venerdì 31 agosto 2018

FERRARA - Gabriele D'Annunzio




FERRARA 

Gabriele D'Annunzio


O deserta bellezza di Ferrara,
ti loderò come si loda il volto
di colei che sul nostro cuor s'inclina
per aver pace di sue felicità lontane;
e loderò la chiara
sfera d'aere e d'acque
ove si chiude
la tua melanconia divina
musicalmente.

E loderò quella che più mi piacque
delle tue donne morte
e il tenue riso ond'ella mi delude
e l'alta imagine ond'io mi consolo
nella mia mente.
Loderò i tuoi chiostri ove tacque
l'uman dolore avvolto nelle lane
placide e cantò l'usignolo
ebro furente.

Loderò le tue vie piane,
grandi come fiumane,
che conducono all'infinito chi va solo
col suo pensiero ardente,
e quel lor silenzio ove stanno in ascolto
tutte le porte
se il fabro occulto batta su l'incude,
e il sogno di voluttà che sta sepolto
sotto le pietre nude con la tua sorte.



Ogni città ha la sua anima. Non sempre riusciamo a comprenderla. Uomini sensibili come i poeti riescono a coglierne le sfumature, la vita nascosta, il significato delle cose e, animandole con l'arte, permettono anche a noi, di viverne la vita nascosta che è la vita vera di tutto ciò che ci circonda.
Ferrara è una città dai grandi palazzi taciturni, che sembrano disabitati. La pietra grigia e la vetustà un po' triste di certe strade creano una cornice suggestiva per ricordare il passato.
Altri scrittori hanno celebrato la città e tutti ne hanno subito il fascino: quel fascino che la storia e le rievocazioni letterarie hanno contribuito o creare.


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CHIESE E PALAZZI DI FERRARA - Biagio Rossetti

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FERRARA - Gabriele D'Annunzio

GABRIELE D'ANNUNZIO - Vita e opere


giovedì 30 agosto 2018

FONTANE DI ROMA (Fountains of Rome)


Fontana di Trevi

FONTANE DI ROMA 


Roma può essere anche definita regina delle acque. Per le vene di Roma scorre l'Acqua Vergine, l'Acqua Felice, l'Acqua Marcia, I'Acqua Paola, acque freschissime pure e maestose. Non puoi immaginarti lo sperpero che si fa in Roma dell'acqua. Ogni casa ha le sue cannelle perpetue di acqua pura; per le vie, getti d'acqua che innaffiano, rinfrescano, puliscono; nelle piazze e nei giardini al culto dell'acqua si sono innalzate le più mirabili fontane, che parlano perpetuamente il loro linguaggio di gorgoglii, mormorii, chiocciolii, scrosci, di cascatelle, di steli bianchi, di sprilli altissimi, di getti violenti. 
Le fontane di Roma! 
Spesso rimango ore ed ore ad ammirare. In piazza Navona ve ne sono tre; e la Barcaccia in piazza di Spagna? E la fontana di Trevi? È il capolavoro di Nicola Salvi: tra i più capricciosi e svariati giochi d'acqua, emergono cavalli marini e tritoni, bagnati di rivoletti freschi, che danno apparenza d'essere vivi; campeggia su tutti l'Oceano sulla sua conchiglia. Sembra un sogno. 


Fontana delle Tartarughe

E il gioiello della fontana delle Tartarughe
Ma già è inutile che te le enumeri tutte. In tutte le piazze e in tutti i meravigliosi giardini vi è, con le più inaspettate risorse di linee, un trionfale inno marmoreo e bronzeo all'acqua, con tritoni, ippocampi, sirene e, buccine, conchiglie e delfini, non immobili e freddi, ma vivi e freschi e palpitanti per l'acqua che li irriga, li circonda, s'innalza e ricade nelle vasche, facendo arcobaleni contro il sole.


Fontana la Barcaccia 

Mi sembra quasi contemplarle, così, nel loro insieme, mettendone in evidenza particolari scultorei di caratteristico sapore mitologico. Bellissimo il contrasto tra i marmi immobili e freddi e la vivezza dell'acqua che sprizza loro intorno e ricade facendo arcobaleni contro il sole: un'immagine bianca di pietra, quindi, in contrasto coi vividi e mutevoli colori dell'iride.


FONTANA A VILLA BORGHESE - Rainer Maria Rilke




FONTANA A VILLA BORGHESE 

Rainer Maria Rilke

Due coppe; e l'una che sovrasta l'altra,
erette entrambe sulla tonda vasca
di pietra antica. Defluisce l'acqua
pacatamente, dal superno labbro,
sull'acqua che, di sotto, attende e posa.
E quella tace mentre I'altra parla
un chioccolio sommesso; e guarda il cielo,
che con dischiusa mano, in gran mistero,
quella le svela, di tra il verde e il buio
come un'occulta, sconosciuta cosa.
Entro la coppa, placida si espande,
cerchio da cerchio, senza nostalgia.
Solo, a volte, trasogna; e si abbandona
lungo i penduli muschi, a goccia a goccia,
Sino all'infimo specchio che, tranquillo,
svaria d'ombre e di luci, e risorride.


Le fontane di Roma hanno sempre destato I'ammirazione di visitatori e turisti e hanno risvegliato la fantasia di scrittori e poeti. In verità Roma è particolarmente ricca di fontane monumentali e ricchissima di acque limpide e fresche.
La più famosa è la Fontana di Trevi senza dubbio, ma anche tutte le altre sono degne di essere ricordate poiché ognuna ha una sua inconfondibile caratteristica, o sotto il punto di vista artistico, o perché ricordano avvenimenti storici, o perché la posizione dona loro un incanto particolare.

Conrad Ferdinand Mayer gusta e mette in risalto il contrasto tra il marmo immobile e freddo e I'acqua viva che ricade da una vasca all'altra. L'immagine è bellissima e la descrizione sobria le si addice in modo particolare.

Rainer Maria Rilke sfrutta la sua raffinata sensibilità per darci, invece, una descrizione quasi palpitante della lontana di Villa Borghese. Nella sua descrizione non ci sono più soltanto elementi oggettivi. L'immagine sembra rivissuta nell'animo del poeta e poi ridata a noi attraverso il vaglio della vita interiore.



IL PASSAGGIO A NORD-OVEST (The passage to the North-West(




IL PASSAGGIO A NORD-OVEST

Il passaggio da un continente all'altro attraverso il continente americano, risultato inesistente per l'America meridionale, rimase una meta da raggiungere per il Nord America. Abbiamo già visto che prima Giovanni, poi Sebastiano Caboto, si occuparono di questa ricerca per conto dell'Inghilterra; Giovanni da Verrazzano aveva fatto un altro tentativo in questo senso per conto della Francia.
Una decina d'anni dopo la spedizione del Da Verrazzano, Francesco I l'affidò a un bretone, Jacques Cartier - che come altri brettoni e inglesi attraversavano con disinvoltura l'Atlantico con spedizioni di pesca - la ripresa della ricerca. Nelle carte del tempo era disegnato il cosiddetto stretto dei tre fratelli situato a circa 65° di latitudine nord: Sebastiano MunsterGerardo Mercatore l'avevano pure segnato nelle loro carte. II Cartier raggiunta l'isola di Terranova la costeggiò e penetrò nel golfo di San Lorenzo. Ritenne dapprima di aver trovato il passaggio, ma si accorse poi che si trattava soltanto dell'estuario di un grande fiume, fiume che due indiani che aveva con sé gli dissero che portava alla città "Canada di Stadacona". Il nome di Canada rimase all'intera regione, Stadacona divenne la futura Quebec. Proseguendo oltre, Cartier si fermò su una altura che chiamò Mont Royal, dove sorse poi l'attuale Montreal.
Una ulteriore penetrazione oltre Montreal non fu possibile e l'oro e le gemme che il viaggiatore aveva portato con sé risultarono essere rame e cristallo di quarzo. Le spedizioni furono considerate un fallimento e il navigatore morì oscuramente e dimenticato.

Tuttavia la carta disegnata da Ortelius riporta la scoperta di Cartier nel golfo di San Lorenzo; dotte e sterili discussioni di controversie nacquero fra i cartografi sull'esistenza o meno del passaggio.

