un arabista finlandese, Georg August Wallin, esplorò per primo I'Arabia settentrionale, in due viaggi, nel 1845-48. Nel primo viaggio, partito dal Mar Morto, egli scese a sud nel deserto di An Nafud, raggiunse poi Medina e la Mecca; nel secondo attraversò il paese da occidente a oriente, partendo dal Mar Rosso per arrivare a Bagdad. 
Nella seconda metà dell'Ottocento, viaggiatori di ogni nazionalità esplorarono l'Arabia. Fra di loro, una singolare figura è costituita da William Gifford Palgrave, un inglese di origine ebraica che, dopo essere stato ufficiale dell'esercito indiano, si convertì al cattolicesimo e si fece gesuita. Inviato come missionario in Siria, imparò perfettamente la lingua araba e forte di tale cognizione compì un avventuroso viaggio dalla Siria attraverso l'Arabia fino al Golfo Persico; la sua relazione fornì notizie molto interessanti, soprattutto sulle popolazioni incontrate. 
Un altro viaggiatore fu Charles Montagu Doughty, il quale per due anni viaggiò nell'Asia centrale e raccolse materiale epigrafico; e descrisse paesaggi e tribù in un libro che divenne famoso: Viaggio nell'Arabia deserta
L'esplorazione dell'Arabia è continuata anche nel Novecento.

Famoso divenne per la sua prestigiosa personalità e per l'aura romantica che ha circondato lo sue imprese, il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence (Tremadog, 16 agosto 1888 – Wareham, 19 maggio 1935), meglio conosciuto col nome di Lawrence d'Arabia, appassionato del mondo arabo e archeologo. Egli stava facendo ricerche nel Medio Oriente, quando per la sua conoscenza dell'arabo che gli permetteva di confondersi con la popolazione senza far notare la sua nazionalità, fu incaricato dagli Inglesi di sollevare, con la promessa dell'indipendenza, il nazionalismo arabo contro i Turchi, durante la prima guerra mondiale.
 Alla fine della guerra, deluso dalle conclusioni della Conferenza di Versailles e irritato per le
promesse fatte agli Arabi e non mantenute, si ritirò a vita privata e descrisse le sue avventurose imprese nel libro I sette pilastri della saggezza. Dopo tante avventure, morì in Inghilterra per un banale incidente in motocicletta. 

Altri due inglesi, John Philby e Bertram Thomas, compirono pure missioni e viaggi in Arabia. Il primo, incaricato nel 1917 cli una missione presso l'emiro del Neged, attraversò l'Arabia dal Golfo Persico a Gidda sul Mar Rosso, passando per Riyadh, percorse come primo europeo la grande strada del pellegrinaggio alla Mecca. 
In un secondo viaggio, il Philby esplorò il Neged meridionale, scoprendo, oltre a numerosi resti archeologici, un vasto lago fra Riad e Ad-Dam. Il Thomas, dopo essere stato per vari anni nell'Oman come visir del sultano di Mascate, compì la prima traversata del deserto meridionale o Deserto Rosso, da Hodramaut al Gollo Persico. Per l'enorme scarsezza di acqua e di vegetazione, per poco la spedizione non perì di stenti.



ASIA: IRAN - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)


Territorio desertico dell’Iran

VIAGGI ED ESPLORAZIONI

ASIA: IRAN


Alla fine del Settecento gran parte dei territori asiatici e della loro civiltà era Nota agli europei, nei quali però si stava sviluppando uno spirito fino allora circoscritto a poche persone: lo spirito della ricerca scientifica e il desiderio delle indagini archeologiche. La regione iranica, che per secoli le carovane avevano attraversato per i loro scambi commerciali, era agli inizi dell'Ottocento una delle regioni asiatiche meglio conosciute; però la conquista dell'India la metteva in una luce nuova. 
Particolarmente attiva era nei confronti della Persia la Francia, che desiderava effettuarvi la sua influenza per controbilanciare la potenza inglese in India; la Russia rivolgeva la sua attenzione alle regioni del mezzogiorno del lago d'Aral e avanzava, verso l'Afghanistan. L'Inghilterra si rese pertanto conto dell'importanza di una migliore conoscenza della regione iranica e organizzò quindi una serie di spedizioni che riconobbero le regioni montuose del Belucistan e dell'Afghanistan, le quali ultime dividevano i domini russi da quelli inglesi, con una barriera di aride ed impervie a montagne che avrebbero consentito una superiorità certa a quello dei due Stati che vi si fosse appoggiato. 

Fra i numerosi esploratori che viaggiarono a lungo nell'Asia centrale, spesso circondati da segreti o sotto mentite spoglie, è William Moorcroft che fra il 1812 e il 1825 viaggiava come veterinario dell'armata inglese del Bengala fra i monti dell'Himalaya e nel Punjab, dove scoprì le sorgenti del Beas e del Chemab, nelle regioni ai confini col Tibet con il quale strinse un trattato commerciale, nel Kashmir dove raccolse informazioni sulla fabbricazione degli scialli, preziosi per l'industria inglese. 
Moororoft fece una fine misteriosa: forse morì di febbri nell'Afghanistan, forse fu assassinato a Lhasa, la città sacra del Tibet, dove era rimasto 12 anni. 

Verso la fine dell'Ottocento prevalsero però le spedizioni essenzialmente scientifiche, come quella archeologica del francese Jacques de Morgan nel Caucaso e in Persia, quelle geologiche e geografiche del tedesco A.F. Stahal e soprattutto quella dell'inglese Percy Sykes che rimase circa 25 anni in Persia, lasciando un complesso organico di notizie geografiche sul paese percorso in ogni senso. 
Un altro tedesco, Hermann Abich, esplorò per conto della Russia la catena montuosa del Caucaso.

* VIAGGI ED ESPLORAZIONI: Asia, Nord America, Sud America, Australia e Oceania, nell'Ottocento e nel Novecento




Viaggi ed esplorazioni in Asia, Nord America, Sud America, Australia e Oceania, nell'Ottocento e nel Novecento

Le annotazioni riportate in questo capitolo consentono di avere notizie approfondite e particolareggiate circa le scoperte e le esplorazioni nelle diverse parti del mondo. Seguendo attentamente il racconto, e con l'aiuto di cartine geografiche, certamente si può avere una conoscenza più chiara delle località descritte e delle attività umane in esse svolte, comunque troverai una fonte di notizie e di dati interessanti.

