lunedì 15 ottobre 2018

HIMALAYA




 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

 HIMALAYA

Un nuovo interesse spingeva tuttavia gli europei nel Tibet ed ora un interesse alpinistico offerto dalla cima più atta del mondo nella catena dell'Himalaya. Il primo ad esplorare e descrivere la regione del Karakorum fu nel 1847 un topografo inglese Lord Andrew Browne Cunningham (Dublino, 7 gennaio 1883 – Londra, 12 giugno 1963). 
Il Karakorum divenne poi la palestra dell'ardimento sportivo di tutta una serie di alpinisti italiani: il marchese Roero di Cortanze che percorse più volte le valli dell'Himalaya occidentale, raccogliendo informazioni sulla regione e sulle sue genti, nel 1860; Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, che esplorò nel 1909 il ghiacciaio del Baltoro (già in parte esplorato dall'inglese Conway che aveva conquistato il picco Pioneeh, a 6900 metri) giungendo all'altezza di 7500 metri; Giotto Dainelli che guidò nel 1930 una spedizione esplorativa sul ghiacciaio Siacen, superando per primo il colle, che chiamò Passo Italia, che lo divide dal ghiacciaio Rimo; e infine Ardito Desio che organizzò la scalata del K-2, conquistando nel 1954 la seconda vetta più alta del mondo. 
La più alta, I'Everest, era stata raggiunta l'anno prima dal neozelandese  Hillary.
Nell'esplorazione del Tibet un posto a parte Io tiene Giuseppe Tucci, il quale fra il 1930 e il 1948 compì numerosi viaggi per studiare uomini e civiltà delle regioni tibetane, i monasteri, i templi, le biblioteche e gli usi locali e raccogliendo un patrimonio di notizie uniche in questo campo.


Everest

domenica 14 ottobre 2018

CINA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (China - Travels and Explorations)


Deserto del Gobi

 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

CINA

Per quanto riguarda la Cina, dopo il forzuto abbandono dell'esplorazione da parte dei Gesuiti e la chiusura del paese alla penetrazione europea, i rapporti intrapresi nel Settecento vennero ripresi solamente verso la metà del XIX secolo. Nel 1840, I'Inghilterra dichiarava alla Cina la cosiddetta guerra dell'oppio, causata dalla distruzione di importanti quantitativi d'oppio importati a Canton che i Cinesi non volevano accogliere. La Cina perse la guerra, cedette Hong Kong alla Gran Bretagna e dovette aprire cinque porti al commercio europeo. 
Una seconda guerra dal 1856 al 1860, in cui intervenne anche la Francia, finì con altre cessioni e altre aperture di porti; fu ammessa la religione cristiana e i missionari ebbero nuovamente il diritto di erigere chiese e praticare l'insegnamento.
Ripresero i viaggi dei mercanti e degli esploratori. Fra questi occupa un posto di rilievo il geografo tedesco Ferdinand von Richthofen, che dal 1869 al 1872 viaggiò per quasi tutto il paese, raccogliendo un enorme materiale; scrisse un'opera, Cina, che è fondamentale anche oggi. 
Gli inglesi Augustus Raymond Margary e John Mac Carthy esplorarono lo Yunnan fra gli alti corsi del Mekong e del Yangtzee; il geologo Carl Futterer esplorò scientificamente il Kansu fra il Tibet e la Mongolia. Gli europei erano spesso affiancati da studiosi cinesi che eseguivano anche essi ricognizioni nel paese.

Mentre Inglesi e Tedeschi esploravano la Cina orientale e centrale, i Russi esploravano le regioni nord-occidentali e il deserto del Gobi, famoso fin dal Medio Evo per la sua enorme distesa arida e per le visioni spettrali che le carovane di quei tempi dicevano di trovare. Il generale Nikolaj Michajlovic Przevalskij fu il maggior esploratore dell'Asia centrale fra il Sinkiang e la Mongolia orientale dove nessun europeo era più penetrato dai primi del Settecento. Per incarico della Società di Pietroburgo egli raggiunse in un primo viaggio Kalgan presso Pechino e di lì si spingeva nella Mongolia orientale. L'anno dopo da Kalgan attraversava Lala Shan e il Kansu e raggiungeva il lago Koko-Nor; proseguì poi verso occidente, tentando di raggiungere Lhasa, ma per la povertà di mezzi di cui disponeva non riuscì a valicare le aspre catene montane e fu costretto al ritorno, sfuggendo per poco alla morte nell'attraversare la parte più desolata del deserto del Gobi
Anche in un secondo viaggio in cui scese a sud-est fino al lago Lop-Nor non riuscì a raggiungere Lhasa e in un terzo tentativo, dopo essere giunto alla frontiera del Tibet attraverso il Gobi, gli fu vietato l'accesso alla città santa dei Tibetani. 
Compì ancora un viaggio, il quarto, da Urga (UIan Bator) al Koko-Nor (Ching Hai) e quindi alle regioni delle sorgenti dello Yang-tze-Kiang e dell'Hwang-Ho, muovendo quindi verso
occidente e raggiungendo l'oasi di Khotan da dove risaliva in territorio russo. Morì mentre preparava una quinta spedizione che illustrò i viaggi e le scoperte del Przevalskij e lo popolazioni incontrate nel Le tour du Monde (1887). Aveva con se un disegnatore, Y. Pranishnikoft.

Dopo Nikolaj Michajlovic Przevalskij si succedettero numerose spedizioni russe e inglesi: le principali furono condotte dallo svedese Sven Anders Hedin e dall'archeologo inglese Aurel Stein. Nei suoi primi viaggi Hedin visitò la Mesopotamia, la Persia e il Turkestan, ma poi si dedicò particolarmente allo studio del Takla Makan nel deserto del Gobi, rilevando l'intero percorso del Tarim e scoprendo le rovine dell'antica città di Loulan. La sua spedizione più importante fu il quinto viaggio in cui compì l'esplorazione dell'Himalaya rilevandola per la prima volta nelle sue linee principali e scoprendo le sorgenti del Brahmaputra e dell'Indo.

L'inglese Aurel Stein cercava senza posa civiltà scomparse. Nel 1900 e nel 1906 esplorò la parte meridionale del Sinkiang, il Lop-Nor, le catene del Nan-Shan e le rovine di Loulan scoperte da Hedin, raccogliendo un ricchissimo materiale archeologico. Tornato mezzo congelato in India, riprese i suoi viaggi nel 1913, raggiungendo nuovamente il Lop-Nor, e muovendo poi a oriente fino a Honchou, a nord del lago Koko-Nor; iniziato il viaggio di ritorno, seguì l'itinerario settentrionale attraverso il Gobi e visitò nuovamente il Pamir e l'Afghanistan.