I Francesi abbandonarono la ricerca del passaggio a nord-ovest; gli Inglesi invece la continuarono. Martin Frobisher, partito dall'estuario del Tamigi verso le Shetland, volse poi a occidente fino alla Groenlandia. Costeggiando la Groenlandia, egli raggiunse lo stretto di Davis toccando poi la terra di Baffin dove incontrò gli Esquimesi.
Minacciato di essere bloccato dai ghiacci invernali, rimandò il seguito dell'esplorazione all'anno successivo, cosa che fece, ma senza esito felice. Dopo aver doppiato Capo Farvel, egli raggiunse il 63° di latitudine nord e la baia che ebbe poi il suo nome e la confuse con uno stretto, ritenendo ohe la costa che vedeva sulla sua destra fosse quella d'Asia. Una terribile tempesta mise in pericolo le sue navi, spingendole contro grandi ostacoli e Frobisher dovette tornare in patria. A lui si deve la scoperta della Corrente del Golfo. Compilò una minuziosa relazione delle sue spedizioni, con numerosi riferimenti alla vita degli Esquimesi. La nuova terra. venne chiamata "Meta Incognita". 
Nel 1583 l'Inghilterra prendeva possesso dell'isola di Terranova e con quella iniziava il suo dominio coloniale. Nel 1585 veniva affidata a John Davis l'effettuazione di un nuovo viaggio. Egli seguì le orme di Frobisher, costeggiando la Groenlandia oltre il Capo Farvel, attraversò lo stretto che porta il suo nome e giunse alla penisola di Cumberland, nella terra di Baffin.
Credette di aver trovato il passaggio, ma quella che egli sperava ne fosse I'entrata era probabilmente lo Stretto di Hamilton. Quando Davis si accorse che il Golfo di Cumberland non era un passaggio, tornò in Inghilterra dopo essere arrivato senza saperlo proprio alle soglie del passaggio tanto ricercato. Riportò un carico di pelli che interessavano molto i commercianti.

In precedenza, il vecchio Sebastiano Caboto aveva com'è noto organizzato una spedizione per trovare un passaggio a nord-est verso la Cina, appoggiato dalla società mercantile che egli era riuscito a far costituire per la scoperta di regioni e isole sconosciute, nota come Compagnia della Moscovia. La prima spedizione fu affidata a Ugo Willoughby e Richard Chancellor. Il primo morì di freddo con l'equipaggio e le due navi sbattute sulle coste della Lapponia furono travolte. Chancellor proseguì da solo verso i Mari del Nord, volgendo poi verso il Mare di Barents e il Mar Bianco e toccò le coste della Russia, dove fu invitato a Mosca dallo zar Ivan IV.

Un trattato commerciale fra Inghilterra e Russia assicurò alla navigazione nei mari settentrionali uno svolgimento regolare.

Verso la fine del secolo, anche gli Olandesi entrarono nella gara, facendo partire da Amsterdam quattro navi con il compito di raggiungere la Cina lungo le rotte settentrionali. Due di queste navi erano comandate da Willem Barents che oltre ad essere ardimentoso navigatore, fu anche un ottimo cartografo. Nella prima spedizione, Barents raggiunse la Nuova Zemlja, ma fu costretto al ritorno dai ghiacci. Anche la seconda spedizione di sette navi entrò nel Mare di Kara, ma non poté proseguire. Nella terza invece, del 1596, il Barents si spinse fino al 77° di latitudine nord, scoprì I'isola degli Orsi e l'arcipelago delle Spitsbergen, poi scese verso la Nuova Zemlja, ne seguì ancora le coste occidentali e passò nel Mare di Kara.
Per la prima volta un navigatore si organizzò per passare I'inverno sulla banchisa, visto che i ghiacci impedivano il ritorno. Fu costruita una solida baracca con tronchi portati alla deriva insieme con i ghiacci; le peripezie di quel primo sverno polare costituiscono un racconto di estremo interesse. Il capitano norvegese Carsen trovò i resti di questo rifugio nel 1871 e li trasportò in Olanda, dove sono conservati nel Museo della Marina dell'Aia. Tuttavia il freddo intenso e l'alimentazione limitata a carne di pinguino e d'orso avevano minato la salute del Barents che morì durante il viaggio di ritorno compiuto sulle scialuppe perché la nave, stretta dai ghiacci, anche ai primi sogni di disgelo era inutilizzabile. I superstiti proseguirono fino a raggiungere la nave comandata da Jan Rijp, presso I'isola di Kola.

Gli ultimi e più audaci tentativi per scoprire il passaggio di nord-ovest e nord-est avvennero agli inizi del Seicento. Un navigatore inglese, Henry Hudson, compì dal 1607 al 1610 quattro viaggi alla ricerca del passaggio di nord-est. Egli aveva un progetto temerario: raggiungere i mari della Cina passando dal Polo Nord. Nella prima spedizione raggiunse la Groenlandia, toccò e superò le Spitsbergen, chiamate cosi dal Barents, loro scopritore, per le loro cime aguzze, ma la banchisa polare lo costrinse a tornare indietro. 
Nel secondo viaggio, il navigatore aveva rinunciato a passare per il Polo Nord; però riteneva che si sarebbe potuto trovare un passaggio a nord della Nuova Zemlja. Di nuovo respinto dalla banchisa, Hudson ritentò l'anno successivo (1609) non più al servizio dell'Inghilterra, ma della Compagnia olandese delle Indie orientali. Provò ancora una volta la via chiusa dai ghiacci, puntò sulla Nuova Scozia, la raggiunse nell'estate e navigando verso sud costeggiò il continente fino alla Carolina, per essere del tutto certo che non esisteva passaggio in quel tratto. Le esplorazioni di Hudson nella baia di Chesapeake e nell'estuario del fiume che poi prese il suo nome, spinse gli Olandesi a fondare un dominio coloniale in America, nella regione del fiume Hudson, dove fondarono la città di Nuova Amsterdam, l'odierna New York
Nel 1610 Hudson faceva il suo quarto tentativo, finanziato da un gruppo di mercanti di Londra, nuovamente rivolto a nord-ovest. Entrò nello stretto che porta il suo nome, dopo aver sostato in Islanda e in Groenlandia e si portò sulle costo del Labrador. Le risalì e si trovò all'imbocco di un vasto canale che volgeva a occidente: vi entrò e quando alla fine di esso vide aprirsi il mare davanti a sé, ritenne di essere arrivato nei mari della Cina: era la grande baia che poi avrebbe preso il suo nome. Egli proseguì l'esame della costa orientale della baia e scese verso mezzogiorno alla baia di James, dove fu costretto a passare l'inverno. I sacrifici e le sofferenze del soggiorno invernale furono terribili, ma la cosa peggiore fu la tensione che nacque fra il comandante e l'equipaggio. Quando fu possibile riprendere la navigazione, Hudson avrebbe voluto continuare l'esplorazione verso occidente, ma gli uomini affamati si ammutinarono; il comandante col figlio e alcuni ammalati furono fatti scendere e abbandonati con pochi viveri, un fucile e un canotto: nessuno seppe mai più nulla di loro. Una parte dell'equipaggio fu più tardi uccisa dagli Esquimesi e nel viaggio di ritorno gli uomini non potevano stare in piedi, tanto che dovevano manovrare il timone stando seduti: quel poco di cibo che potevano avere erano uccelli e candele. La nave però riuscì ad arrivare in Inghilterra e a portare la notizia che era stato scoperto il passaggio di nord-ovest.

Si costituì una compagnia per il commercio con l'Estremo Oriente e fu affidata una spedizione a Thomas Button, con il compito di ricercare Hudson e di raggiungere la Cina. Anche lui, entrato nella baia e costeggiandola, fu costretto dai ghiacci a svernare sul posto; poi risalendo la baia fino aIl'isola di Southampton, accertò che lo specchio d'acqua non era mare aperto ma una grande baia. Ulteriori viaggi vennero compiuti da William Baffin e Robert Baylot il quale aveva navigato, sia con Hudson sia con ButtonBaffin  aveva compiuto già tre viaggi al nord e visto la Groenlandia e le isole dello Spitsbergen. In un primo tentativo esso si diresse all'isola di Southampton e navigando a nord di essa fino al bacino di Foxe. Nel secondo tentativo, la Discovery - così si chiamava la nave - seguendo la costa occidentale della Groenlandia giunse fino al 78° parallelo. A nord della baia che prese il suo nome, Baffin osservò I'entrata allo stretto oggi detto di  Smith, e a occidente navigando verso sud passò dinanzi allo sbocco degli stretti di Alderman Jones e di sir James Lancaster. Convinto che nemmeno da quella parte esistesse un passaggio, i due capitani tornarono indietro. Le ricerche per il passaggio a nord-est e a nord-ovest furono abbandonate e il problema fu risolto soltanto due secoli dopo.

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I CONQUISTADORES DELL'AMERICA
NAVIGAZIONE SULL'OCEANO PACIFICO (Secoli XVI, XVII, XVIII)
GLI EUROPEI IN AMERICA (Europeans in America)
OCEANIA e AUSTRALIA - I viaggi di James Cook



* NAVIGAZIONE SULL'OCEANO PACIFICO (Secoli XVI, XVII, XVIII) Navigation on the Pacific Ocean




LA NAVIGAZIONE SUL PACIFICO

Qui faccio una rapida rassegna di spedizioni e di esploratori che si sono impegnati, tra il secolo XVI e il secolo XVIII, a percorrere le coste del Nord America e del Nord Europa, per trovare un passaggio dall'Atlantico al Pacifico, sia verso est sia verso ovest; inoltre descrivo i contatti che gli europei ebbero con le terre asiatiche e americane nei secoli XVI, XVII, XVIII. Le notizie che vengono riferite sono molto interessanti per arricchire la cultura geografica e anche per farci comprendere la irrequietezza dello spirito umano, che desidera approfondire, estendere e migliorare !e conoscenze, senza sosta. Infine possiamo anche scorgere che gli sviluppi delle conoscenze geografiche aprirono commerci e contatti con altri popoli, pur se non furono sempre caratterizzati da ideali pacifici e umanitari.