ASIA: IRAN

ARABIA

SIBERIA

CINA

HIMALAYA

INDIA

AMERICA: CANADA e ALASKA

OVEST e FAR WEST

AMERICA MERIDIONALE

AUSTRALIA

OCEANIA

(Da completare)


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mercoledì 10 ottobre 2018

ESPLORAZIONE DEL NILO (Exploration of the Nile)




ESPLORAZIONI IN AFRICA

ESPLORAZIONE DEL NILO

Una lista pubblicata dall'inglese Henry Johnson, comprende ben 76 nomi cli persone che più o meno felicemente si dedicarono all'esplorazione del bacino del Nilo: 34 inglesi, 10 tedeschi, 13 francesi, 4 italiani, 3 portoghesi, 2 olandesi, 2 belgi, 2 americani,2 svizzeri, 3 austro-ungarici e 1 turco. Cronologicamente sono in testa i portoghesi, dei quali Pedro Paez, missionario gesuita, scoprì la sorgente del Nilo Azzurro nel 1613. Quarto della lista è James Bruce, il quale nel 1768 iniziò una serie di viaggi, visitando le sorgenti del Nilo Azzurro, con la quale scoperta egli credette di aver risolto l'antico mistero delle sorgenti del Nilo. 
Dopo varie spedizioni senza successo, le scoperte importanti ripresero con l'opera di due missionari tedeschi, i quali si erano stabiliti a Mombasa, dove avevano raccolto racconti di negri e di mercanti arabi sulle montagne e laghi dell'interno.


Kilimangiaro

Nel 1848 John Rebmann scoprì il Kilimangiaro, l'anno dopo Ludwig Graf vide il monte Kenia. Era voce corrente che nell'interno della zona vi fosse un ampio lago, per cui gli inglesi Richard Francis Burton e John Hanning Speke, ufficiali dell'esercito indiano, tentarono un viaggio al Somaliland per avvicinarsi all'alto Nilo. Burton e Speke raggiunsero Zanzibar verso la fine del 1856; procedettero sulla costa della terraferma verso l'interno, seguendo una pista araba fino a Ujiji, sul lago Tanganica, che scoprirono così ai primi del 1858. Essendosi Burton ammalato, Speke procedette da solo e trovò così il lago Victoria Nyanza. AI ritorno a Zanzibar, sorsero fra i due gravi dissensi, che continuarono anche dopo il ritorno in patria, sull'importanza dei due laghi e sulla possibilità che il lago Victoria fosse la sorgente principale del Nilo. 
Nel 1860 Speke tornò in Africa per studiare il lago Victoria Nyanza, insieme con il naturalista germanico Augustus Grant. I due raccolsero molte notizie circa l'Uganda e i suoi abitanti, di condizioni relativamente elevate. Nel luglio 1862, Speke aveva rilevato le cascate di Ripon, dove il Nilo lascia il Victoria Nyanza. La descrizione che ne fece lo Speke era molto pittoresca ed egli tornò in patria, certo di aver visto le sorgenti del Nilo. Sulla via del ritorno, a Gondokoro sul Nilo Bianco, Io Speke incontrò Samuel Baker il quale poi con la moglie riuscì a giungere nel marzo 1864 al lago Aberto Nyanza, di cui Speke e Grant avevano sentito parlare sotto il nome di Luta Nzige. Baker scoprì anche le cascate di Murchison sul Nilo Victoria.


David Livingstone

Nonostante che Burton, Speke, Grant e Baker fossero sicuri di aver scoperto le sorgenti del Nilo, molti erano ancora increduli. Tra questi era uno dei più grandi esploratori africani: David Livingstone. Egli era stato, da giovane, operaio in una filatura di cotone; riuscì però a seguire gli studi di teologia e di medicina divenendo pastore della Chiesa anglicana e medico. Pensava di andare a fare  il missionario in Cina, ma per la guerra dell'oppio colà scoppiata fra il 1838-40 dovette cambiare programma e partì per I'Africa.
Giunto nel campo delle missioni sud-africane, si affiancò al capo di una di esse, Robert Moffat, ne sposò la figlia e percorse in ogni direzione il deserto del Kalahari, spingendosi a nord-est e scoprendo il lago Ngsmi. Rimandata la moglie in Inghilterra, risalì il corso superiore dello Zambesi pochissimo noto, raggiunse il lago Dilolo e si spinse fino alla costa atlantica a Luanda, dopo aver attraversato le valli degli affluenti del Congo. Prima di lasciare la Colonia del Capo, diretto a settentrione, il Livingstone aveva rafforzato le proprie cognizioni astronomiche, così che fu in grado di determinare la propria posizione durante i suoi viaggi. Lasciata Luanda, Livingstone tornò allo Zambesi che egli credette avrebbe potuto costituire una grande via d'accesso all'Africa centrale, ma si trattava di una illusione. 
La bassa regione dello Zambesi era da molto tempo nota ai Portoghesi che vi avevano stabilito alcune stazioni fluviali fin dal 1500. Non vi erano facili strade fluviali che dal fiume portassero verso l'interno; le bassure tropicali erano causa di malattie e morte per i viaggiatori che le affrontavano, e gli scogli e le rapide dello Zambesi e dei suoi affluenti erano un ostacolo troppo grande per i battelli fluviali impiegati. Nonostante che il Livingstone, mai dimentico della sua missione di pastore, fosse decisamente e coraggiosamente contrario alla tratta degli schiavi largamente praticata dai Portoghesi, e quindi egli fosse guardato con sospetto dai Portoghesi stessi, riprese l'esplorazione del corso del fiume e scoprì le grandiose cascate che egli intitolò alla regina Vittoria. Infine, attraversando l'altopiano dei Batoka, giunse a Quelimane, sulle coste dell'Oceano Indiano, nel maggio 1856, dopo aver compiuto per primo la traversata dell'Africa meridionale.