L'esplorazione del Tibet che nel Settecento aveva avuto come protagonisti i missionari, riprese in modo sistematico ai primi dell'Ottocento, quando il governo britannico in India creò un servizio trigonometrico che ebbe il compito di studiare le regioni settentrionali fra il Kashmir e il Bhutan. Verso la metà, del XIX secolo, I'Himalaya e gli altipiani tibetani erano ormai conosciuti nelle loro linee generali o press'a poco nello stesso periodo due padri lazzaristi francesi, Hue e Gabet, poterono entrare a Lhasa - la "Città proibita" - al seguito di una ambasceria cinese. Due topografi, Nain Sing e Kiscen Sing - indiani istruiti dal servizio trigonometrico inglese - riuscivano a raggiungere Lhasa: il secondo affrontava anche le catene del Kunlun fino al Gobi; tornava a Lhasa dopo aver seguito un itinerario lungo l'alto corso del Fiume Azzurro ed aver attraversato più volte le gole e le catene di quella regione; da Lhasa passava infine nella pianura indiana. Soltanto però nel 1904 Lhasa poté dirsi aperta alla curiosità degli occidentali, quando una spedizione militare inglese riuscì a forzante I'ingresso fino allora tenuto ostinatamente chiuso dai monaci tibetani (nella seconda metà del secolo il Tibet e Lhasa sono stati occupati dai Cinesi della Cina popolare; il Dalai Lama - o incarnazione vivente del Budda - fuggiva rifugiandosi all'estero).


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sabato 13 ottobre 2018

SIBERIA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)




 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

SIBERIA

Mentre viaggiando isolate le spedizioni geografiche e archeologiche esploravano gli infuocati e deserti territori dell'Arabia, altri viaggiatori si avventuravano nelle zone dai gelidi climi della steppa siberiana. 

La maggior parte delle esplorazioni della Siberia avvenne per opera di studiosi tedeschi. La prima di esse veramente fu opera di un geofisico norvegese, Christopher Eansteen, che era però insieme con il fisico tedesco Georg Adolph Erman. La spedizione fece rilevamenti e compì studi sul magnetismo terrestre, percorrendo le coste settentrionali dell'Asia dal Mar di Kara al Kamciatka, nel 1828. 
L'anno dopo il celebre geografo e naturalista tedesco Alexander von Humboldt, che già aveva compiuto numerosi viaggi scientifici in Sud America e nel Messico, fu invitato dal governo russo a compiere una spedizione nell'Asia centrale. Da Tobolsk andò agli Altai, seguendo il bacino superiore dell'Ob e poi a Omsk e prosegui quindi fino al Caspio, ad Astrakan, percorrendo circa 4000 chilometri e raccogliendo molte notizie geografiche, geologiche e botaniche. 
Nel 1843 un altro tedesco, Alexander Theodor von Middendorff (San Pietroburgo, 18 agosto 1815 – Hellenurme, 24 gennaio 1894), esplorò la regione gelata fra lo Jenisej e il Hatanga, passando poi alle montagne fra il Lena e il Mar di Ohotsk e ai monti Jablonory, fra I'Amur e il lago Bajkal. Per iniziativa dello stesso Middendorff , venne fondata in Russia la Società geografica imperiale di Pietroburgo, che promosse numerose spedizioni in Siberia.

La conoscenza del paese fu evidentemente approfondita con la costruzione della grande ferrovia transiberiana

Nel Novecento l'esplorazione continuò sempre più intensa, assumendo il carattere di ricerche sistematiche dopo la scoperta delle grandi ricchezze contenute in Siberia.


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ARABIA - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)


Lawrence d'Arabia

 VIAGGI ED ESPLORAZIONI

ARABIA

Se la Persia era del tutto nota, quasi sconosciuta era invece l'Arabia, sia per l'ostilità, della regione desertica, sia per l'ostilità degli abitanti, contrari alla presenza di stranieri nel loro paese.

Verso la metà del Settecento, un teologo arabo, Muhammad Ibn Abd AI Wahhab, predicava con vigore il ritorno alle norme dell'antico islamismo, attirandosi la reazione della maggior parte della popolazione. Il teologo e i suoi scarsi seguaci trovarono un inatteso e potente appoggio da parte dell'emiro Muhammad Ibn Saud, fondatore della dinastia saudita; il suo intervento provocò una vera e propria lotta religiosa. I wahhabiti prevalsero e la potenza degli emiri sauditi accrebbe a tal punto che il governo turco credette necessario intervenire e inviare in Arabia nel 1811 una spedizione militare organizzata dal viceré d'Egitto, della quale facevano parte numerosi ufficiali europei. La guerra religiosa fu la causa indiretta di una maggiore conoscenza della regione arabica. 
I wahhabiti furono sconfitti e il governo inglese dell'India strinse accordi con i vincitori, per mezzo di un suo inviato, il capitano Sadler. Egli dal Golfo Persico attraversò per primo l'Arabia, raggiungendo le coste del Mar Bosso e poté descrivere il territorio in gran parte sconosciuto; poi spedizioni militari egiziane permisero a studiosi europei di compiere le loro missioni, delle quali una delle più importanti è quella compiuta nel 1836 e 1837 da Paolo Emilio Botta, botanico, figlio di Carlo Botta, console francese a Mosul, il quale fece scavi prima sulle rovine di Ninive e poi a Horsabad e contribuì alla decifrazione delle iscrizioni cuneiformi. Egli è considerato l'iniziatore dell'archeologia mesopotamica. Gli oggetti da lui rinvenuti negli scavi effettuati nel palazzo del re assiro Sargon II entrarono nel museo del Louvre.

Un arabista finlandese, Georg August Wallin, esplorò per primo I'Arabia settentrionale, in due viaggi, nel 1845-48. Nel primo viaggio, partito dal Mar Morto, egli scese a sud nel deserto di An Nafud, raggiunse poi Medina e la Mecca; nel secondo attraversò il paese da occidente a oriente, partendo dal Mar Rosso per arrivare a Bagdad. 
Nella seconda metà dell'Ottocento, viaggiatori di ogni nazionalità esplorarono l'Arabia. Fra di loro, una singolare figura è costituita da William Gifford Palgrave, un inglese di origine ebraica che, dopo essere stato ufficiale dell'esercito indiano, si convertì al cattolicesimo e si fece gesuita. Inviato come missionario in Siria, imparò perfettamente la lingua araba e forte di tale cognizione compì un avventuroso viaggio dalla Siria attraverso l'Arabia fino al Golfo Persico; la sua relazione fornì notizie molto interessanti, soprattutto sulle popolazioni incontrate. 
Un altro viaggiatore fu Charles Montagu Doughty, il quale per due anni viaggiò nell'Asia centrale e raccolse materiale epigrafico; e descrisse paesaggi e tribù in un libro che divenne famoso: Viaggio nell'Arabia deserta
L'esplorazione dell'Arabia è continuata anche nel Novecento.