La conquista e il possesso della costa americana sul Pacifico permise agli Spagnoli di compiere viaggi e ulteriori esplorazioni senza necessità di fare il lungo giro del continente e passare dallo Stretto di Magellano. Le Molucche costituivano sempre un punto d'attrazione e, proprio di ritorno dalle Molucche, Avarado de Saavedra, portato fuori rotta dal vento impetuoso, scoprì l'arcipelago delle Marshall. Il suo rimase però un viaggio isolato, perché i Portoghesi intendevano sostenere i loro diritti sulle terre al di là della raya tracciata a suo tempo da Alessandro VI, e le Molucche rientravano nei loro potenziali possedimenti. 
Carlo V, impegnato nelle guerre con la Francia e con i protestanti, finì per riconoscere le Molucche come possedimento portoghese, ricevendo in cambio un cospicuo indennizzo. Gli Spagnoli continuavano intanto la ricerca di altre terre ricche d'oro e durante queste ricerche Ruy Lopez de Villalobos raggiungeva le Filippine, così chiamate dal re Filippo II, e scopriva le Caroline occidentali. In pochi anni le Filippine erano completamente assoggettate da Miguel Lopez de Legazpi che portava anche a termine I'esplorazione delle isole che Magellano aveva chiamato dei Ladroni, cioè le Marianne. 
La rotta seguita dagli Spagnoli per recarsi dai possedimenti asiatici a quelli americani era normalmente molto settentrionale, cosicché potevano sottrarsi agli alisei, che ostacolavano la navigazione verso oriente. 
Verso la fine del 1567, Alvaro de Mendana, partito dalle coste peruviane a caccia d'oro, al solito si rivolse verso quella parte australe dell'America, di cui Tolomeo aveva già affermato l'esistenza, e che avrebbe dovuto formare un vasto continente, di cui le ultime propaggini orientali sarebbero state costituite dalla Terra del Fuoco.
Non trovò l'oro e non trovò la terra australe, ma scoprì le isole Ellice e l'arcipelago che egli chiamò di Salomone, sempre con l'idea che fossero ricche d'oro. Tornò indietro, ripeté l'impresa dopo 25 anni, giunse alle isole di Santa Cruz e lì morì di stenti. Stabilito ormai che il Pacifico non conteneva terre ricche d'oro, gli Spagnoli abbandonarono praticamente altre imprese esplorative e si contentarono dei territori che già possedevano, comprese le Filippine.

È la volta di esplorazioni di altre nazioni: inglesi ed olandesi. Era in atto la cosiddetta guerra di corsa, che consisteva nell'impadronirsi con azioni corsare e piratesche delle navi che si incontravano in viaggio e impossessarsi di quanto trasportavano, senza preoccuparsi della nazionalità delle narri stesse. A questo proposito, abbiamo già notato come il meschino resto del tesoro di Montezuma fosse andato a finire in mani francesi. 
La guerra di corsa era abbondantemente praticata dalla marina inglese che, in questo come in altri aspetti, seguiva la tradizione normanna. Il più famoso e audace corsaro dell'epoca fu Francis Drake. Nel 1572 era appostato sull'istmo di Panama su una nave corsara francese, per intercettare al suo passaggio un convoglio spagnolo carico d'oro e argento, indirizzato al re di Spagna.

Nella battaglia, Drake ebbe la meglio e si impadronì di 15 botti piene d'argento e di alcuni sacchi d'oro. Tornò in Inghilterra e consegnò alla regina Elisabetta il quinto del bottino, secondo la norma vigente allora, e chiese ed ottenne dalla sovrana il permesso di esercitare la guerra di corsa con navi inglesi nei Mari del Sud.
Alla sovrana non poteva che far piacere l'idea di umiliare gli Spagnoli e di alleggerirli a suo vantaggio del loro oro. Francis Drake, partì nel 1577 con cinque navi dirette verso il Brasile, passò lo Stretto di Magellano, risalì le coste del Cile e depredò tutte le navi spagnole che poté incontrare. Proseguì, costeggiò il Perù, l'America centrale, la California fino al 42° di latitudine nord. Aveva sperato di trovare un passaggio fra i due oceani, ma non insisté nella ricerca. Scese a terra nella regione di San Francisco e ne prese possesso a nome della regina Elisabetta, chiamandola Nuova Albione; volse poi a occidente, raggiunse le Molucche, toccò Giava e doppiato il Capo di Buona Speranza, tornò in patria. Aveva compiuto, secondo dopo Magellano, il giro del mondo; era carico di ricchezze ed aveva dimostrato la grande abilità della marina inglese. Accolto in patria in trionfo, guidò nel 1585 la spedizione contro la Spagna, durante la quale attaccò le isole di Capo Verde, mise a sacco le isole di Santo Domingo, Cartagena, San Augustin. Nel 1587 distrusse a Cadice una divisione di 33 navi della flotta spagnola e nel 1588, promosso viceammiraglio e diventato baronetto, fu uno dei protagonisti che portarono l'Inghilterra alla vittoria sulla "invincibile armata", la grande flotta spagnola di Filippo II e contribuì in modo decisivo all'affermazione dell'Inghilterra come la più grande potenza navale del mondo.

Nel frattempo i Paesi Bassi si erano liberati dall'esosa dominazione spagnola reagendo alla chiusura dei porti portoghesi decisa da Filippo II, si erano costruiti una propria flotta commerciale come affermazione della loro libertà e indipendenza. In tal modo i Paesi Bassi cominciarono a sostituire al predominio commerciale spagnolo nell'Estremo Oriente quello olandese. Nel 1598, l'olandese Jakob Mahu, navigando sulle orme di Magellano, raggiunse il Giappone e Oliver van Noort partì dall'Olanda per compiere il giro del mondo.

Intensa era stata durante tutto questo periodo l'attività dei geografi e dei cartografi, che con sistemi vari, dapprima incerti ed empirici, poi, a mano a mano, più sicuri e con migliori basi scientifiche, avevano disegnato mappe e regioni, note e ignote. Fra questi, G. Jon Guillaume Testu, capitano della nave corsara francese, che morì combattendo con Francis Drake contro gli Spagnoli a Panama, aveva compiuto una raffigurazione fantasiosa del polo artico. 
La maggior affermazione cartografica dell'epoca fu però quella di Gerardo Mercatore, nel famoso mappamondo e in tutta la sua opera di geniale cartografo. La sua opera sintetizza in modo originale ed efficace tutti gli sforzi compiuti nel Rinascimento per l'allestimento delle carte geografiche, col ricondurre la cartografia a procedimenti matematici e col sottrarla in modo definitivo al precedente eclettismo empirico.

IL PASSAGGIO A NORD-OVEST
LE ESPLORAZIONI RUSSE DELLA SIBERIA
RICERCA DEL PASSAGGIO A NORD-EST
I RAPPORTI CON L'ASIA


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martedì 28 agosto 2018

I CONQUISTADORES DELL'AMERICA




I CONQUISTADORES DELL'AMERICA


Alle scoperte successero le occupazioni delle terre scoperte. Più che lo spirito di curiosità e di conquista, vi fu la bramosia, l'avidità di sfruttare le regioni conquistate e di trovare spezie, oro, pietre preziose. Si iniziò così la triste e crudele opera di distruzione che colpì popolazioni, civiltà, tesori d'arte; si ebbero lotte spietate tra gli stessi conquistatori. Questo desiderio di scoprire e di impadronirsi di tesori ebbe anche un aspetto positivo: consentì di realizzare in breve tempo una abbastanza ampia e dettagliata esplorazione del continente sud-americano.

La spedizione di Colombo aveva praticamente dimostrato la possibilità, e la relativa facilità, di attraversare l'Oceano Atlantico. Come sappiamo, egli morì nella piena illusione di essere approdato in qualche punto del continente asiatico, ma coloro che gli susseguirono assodarono di lì a non molto tempo che si trattava di un continente di vaste proporzioni e del tutto separato dall'Asia.
La felice e insieme drammatica spedizione di Magellano, compiendo il primo giro del mondo, mostrò anche che non esisteva un passaggio fra l'Atlantico e il Pacifico se non alle estremità, sud del continente. I tentativi di trovare un passaggio da est a ovest si ripeterono a lungo, ma nella parte settentrionale dell'America.