Deserto del Kalahari

Tornato in Inghilterra e rimastovi un anno per stendervi la relazione del suo viaggio, Livingstone ripartì per l'Africa, accompagnato dalla moglie, da un noto studioso, John Kirk, e dal geologo Richard Thornton. Egli risalì il corso dello Zambesi dalla foce fino a Tete, dove il fiume non è più navigabile; allora si diresse a nord, risalì lo Shire, affluente di sinistra dello Zambesi, e nel settembre 1860 giungeva al grande lago Niassa. Si dedicò all'esplorazione della regione; tentò di raggiungere il Niassa più a settentrione, risalendo il corso del Rovuma; non vi riuscì, ma vi giunse poi per la via dello Shire, ne esplorò quasi tutta la riva occidentale, tornò alla costa e poi a Zanzibar. 
Nel 1862 tornava in Inghilterra senza la moglie, uccisa dalle febbri africane, e in aperto dissenso non solo con i suoi compagni di viaggio, ma anche con le pretese di coloro che come Io Speke sostenevano di aver scoperto le sorgenti del Nilo. Decise allora di ripartire senza compagni e sbarcato sulla costa orientale, a Zanzibar, nell'aprile 1866, seguendo la valle del Rovuma fino al lago Niassa, lo costeggiò nella parte meridionale, viaggiando verso nord fino al lago Tanganica e procedette fino al lago Mweru e al lago Bangweolo; risalì fino al Tanganica, esplorandone la costa occidentale e attraversò il lago diretto a Ujiji. 
Dopo alcuni mesi, si mise di nuovo in marcia per appurare se il Tanganica comunicasse con il Nilo o con il Congo, attraversò il lago e raggiunse un gran fiume, il Lualaba, ma mancando di uomini adatti e depresso dagli orrori della tratta degli schiavi, tornò a Ujiji senza aver potuto appurare se il grande fiume era o no il Nilo


Lago Vittoria

In Europa erano senza sue notizie da tre anni e dovunque ci si chiedeva quale fosse stata la sorte dell'esploratore. Nel 1870 James Gordon Bennet, direttore del giornale americano "New York Herald Tribune", aveva telegrafato al suo corrispondente Henry Stanley di lasciare I'Asia, dove si trovava, e di recarsi in Africa alla ricerca di Livingstone. Lo Stanley accettò e mise in atto rapidamente l'incarico. 
Nel dicembre 1870 era a Zanzibar e nella primavera del 1871 iniziava il suo viaggio, partendo da Bagamoyo.
A Tabora ebbe le prime notizie su Livingstone e ai primi di novembre arrivava a Ujiji dove i due si incontrarono con viva commozione. Insieme, Livingstone e Stanley esplorarono la costa orientale del Tanganica, scoprendo che vi entrava un affluente, ma senza trovare il suo emissario che, secondo Livingstone, sarebbe dovuto giungere al Nilo. Stanley, compiuta la missione, prese la via del ritorno, accompagnato fino a Tabora da Livingstone, il quale tornato al Tanganica si spinse nuovamente a sud fino a Chitambo sul lago Bangweolo, dove morì il 1° maggio 1873. 
Il nome e la data di morte di Livingstone furono incisi sulla corteccia dell'albero presso il quale fu sepolto in Africa, prima di essere trasportato in Inghilterra. I suoi servi, scortati volontariamente da indigeni, che avevano conosciuto per la prima volta nell'uomo bianco I'aspetto buono, umano e rispettoso, e amavano il grande missionario, ne riportarono la salma alla costa dove rimase finché fu rinviata in patria e tumulata nell'abbazia di Westminster.


Lago Niassa (Malawi)

Un altro esploratore era andato pure in soccorso di Livingstone: Verney Lovett Cameron, ma partito da Bagamoyo, incontrò presso Tabora la carovana che ne trasportava la salma. II Cameron ritenne migliore omaggio al grande esploratore e missionario continuare il viaggio e completare le osservazioni da lui fatte, piuttosto che accodarsi al corteo funebre. 
Raggiunse il Tanganica e sulla riva occidentale trovò l'emissario che era sfuggito a Livingstone, accertò che si gettava nel Lualaba e che quindi non poteva essere comunicante fra le acque del Tanganica e quelle del Nilo. Deduzione risultata esatta quando, risalito in parte il fiume, scoprì che esso volgeva verso occidente e costeggiava il corso superiore del Congo.
Allora scese a su-ovest, scoprì il lago Kisali e raggiunse Benguela sulla costa atlantica. Le esplorazioni, se avevano ormai resa nota quasi del tutto la parte centrale dell'Africa e dei grandi laghi, avevano anche risvegliato gli interessi mai spenti delle nazioni europee che univano scopi pratici a scopi scientifici.
La Francia già da tempo stava esplorando le regioni a destra del basso Congo che si dimostravano particolarmente ricche. Fra gli organizzatori ed esploratori occupava un posto di rilievo un italiano naturalizzato francese, Pietro Savorgnan di Brazzà, il quale esplorò a cominciare dal 1876 la regione del basso Congo fondando stazioni scientifiche e amministrative, come Franceville sull'Ogooué e Brazzaville sul Congo.


Lago Alberto Nyanza

Frattanto Stanley, appassionatissimo ai problemi del Nilo, decideva dopo la morte di Livingstone di proseguire l'opera e di stabilire una volta per tutte il bacino del Congo e quello del Nilo e l'esistenza dei loro rapporti. Lo Stanley, giornalista prima che esploratore, aveva tutt'altra tempra del Livingstone e oltre che essere intrepido, era dotato di grandi capacità, organizzative e di un acuto senso degli affari. 
La sua prima spedizione africana fu finanziata dal giornale americano "New York Herald" e da quello inglese "Daily Telegraph". Partito da Bagamoyo nel 1874 con 356 uomini e 8 tonnellate di equipaggiamento, portò con sé anche una imbarcazione, la "Lady Alice", con la quale circumnavigò il lago vittoria che lo Speke aveva sostenuto essere la sorgente del Nilo. 
Dopo aver seguito la valle del Luama fino al Lualaba, egli studiò la zona di spartiacque fra il lago Vittoria e il lago Alberto scoperto da Samuel Baker; trovò I'affluente del Vittoria, il Kagera, ed esplorò la zona acquitrinosa meridionale che considerò la vera sorgente del Nilo. Confermò le affermazioni del Cameron sul Lualaba, come corso superiore del Congo. 
Nell'aprile del 1877 raggiunse la costa atlantica a Cabinda.

Il secondo viaggio dello Stanley si svolse per iniziativa di Leopoldo II re del Belgio, il quale nel 1876 aveva fondato l'Associazione internazionale africana, e dopo il primo viaggio dello Stanley creava l'Associazione internazionale del Congo dandone allo stesso Stanley la direzione. Ne seguì una nuova ed intensa attività esplorativa dello Stanley lungo il Congo. 
Nel paese sorsero molte stazioni europee e nel 1884 l'Associazione si trasformò nello Stato
indipendente del Congo, sotto la sovranità di Leopoldo II re dei Belgi. 
I tratti di foresta equatoriale costituivano un terreno di viaggio difficoltoso; fu scoperta la catena del Ruwenzori, fu esplorato il lago Edoardo e seguito il fiume Semliki fino allo stesso lago Edoardo. Rapide e accidentalità dei fiumi, anche imponenti como quelle del Congo, vennero superate con trasbordi o con le canoe.