Famoso divenne per la sua prestigiosa personalità e per l'aura romantica che ha circondato lo sue imprese, il tenente colonnello Thomas Edward Lawrence (Tremadog, 16 agosto 1888 – Wareham, 19 maggio 1935), meglio conosciuto col nome di Lawrence d'Arabia, appassionato del mondo arabo e archeologo. Egli stava facendo ricerche nel Medio Oriente, quando per la sua conoscenza dell'arabo che gli permetteva di confondersi con la popolazione senza far notare la sua nazionalità, fu incaricato dagli Inglesi di sollevare, con la promessa dell'indipendenza, il nazionalismo arabo contro i Turchi, durante la prima guerra mondiale.
 Alla fine della guerra, deluso dalle conclusioni della Conferenza di Versailles e irritato per le
promesse fatte agli Arabi e non mantenute, si ritirò a vita privata e descrisse le sue avventurose imprese nel libro I sette pilastri della saggezza. Dopo tante avventure, morì in Inghilterra per un banale incidente in motocicletta. 

Altri due inglesi, John Philby e Bertram Thomas, compirono pure missioni e viaggi in Arabia. Il primo, incaricato nel 1917 cli una missione presso l'emiro del Neged, attraversò l'Arabia dal Golfo Persico a Gidda sul Mar Rosso, passando per Riyadh, percorse come primo europeo la grande strada del pellegrinaggio alla Mecca. 
In un secondo viaggio, il Philby esplorò il Neged meridionale, scoprendo, oltre a numerosi resti archeologici, un vasto lago fra Riad e Ad-Dam. Il Thomas, dopo essere stato per vari anni nell'Oman come visir del sultano di Mascate, compì la prima traversata del deserto meridionale o Deserto Rosso, da Hodramaut al Gollo Persico. Per l'enorme scarsezza di acqua e di vegetazione, per poco la spedizione non perì di stenti.



ASIA: IRAN - VIAGGI ED ESPLORAZIONI (Travels and Explorations)


Territorio desertico dell’Iran

VIAGGI ED ESPLORAZIONI

ASIA: IRAN


Alla fine del Settecento gran parte dei territori asiatici e della loro civiltà era Nota agli europei, nei quali però si stava sviluppando uno spirito fino allora circoscritto a poche persone: lo spirito della ricerca scientifica e il desiderio delle indagini archeologiche. La regione iranica, che per secoli le carovane avevano attraversato per i loro scambi commerciali, era agli inizi dell'Ottocento una delle regioni asiatiche meglio conosciute; però la conquista dell'India la metteva in una luce nuova. 
Particolarmente attiva era nei confronti della Persia la Francia, che desiderava effettuarvi la sua influenza per controbilanciare la potenza inglese in India; la Russia rivolgeva la sua attenzione alle regioni del mezzogiorno del lago d'Aral e avanzava, verso l'Afghanistan. L'Inghilterra si rese pertanto conto dell'importanza di una migliore conoscenza della regione iranica e organizzò quindi una serie di spedizioni che riconobbero le regioni montuose del Belucistan e dell'Afghanistan, le quali ultime dividevano i domini russi da quelli inglesi, con una barriera di aride ed impervie a montagne che avrebbero consentito una superiorità certa a quello dei due Stati che vi si fosse appoggiato. 

Fra i numerosi esploratori che viaggiarono a lungo nell'Asia centrale, spesso circondati da segreti o sotto mentite spoglie, è William Moorcroft che fra il 1812 e il 1825 viaggiava come veterinario dell'armata inglese del Bengala fra i monti dell'Himalaya e nel Punjab, dove scoprì le sorgenti del Beas e del Chemab, nelle regioni ai confini col Tibet con il quale strinse un trattato commerciale, nel Kashmir dove raccolse informazioni sulla fabbricazione degli scialli, preziosi per l'industria inglese. 
Moororoft fece una fine misteriosa: forse morì di febbri nell'Afghanistan, forse fu assassinato a Lhasa, la città sacra del Tibet, dove era rimasto 12 anni. 

Verso la fine dell'Ottocento prevalsero però le spedizioni essenzialmente scientifiche, come quella archeologica del francese Jacques de Morgan nel Caucaso e in Persia, quelle geologiche e geografiche del tedesco A.F. Stahal e soprattutto quella dell'inglese Percy Sykes che rimase circa 25 anni in Persia, lasciando un complesso organico di notizie geografiche sul paese percorso in ogni senso. 
Un altro tedesco, Hermann Abich, esplorò per conto della Russia la catena montuosa del Caucaso.

* VIAGGI ED ESPLORAZIONI: Asia, Nord America, Sud America, Australia e Oceania, nell'Ottocento e nel Novecento




Viaggi ed esplorazioni in Asia, Nord America, Sud America, Australia e Oceania, nell'Ottocento e nel Novecento

Le annotazioni riportate in questo capitolo consentono di avere notizie approfondite e particolareggiate circa le scoperte e le esplorazioni nelle diverse parti del mondo. Seguendo attentamente il racconto, e con l'aiuto di cartine geografiche, certamente si può avere una conoscenza più chiara delle località descritte e delle attività umane in esse svolte, comunque troverai una fonte di notizie e di dati interessanti.

ASIA: IRAN

ARABIA

SIBERIA

CINA

HIMALAYA

INDIA

AMERICA: CANADA e ALASKA

OVEST e FAR WEST

AMERICA MERIDIONALE

AUSTRALIA

OCEANIA

(Da completare)


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lunedì 8 ottobre 2018

AFRICA MERIDIONALE (Southern Africa)


La vana lotta dei Boeri contro gli Inglesi

ESPLORAZIONI IN AFRICA

AFRICA MERIDIONALE

Nell'Africa meridionale, le esplorazioni e le conquiste ili maggiore importanza, dopo le modeste spedizioni condotte da Portoghesi e Olandesi verso la fine del Settecento, si ebbero col XIX secolo.
Gli Inglesi consolidavano lentamente i loro domini, trovandosi però a dover fronteggiare in tutta l'estrema Africa meridionale l'ostilità delle popolazioni indigene - i Cafri, - battaglieri e ribelli, e quella dei coloni olandesi - i Boeri - che sopportavano di malavoglia i soprusi e le leggi vessatorie dei dominatori inglesi.
Per sottrarsi ad esse, i Boeri iniziarono verso il 1835 una grande migrazione verso il nord-ovest, al di là dell'Orange, dove si stabilirono e fondarono la piccola repubblica del Natal. Ma gli Inglesi perseguivano le stesse mete e pochi anni dopo Ii raggiungevano e si impadronivano del territorio. I Boeri allora si spostarono verso occidente, fondando un'altra repubblica, l'Orange, che fu però anch'essa annessa ai domini inglesi, nel 1848. I poveri Boeri, così tenacemente perseguitati, si spinsero ancor più nell'interno, dove già altri olandesi si erano da tempo stabiliti, al di là del Vaal, e fondarono lo Stato del Transvaal. 
La situazione era però tutt'altro che tranquilla. Ai dissidi interni, alle lotte con gli indigeni, ai continui urti con l'Inghilterra, si aggiunse la loro più grossa disgrazia: venne scoperto l'oro, verso il 1885. Cominciò la corsa all'oro da parte di tutti i disperati del mondo, come era accaduto e accadde in seguito dovunque il "vile metallo" fu scoperto; fra i minatori e i cercatori, i più numerosi erano gli inglesi che in breve sopravanzarono di numero i Boeri e non sopportavano che questi negassero loro la parità dei diritti giuridici e politici. 
Nel 1898 gli Inglesi immigrati si rivolgevano alla regina Vittoria, che per evidenti motivi accolse l'appello dei witlanders: fu l'inizio della guerra che doveva concludersi nel 1900 con l'annessione del Transvaal. Paul Krüger, presidente della Repubblica del Transvaal, guidò l'eroica, ma vana lotta dei Boeri contro gli Inglesi. Questi avevano domato i Cafri e si erano serviti, nella loro azione, non solo delle armi e delle leggi vessatorie,e ma anche dell'opera dei missionari protestanti, che univano alla propaganda religiosa quella politica, ed erano assai più convincerti dei missionari cattolici, presentandosi come esponenti del cristianesimo e della civiltà inglese.