Intanto, al desiderio e alle aspirazioni scientifiche e commerciali degli esploratori, si aggiungeva l'ansia delle maggiori potenze del tempo di arricchirsi in qualsiasi modo, se non con le spezie, con l'oro o altri materiali preziosi ili cui era balenata l'esistenza nelle ultime spedizioni e dei quali i più fortunati avevano portato in Spagna e in Portogallo svariati campioni. 
Come già i Portoghesi avevano fatto in Africa, trasformando le occupazioni da commerciali in politiche e militari, inviando spedizioni armate e truppe per rinsaldare il possesso delle terre su cui avevano messo piede, così gli Spagnoli si dedicarono alla ricerca delle ricchezze agognate, frugando e sfruttando il nuovo continente americano. Agli esploratori, seguirono i conquistadores.

Il primo di questi personaggi - Vasco Nunez de Balboa - che ebbe anche la ventura di affacciarsi al Pacifico, traversando l'istmo oggi detto di Panama, penetrò nell'interno alla ricerca di miniere d'oro, uccidendo e facendo strage degli indigeni che cercavano di ostacolargli il cammino. Come molti altri, prima e dopo di lui, anche egli rimase vittima degli intrighi e delle gelosie che sempre accompagnavano queste spedizioni e fu imprigionato, processato e ucciso con accuse facili, trovate dal governatore del Darien, Pedrarias de Avila. L'ultima impresa di Balboa fu un'altra prova dell'energia e dell'intuito che lo animava: fu infatti il primo costruttore di navi nel nuovo mondo.

Già i primi che avevano costeggiato lo Yucatan  - il Cordoba e il Grijalva - avevano constatato che, sia la regione, sia gli indigeni che l'abitavano, erano molto diversi dalle isole esplorate e dai nativi incontrati in un primo tempo: il territorio (Messico) era disseminato di belle opere architettoniche e gli abitanti erano ricchi di collane e braccialetti d'oro che li ornavano.

La gloria e le esaltazioni universali che l'accompagnano furono appannaggio di Hernan Cortez. Si era imbarcato per il nuovo mondo affascinato dai racconti, dal desiderio, dalla speranza di far fortuna. Dapprima fece il piantatore a Hispaniola, poi partecipò a una spedizione per Cuba; infine riuscì a farsi dare l'incarico di dirigere la spedizione td conquista nel Messico.

Nel 1519 sbarcò nello Yucatan con circa 1000 uomini, pochi cavalli e qualche pezzo di artiglieria e avanzò verso la città, che oggi si chiama Vera Cruz. Qui si trovò davanti per la prima volta gli inviati dell'imperatore azteco Montezuma che abitava a Mexico (casa del Dio della guerra), cioè in quella che poi doveva chiamarsi Città del Messico. L'imperatore onorò il nuovo arrivato, di cui ammirava i cavalli che non conosceva, si sottomise spontaneamente agli Spagnoli e svelò ricchezze del Messico. Alcuni mesi dopo, però, incendiata la flotta e superati i soliti intrighi dei suoi connazionali, Cortez avanzò sulla capitale e riuscì a far prigioniero Montezuma.
La civiltà, e soprattutto la religione degli Aztechi, se meravigliarono gli Spagnoli e acuirono la loro avidità, li fecero anche inorridire per l'abitudine a praticare sacrifici umani. Nessuno cercò di penetrare e rendersi conto d.ella complessa anima azteca e dell'altissimo grado della civiltà raggiunta. l'intolleranza religiosa degli Spagnoli a era resa ancora più viva in quei tempi, per l'avvertire dell'invito sovvertitore di Martin Lutero; essi considerarono gli Aztechi come pagani da convertire e da distruggere i loro monumenti, i loro templi dedicati a riti barbari come il sacrificio umano, senz'altro da abbattere. Le città del Messico, ricche di canali, lagune, dighe e isole natanti di fiori, apparivano ai conquistatori opere del demonio. I sacerdoti che accompagnavano la spedizione di Cortez dimostrarono cautela e notevole senso politico. Cortez cercò di convertire Montezuma, ma I'imperatore pareva propenso a credere che fosse meno grave sacrificare esseri umani agli dei, piuttosto che nutrirsi della carne e del sangue di Dio, come facevano i cristiani. Cortez chiese allora il permesso di visitare uno dei templi, permesso che gli fu accordato; salì sul principale di essi, il grande Teocalli, e vide insieme con i suoi compagni l'altare dei sacrifici - un blocco di diaspro e un coltello di ossidiana - e I'immagine terrificante di una delle due divinità, principali, Huitzilopochtli (l'altra era il serpente piumato Quetzacoatl), ohe apparve agli Spagnoli come una maschera vivente del demonio. Un serpente tempestato di perle e di pietre preziose si avvolgeva intorno al corpo del dio, le pareti della stanza erano grondanti di sangue e sull'altare c'erano tre cuori umani. Cortez avrebbe voluto innalzare in quel luogo che era il più alto della città, una croce, ma il padre
Olmedo lo dissuase. Accanto al tempio su una collina di terriccio c'era un'altra costruzione che conteneva, ben ordinati, un numero enorme di crani delle vittime.
Cortez passò dalle esortazioni alle minacce: occupò una delle torri del grande Teocalli, fece ripulire il tempio, erigere un altare e vi collocò la croce e l'immagine della Vergine; poi tutti insieme cantarono un grande Te Deum.

Fattanto Cortez si era assentato per sconfiggere Narvae. Aveva lasciato come suo delegato Alvarado. Gli Aztechi gli chiesero di celebrare una loro festa religiosa e Alvarado concesse il permesso purché non fossero compiuti sacrifici umani e i partecipanti fossero disarmati. Sul più bello della festa, soldati spagnoli, mescolati ai fedeli inermi, li massacrarono tutti. A questo massacro il popolo azteco insorse. Quando Cortez ritornò, riuscì a liberare Alvarado bloccato in un palazzo, ma nonostante la distruzione delle case, rimase egli stesso bloccato, perché gli Aztechi gli avevano tagliato tutti i ponti della ritirata. I ribelli avevano scelto come capo il fratello di Montezuma, Cuitlahnac. L'imperatore ancora prigioniero si offrì di fare da intermediario fra il suo popolo e gli Spagnoli e si presentò ai suoi sudditi rivestito di tutte le insegne imperiali. Non riuscì neppure a cominciare a parlare, perché fu immediatamente lapidato. Cortez allora dette l'ordine di abbandonare la città, e autorizzò i soldati a prendere quello che volevano del tesoro azteco, tesoro che per i più avidi fu una vera palla al piede e impedì loro di seguire il grosso delle truppe. In mezzo a inenarrabili difficoltà, servendosi anche di un ponte trasportabile che si erano costruiti da sé, gli Spagnoli riuscirono a fuggire dalla città, ma in breve, sia per il peso eccessivo che portavano, il quale aveva fatto affondare il ponte, sia per il numero e la disperata azione degli Aztechi, la ritirata si trasformò in fuga disordinata. La salvezza venne proprio da Cortez che, divisa la sua schiera in tre gruppi, si lanciò con venti cavalli nel pieno della massa nemica. Benché ferito alla testa, riuscì a raggiungere il comandante in capo dei nemici Cihuacu, riconoscendolo dal bastone (che portava assicurato sul dorso) il quale aveva sulla punta una rete d'oro che serviva da bandiera e da insegna di battaglia: lo uccise, gli strappò la bandiera dorata e I'agitò sulla mischia. Gli Aztechi fuggirono precipitosamente e il Messico, sebbene si sollevasse varie volte nei mesi successivi alla battaglia di Otumba, era ormai preda degli Spagnoli che distrussero la capitale. Colmarono i canali, eressero chiese, divisero il territorio secondo il principio dei repartimientos, cioè con la schiavitù di tutte le popolazioni azteche. Dopo diversi anni, alcune famiglie spagnole si erano installate nella nuova Città del Messico, ricostruita.

Il tesoro di Montezuma però andò disperso in modo misterioso e non fu mai più recuperato. Dopo la vittoria sugli Aztechi, Cortez e i suoi soldati credettero di ritrovare quanto non avevano potuto portar via all'inizio della ritirata, ma del tesoro non c'eta più traccia.
Furono frugati invano fossati e lagune; quel poco che si poté rintracciare, spedito in Spagna, cadde invece in mano al re di Francia Francesco I, per aver una nave francese catturato la nave spagnola che portava il tesoro. Il padrone del Messico, Cortez, si spinse verso l'America centrale, nel Guatemala e nell'Hondutas, e poi volse a nord verso le coste della bassa California. Ne iniziò l'esplorazione, ma dovette tornare in Spagna per mancanza di aiuti. I soliti intrighi e le solite gelosie impedirono a Cortez di ottenere da Carlo V l'ammissione alla corte; egli morì oscuramente nel 1547, presso Siviglia.
Importanti sono le cartas de relacion a Carlo V del periodo 1519-26 (di cui la prima è andata perduta) nelle quali Cortez descriveva le sue imprese nel Messico. Nel periodo coloniale spagnolo fu dato il suo nome al Golfo di California.