Lago Tanganica

Anche i tedeschi non erano rimasti con le mani in mano e nel 1885 la regione a oriente del Congo, tra l'Oceano Indiano e i grandi laghi Niassa, Tanganica e Vittoria, divennero possesso coloniale germanico come Africa di Sud-Est. Anche questo territorio, come già quelli del Congo, fu sottoposto a metodici rilevamenti topografici e a indagini scientifiche. 
Dopo il viaggio dello Stanley al lago Vittoria il mistero delle sorgenti del Nilo era stato sostanzialmente chiarito, sebbene rimanessero ancora punti oscuri.

Le ultime ricerche in questo campo si collegano alle esplorazioni intraprese in Etiopia. Questa regione, pur riconosciuta dettagliatamente in alcune zone soltanto dall'esploratore moderno, in complesso era l'unica regione dell'Africa, al di là della fascia meridionale, nota fin dai tempi classici. Nel Seicento e Settecento c'era stata in Etiopia una intensa attività di Gesuiti, ma solo verso il 1830 ebbe inizio una esplorazione metodica, soprattutto da parte dei Francesi che miravano a un predominio sulla regione. Specialmente importante fu l'azione dei fratelli d'Abbadie che eseguirono numerose rilevazioni topografiche in Etiopia dal 1837 al 1848. Seguono gli Inglesi e i Tedeschi, questi ultimi spinti soprattutto da interesse scientifico, ma un nuovo avvio all'esplorazione etiopica venne dato quando si iniziò l'espansione dell'Egitto verso sud, per opera di Mohammed Alì. 
L'esplorazione dell'alto Nilo assunse interesse europeo. Fra questi esploratori, gli italiani hanno un posto importante. Nel 1860 Carlo Piaggia e Orazio Antinori si avventurarono oltre il Bahr-el-Ghazal; nel 1876 il Piaggia scopriva il lago Kioga, tra il lago Vittoria e il lago Alberto. Il marchese Antinori, dopo aver preso parte alla prima guerra d'indipendenza e sulla difesa della Repubblica romana, prese la via dell'esilio e si diede ai viaggi esplorando il Kordofan settentrionale, il Bahr-el-Ghazal e il Nilo Bianco. Dal 1876 al 1882 fu capo della spedizione esplorativa dello Scioa cui appartenevano il Chiarini e il Cecchi. Insieme col Piaggia raggiunsero il lago Alberto e lo circumnavigarono.


Nilo Bianco

Un'altra singolare figura di italiano al servizio del governo egiziano fu Romolo Gessi. Che il Gessi fosse una tempra eccezionale di combattente e di organizzatore, lo dicono le sue imprese e tutti coloro che furono testimoni della sua avventura africana. Romolo Gessi fu inviato da Gordon Pascià in una spedizione con il compito di rilevare il corso del Nilo che egli risalì fino al lago Alberto: si trattava più che altro di una spedizione di carattere organizzativo ed amministrativo. 
Egli risalì il Nilo Bianco e si addentrò in una regione popolata. La paura dei negrieri era talmente viva, che gli indigeni all'avvicinarsi della nave abbandonarono terrorizzati i villaggi. Il viaggio fino alla località di Meshra Elrek sul Bahr-el-Ghazal nel quartiere generale dei mercanti di avorio e di schiavi, mostrò al Gessi l'Africa nel suo aspetto più orripilante: morte dovunque sotto varie forme. Ricevette pertanto con sollievo I'ordine di andare a fondare una stazione militare sul Bahr-el-Gebel. 
Viaggiò poi nell'Etiopia meridionale con Pellegrino Matteucci, di quasi 20 anni più giovane di lui, e infine ebbe l'incarico di combattere lo schiavismo nel Bahr-el-Ghazal, ma purtroppo dopo alcuni successi iniziali e la fucilazione che sollevò tanto scalpore di Ben Suleiman e dei capi della tratta, egli stesso venne catturato e ridotto in schiavitù. Dopo aver raggiunto miracolosamente la libertà, periva di stenti e per le sofferenze sopportate a Suez, nel 1881.


 Ruwenzori 

Dipendente dal governo egiziano come Romolo Gessi fu il tedesco Eduard Schnitzler, più noto sotto il nome di Emin Pascià, medico e naturalista, conoscitore della lingua turca. Venuto in Egitto ancora giovane e nominato bey della provincia equatoriale, si era stabilito a Lado presso Gondokoro, ma la rivolta del Mahdi lo costrinse a spostarsi a sud, presso il lago Alberto con altri europei, fra i quali Gaetano Casati che era stato con Gessi come ufficiale topografo. Emin scoprì il fiume Semliki, mentre il Casati scopriva il Ruwenzori. 
Gaetano Casati raggiunse poi Emin sul lago Alberto, dovo restarono privi di mezzi. Due spedizioni di soccorso furono organizzate in Europa: una dal dottor Peters, che non andò oltre Zanzibar, e l'altra dallo Stanley, il quale raggiunse lo scopo; andando lungo il Congo e l'Aruwimi, giunse aJ Semliki, si accorse che usciva dal lago Edoardo e ne seguì il corso fino al lago Alberto, dopo aver avvistato anche lui il Ruwenzori. 
Emin passava nel 1890 al servizio della Germania e penetrando ancora nell'interno per fondare stazioni sul Tanganica, riusciva a raggiungere il lago Edoardo proponendosi di compiere la traversata fino al Camerun, colonia tedesca, per stabilire una comunicazione fra i due domini, ma ammalatosi ripiegava verso il Congo e veniva ucciso da mercanti di schiavi arabi, poco prima di raggiungere il fiume.

Se lo Stanley aveva riconosciuto nel Semliki una delle sorgenti del Nilo, il primo ramo della sorgente che ne formava il tronco superiore fu scoperto dall'austriaco Oscar Braumann nel fiume Kagora, affluente del lago Vittoria. Il Ruwenzori fu poi scalato e rilevato per la prima volta nel 1906 dal duca dogli Abruzzi, con un gruppo di alpinisti italiani.


Cascate Vittoria - Fiume Zambesi

L'esplorazione dell'Etiopia ebbe pagine spesso tragiche. Il padre cappuccino Guglielmo Massaia rimase per circa 35 anni come vescovo e vicario apostolico fra i Galla nell'alta Etiopia, svolgendo opera missionaria, esplorando il paese, studiando il popolo e i suoi linguaggi e assistendo i viaggiatori e gli esploratori italiani che arrivavano nella regione. 
Nel 1875 venne organizzata la spedizione del marchese Orazio Antinori, già noto per i suoi viaggi nel Bahr-el-Ghazal, nel paese dei Galla dove Guglielmo Massaia aveva fondato una missione, ma ferito in un incidente di caccia l'Antinori lasciò la direzione della spedizione al Chiarini e al Cecchi, della compagnia Rubattino, che proseguirono verso l'Etiopia meridionale, dovo vennero imprigionati dai Galla. Il Chiarini morì, forse di veleno; il Cecchi riuscì a salvarsi e scrisse una importante relazione del suo viaggio.