venerdì 5 ottobre 2018

ESPLORAZIONI IN AFRICA (Explorations in Africa)




ESPLORAZIONI IN AFRICA

La figura e l'attività di David Livingstone sono certamente molto complesse e interessanti. Le pagine seguenti indicano molto rapidamente, qual è stato il suo impegno di esploratore e di uomo: egli avviò l'opera di civilizzazione dell'Africa centrale e, come missionario, si adoperò per far cessare il commercio degli schiavi e per alleviare i maggiori segni di inciviltà dei colonizzatori. Molto notevole è la conclusione che pongo a questo capitolo: riflettiamo che la scoperta dell'Africa deve purtroppo ancora cominciare. Fin ora, infatti, si può dire che l'Africa sia stata esplorata allo scopo di colonizzazione e di sfruttamento; è da alcuni decenni che le Nazioni africane acquistano indipendenza e possibilità di organizzazione civile autonoma.

L'interno del continente africano fu quello che rimase il più a lungo inesplorato. Nell'antichità, l'Egitto e le vallate del Nilo erano una via, naturale di penetrazione verso l'interno, e per quella via i missionari si erano avventurati, portando in regni lontani come l'Abissinia - il favoloso regno di Prete Gianni - la predicazione cristiana. Dopo la diffusione dell'islamismo e le conquiste arabe, non ci fu possibilità, d'intesa e gli europei, per commerciare con l'India, dovettero cercare e trovare una via marittima attorno al continente africano. La situazione sulle coste era evidentemente alquanto diversa. 
Verso la metà del Seicento, coloni olandesi si stabilirono sulle coste africane, lungo le coste del Sahara e il Golfo della Nuova Guinea, poi a Luanda, a Città del Capo, e finalmente a Porto Natal, l'attuale Durban. Da città del Capo, cioè dall'estrema punta meridionale africana, ebbe inizio la penetrazione verso l'interno. Gli Inglesi si erano stabiliti nel Gambia e i Francesi nel Senegal; i Portoghesi erano per il momento ampiamente soddisfatti del traffico in oro, di schiavi portati dall'interno dagli stessi africani, e dello sviluppo dei porti di scalo sulla via delle Indie.

Stabilitisi a Città del Capo, gli Olandesi fecero varie esplorazioni lungo il corso del fiume al quale venne dato il nome del principe di Orange, ma il fiume stesso non fu attraversato prima del 1760. Alla fine del XVIII secolo, l'estrema punta meridionale africana dalla foce del Congo alla baia di Delagoa sull'Oceano Indiano, era nota ai coloni olandesi che si erano dimostrati agricoltori tenaci, piuttosto che esploratori curiosi. Del resto, l'interno dell'Africa non era facile da penetrare: fiumi interrotti da rapide, mosche tze-tze, malattie mortali negli acquitrini tropicali e rapporti incerti e difficili con le varie tribù. 
La mortalità fra gli esploratori africani è stata elevata. L'Associazione Africana fondata nel 1788 a Londra, permise i primi notevoli successi degli esploratori.
Prima di allora le spedizioni più frequenti e importanti erano avvenute verso I'Etiopia, dove missionari gesuiti avevano cominciato fin dal Cinquecento a predicare il cristianesimo. Un gesuita, il padre Pedro Paez, scoprì nei primi anni del Seicento le sorgenti del Nilo Azzurro. Però le relazioni di questi religiosi non avevano gran diffusione e talvolta non ne avevano affatto e si fermavano negli archivi dell'ordine. Soltanto nel 1768, un medico scozzese - James Bruce - si spinse da Massaua fino a Gondar e quindi esplorò le sorgenti del Nilo Azzurro, scoperte dal Paez.

Un altro inglese, William George Browne, partito net 1792 dal delta del Nilo, si spinse verso occidente, attraversò l'oasi di Siwa fino a Giarabub e quindi proseguì verso mezzogiorno, arrivando nel Darfur nel cuore del Sudan. Si può dire che con lui sia cominciata l'esplorazione africana dei tempi moderni. 
Un medico scozzese, Mungo Park, per iniziativa dell'Associazione Africana, sbarcò nel 1796 presso le foci del Gambia con il preciso scopo di "accertare il corso e se possibile le origini e i termini del Niger". Questo soggetto era di appassionante interesse, sia per i geografi, sia per coloro che vedevano nel territorio del Niger un possibile campo di espansione commerciale. 
Il geografo francese Jean d'Anville e l'inglese James Reunell avevano avanzato al riguardo teorie basate sull'interpretazione dubbia di antichi autori, sulla letteratura araba e specialmente sulla Storia e descrizione  dell'Africa di Leone Africano, un moro di Granada che aveva molto viaggiato nei primi del Cinquecento e aveva visto il Sudan: egli però scriveva che il Niger sorgeva da un lago del deserto e scorreva verso ovest fino all'Atlantico.
Alla fine del Settecento, i pareri sul corso del gran fiume erano controversi: ecco perché il Park aveva accettato con entusiasmo il compito offertogli di stabilire le origini e il corso del Niger. Egli aveva allora soltanto 24 anni, e la notizia ricevuta a Sumatra che un esploratore inglese - il maggiore Hughton - era perito nel tentativo che egli si accingeva a compiere, lo spinse ad affrettarsi. Scelse la via che partiva dalla regione del Gambia, andò verso oriente, attraversò il regno di Bondi e penetrò nella valle del Senegal. Aveva impiegato sei mesi a imparare il mandingo, lingua usata in una vasta area e nell'acquisire informazioni sulle usanze delle popolazioni. Queste erano ostili, ma Park a cavallo, con un interprete e un servo, e con due asini per portare il bagaglio, riuscì, dopo aver superato molte difficoltà (fu anche tenuto prigioniero per un certo tempo), a raggiungere il Niger a Ségou, il 20 luglio 1796.
Il fiume correva verso oriente e, secondo le informazioni degli indigeni, proseguiva a lungo in quella direzione, ma si ignorava so poi si gettasse nel Congo o nel Nilo o se sfociasse in qualche punto della costa. Da Ségou, Mungo Park risalì il fiume fino a Silla, ma ammalato e privo di viveri, e certo di trovare sempre maggiori difficoltà, procedette verso Timbuctù, deciso a tornare indietro. Tornato in Inghilterra, pubblicò una relazione che ebbe una enorme popolarità, anche per le pittoresche descrizioni che essa conteneva. Fra I'altro, descrisse un tratto del viaggio di ritorno, compiuto da Kamalia con una carovana di schiavi con la quale poté raggiungere le stazioni europee sul Gambia.
Mungo Park ripartì nuovamente per l'Africa occidentale nel 1805, con una numerosa scorta armata. Il fiume fu raggiunto dopo un terribile viaggio che decimò gran parte della spedizione. Egli aveva deciso di seguire il corso del fiume su un battello a fondo piatto, ricavato da due vecchie canoe; prima di partire, però, spedì in patria una relazione del viaggio compiuto. Più tardi si venne a sapere che la spedizione aveva incontrato una tragica
fine, a circa mille miglia più a valle del fiume, presso le rapide di Bussa, nell'attuale Nigeria, in uno scontro con gli indigeni. I suoi compagni erano stati uccisi ed egli, gettatosi nel fiume, era annegato.