Un'altra spedizione di tutt'altro genere e di tutt'altra sorte fu compiuta da Francisco Vasquez de Coronado, che già aveva preso parte con Cabeza de Vaca alla ricognizione del Texas e dell'Arizona, Il Coronado partì dal Messico, attraversando l'Arizona raggiunse il Colorado e poi si spinse verso est, raggiungendo il Kansas e l'Arkansas. Non trovò né oro né gioielli, ma grandi mandrie di bisonti, che pascolavano nelle estese praterie, e villaggi di tende i cui abitanti avevano le capigliature ornate di penne: erano i pellirosse.
Un'altra spedizione, guidata da Hernando de Soto, era partita dalla Florida, aveva raggiunto i monti Appalachi, aveva attraversato la Georgia fino alla Carolina del Sud; aveva poi raggiunto il Mississippi. Il De Soto fu ucciso dalla fatica e dagli stenti e i superstiti raccontarono al ritorno, compiuto lungo il Mississippi, che quello regioni non offrivano nessuna ricchezza.

Ricchezze favolose si narrava invece fossero in un paese lungo le coste del Pacifico. La notizia era stata portata da Pascual de Antagoya di ritorno dalla Castiglia aurifera, dal Panama e da un viaggio lungo le coste del Pacifico. Affascinati dal suo racconto, due avventurieri che si trovavano da tempo a Panama, riuscirono a mettere insieme ed avere il comando di una piccola spedizione: erano Francesco Pizarro e Diego de Almagro.
Il primo tentativo fallì. Avuto il consenso del governatore P. d'Avila, nel 1526 ebbe inizio la seconda spedizione che raggiunse il fiume San Juan, la baia di San Mateo e il porto di Tacamez. Furono visitate l'isola di santa Clara e Tumbez nel Golfo di Guayaquil e raggiunsero il porto di Santa, a 9° di latitudine sud.. Di qua, avute altre notizie sulle ricchezze incaiche, il Pizarro tornò a Panama e si recò quindi in Spagna dove otteneva dal re la necessaria capitolazione, e il titolo di capitano generale e governatore delle nuove terre. L'Almagro, che aveva avuto dal governatore d'Avila l'incarico di sorvegliare il Pizarro, rimase molto irritato dai titoli concessi al Pizarro e non a lui.
Tuttavia nel gennaio 1531 partì da Panama la terza spedizione. A Tumbez il Pizarro, che si era temporaneamente diviso dall'Almagro, seppe dell'esistenza di una lotta fra due aspiranti al trono inca e della presenza di uno di essi in Atahualpa nella vicina Cajamarca. Senza attender l'arrivo dell'Almagro, il Pizarro raggiunse Cajamarca dove Atahualpa, terrorizzato dai bianchi e soprattutto dai loro cavalli (ignoti nel Perù come nel Messico) cercò di venire a patti con I'invasore, offrendogli molti doni e invitandolo nel suo campo. Catturato Atahualpa, questi restò prigioniero qualche mese e fece consegnare un riscatto, calcolato a circa 100 milioni di euro in oro. Il pagamento però non significò la liberazione di Atahualpa che fu impiccato. La popolazione degli Inca rimase smarrita, l'esercito si sfasciò e verso la fine del 1533 Cuzco veniva conquistata e abbandonata al saccheggio e alla devastazione dei soldati. Pizarro, temporaneamente libero dall'Almagro, che partiva alla conquista del Cile, fondò la nuova capitale del Perù, Lima.

L'Almagro, attraversata la Bolivia era entrato in Argentina e passate le Ande era giunto nel Cile, donde riprese la via del ritorno, senza aver trovato né oro né gemme. A Cuzco i sovrani inca, figli del Sole, regnavano con un governo assoluto. Le città erano ricche di edifici potenti costruiti con massi sovrapposti così perfettamente aderenti gli uni agli altri che gli Spagnoli credettero, in un primo momento, aver trovato gli Inca il modo di ammorbidire la pietra. Il paese era ricco d'oro e di smeraldi; l'artigianato delle stoffe e delle ceramiche aveva raggiunto espressioni molto elevate.

Nel paese però, insieme con queste espressioni di civiltà, si mantenevano costumi barbari, compresi quelli dei sacrifici umani.
L'esosità e le violenze dei conquistatori indussero gli abitanti di Cuzco, che sorgeva a 3000 metri di altezza ed era protetta da una serie di poderose fortificazioni, a ribellarsi. La città era assediata e a stento difesa dai due fratelli del Pizarro, Gonzalo e Ferdinando. L'Almagro riuscì a liberare la città ma catturò i due fratelli del Pizarro, sostenendo che la città era compresa nella sua giurisdizione.
Mentre Gonzalo riuscì a fuggire, Francisco Pizarro patteggiava con I'Almagro la liberazione di Ferdinando. Ottenutala, marciò in armi contro l'Almagro che, dopo una sanguinosa battaglia a La Salinas, fu sconfitto, fatto prigioniero, processato, condannato a morte e strangolato in carcere. I Peruviani, che avrebbero potuto approfittare della lotta fra gli stessi conquistatori, erano ormai convinti che nulla si potesse fare contro gli stranieri d'oltremare e assisterono passivi ai combattimenti. Francisco inviò in Spagna il fratello Ferdinando per controbattere le accuse mosse contro di lui dal figlio di Almagro; egli fu però arrestato e rimase in carcere ben 23 anni prima di potersi ritirare a Traschiglio.

Nel frattempo i partigiani dell'Almagro, raccoltisi intorno al figlio di questo, Diego, penetrarono nel palazzo di Francisco Pizarro a Lima e lo assassinarono a pugnalate. L'altro fratello Gonzalo, nominato da Francisco governatore di Quito, iniziò una spedizione verso il mitico Eldorado, traversò le Ande, entrò nell'Arizona e spinse Orelana a tentare la navigazione sul Rio delle Amazzoni. Anche lui, dopo varie vicende, partecipò a varie rivolte, ottenne e perdette titoli, poi finì giustiziato nel 1549. Lo stesso figlio di Almagro poté godere per poco del suo potere perché un nuovo governatore giunto dalla Spagna lo sconfisse in battaglia e lo fece decapitare.

Frattanto era stata ripresa la penetrazione verso il sud, iniziata e poi abbandonata da Almagro. Pedro de Valdivia riuscì a occupare il Cile dopo 10 anni di lotte asperrime, dal 1540 al 1550. Le città di Santiago, Valparaiso e la stessa Valdivia, furono da lui fondate.
La lotta fu molto aspra perché i suoi oppositori erano i feroci Araucani gelosi e fieri della propria indipendenza, tanto che avevano resistito e avevano evitato la sottomissione al dominio degli Inca.
Con le operazioni del Valdivia, venne conquistata tutta la regione delle Ande. La spedizione era facilitata dalla leggenda che nel cuore dell'America meridionale esistesse una regione ricchissima di oro e di gemme, chiamata Eldorado, del tutto inesistente. Pare che la leggenda fosse nata dal rito di una popolazione dell'interno il cui capo, una volta all'anno, durante una festa sacra, prima di fare le abluzioni rituali si cospargeva il capo di polvere d'oro; da re dorato derivò Eldorado.

La bramosia dell'oro spinse verso il mitico Eldorado non solo gli Spagnoli, ma anche altre popolazioni, fra cui i Tedeschi. A parte il valore delle esplorazioni in se stesse, l'Eldorado non fu naturalmente trovato e si dovettero lamentare molte perdite umane nei combattimenti contro gli indigeni.

Quando Gonzalo Pizarro, passato nell'Ecuaclor dal Perù attraverso la cordigliera delle Ande, e per il tempo e l'insalubrità della regione era stato costretto al ritorno, senza aver trovato le ricchezze e il favoloso reame dell'Eldorado, un suo ufficiale, Francisco de Orellana, sceso lungo il Napo in cerca di cibo, da affluente in affluente fu trasportato dalle forti correnti fino al Rio delle Amazzoni; impossibilitato al ritorno, continuò a navigare lungo tutto il corso del grande fiume e fu pertanto il primo ad attraversare il continente americano. Poiché gli uomini del brigantino e il loro comandante Orellana non tornavano furono da Gonzalo e dai compagni che li aspettavano considerati morti o dispersi.
La navigazione sul Rio delle Amazzoni avvenne fra vicende fiabesche, incontri e scontri con gli indigeni, talora innocui e amici, talora ferocemente ostili.
Più di una volta la nave stette per essere frantumata sulle rocce o nelle furiose rapide del fiume, cercando di viaggiare sempre al centro perché ogni volta che tentava di approdare, le bellicose tribù che popolavano le sponde piombavano sul piccolo equipaggio e Io seguivano poi per miglia e miglia. Il viaggio richiese la navigazione di migliaia di miglia attraverso territori mai visti prima di allora. Insieme con narrazioni precise di avvenimenti reali, l'Orellana riportò anche varie leggende udite, fra cui quelle che nelle terre lungo il fiume vivevano donne guerriere che per combattere più agevolmente si amputavano un seno e venivano chiamate amazzoni. La leggenda si impose alla realtà, e dette al fiume il nome che porta.
Francisco de Orellana riuscì comunque a compiere la propria impresa: giunse alla foce del grande fiume e arrivato nell'Atlantico si diresse verso l'isola di Cubagna e di là fece ritorno in Spagna. A corte narrò le sue avventure e riaffermò la sua certezza sull'esistenza dell'Eldorado, ottenendo quindi il mandato per la conquista e la colonizzazione delle terre conquistate, ma morì durante il viaggio e non poté neppure dare il nome alle acque che aveva scoperto.  Le terre intorno al Rio delle Amazzoni caddero nella giurisdizione del Portogallo.