Il conte Pietro Antonelli, partito da Assab nel 1883, riuscì a raggiungere lo Scioa per la via dell'Aussa non percorsa mai fino allora; e Leopoldo Traversi compi parecchi viaggi nello Scioa e nelle regioni meridionali e riuscì a portare in patria la salma del Chiarini.
Giuseppe Maria Giulietti aveva iniziato l'esplorazione del deserto dancalico, ma venne trucidato con tutta la sua spedizione; simile tragica morte toccò a Gustavo Bianchi nella stessa regione, a Pietro Sacconi nell'Ogaden e a Giancarlo Porro nell'Harar. 
Luigi Robecchi Bricchetti riusciva invece da Mogadiscio a raggiungere lo Uebi Scebeli e a compiere la prima traversata della Somalia; il principe Eugenio Ruspoli esplorava i tre rami che costituiscono la sorgente del Giuba, ma restava poi ucciso in un incidente di caccia.


Nilo vicino a Juba

In relazione con l'insediamento italiano in Eritrea e in Somalia, furono le esplorazioni di Vittorio Bottego, capitano d'artiglieria, il quale compì una spedizione nel Giuba per riconoscerne il percorso nelle zone più interne. Nell'ottobre del 1892, dopo due anni di fatiche (durante le quali aveva raggiunto, primo fra gli uomini bianchi, la città somala di Lugh, fino allora considerata misteriosa), risalì come nei programmi il corso del Giuba fino alle sorgenti. 
La seconda spedizione nel 1895 avvenne per iniziativa della Società Geografica Italiana per studiare il fiume Omo nel Caffa, o riconoscerne il corso.
Da Dolo, la spedizione mosse verso nord-ovest, scoprì un grande lago a cui fu dato il nome di lago Margherita e di lì raggiunse l'Omo, seguendone il corso fino al lago Rodolfo. Compiuta la missione, il Bottego inviò verso la costa il naturalista Sacchi con il materiale raccolto, ma una banda di razziatori lo uccise presso il lago Stefanie.
Il resto della spedizione, dopo aver esplorato la costa occidentale del lago Rodolfo, fu aggredito dai Galla; nel combattimento il Bottego, che ignorava il conflitto sorto nel frattempo tra l'Italia e l'Etiopia, rimase ucciso con molti compagni; altri furono fatti prigionieri.
I superstiti, al loro rientro dalla prigionia, pubblicarono un particolareggiato racconto della spedizione; il fiume Omo si chiamò Omo-Bottego.

Alle successive spedizioni in Etiopia rimase il compito di particolari ricerche scientifiche e particolari rilevazioni topografiche. Tra le più notevoli, sono da ricordare quella di Paolo Vinassa de Regny tra il 1919 e il 1920, attraverso la DancaIia con scopi geologici; quella di Ludovico M. Nesbitt, da Addis Abeba lungo la valle dello Hawash fino a Massaua, nel 1928 e quella del barone Raimondo Franchetti nella Dancalia, nel 1929.


Cascate del Nilo Azzurro

Terminata questa rapida sintesi delle esplorazioni nel Continente Nero, occorre aggiungere una breve riflessione sul carattere e soprattutto sulle conseguenze delle esplorazioni africane. Dopo un primo periodo 'eroico', le imprese degli esploratori bianchi divennero (coscientemente o meno) il mezzo per aprire una strada alle grandi potenze europee che volevano penetrare nel continente alla ricerca di facili ricchezze, di materie prime e di espansione politica per motivi di deprecabile prestigio nazionalistico.

Le esplorazioni coincidono dunque purtroppo con I'inizio di quella vergognosa avventura - il colonialismo - che seguì l'altra maggiore della tratta degli schiavi.

Colonialismo e tratta degli schiavi: nasce con queste due pagine di storia, quel solco tra mondo bianco e mondo nero che ancora sfortunatamente sopravvive nei pregiudizi razziali e nel divario economico e sociale fra i Paesi africani e I'Occidente. È proprio considerando questo aspetto globale delle imprese europee del XIX secolo in Africa e le loro conseguenze successive, che si è obbligati a concludere questo capitolo con una affermazione precisa: l'esplorazione, la scoperta dell'Africa - a tutt'oggi - deve purtroppo ancora cominciare; o meglio, dovrebbe ricominciare da zero, senza pregiudizi e falsi scopi.

AFRICA MERIDIONALE
ESPLORAZIONE DEL NILO
UN VIAGGIO SUL NILO - A trip on the Nile



lunedì 8 ottobre 2018

AFRICA MERIDIONALE (Southern Africa)


La vana lotta dei Boeri contro gli Inglesi

ESPLORAZIONI IN AFRICA

AFRICA MERIDIONALE

Nell'Africa meridionale, le esplorazioni e le conquiste ili maggiore importanza, dopo le modeste spedizioni condotte da Portoghesi e Olandesi verso la fine del Settecento, si ebbero col XIX secolo.
Gli Inglesi consolidavano lentamente i loro domini, trovandosi però a dover fronteggiare in tutta l'estrema Africa meridionale l'ostilità delle popolazioni indigene - i Cafri, - battaglieri e ribelli, e quella dei coloni olandesi - i Boeri - che sopportavano di malavoglia i soprusi e le leggi vessatorie dei dominatori inglesi.
Per sottrarsi ad esse, i Boeri iniziarono verso il 1835 una grande migrazione verso il nord-ovest, al di là dell'Orange, dove si stabilirono e fondarono la piccola repubblica del Natal. Ma gli Inglesi perseguivano le stesse mete e pochi anni dopo Ii raggiungevano e si impadronivano del territorio. I Boeri allora si spostarono verso occidente, fondando un'altra repubblica, l'Orange, che fu però anch'essa annessa ai domini inglesi, nel 1848. I poveri Boeri, così tenacemente perseguitati, si spinsero ancor più nell'interno, dove già altri olandesi si erano da tempo stabiliti, al di là del Vaal, e fondarono lo Stato del Transvaal. 
La situazione era però tutt'altro che tranquilla. Ai dissidi interni, alle lotte con gli indigeni, ai continui urti con l'Inghilterra, si aggiunse la loro più grossa disgrazia: venne scoperto l'oro, verso il 1885. Cominciò la corsa all'oro da parte di tutti i disperati del mondo, come era accaduto e accadde in seguito dovunque il "vile metallo" fu scoperto; fra i minatori e i cercatori, i più numerosi erano gli inglesi che in breve sopravanzarono di numero i Boeri e non sopportavano che questi negassero loro la parità dei diritti giuridici e politici. 
Nel 1898 gli Inglesi immigrati si rivolgevano alla regina Vittoria, che per evidenti motivi accolse l'appello dei witlanders: fu l'inizio della guerra che doveva concludersi nel 1900 con l'annessione del Transvaal. Paul Krüger, presidente della Repubblica del Transvaal, guidò l'eroica, ma vana lotta dei Boeri contro gli Inglesi. Questi avevano domato i Cafri e si erano serviti, nella loro azione, non solo delle armi e delle leggi vessatorie,e ma anche dell'opera dei missionari protestanti, che univano alla propaganda religiosa quella politica, ed erano assai più convincerti dei missionari cattolici, presentandosi come esponenti del cristianesimo e della civiltà inglese.