I tentativi di risolvere il problema del Niger furono ripetuti e sempre con la stessa fine di Park. Nel 1816 venne varata una spedizione in due sezioni che si sperava potessero congiungersi. A un certo punto una, comandata dal capitano J. K. Tuckey, risalì con imbarcazioni il Congo con 50 uomini e un gruppo di scienziati, ma tutti morirono per gli eccessi del clima. L'altro ramo della spedizione, comandata dal maggiore Peddie e dal capitano Campbell, tentò di avvicinarsi per via di terra dalla costa occidentale al fiume, ma il Niger non venne raggiunto e nessuno fece ritorno.
Sebbene anche questa impresa fosse basata sulla teoria secondo la quale il Niger sboccava nel Congo, la verità è che il suo sbocco era già stato indicato da varie parti: dal tedesco Reichard., il quale era dell'opinione che il Niger sboccasse nel Golfo di Guinea; da James McQueen e da Clapperton che compì un epico viaggio attraverso il Sahara, nel tentativo di raggiungere il Niger. Insieme con due compagni, il Clapperton partì da Tripoli e si diresse verso mezzogiorno, attraverso il Fezzan; raggiunse per primo il lago Ciad. Fu chiaro che il Niger non vi si versava. Qui Clapperton e Oudney si divisero dal terzo comandante della spedizione, Denham, che rimase al Ciad per riconoscere il corso dello Chari. Oudney morì durante il viaggio, Clapperton proseguì fino a Sokoto e di qui prese la via del ritorno. Riunitosi con Denham, rientrò a Tripoli.
Lo stesso anno però Clapperton era sulle coste del Golfo di Benin in Nigeria, per raggiungere il Niger e risalirlo. Fu raggiunta Bussa, ma il solo superstite della spedizione fu il servo di Clapperton, Richard Lander, il quale riuscì insieme col fratello e due uomini ad arrivare al mare. A lui sarebbe spettato il merito di percorrere il Niger da Bussa alla foce, su una piroga, nel 1830.

Già nel 1827 il francese René Caillié aveva raggiunto la città di Timbuctù seguendo il corso del Niger; di qui, unitosi a una carovana, attraversò il Sahara per arrivare al Marocco e tornare in patria, dove raccontò la storia del suo viaggio. L'interesse per il fiume Niger svanì e l'Associazione Africana fu assorbita dalla Royal Geographical Society.

L'esplorazione del Sahara divenne più intensa dopo la conquista dell'Algeria da parte della Francia. Il geografo tedesco Heinrich Barth recò un notevole contributo alla conoscenza dell'Africa di nord-ovest e fece parte della spedizione di James Richardson, destinata a incrementare le conoscenze geografiche e a studiare possibilità commerciali. Di tutti i componenti della spedizione, tornò il solo Barth; Richardson era morto poco lontano dal lago Ciad e il geologo Oberweg periva mentre veniva risalito lo Chari.
Il Barth rimasto solo volse a occidente attraverso il Niger e arrivò a Timbuctù, dove rimase alcuni mesi. Ripartito, tornò di nuovo verso il lago Ciad e di lì risalì a Tripoli dove giunse l'anno dopo, quando già era creduto morto. La relazione del suo viaggio contribuì ad accrescere l'interesse degli esploratori per l'Africa.
Un altro tedesco, esploratore sahariano, Gerard Rohlfs, medico, si era arruolato nella legione straniera dell'esercito francese in Algeria, dove aveva studiato e imparato l'arabo. Nel 1862 esplorò l'Atlante sahariano; l'anno successivo tentava di raggiungere Timbuctù, ma non riuscì a superare il Tonat. Più tardi compiva la prima traversata dal Mediterraneo al Golfo di Guinea, partendo da Tripoli e arrivando a Lagos, in Nigeria, dopo aver percorso il deserto fino a Kukawa nel Bornu. Compiva poi un viaggio in Abissinia, incaricato dal governo prussiano di aggregarsi alla spedizione inglese contro il negus Teodoro; un altro viaggio a Bengasi in Egitto per le oasi di Augila e di Siwa e quindi una spedizione nel deserto libico, verso I'oasi di Cufra, che però non riuscì a raggiungere.
Ci arrivò con un altro viaggio, primo europeo, insieme con un nipote e di Ii proseguì verso mezzogiorno, ma dovette ritornare poco dopo, per l'ostilità dei Senussiti. Compì ancora un viaggio in Abissinia e fu poi nominato console germanico a Zanzibar, ma vi rimase per breve
tempo; tornato in patria dedicò il resto della sua vita ai problemi africani. Rohlfs, come Barth, era un africanista appassionato e, come lui, era il terzo dei grandi esploratori sahariani, tedesco anche lui: Gustavo Nachtigal.

Medico a Tunisi, iniziò la sua attività di esploratore con l'incarico di portare al sultano del Bornu i doni del re di Prussia, come ringraziamento delle buone accoglienze fatte al Rohlfs e agli altri viaggiatori tedeschi. Nachtigal partì da Tripoli, raggiungendo Murzuch nel Fezzan e spingendosi poi fra i monti del Tibesti, ancora ignoto agli europei. A Bardai venne fatto prigioniero dai Tuaregh, ma riuscì a fuggire e tornò a Murzuch, da dove riprese il viaggio per compiere la sua missione. Assolto il compito, non tornò però indietro, ma si spinse a oriente del lago Ciad nel Kanem; poi si diresse a nord-est e per il Bodélé entrava nella pianura del Borkou; l'anno successivo risaliva il corso del fiume Chari e infine con una terza spedizione penetrava nell'Ouadai. In questa regione, già due esploratori avevano lasciato la vita. Il Nachtigal però fu ben accolto e vi si fermò un anno, esplorando le regioni vicine finché, ammalato, decise di tornare in patria dove scrisse il Sahara e il Sudan, in cui espose il complesso delle sue esperienze e delle sue conoscenze.