Molte altre spedizioni attratte dal miraggio dell'oro vennero organizzate, partirono e andarono disperse, trucidate dagli indigeni e annientate dagli stenti, senza peraltro che si perdesse la fede nell'esistenza di questo regno di favola o si smorzasse in qualche modo la cupidigia dell'oro che si sperava di trovare. Una conseguenza benefica tuttavia fu portata da questa cupidigia: la rapida esplorazione del territorio a nord del Rio delle Amazzoni.

Mentre il Portogallo continuava a interessarsi assai blandamente alle proprie zone di influenza in America, perché ancora proteso verso le Indie, la Spagna continuava nella sua azione di conquista. Nel 1535 nel grande estuario del Rio della Plata venne fondata Buenos Aires da Pedro de Mendoza; il suo successore Juan de Ajolas risaliva il Paranà, e il Paraguai e fondava Asuncion. Gli indigeni uccisero l'Ajolas e assediarono Asuncion che fu però liberata da Cabeza de Vaca, il quale assunse anche il governo della regione e tornò a fondare Buenos Aires in posizione migliore, essendo stata la prima fondata dal Mendoza, già dstrutta.
Anche qui i conquistatori erano in lotta gli uni con gli altri, pur mentre combattevano contro gli indigeni. Fra gli spagnoli emerse Domingo Martinez de Irala che, liberatosi dei competitori, si avventurò nell'interno fino a entrare in contatto con il Perù e il Cile, stabilendo rapporti commerciali fra i vari paesi, costruendo strade e fondando città.
Attorno al 1560 tutta l'America meridionale di influenza spagnola era stata conquistata e organizzata. Non mancarono fra i conquistatori anche scrittori, poeti e taluni di mentalità più aperta e di tendenze più miti verso i popoli conquistati. Il poeta Alonso de Ercilia nel suo poema La araucana celebra la conquista del Cile alla quale aveva preso parte. Nel poema sono esaltati sia Pedro de Valdivia, Francisco de Vilagra, Hurtado de Mendoza, che gli indigeni araucani disperati difensori della loro terra e delle loro tradizioni.
Fra Bartolomeo de las Casas, grande missionario cattolico dell'America, denunciò a Carlo V gli eccessi e le crudeltà dei conquistatori e si prodigò con la parola, l'opera e gli scritti per cercare di impedire lo sfruttamento indiscriminato delle popolazioni autoctone e la loro conseguente scomparsa.


Le esplorazioni intorno alle coste e nell'interno dell'America meridionale



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domenica 26 agosto 2018

ESPLORATORI E ESPLORAZIONI - GIOVANNI DA VERRAZZANO (Explorers and Explorations)




ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

GIOVANNI DA VERRAZZANO


Quando tornarono in Europa i superstiti della spedizione di Magellano, un mercante fiorentino stabilito in terra francese, Giovanni da Verrazzano (Greve in Chianti, 1485 circa – Isole Abaco, 1528 circa), seguì attentamente i rapporti della navigazione e ne trasse la conclusione che il passaggio fra l'Atlantico e il Pacifico trovato girando intorno all'America meridionale, imponeva una rotta troppo lunga e pensò alla convenienza di cercare un altro passaggio più a nord. Presentò un suo progetto al re di Francia, Francesco I, che sarebbe stato estremamente lieto di raggiungere un successo proprio là dove gli Spagnoli avevano fallito. Egli quindi aderì alla richiesta del da Verrazzano il quale partì il 17 gennaio 1524, facendo credere di comandare una spedizione corsara. In realtà, dopo aver costeggiato la costa iberica, partì per la traversata atlantica, segretamente, da un'isoletta presso l'isola di Madera.  
Delle quattro navi che componevano la spedizione, una sola però prese la via dell'oceano e toccò terra il 7 marzo sulle coste dell'attuale Carolina; la nave si chiamava "Delfina" e l'equipaggio era composto di 50 persone. In un primo momento navigò verso sud, ma poi, forse per timore di incontrare navi spagnole, volse la prua a nord e costeggiò gli attuali Stati Uniti fino alla Nuova Scozia.
Naturalmente non trovò il passaggio, sebbene credesse continuamente di averlo trovato per le grandi lagune che si aprivano nella costa frastagliata, che facevano ritenere che la costa si aprisse verso occidente. Nel suo viaggio verso nord, Giovanni da Verrazzano sbarcò per primo nell'isola di Manhattan che doveva poi divenire il nucleo principale della città, newyorchese; in ricordo dell'avvenimento è stato costruito un lunghissimo ponte, nel basamento del quale è stata murata una grande pietra portata in aereo da Firenze.
Alla fine del luglio 1524, Giovanni era di ritorno nel porto di Dieppe.
Sebbene non fosse stato trovato il famoso passaggio, il viaggio aveva avuto ugualmente un esito estremamente positivo, in quanto aveva assodato che dalla Nuova Scozia alla Terra del Fuoco la costa orientale del continente americano si stendeva ininterrottamente senza alcun passaggio verso il Pacifico. Il 17 marzo del 1528, il da Verrazzano partì per un secondo viaggio. Purtroppo i suoi diari sono andati perduti, per cui si ignorano i particolari e lo scopo di questa seconda spedizione tragicamente compiuta. Forse egli cercava di raggiungere il Brasile, di occupare qualche territorio in nome della Francia; di certo si sa soltanto che dalle Bahamas scese verso mezzogiorno e che in un'isola del Darien fu ucciso e divorato dagli indigeni.
La segretezza delle varie spedizioni e la generale riservatezza sul loro esito, avevano fatto sì che il da Verrazzano, partendo per i suoi viaggi, ignorasse che Giovanni Caboto prima e Sebastiano poi, erano giunti fino alle coste del Labrador, raggiungendo lo Stretto di Hudson e penetrando nella grande baia. Giovanni era certo di aver trovato il passaggio verso occidente, ma era stato costretto al ritorno dal freddo.

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ESPLORATORI E ESPLORAZIONI - FERDINANDO MAGELLANO(Explorers and Explorations - Fernando de Magallanes)




 ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

Ancora in questo capitolo viene presentato il ritmo intenso con cui si susseguirono progetti e viaggi di esplorazione nel secolo XVI. La riuscita delle imprese costituiva sempre la parte più imprevedibile giacché gli ostacoli e le incognite erano notevoli, ma l'animo avventuroso e la forza di carattere degli esploratori riuscirono a superare le difficoltà. Tra tutte le imprese si distinse quella di Magellano che, attraverso infiniti ostacoli, completò per la prima volta giro del mondo sui mari.


FERDINANDO MAGELLANO

Fernão de Magalhães ossia Fernando Magellano (Sabrosa, 17 ottobre 1480 - Mactan, 27 aprile 1521) è uno degli esploratori di grande statura, il primo a compiere la circumnavigazione del continente americano. Il suo intuito, il suo coraggio, la sua vasta preparazione lo misero in grado di dimostrare che a un certo punto est ed ovest si incontrarono e che la terra è davvero rotonda. Il suo meraviglioso e rischioso viaggio corresse una volta per tutte le teorie di Tolomeo sulla grandezza dell'Asia e rivelò la vastità di quell'oceano che egli da Mare del Sud battezzò in Pacifico. Magellano era stato 6 anni in Oriente e aveva partecipato a due viaggi in India di Vasco de Gama, aveva viaggiato con l'Almeida e l'Albuquerque, ma a soli 35 anni si era ritirato a vita privata per essere stato ingiustamente accusato cli aver venduto al nemico una parte del bottino dopo la presa di Azamor, nel Marocco, a cui aveva partecipato. Un suo amico, Francesco Serrao, gli scrisse dalle Molucche, magnificando le ricchezze di quelle isole e informandolo sulla loro posizione molto spinta verso l'Estremo Oriente.
Questo gli fece pensare che le Molucche dovevano trovarsi non nell'emisfero assegnato a al Portogallo nel trattato di Tordesillas, da Alessandro VI, ma in quello assegnato alla Spagna. Magellano si rivolse allora, lui portoghese, al governo spagnolo, esponendo la propria idea e progettando una spedizione che dopo aver trovato un passaggio verso il Mare del Sud raggiungeva le Molucche. Al re di Spagna parve perfettamente chiaro che tale impresa era quella che ci voleva per far coincidere i propri interessi personali con quelli della nazione. Fu preparato un certificato, si comprarono a Cadice le navi e cinque vascelli furono apprestati a partire. 
Il Portogallo considerò l'impresa come un vero tradimento, ma Magellano, sebbene non esistesse nessuna carta che gli dicesse che cosa c'era tra est ed ovest, era certo di poter compiere l'impresa a est, attraverso il Mare del Sud. Era fermamente convinto, proprio come lo era stato Colombo quando aveva preso la via sconosciuta dell'Atlantico. Delle cinque navi preparate dal governo spagnolo, la più grande era la "San Antonio", ma la più solida e ben costruita era la "Trinitlad", 110 tonnellate, che Magellano scelse come ammiraglia. I comandanti delle navi erano: Esteban Gomez, Juan de Cartagena, Gaspar de Quesada, Luiz de Mendoza e Juan Serrano.