venerdì 5 ottobre 2018

ESPLORAZIONI IN AFRICA (Explorations in Africa)




ESPLORAZIONI IN AFRICA

La figura e l'attività di David Livingstone sono certamente molto complesse e interessanti. Le pagine seguenti indicano molto rapidamente, qual è stato il suo impegno di esploratore e di uomo: egli avviò l'opera di civilizzazione dell'Africa centrale e, come missionario, si adoperò per far cessare il commercio degli schiavi e per alleviare i maggiori segni di inciviltà dei colonizzatori. Molto notevole è la conclusione che pongo a questo capitolo: riflettiamo che la scoperta dell'Africa deve purtroppo ancora cominciare. Fin ora, infatti, si può dire che l'Africa sia stata esplorata allo scopo di colonizzazione e di sfruttamento; è da alcuni decenni che le Nazioni africane acquistano indipendenza e possibilità di organizzazione civile autonoma.

L'interno del continente africano fu quello che rimase il più a lungo inesplorato. Nell'antichità, l'Egitto e le vallate del Nilo erano una via, naturale di penetrazione verso l'interno, e per quella via i missionari si erano avventurati, portando in regni lontani come l'Abissinia - il favoloso regno di Prete Gianni - la predicazione cristiana. Dopo la diffusione dell'islamismo e le conquiste arabe, non ci fu possibilità, d'intesa e gli europei, per commerciare con l'India, dovettero cercare e trovare una via marittima attorno al continente africano. La situazione sulle coste era evidentemente alquanto diversa. 
Verso la metà del Seicento, coloni olandesi si stabilirono sulle coste africane, lungo le coste del Sahara e il Golfo della Nuova Guinea, poi a Luanda, a Città del Capo, e finalmente a Porto Natal, l'attuale Durban. Da città del Capo, cioè dall'estrema punta meridionale africana, ebbe inizio la penetrazione verso l'interno. Gli Inglesi si erano stabiliti nel Gambia e i Francesi nel Senegal; i Portoghesi erano per il momento ampiamente soddisfatti del traffico in oro, di schiavi portati dall'interno dagli stessi africani, e dello sviluppo dei porti di scalo sulla via delle Indie.

Stabilitisi a Città del Capo, gli Olandesi fecero varie esplorazioni lungo il corso del fiume al quale venne dato il nome del principe di Orange, ma il fiume stesso non fu attraversato prima del 1760. Alla fine del XVIII secolo, l'estrema punta meridionale africana dalla foce del Congo alla baia di Delagoa sull'Oceano Indiano, era nota ai coloni olandesi che si erano dimostrati agricoltori tenaci, piuttosto che esploratori curiosi. Del resto, l'interno dell'Africa non era facile da penetrare: fiumi interrotti da rapide, mosche tze-tze, malattie mortali negli acquitrini tropicali e rapporti incerti e difficili con le varie tribù. 
La mortalità fra gli esploratori africani è stata elevata. L'Associazione Africana fondata nel 1788 a Londra, permise i primi notevoli successi degli esploratori.
Prima di allora le spedizioni più frequenti e importanti erano avvenute verso I'Etiopia, dove missionari gesuiti avevano cominciato fin dal Cinquecento a predicare il cristianesimo. Un gesuita, il padre Pedro Paez, scoprì nei primi anni del Seicento le sorgenti del Nilo Azzurro. Però le relazioni di questi religiosi non avevano gran diffusione e talvolta non ne avevano affatto e si fermavano negli archivi dell'ordine. Soltanto nel 1768, un medico scozzese - James Bruce - si spinse da Massaua fino a Gondar e quindi esplorò le sorgenti del Nilo Azzurro, scoperte dal Paez.