Contemporaneamente alle esplorazioni tedesche si svolgevano le esplorazioni francesi, esplorazioni non a lungo raggio, ma numerosissime, spesso affidate a ufficiali o funzionari, con il compito di far rilevare topografie e delimitare confini; fra di essi, Louis-Gustave Binger
esplorò gli alti bacini del Niger e del Volta, fra il 1887 e il 1889.

Sono di questo periodo le due prime traversate del continente africano: la prima compiuta da un italiano, Pellegrino Matteucci (Ravenna, 13 ottobre 1850 – Londra, 8 agosto 1881), la seconda da un francese, Jean-Baptiste Marchand (Thoissey, 2 novembre 1863 – Parigi, 13 gennaio 1934).
Il Matteucci aveva cominciato da giovane a viaggiare in Etiopia con Romolo Gessi e con Gustavo Bianchi. Si era trattenuto alla corte del negus Giovanni ed aveva descritto il suo viaggio nella relazione In Abissinia che ebbe molta popolarità in Italia.
Nel 1880, ottenuto l'appoggio del governo, preparava una spedizione a Ouadai, spedizione alla quale partecipava anche il tenente Massari. Gli esploratori raggiunsero Khartoum, attraversarono il Kordofan e il Darfur arrivando ad Abéché, capitale dell'Ouadai. La spedizione passava poi il basso corso dello Chari, attraversava il Bornu e raggiungeva il Niger a Egana; ne seguiva il corso fino alla foce ad Akasse e compiva così la prima traversata del continente.
Le terribili febbri africane determinarono la morte del Matteucci, poco dopo il suo ritorno in Italia.

Il capitano Marchand ebbe I'incarico dal governo francese di dirigere una spedizione nel bacino del Bahr-el-Ghazal, per assicurare i diritti francesi in quella regione, prima che vi giungesse l'Inghilterra. La spedizione, dotata di una forte scorta militare, iniziava il suo viaggio con due canoe che da Brazzaville risalirono con grande difficoltà il corso del Congo e poi quello dell'Ubangi suo affluente.
Giunti nella regione di displuvio fra le sorgenti del Congo e quelle del Nilo, gli esploratori volsero a settentrione verso il Bahr-el-Ghazal e, raggiunto il Nilo Bianco, dopo vari scontri con i Dervisci, si stabilirono a Fascioda, prendendone possesso a nome della Francia.

In quello stesso periodo, nel settembre del 1898, si trovava a Khartoum il generale Kitchener che, a capo dell'esercito egiziano, organizzato dall'Inghilterra, aveva appena portato a termine la campagna anglo-egiziana contro i ribelli dervisci, sgominandoli nella battaglia di Ondurman. Il Kitchener, appena saputo dell'esercito francese giunto a Fascioda, risalì il Nilo, raggiunse la spedizione francese e intimò al Marchand di ritirarsi, rispettando i diritti di priorità dell'Inghilterra. Il francese rifiutò, e quello che poi passò sotto il nome di incidente di Fascioda, vide due gruppi di europei accampati l'uno di fronte all'altro, rivali fra loro nelle rispettive mire imperialistiche.
I governi francese e inglese si accordarono, il Marchand ebbe l'ordine di ritirarsi e il Kitchener, che aveva riconquistato il Sudan dopo la rivolta del Mahdi, divenne in nome del suo paese "protettore" del Sudan meridionale.
Il Marchand partì da Fascioda, risalì il Nilo ed il suo affluente, il Sobat ed il Baro, e si recò a Gibuti, compiendo così la traversata del continente.

L'ultima grande impresa del XIX secolo, fra il 1898 e il 1900, relativa all'esplorazione del Sahara, è quella di Fernand Foureau e del comandante Lamy. Foureau, che in 15 anni aveva ampiamente conosciuto il deserto algerino, si propose di attraversare il Sahara da nord a sud lungo un percorso che da Biskra, passando per i monti Tassili, doveva giungere al lago Ciad: itinerario difficile per le zone montuose da attraversare e mai percorse da nessuno. La spedizione riuscì peraltro a giungere al lago Ciad da dove Foureau proseguì fino alle foci del Congo; Lamy invece rimaneva ucciso in un combattimento.
Tornato in patria, Foureau pubblicò la relazione del suo viaggio: Missione sahariana Foureau-Lamy, da Algeri al Congo, per il lago Ciad, importantissima per le innumerevoli notizie di ogni genere. L'esplorazione del Sahara orientale si arrestò negli ultimi anni dell'Ottocento, per l'opposizione dei Senussiti, rigidi e fanatici maomettani.
Soltanto nel 1920 un diplomatico egiziano, A. M. Hassanein Bey e una viaggiatrice inglese, Rosita Forbes, ottennero la protezione del capo senussita, raggiunsero Cufra dove ancora non aveva messo piede alcun europeo, e quindi tornarono via Giarabub e oasi di Siwa.
Tre anni dopo, Hassanein Bey tornava a Cufra e si spingeva oltre, attraverso le oasi montane di Archenu e di Uweinat, fino allo Ennedi e ai margini del Ouadai, piegando poi verso El Obeid.
Dopo la prima guerra mondiale, caduto lo Stato senussita e rafforzato il dominio italiano in Libia, I'esplorazione di Cufra fu scientificamente organizzata e condotta da Ardito Desio.



martedì 2 ottobre 2018

ALTRA VERSIONE SULLA MORTE DI JAMES COOK (Another version on Cook's death)


Te papa-tea-te-ruea


 ALTRA VERSIONE SULLA MORTE DI  COOK



Alla lettura delle cronache della spedizione di Cook - così come esse vennero redatte dal luogotenente King e da altri ufficiali, dopo la morte del comandante - sembra evidente il motivo degli incidenti fatali di Karakakoa, nel febbraio 1779: i reiterati a furti degli indigeni, la bellicosità, e la rivalità fra villaggi, la sottrazione di un canotto della Discovery e altri analoghi atti ostili.
In realtà, un altro motivo di fondo, ben più grave, aveva eccitato gli animi dei locali contro gli stranieri, e questo motivo era religioso.
Cook aveva posto le tende del suo campo a poca distanza da un sacro maré e questo aveva irritato certi sacerdoti dell'isola; Cook era stato, poi, incoronato su altri maré come Dio, e questo aveva creato molta animosità contro di lui tra altri sacerdoti polinesiani.
Dovremo entrare più a fondo in argomento per poter meglio comprendere le ragioni per le quali una popolazione tanto amica dell'esploratore (e un esploratore tanto rispettoso di quelle stesse popolazioni) si siano trovati a un certo punto a faccia a faccia, nemici; per questo approfondimento, dovremo però - prima - compiere un breve viaggio, attraverso la religione, i miti e le credenze del popolo polinesiano.