Il 10 agosto 1519 le navi scesero il Guadalquivir fino a San Lucar; i capitani giurarono lealtà, pregarono insieme e salparono poi per il famoso viaggio il 20 settembre. Da San Lucar la flotta si diresse verso le Canarie poi restarono tre giorni a Teneriffa e quindi si recarono a Punta Rasca per completare i rifornimenti. A un certo momento una caravella spagnola doppiò il promontorio e si ancorò; una barca fu calata e si diresse alla "Trinidad". Un messaggero inviato dall'India-House, recava una lettera di Diego Barbosa nella quale si avvertiva Magellano che i suoi capitani avevano detto ad amici e parenti che se fosse accaduto qualcosa, lo avrebbero ucciso e che comunque non avrebbero ubbidito. Più deciso di tutti al tradimento era Juan de Cartagena. Magellano non fece osservazioni e come se niente fosse dette l'ordine di salpare. 
Dopo violente tempeste incontrate sotto la costa della Guinea, la "Trinidad! indicò la rotta sud-ovest. Questa non era la rotta menzionata e concordata, e il capitano Cartagena chiese spiegazioni; ma la nave ammiraglia ordinò di seguire senza far domande. Schermaglie varie si susseguirono, come il saluto formulato non in modo adatto, risposte insolenti; commenti e critiche, domande su cambiamenti di rotta effettuati non una ma due volte. Protagonista di tutti gli episodi era sempre il capitano Cartagena. A un certo momento Magellano pose il capitano agli arresti, consegnandolo al capitano Luiz de Mendoza che sapeva essere uno dei due capi della congiura.
Il 29 settembre le navi approdarono nel nuovo mondo, al Capo Sant'Agostino. Le raccomandazioni di non provocare per alcun motivo battaglie o dissensi nel dominio del re del Portogallo furono osservate. Il 13 dicembre la flotta entrò nella baia di Santa Lucia a Rio de Janeiro, sempre in zona portoghese. Gli abitanti erano cannibali e l'abitudine era nata, a quanto veniva riferito, da un fatto curioso. Alcuni anni prima durante una lotta con un'altra tribù un giovane era stato fatto prigioniero. Sua madre piena di ira selvaggia aveva afferrato uno dei nemici e gli aveva morsicato una spalla. Fuggito e tornato dai suoi, il giovane aveva detto ohe la donna aveva tentato di mangiarlo. Da allora entrambe le tribù mangiavano i prigionieri.

Dalle coste del Brasile, la spedizione proseguì fino al Rio della Plata. Gli abitanti erano di statura gigantesca ed enormi erano pure le oche che poco dopo il convoglio notò vicino a un gruppo di isolotti. Ne furono uccise facilmente moltissime a colpi di bastone: nere con chiazze bianche sul petto, arrivavano alla cintura di un uomo. Non volavano, ma le ali servivano loro come pinne.In realtà, non si trattava di oche, ma di pinguini che nessuno aveva mai visto. Il 31 marzo la spedizione raggiunse l'estrema punta toccata da Amerigo Vespucci al 50° di latitudine sud, dopo aver incontrato un tremendo fortunale. Non tardò a manifestarsi un nuovo spirito di rivolta dell'equipaggio, prodotto anche dalla scarsezza di vitto e dalla conseguente riduzione delle razioni. La ciurma e i capitani si erano impadroniti della "Victoria" e della "Concepcion" e gridavano che volevano tornare indietro, sostenendo che erano stati presi in giro abbastanza col pretesto degli ordini del re. Magellano era sull'ammiraglia dove gli arrivò un messaggio degli ammutinati: convocatili, non consentirono a presentarsi; avvennero zuffe e tafferugli a bordo dei battelli, finché la mattina del 3 aprile la "Trinidad", la "Victoria" e la "Santiago" furono schierate attraverso l'imboccatura della rada: le navi dei ribelli erano in trappola.
Passarono molte ore, poi a un tratto si sentì un confuso strepitio, alcuni tonfi sordi e un grido d'allarme. La "San Antonio", avanzando fra le tenebre, trascinando la sua ancora, impossibilitata a muoversi e prendere il largo, andò a urtare contro la "Trinidad". Furono lanciati gli unici abbordaggi, gli uomini della "Victoria" abbordarono la "San Antonio" e gli ammutinati si arresero. Luiz de Mendoza fu squartato e impalato sulla riva e con lui Gaspar Quesada. Altri furono condannati dopo un processo tenuto li per lì a essere abbandonati come naufraghi e altri ancora messi in catene fino a che la flotta non fosse partita. Si tentò di determinare la longitudine di porto San Giuliano che certamente si trovava in territorio spagnolo. La longitudine non fu determinata, ma il capitano generale decise di esplorare la zona.

Verso la fine di aprile la "Santiago" salpò l'ancora e partì per la decisa esplorazione. A mattina inoltrata, un uomo gigantesco apparve danzando sulla spiaggia e gettandosi manate di sabbia sulla testa. Il capitano generale mandò a terra un uomo che doveva rispondere alla pantomima del gigante con mosse analoghe. Finalmente il marinaio prese in barca il gigante e lo condusse alla piccola isola. Portato alla presenza del capitano generale, il gigante fece intendere di credere che gli uomini di Magellano venissero dal cielo. Egli dette al gigante e alla popolazione cui apparteneva il nome di Patagoni (grandi piedi). Erano talmente alti che gli Spagnoli arrivavano loro alla cintura. Avevano le facce dipinte di rosso con chiazze a forma di cuori sulle guance; come armi avevano un arco e frecce con la punta di pietra focaia. Quando i marinai mostrarono al gigante uno specchio ed egli poté vedere la sua faccia, si spaventò molto, ma poi ne fu affascinato. A mano a mano, al primo ne seguirono altri che furono battezzati e impararono anche qualche nome, come Gesù e Maria. Apparvero poi due marinai provenienti dalla "Santiago", spauriti e coperti di stracci, sopravvissuti a manifeste sofferenze. Riferirono le peripezie della spedizione, e che tutti i loro compagni erano salvi e si trovavano sulla terra ferma.
Erano discesi lungo la costa per circa 60 miglia, e poi erano giunti a un grande fiume che il capitano Serrano aveva chiamato Santa Cruz. All'inizio aveva creduto di aver trovato lo stretto, perché l'acqua era salata, ma quando la marea defluì, l'acqua risultò dolce.
Iniziato il viaggio di ritorno, persero la nave in una grande bufera. Riuscirono però a salvarsi, lasciandosi cadere sulla spiaggia lungo I'albero maestro. Erano 37 uomini che, quando il mare si fu calmato, costruirono una zattera per attraversare il fiume. Visto che l'aspettativa si allungava troppo, i due arrivati si erano offerti di ritornare a porto San Giuliano per chiedere aiuti; erano riusciti seppure con grandi difficoltà ad arrivare alla riva opposta del fiume e quindi si erano diretti verso nord, alla ricerca della flotta.

Fu allestita in fretta una spedizione per portare soccorso ai naufraghi, che infatti fecero ritorno. La relazione che fece Serrano precisò che se non fosse stato per il timone spezzato nella tempesta, la nave non si sarebbe perduta e che a suo parere la flotta avrebbe potuto procedere fino a Santa Cruz. La traversata fu senza incidenti.
Si era in inverno, il vento soffiava molto forte e la nave rischiava continuamente di arenarsi. Magellano era convinto che Io stretto fosse vicino ed era combattuto fra il desiderio di ripartire al più presto e quello della stagione in cui si trovava. Il 18 ottobre la flotta lasciò Santa Cruz; il 21 apparve uno stretto passaggio nella costa, quasi un canale che si volgeva tortuoso fra le rive aspre e rocciose, isole e isolotti, dove la notte ardevano fuochi lontani. Per questo, quella regione fu chiamata Terra del Fuoco.