Un altro inglese, William George Browne, partito net 1792 dal delta del Nilo, si spinse verso occidente, attraversò l'oasi di Siwa fino a Giarabub e quindi proseguì verso mezzogiorno, arrivando nel Darfur nel cuore del Sudan. Si può dire che con lui sia cominciata l'esplorazione africana dei tempi moderni. 
Un medico scozzese, Mungo Park, per iniziativa dell'Associazione Africana, sbarcò nel 1796 presso le foci del Gambia con il preciso scopo di "accertare il corso e se possibile le origini e i termini del Niger". Questo soggetto era di appassionante interesse, sia per i geografi, sia per coloro che vedevano nel territorio del Niger un possibile campo di espansione commerciale. 
Il geografo francese Jean d'Anville e l'inglese James Reunell avevano avanzato al riguardo teorie basate sull'interpretazione dubbia di antichi autori, sulla letteratura araba e specialmente sulla Storia e descrizione  dell'Africa di Leone Africano, un moro di Granada che aveva molto viaggiato nei primi del Cinquecento e aveva visto il Sudan: egli però scriveva che il Niger sorgeva da un lago del deserto e scorreva verso ovest fino all'Atlantico.
Alla fine del Settecento, i pareri sul corso del gran fiume erano controversi: ecco perché il Park aveva accettato con entusiasmo il compito offertogli di stabilire le origini e il corso del Niger. Egli aveva allora soltanto 24 anni, e la notizia ricevuta a Sumatra che un esploratore inglese - il maggiore Hughton - era perito nel tentativo che egli si accingeva a compiere, lo spinse ad affrettarsi. Scelse la via che partiva dalla regione del Gambia, andò verso oriente, attraversò il regno di Bondi e penetrò nella valle del Senegal. Aveva impiegato sei mesi a imparare il mandingo, lingua usata in una vasta area e nell'acquisire informazioni sulle usanze delle popolazioni. Queste erano ostili, ma Park a cavallo, con un interprete e un servo, e con due asini per portare il bagaglio, riuscì, dopo aver superato molte difficoltà (fu anche tenuto prigioniero per un certo tempo), a raggiungere il Niger a Ségou, il 20 luglio 1796.
Il fiume correva verso oriente e, secondo le informazioni degli indigeni, proseguiva a lungo in quella direzione, ma si ignorava so poi si gettasse nel Congo o nel Nilo o se sfociasse in qualche punto della costa. Da Ségou, Mungo Park risalì il fiume fino a Silla, ma ammalato e privo di viveri, e certo di trovare sempre maggiori difficoltà, procedette verso Timbuctù, deciso a tornare indietro. Tornato in Inghilterra, pubblicò una relazione che ebbe una enorme popolarità, anche per le pittoresche descrizioni che essa conteneva. Fra I'altro, descrisse un tratto del viaggio di ritorno, compiuto da Kamalia con una carovana di schiavi con la quale poté raggiungere le stazioni europee sul Gambia.
Mungo Park ripartì nuovamente per l'Africa occidentale nel 1805, con una numerosa scorta armata. Il fiume fu raggiunto dopo un terribile viaggio che decimò gran parte della spedizione. Egli aveva deciso di seguire il corso del fiume su un battello a fondo piatto, ricavato da due vecchie canoe; prima di partire, però, spedì in patria una relazione del viaggio compiuto. Più tardi si venne a sapere che la spedizione aveva incontrato una tragica
fine, a circa mille miglia più a valle del fiume, presso le rapide di Bussa, nell'attuale Nigeria, in uno scontro con gli indigeni. I suoi compagni erano stati uccisi ed egli, gettatosi nel fiume, era annegato.

I tentativi di risolvere il problema del Niger furono ripetuti e sempre con la stessa fine di Park. Nel 1816 venne varata una spedizione in due sezioni che si sperava potessero congiungersi. A un certo punto una, comandata dal capitano J. K. Tuckey, risalì con imbarcazioni il Congo con 50 uomini e un gruppo di scienziati, ma tutti morirono per gli eccessi del clima. L'altro ramo della spedizione, comandata dal maggiore Peddie e dal capitano Campbell, tentò di avvicinarsi per via di terra dalla costa occidentale al fiume, ma il Niger non venne raggiunto e nessuno fece ritorno.
Sebbene anche questa impresa fosse basata sulla teoria secondo la quale il Niger sboccava nel Congo, la verità è che il suo sbocco era già stato indicato da varie parti: dal tedesco Reichard., il quale era dell'opinione che il Niger sboccasse nel Golfo di Guinea; da James McQueen e da Clapperton che compì un epico viaggio attraverso il Sahara, nel tentativo di raggiungere il Niger. Insieme con due compagni, il Clapperton partì da Tripoli e si diresse verso mezzogiorno, attraverso il Fezzan; raggiunse per primo il lago Ciad. Fu chiaro che il Niger non vi si versava. Qui Clapperton e Oudney si divisero dal terzo comandante della spedizione, Denham, che rimase al Ciad per riconoscere il corso dello Chari. Oudney morì durante il viaggio, Clapperton proseguì fino a Sokoto e di qui prese la via del ritorno. Riunitosi con Denham, rientrò a Tripoli.
Lo stesso anno però Clapperton era sulle coste del Golfo di Benin in Nigeria, per raggiungere il Niger e risalirlo. Fu raggiunta Bussa, ma il solo superstite della spedizione fu il servo di Clapperton, Richard Lander, il quale riuscì insieme col fratello e due uomini ad arrivare al mare. A lui sarebbe spettato il merito di percorrere il Niger da Bussa alla foce, su una piroga, nel 1830.

Già nel 1827 il francese René Caillié aveva raggiunto la città di Timbuctù seguendo il corso del Niger; di qui, unitosi a una carovana, attraversò il Sahara per arrivare al Marocco e tornare in patria, dove raccontò la storia del suo viaggio. L'interesse per il fiume Niger svanì e l'Associazione Africana fu assorbita dalla Royal Geographical Society.

L'esplorazione del Sahara divenne più intensa dopo la conquista dell'Algeria da parte della Francia. Il geografo tedesco Heinrich Barth recò un notevole contributo alla conoscenza dell'Africa di nord-ovest e fece parte della spedizione di James Richardson, destinata a incrementare le conoscenze geografiche e a studiare possibilità commerciali. Di tutti i componenti della spedizione, tornò il solo Barth; Richardson era morto poco lontano dal lago Ciad e il geologo Oberweg periva mentre veniva risalito lo Chari.
Il Barth rimasto solo volse a occidente attraverso il Niger e arrivò a Timbuctù, dove rimase alcuni mesi. Ripartito, tornò di nuovo verso il lago Ciad e di lì risalì a Tripoli dove giunse l'anno dopo, quando già era creduto morto. La relazione del suo viaggio contribuì ad accrescere l'interesse degli esploratori per l'Africa.
Un altro tedesco, esploratore sahariano, Gerard Rohlfs, medico, si era arruolato nella legione straniera dell'esercito francese in Algeria, dove aveva studiato e imparato l'arabo. Nel 1862 esplorò l'Atlante sahariano; l'anno successivo tentava di raggiungere Timbuctù, ma non riuscì a superare il Tonat. Più tardi compiva la prima traversata dal Mediterraneo al Golfo di Guinea, partendo da Tripoli e arrivando a Lagos, in Nigeria, dopo aver percorso il deserto fino a Kukawa nel Bornu. Compiva poi un viaggio in Abissinia, incaricato dal governo prussiano di aggregarsi alla spedizione inglese contro il negus Teodoro; un altro viaggio a Bengasi in Egitto per le oasi di Augila e di Siwa e quindi una spedizione nel deserto libico, verso I'oasi di Cufra, che però non riuscì a raggiungere.
Ci arrivò con un altro viaggio, primo europeo, insieme con un nipote e di Ii proseguì verso mezzogiorno, ma dovette ritornare poco dopo, per l'ostilità dei Senussiti. Compì ancora un viaggio in Abissinia e fu poi nominato console germanico a Zanzibar, ma vi rimase per breve
tempo; tornato in patria dedicò il resto della sua vita ai problemi africani. Rohlfs, come Barth, era un africanista appassionato e, come lui, era il terzo dei grandi esploratori sahariani, tedesco anche lui: Gustavo Nachtigal.