Il Diario di Cook ci sarà, anche questa volta di guida in questo itinerario nella Polinesia più segreta; sin dal suo primo viaggio del 1769, Cook aveva infatti studiato a fondo l'aspetto religioso della vita delle isole. Nelle isole più pacifiche, Cook e i suoi disegnatori avevano persino visitato luoghi tabù, ove erano custoditi e venerati i defunti chiamati tupapau, e gli alberi sacri, i maré.
Fu a Rajatea, nelle Isole Sottovento, che Cook approfondì al massimo le sue ricerche, comprendendo di essere giunto nel cuore più segreto di tutti i Mari del Sud. Egli scopri ed annotò che fra le cime dell'arcipelago Sottovento i Polinesiani di tutto l'Oceano Pacifico ritenevano avesse sede l'Olimpo dei loro tupapau e dei loro dèi. E rilevò come ogni cima, ogni baia, ogni zona di quelle isole avesse un preciso riferimento alla mitologia locale. Centro di quell'Olimpo era la montagna di Oopoa, nell'isola di Rajatea; sotto quella montagna un maré di tre altari e una grande pietra erano il luogo più sacro dell'antico mondo politico e religioso delle isole. 
"Sotto la montagna (oltre ai tre maré) il simbolo di pietra alto quasi tre metri che si ergeva tra i coralli era chiamato 'Te papa-tea-te-ruea', ovvero: (La roccia-bianca-dell'investitura'. Qui i capi delle dinastie polinesiane giungevano dalle isole più lontane, e venivano adorati ed eletti. Ogni re, con la vita cinta di piume rosse, era misurato accanto a quella pietra proprio per la cerimonia di investitura".


Tiki

Le dimore d'uno o più importanti personaggi dell'Olimpo polinesiano, Hirò, erano nella montagna di Oopoa, sovrastante la zona degli alberi e della "pietra dell'investitura". Altri dèi vivevano nelle montagne dell'isola di fronte (Tahà) e nella laguna e lungo la costa; altri ancora erano raffigurati in grandi e piccole statue di legno e di pietra, chiamati - come già s'è detto - Tiki
Quest'Olimpo era dunque molto ricco di personaggi, ed è interessante notare che ogni divinità discendeva dalla figura, più o meno leggendaria, di re e capi polinesiani realmente vissuti o rimasti famosi per qualche loro grande impresa; e così i sacerdoti polinesiani avevano messo insieme frammenti di memorie e briciole di mito per comporre una genesi a
delle loro isole. 
Con quelle gigantesche statue scavate nella terra e poi issate in posizione eretta e con le statue più piccole in legno, i Polinesiani onoravano i loro capi antichi i quali, con l'andar del tempo, divennero gli dèi più importanti dell'Olimpo australe: Taarou, Tu, Tané, Roo, Paré, Hirò e altri, e fu loro attribuita una parte di meriti nella creazione della terra, del cielo e degli esseri viventi. 
Tutto questo fu intuito d.a Cook; e la sua sempre maggiore familiarità, con i Polinesiani, permettendogli di indagare e conoscere nel campo segreto e riservato della religione locale, gli fece ottenere informazioni che altri esploratori non erano mai riusciti ad avere; basti pensare a questo dettaglio: secondo il comandante inglese Wallis (che giunse a Tahiti quattro anni prima di Cook) nell'isola non esisteva alcuna forma di credenza religiosa, non vi era clan sacerdotale, non si veneravano né dèi né idoli. Dato quanto sappiamo ora in proposito, questa affermazione di Wallis ci lascia stupefatti. Le sue osservazioni e il Diario del suo viaggio sono eccellenti, sotto molti aspetti; come mai su questo argomento poté sbagliarsi così clamorosamente? Nell'isola ove egli approdò e rimase due mesi, la classe sacerdotale non solo esisteva, ma era potente e temuta; idoli e altari ve n'erano a decine, ogni giorno si celebravano riti religiosi. Come mai, dunque, egli scrisse il contrario?
Dobbiamo supporre che, all'arrivo degli stranieri, ogni simbolo religioso venisse nascosto, i sacri Tiki sepolti nella sabbia, gli altari abbandonati e le cerimonie religiose sospese: questo perché tutto era tabù o nulla doveva - probabilmente - essere 'contaminato' dalla presenza dei paopa, gli stranieri bianchi.

Per Cook, invece, tutto fu diverso, più facile. Il suo comportamento da amico gli valse la confidenza dei Polinesiani, anche negli aspetti più segreti d.elle isole. Questa grande amicizia con i Polinesiani indusse però Cook a commettere un errore, a sottovalutare un aspetto di quel mondo. I Polinesiani sono gente di unica stirpe - Cook stesso fu il primo a rendersene conto e a scriverlo, a documentarlo - sparsi però in differenti arcipelaghi su una superficie vasta sei volte l'Europa: a seconda della natura delle isole ove essi si stabilirono nel corso delle loro trasmigrazioni, essi manifestarono il loro stesso carattere e le loro abitudini, anche religiose. Bisogna tener presente che dai felici atolli corallini delle Tuamutù alle tenebrose Hawaii dagli alti e attivi vulcani, dai ghiacciai della Nuova Zelanda alla natura subtropicale di Tahiti, dalla tranquilla Samoa alle sfortunate isole soggette a maremoti e tifoni, la Polinesia offre una incredibile varietà di ambienti naturali. Era naturale che Io stesso popolo cambiasse sensibilmente, dopo essersi frazionato lungo tutto il Pacifico del sud; era naturale vi fossero popolazioni pacifiche e altre antropofaghe, altre accoglienti, altre ostili. Cook - pur intuendo questo evidente dato di fatto - non ne valutò appieno l'importanza; e fu così che si lasciò sorprendere su quella spiaggia di Karakakoa, il 14 febbraio 1779.

Ben conoscendo i Polinesiani di Tahiti e delle Isole della Società, e poco conoscendo quelli delle Hawaii, giudicò gli uni e gli altri sullo stesso metro; sapeva bene che i primi anche quando ostentavano le più evidenti intenzioni di guerra, non andavano però sino in fondo; e suppose - evidentemente - che anche gli altri si sarebbero comportati nell'identica maniera.
I Polinesiani, nella loro tradizione orale, non cercano di nascondere le loro responsabilità nella morte di Cook, e - come leggeremo più avanti - se ne rattristano sinceramente ancora oggi. Negano però con fermezza che Cook, dopo ucciso, sia stato divorato dai guerrieri di Karakakoa; in tutta la Polinesia si è sempre negato questo particolare raccapricciante della morte di Cook.