Il 25 ottobre fu avvistato un promontorio che Magellano chiamò Capo delle Undicimila Vergini; al di là di esso era una bassa lingua di sabbia coperta da alghe, gettate a riva dai marosi. La marea che si alzò di 12 metri coprì i banchi. Poiché il vento cominciò a tirare forte durante la notte, le navi misero le vele e incrociarono avanti e indietro nel centro della baia, lontano da terra. A mezzogiorno dell'indomani, diminuita la forza del vento, la "San Antonio" e la "Concepcion" furono mandate sotto vento a esplorare lo sbocco della baia; le altre due navi gettarono l'ancora e l'aspettarono. Le due navi in movimento potevano essere viste soltanto fra un'ondata e l'altra, perché la luce cangiante ora le nascondeva, ora le mostrava, ma poi si vide che erano proprio in capo alla baia e ci si accorse che stavano tornando indietro. Sembrava che esse facessero ogni sforzo per tenersi al largo dai banchi di sabbia della riva, ma una corrente le trascinò a grande velocità. Improvvisamente le navi, tutte e due insieme, virarono di bordo, si diressero alla punta, scomparvero dietro di essa. La mattinata del secondo giorno, cambiato il vento e soffiando verso il largo, ripartivano rapidamente sparando a salve. Quando furono più vicine, ci si accorse che gli equipaggi allineati lungo le muraglie gridavano come pazzi e agitavano i berretti.
Serrano con la "Concepcion" e Merquita con la "San Antonio" superarono la nave ammiraglia, una da una parte e una dall'altra: avevano trovato lo stretto che era proprio dietro quella punta di terra, stretto che Magellano chiamò Todos Santos, ma che poi prese il suo nome.

La navigazione dello stretto fu un meraviglioso successo. Negli anni dopo il 1520 il passaggio dal Capo delle Vergini all'entrata del Pacifico è stato raramente tentato per la sua difficoltà; eppure Magellano lo percorse con navi munite di vele quadre. Coste ripide e frastagliate, clima pessimo; neve, grandine, pioggia e vento quasi in continuazione; acqua così profonda che è indispensabile gettare I'ancora vicino alla riva; passaggio tanto stretto che di solito la riva sotto vento è sempre più vicina di cinque miglia; raffiche improvvise e violente, I'atmosfera densa di nebbia, scogli sommersi, correnti vorticose. All'epoca di Magellano, non esisteva per il passaggio dello stretto nessuna carta, nessuna indicazione di rotta, nessuna base di esperienza, eppure Magellano riuscì a passare.

Giunti sul Pacifico, i navigatori dovevano dirigersi, secondo il programma, verso le Molucche, ma il solito scontento dopo il primo delirante entusiasmo serpeggiò fra gli equipaggi per la scarsezza dei viveri. Una nave disertò e prese la via del ritorno; poiché un'altra era andata perduta presso Santa Cruz, tre navi affrontarono il Pacifico che fu così chiamato perché risalita la costa del Cile fino a Valparaiso il mare era tranquillo e i venti favorevoli. Volta la prua a nord-ovest soltanto dopo 3 mesi e 20 giorni di navigazione si approdò a un'isola: era l'isola di Guam, la maggiore delle Marianne.
La mancanza di viveri e le malattie avevano decimato gli equipaggi, sull'isola gli abitanti si dimostrarono ostili e cercarono di depredare i nuovi arrivati: donde il nome di isola dei Ladroni che le fu dato.
Ripartite, le navi raggiunsero le Filippine e qui poterono rifornirsi abbondantemente, visitandone molte e prendendone possesso in nome del re di Spagna.

Il 17 aprile del 1521 si compiva il destino di Magellano. Pur avendo affrontato e superato tanti pericoli nella navigazione e tante situazioni di emergenza con i propri equipaggi ribelli, quando sbarcò nell'isola di Matan con un piccolo gruppo di uomini, per riscuotere tributi dagli abitanti come solitamente faceva, l'ammiraglio si trovò di fronte gli indigeni in armi e rimase ucciso con alcuni dei suoi, dopo essere riuscito a mandare in salvo il grosso della piccola spedizione. Altri 24 spagnoli venivano poco dopo trucidati a tradimento nella vicina isola di Zebu e poiché questi ultimi erano tutti comandanti, la morte di Magellano e la loro lasciò la flotta abbandonata a se stessa. Una delle navi fu data alle fiamme perché rimasta senza equipaggio; le altre due vagarono a caso, toccando Palanan e Borneo e raggiungendo finalmente le Molucche a Tidore l'8 novembre del 1521. Approfittando del fatto che gli indigeni erano scontenti della dominazione portoghese, gli spagnoli, atteggiandosi a liberatori, caricarono le navi di spezie e ripresero il viaggio. Poté partire però soltanto la "Victoria", perché la "Trinidad", ritardando a causa di una falla, fu costretta ad arrendersi ai portoghesi.

La "Victoria", ultima superstite delle navi salpate dalla Spagna, attraversava il mare di Banda fino a Timor, affrontando poi l'Oceano Indiano e navigando lontano dalle coste in mano ai Portoghesi; costeggiava l'Africa, doppiava il Capo di Buona Speranza e raggiungeva le isole di Capo Verde. Qui i 13 uomini discesi a terra per far provviste furono fatti prigionieri dai Portoghesi, ma gli altri 18, unici superstiti dei 265 partiti quasi tre anni prima, poterono raggiungere il 6 settembre 1522 il porto di San Lucar dal quale erano salpati.

Per la prima volta era stato compiuto il giro del mondo. Alla spedizione di Magellano partecipò il vicentino Antonio Pigafetta il quale, avuta notizia mentre si trovava a Barcellona dei preparativi del viaggio di Magellano, si recò a Siviglia e riuscì ad imbarcarsi come crado (addetto alla persona) nella nave stessa del comandante. Poté così seguire la spedizione a fianco di Magellano, svolgendo varie missioni e incarichi di fiducia. Fu uno dei 18 superstiti che riusci a rientrare in Spagna. Scrisse in italiano un'accurata e precisa relazione del viaggio che per la ricchezza e la vivacità di osservazioni sui paesi visitati e sugli avvenimenti succedutisi, costituisce uno dei più importanti documenti della storia delle esplorazioni.


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sabato 25 agosto 2018

ESPLORAZIONE DELL'AMERICA (Exploration of America) - LA RICERCA DEL PASSAGGIO (The search for passage)




 ESPLORAZIONE DELL'AMERICA

LA RICERCA DEL PASSAGGIO


Il nome si riferiva tuttavia soltanto all'America meridionale, perché di quella settentrionale poco o niente si sapeva: neppure se facesse parte del continente asiatico o se costituisse un'altra parte delle nuove terre. Al fine di trovare una via rapida per giungere alle Indie, si continuò a cercare un passaggio verso i mari orientali.
Tale passaggio fu cercato dapprima tra il continente meridionale e quello settentrionale sempre, evidentemente, con risultati negativi. Per quanto riguarda il passaggio più a nord, la conoscenza delle coste nordiche era avvolta nella nebbia delle leggende, tanto che Mercatore nella sua carta del 1579 dipinse i passaggi come esistenti, ma con grandi difficoltà. Il viaggio di Giovanni Caboto e i suoi incontri con gli icebergs confermavano quanto asseriva Mercatore. L'Oceano Pacifico doveva essere scoperto da un avventuriero spagnolo, ricco di coraggio e di debiti, Vasco Munez de Balboa, che nel 1510 aveva fondato una colonia nel Golfo di Darien dove faceva incetta con i suoi uomini di oggetti d'oro. Un giorno un cacicco amico osservò che era un peccato fondere oggetti d'oro lavorati, quando al di là delle montagne si poteva trovare tutto l'oro che si voleva. II Balboa partì con 300 uomini, dovette combattere con indigeni ostili, ma il 25 settembre del 1513 raggiunse una vetta dalla quale poté scorgere l'immensa distesa del Pacifico che egli chiamò Mare del Sud. Si capì allora che il Nord e il Sud America erano colIegati, ma le ricerche del passaggio continuarono ugualmente.

Nel 1517 Fernando di Cordova, inviato di Diego Velasquez governatore di Cuba, raggiungeva lo Yucatan e seguendone le coste arrivò fino a Campeche. L'anno dopo, Juan de Grijalva proseguiva oltre Campeche fino a Tampico.

Intanto, nel 1513, Juan Ponce de Leon aveva scoperto la Florida che credette fosse un'isola e chiamò Pasqua Florida; e nel 1519 Alfonso Alvarez de Pineda costeggiava tutta la penisola e tutto il Golfo del Messico. Non c'era più dubbio, quindi, che nord e sud fossero uniti e formassero un blocco assottigliato nella parte centrale, senza però alcun passaggio. Bisognava pertanto cercare un passaggio a sud per entrare nel Mare del Sud scoperto dal Balboa. Juan Diaz de Solis tentò l'impresa nel 1516, ma sceso a tera per esplorare l'estuario del Rio della Plata fu ucciso dagli indigeni.

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