Medico a Tunisi, iniziò la sua attività di esploratore con l'incarico di portare al sultano del Bornu i doni del re di Prussia, come ringraziamento delle buone accoglienze fatte al Rohlfs e agli altri viaggiatori tedeschi. Nachtigal partì da Tripoli, raggiungendo Murzuch nel Fezzan e spingendosi poi fra i monti del Tibesti, ancora ignoto agli europei. A Bardai venne fatto prigioniero dai Tuaregh, ma riuscì a fuggire e tornò a Murzuch, da dove riprese il viaggio per compiere la sua missione. Assolto il compito, non tornò però indietro, ma si spinse a oriente del lago Ciad nel Kanem; poi si diresse a nord-est e per il Bodélé entrava nella pianura del Borkou; l'anno successivo risaliva il corso del fiume Chari e infine con una terza spedizione penetrava nell'Ouadai. In questa regione, già due esploratori avevano lasciato la vita. Il Nachtigal però fu ben accolto e vi si fermò un anno, esplorando le regioni vicine finché, ammalato, decise di tornare in patria dove scrisse il Sahara e il Sudan, in cui espose il complesso delle sue esperienze e delle sue conoscenze.

Contemporaneamente alle esplorazioni tedesche si svolgevano le esplorazioni francesi, esplorazioni non a lungo raggio, ma numerosissime, spesso affidate a ufficiali o funzionari, con il compito di far rilevare topografie e delimitare confini; fra di essi, Louis-Gustave Binger
esplorò gli alti bacini del Niger e del Volta, fra il 1887 e il 1889.

Sono di questo periodo le due prime traversate del continente africano: la prima compiuta da un italiano, Pellegrino Matteucci (Ravenna, 13 ottobre 1850 – Londra, 8 agosto 1881), la seconda da un francese, Jean-Baptiste Marchand (Thoissey, 2 novembre 1863 – Parigi, 13 gennaio 1934).
Il Matteucci aveva cominciato da giovane a viaggiare in Etiopia con Romolo Gessi e con Gustavo Bianchi. Si era trattenuto alla corte del negus Giovanni ed aveva descritto il suo viaggio nella relazione In Abissinia che ebbe molta popolarità in Italia.
Nel 1880, ottenuto l'appoggio del governo, preparava una spedizione a Ouadai, spedizione alla quale partecipava anche il tenente Massari. Gli esploratori raggiunsero Khartoum, attraversarono il Kordofan e il Darfur arrivando ad Abéché, capitale dell'Ouadai. La spedizione passava poi il basso corso dello Chari, attraversava il Bornu e raggiungeva il Niger a Egana; ne seguiva il corso fino alla foce ad Akasse e compiva così la prima traversata del continente.
Le terribili febbri africane determinarono la morte del Matteucci, poco dopo il suo ritorno in Italia.

Il capitano Marchand ebbe I'incarico dal governo francese di dirigere una spedizione nel bacino del Bahr-el-Ghazal, per assicurare i diritti francesi in quella regione, prima che vi giungesse l'Inghilterra. La spedizione, dotata di una forte scorta militare, iniziava il suo viaggio con due canoe che da Brazzaville risalirono con grande difficoltà il corso del Congo e poi quello dell'Ubangi suo affluente.
Giunti nella regione di displuvio fra le sorgenti del Congo e quelle del Nilo, gli esploratori volsero a settentrione verso il Bahr-el-Ghazal e, raggiunto il Nilo Bianco, dopo vari scontri con i Dervisci, si stabilirono a Fascioda, prendendone possesso a nome della Francia.

In quello stesso periodo, nel settembre del 1898, si trovava a Khartoum il generale Kitchener che, a capo dell'esercito egiziano, organizzato dall'Inghilterra, aveva appena portato a termine la campagna anglo-egiziana contro i ribelli dervisci, sgominandoli nella battaglia di Ondurman. Il Kitchener, appena saputo dell'esercito francese giunto a Fascioda, risalì il Nilo, raggiunse la spedizione francese e intimò al Marchand di ritirarsi, rispettando i diritti di priorità dell'Inghilterra. Il francese rifiutò, e quello che poi passò sotto il nome di incidente di Fascioda, vide due gruppi di europei accampati l'uno di fronte all'altro, rivali fra loro nelle rispettive mire imperialistiche.
I governi francese e inglese si accordarono, il Marchand ebbe l'ordine di ritirarsi e il Kitchener, che aveva riconquistato il Sudan dopo la rivolta del Mahdi, divenne in nome del suo paese "protettore" del Sudan meridionale.
Il Marchand partì da Fascioda, risalì il Nilo ed il suo affluente, il Sobat ed il Baro, e si recò a Gibuti, compiendo così la traversata del continente.

L'ultima grande impresa del XIX secolo, fra il 1898 e il 1900, relativa all'esplorazione del Sahara, è quella di Fernand Foureau e del comandante Lamy. Foureau, che in 15 anni aveva ampiamente conosciuto il deserto algerino, si propose di attraversare il Sahara da nord a sud lungo un percorso che da Biskra, passando per i monti Tassili, doveva giungere al lago Ciad: itinerario difficile per le zone montuose da attraversare e mai percorse da nessuno. La spedizione riuscì peraltro a giungere al lago Ciad da dove Foureau proseguì fino alle foci del Congo; Lamy invece rimaneva ucciso in un combattimento.
Tornato in patria, Foureau pubblicò la relazione del suo viaggio: Missione sahariana Foureau-Lamy, da Algeri al Congo, per il lago Ciad, importantissima per le innumerevoli notizie di ogni genere. L'esplorazione del Sahara orientale si arrestò negli ultimi anni dell'Ottocento, per l'opposizione dei Senussiti, rigidi e fanatici maomettani.
Soltanto nel 1920 un diplomatico egiziano, A. M. Hassanein Bey e una viaggiatrice inglese, Rosita Forbes, ottennero la protezione del capo senussita, raggiunsero Cufra dove ancora non aveva messo piede alcun europeo, e quindi tornarono via Giarabub e oasi di Siwa.
Tre anni dopo, Hassanein Bey tornava a Cufra e si spingeva oltre, attraverso le oasi montane di Archenu e di Uweinat, fino allo Ennedi e ai margini del Ouadai, piegando poi verso El Obeid.
Dopo la prima guerra mondiale, caduto lo Stato senussita e rafforzato il dominio italiano in Libia, I'esplorazione di Cufra fu scientificamente organizzata e condotta da Ardito Desio.