W. Ellis, autore di una monumentale Storia della Polinesia, era un missionario protestante che visitò tutte le isole del Sud Pacifico nella seconda metà dell'Ottocento, e raccolse ovunque testimonianze dirette su vari episodi relativi ai primi incontri tra europei e isolani. A Karakakoa udì anche il racconto locale della morte di Cook, e così egli riportò nella sua opera (volume IV pag. 132).
"Morte di Cook - 14 febbraio 1779 - Baia Karakakoa, sulla costa orientale dell'isola di Hawaii - In realtà, il suo corpo non fu mangiato, ma bruciato col massimo rispetto. I Polinesiani di Karakakoa dicono (noi abbiamo tutti pianto la sua morte. Noi abbiamo separato le sue ossa, staccato e bruciato la sua carne come noi facciamo per i nostri capi quando muoiono. Noi consideravamo Tutée (Cook) un dio Atuna, noi lo adorammo come tale, e dopo la sua morte noi abbiamo venerato le sue ossa".

Questa interpretazione dei fatti dal punto di vista dei Polinesiani delle Hawaii trova conferma in altre testimonianze oltre a quelle di W. Ellis, anch'esse raccolte sul posto pochi anni dopo l'uccisione dell'esploratore inglese, come quella del commerciante di perle Pawinat che si trovò a Karakakoa nel 1810 e come quella ancor più autorevole di un comandante di marina francese, Ernest Vedel.
Nel suo libro Lumières d'Orient (del 1901), Vedel trascrisse la versione polinesiana della morte di Cook così narratagli a Karakakoa da un capo indigeno nipote d'un guerriero che partecipò al massacro. Furono queste le esatte parole del capo che Vedel così trascrive:
"Cook arrivò di notte, e noi all'alba ci stupimmo della sua nave. Cos'era quel grande tronco con tutti quei rami? È una foresta che galleggia sul mare - disse qualcuno - nella nave vediamo del ferro, qualcuno di noi vuole prenderlo, viene ucciso. Era un capo.
La notte seguente Cook fa sparare dei colpi di cannone. Gli indigeni lo riconoscono per il dio Atuna, per il quale si compie la predizione del ritorno dal mare. Gli vengono offerti cibi e donne; quando ritorna l'anno successivo Io si conduce al mare, lo si issa sull'altare e lo si veste con la stoffa degli dèi.
II fratello del capo ucciso l'anno precedente gli domanda vendetta. Cook non risponde. Un sacerdote lancia una pietra e lo colpisce alla testa. Cook ha un grido di dolore. Il sacerdote esclama: 'Egli ha sentito dolore, allora non è il dio Atuna. Gli dèi non sentono dolore'.
Allora gli uomini uccidono subito Cook, poi lo fanno a pezzi, bruciano la sua carne, e conservano le sue ossa per farne degli ami da esca.
Così morì un capo straniero ohe noi adoravamo molto".

I viaggi di Cook ebbero una grandissima risonanza e indussero gli Stati europei a nuove spedizioni, specialmente dopo il trattato di pace che metteva fine alla guerra di indipendenza americana.
In questa guerra la Francia aveva sostenuto le colonie americane contro l'Inghilterra e in questa nuova fase fu la Francia a distinguersi maggiormente. Nel 1785 Jean-François Galaup de La Pérouse salpava con due narri da Brest con l'incarico di navigare nel Pacifico, di prendere possesso delle terre che non fossero di altri Stati e di cercare il passaggio a nord-ovest; La Pérouse doppiò il Capo Horn e si diresse aIl'Isola di Pasqua e poi alle Hawaii da dove navigò verso l'ALaska, senza trovare il passaggio. Allora volse a mezzogiorno, riconobbe gli arcipelaghi di Alessandro e della regina Carlotta e riattraversò il Pacifico fino alle coste della Cina meridionale, risalendo poi fino al Kanciatka. Accertò che Sahalin era una isola e passò lo stretto che oggi porta il suo nome fra quelle isole e la giapponese Yezo. Scese quindi a mezzogiorno, toccò le Samoa e le Tonga e si fermò sulle coste orientali dell'Australia, nella Botany Bay, dove gli Inglesi stavano fondando una loro colonia. Salpò dopo un mese e non si seppe più nulla di lui. Dopo la sua sparizione, fu compilata una storia del suo viaggio basata sui rapporti che egli aveva mandato in Francia.

Soltanto 10 anni dopo un irlandese, Peter Dillon, partito dall'Irlanda per commerciare nel Pacifico e in Oriente, scoprì durante un viaggio il fodero di un'antica spada che suppose potesse essere appartenuto al La Pérouse. Incaricato dalla Compagnia delle Indie orientali di compiere ulteriori ricerche, finì per trovare i rottami delle navi sulle isole Vanikoro nell'arcipelago di Santa Cruz. Lo stesso Dillon scampò per un pelo a un assalto di cannibali che uccisero e divorarono i compagni sbarcati insieme con lui alle isole Figi.

Anche gli Spagnoli negli ultimi anni del Settecento avevano ripreso i loro viaggi e uno di questi fu compiuto da un italiano, il marchese Alessandro Malaspina. Salpato da Cadice nel 1789 con un gruppo di naturalisti e di cartografi, il Malaspina attraversò l'Atlantico e seguì le coste dell'America meridionale, dal Rio della Plata lungo la Patagonia per risalire poi il lato occidentale del continente fino ai ghiacciai del monte Sant'Elia che oggi portano il suo nome.
Anche egli si spinse a nord, nella vana ricerca di un passaggio a nord-ovest. Poi tornò in Messico, attraversò il Pacifico fino alle Filippine, scese verso le coste orientali dell'Australia, studiando sempre la natura dei luoghi, le condizioni degli abitanti. Infine veleggiò di nuovo verso oriente e tornò in Spagna.



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lunedì 1 ottobre 2018

L'ULTIMA FASE DEL TERZO VIAGGIO DI COOK (The last phase of Cook's third trip)





 L'ULTIMA FASE DEL TERZO VIAGGIO DI COOK  


Così come Cook aveva disposto in caso che una disgrazia lo avesse colpito, la spedizione continuò le ricerche e gli studi che gli erano stati affidati.
Il 15 marzo le due navi abbandonarono definitivamente le Hawaii e raggiunsero l'estremo nord per proseguire le ricerche del passaggio a nord-ovest tra i ghiacci e correnti sconosciute. La Discovery e la Resolution navigarono tra la penisola di Kamciatka e lo Stretto di Bering ancora per due mesi, finché vennero fermate nuovamente dai ghiacci.
Il rilievo di quell'estrema parte del Pacifico era terminato nei limiti possibili ai navigatori dell'epoca ed ai primi di agosto le due navi tornarono verso sud. Una nuova disgrazia attendeva però la spedizione: il comandante Clerke, già malato da tempo, morì il 29 agosto; i marinai lo piansero per le sue qualità di navigatore e per il suo animo generoso. Aveva solo 38 anni e aveva, già compiuto quattro volte il giro del mondo.
Comandante della spedizione divenne James King, che riuscì a raggiungere in ottobre il Giappone e a riportare le due navi il Inghilterra esattamente un anno dopo la morte di Cook.



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