venerdì 28 settembre 2018

LA MORTE DI JAMES COOK (Cook's Death)




LA MORTE DI JAMES COOK



Così i giorni passavano a Karakakoa, in un alternarsi di scontri e reciproci atti d'ostilità. All'alba del 14 febbraio al clamore dei tumulti fece eco, in tutta la baia, il rombo dei cannoni inglesi: le navi di Cook sparavano a salve per spaventare i guerrieri apparsi sulle rive. Ma le bordate non servirono a nulla: un gruppo di indigeni apparso tra le erbe delle rive s'impadronì con un colpo di mano di un canotto della Resolution. Alla notizia di quella facile vittoria sugli stranieri, dall'interno affluiscono altri guerrieri: Cook allora decise di scendere a terra e si imbarcò in una scialuppa insieme a un ufficiale di nome Philips e a 9 marinai. King salì su un'altra scialuppa; mentre il capitano gli ripeté di cercare di non usare, comunque, la violenza e gli raccomandò di calmare gli animi degli indigeni, e di non dividere mai il suo distaccamento e di fare buona guardia.

Fu quella l'ultima volta che King vide Cook.

Il comandante inglese, infatti, appena a terra trova una situazione minacciosa; si scatena un nuovo tumulto, vola una pioggia di sassi e qualche marinaio perde la calma, partono i primi colpi di fucile e subito si scatena un combattimento generale tra gli inglesi e diverse migliaia di polinesiani. Cook non riesce a placare gli animi e non può arrestare le cariche dei guerrieri eccitati dalle grida dei loro capi. D'altra parte, le sue navi sono ancorate troppo lontano e assistono impotenti al combattimento senza poter usare i cannoni nel timore di colpire gli amici.

Unica salvezza per il drappello degli inglesi a terra è riuscire a guadagnare la riva e imbarcarsi sui canotti; l'operazione è difficile: ma Cook fa fronte alla situazione sino a che ogni uomo riesce ad imbarcarsi e sino a quando ogni ferito è stato portato in salvo.
Durante tutto il combattimento gli indigeni non avevano avuto il coraggio di colpire il comandante inglese. È un rautì, un capo guerriero o sacerdote, ad osare tanto. Così una vecchia cronaca precisa la figura del capo guerriero: 
"Il tumulto del combattimento era aumentato dai clamori dei rautì, uomini appartenenti alla classe dei capi che la tradizione delle popolazioni oceaniche definisce gli oratori delle battaglie. Questi rautì, vestiti di foglie, animavano i combattimenti gridando durante la lotta frasi di incitamento che ricordavano precedenti atti di valore e precedenti vittorie. Gridavano: *Te arouroru o te sai* (siate forti come un'onda rotta sugli scogli). *Te ouirà maù tài* (abbiate la rabbia dei cani selvaggi) e altre frasi che producevano grande esaltazione" (Yincendon Doumulin). 
Non appena vede Cook rimanere solo e per ultimo sulla spiaggia, il rautì lo ferisce con una sassata. Il comandante Cook cade a terra e subito il rautì gli è sopra, e lo finisce a colpi di pugnale.

Portata dai tamburi, la notizia corre per tutta l'isola e, portata dai superstiti, giunge a bordo delle navi inglesi. La costernazione e il dolore sono generali. Così Clerke, comandante della Discovery e secondo di tutta la spedizione, nel suo testo pubblicato in calce al resoconto del Terzo viaggio di Cook racconta i fatti, nelle pagine 399 e 426:
"Nei giorni precedenti il massacro, il re dell'isola aveva vestito Cook di un mantello simile a quello col quale si copre la statua del grande Atua-Nui. Lo conduce al maré sacro con queste vesti. Gli si mette sul capo una ghirlanda di foglie di banana e lo si fa sedere su una specie di trono. Preghiera di un prete e canti. Poi tutti gli isolani si prosternano. Il re gli dice a segni: 'Questo maré ti appartiene e tu sarai ormai il nostro Atua-Nui'. I marinai dicevano di
quel maré, scherzando, è l'altare di Cook. Poi furto di un canotto. Cook esige che il re lo segua in ostaggio. Ed è trasportandolo lui stesso verso la spiaggia che egli è ucciso con un colpo di sasso e una pugnalata".

Alla morte del comandante, Clerke assume il comando della spedizione e King quello della Discovery; gli inglesi non compirono alcuna rappresaglia perché certamente così avrebbe agito Cook stesso in caso analogo e sperando di poter riavere il corpo dell'esploratore.

Si invitò a bordo il gran sacerdote Koah promettendogli l'impunità, benché si fosse certi della sua responsabilità nella morte di Cook. Koah venne a bordo della Resolution, abbracciò le ginocchia di King piangendo, e I'inglese benché si sentisse agitato da violenti istinti di vendetta, si mantenne calmo e chiese la restituzione del corpo del comandante ucciso. Koah promise, ma durante tutta la giornata non si fece più rivedere. 
L'indomani venne un messo del re e promise formalmente la restituzione dei resti dell'esploratore per l'indomani, dato che il corpo di Cook era stato trascinato nell'interno dell'isola. Il 16 febbraio alle otto di sera la promessa del re venne mantenuta; così descrive la scena, nelle già citate pagine della sua relazione, Clerke: 
"La notte gli indigeni mi portarono alcuni resti delle gambe di Cook dicendo che l'avevano visto tagliare a pezzi e che i guerrieri avevano mangiato il comandante inglese per impadronirsi della sua forza e del suo coraggio. Il 21 febbraio il re fece sapere d'essere riuscito a riunire alcune ossa di Cook; l'indomani egli stesso portò tutte le ossa meno i piedi. La testa non era più riconoscibile, una mano era stata tagliata e salata. Poi finalmente il 23 le ossa furono al completo e si diedero a Cook le massime onoranze".

Il grande capitano venne sepolto in mare, al largo delle Hawaii. Clerke stesso diede gli ordini del servizio funebre e calò in mare con le sue mani i resti del comandante. Tutti i marinai inglesi piangevano e King, che Cook amava come un figlio, singhiozzava disperatamente. Così egli concluse la sua relazione scritta in quei giorni:
"In questo modo terminò la sua carriera il grande uomo che comandava la nostra spedizione. Egli aveva vissuto per eseguire i nobili progetti ai quali la natura lo aveva destinato e fu strappato piuttosto alla gloria che aveva già conseguita, alle gioie e al riposo che dovevano essere il coronamento dello sue immense fatiche".



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mercoledì 26 settembre 2018

LA BAIA DI KARAKAKOA - James Cook




LA FATALE BAIA DI KARAKAKOA



Cook aveva già, pensato di trascorrere i mesi invernali nell'amica isola di Tahiti, tra I'altro - gli ormai esperti carpentieri locali avrebbero potuto egregiamente riparare le due navi inglesi, seriamente danneggiate dalle lunghe peregrinazioni tra i ghiacci.

Ma il destino doveva giocare, questa volta, Cook e disporre diversamente: una tempesta colse la Discovery e la Resolution in pieno oceano e le portò sensibilmente fuori rotta; dopo una settimana di lotta estenuante con la forza del vento e del mare apparve all'orizzonte l'ombra di una terra. Era una delle estreme isole dell'arcipelago di Hawaii.

Nel gennaio precedente la spedizione di Cook aveva ricevuto in quelle isole un'accoglienza non molto aperta, e le popolazioni locali si erano dichiarate apertamente antropofaghe: per questo, il comandante inglese - per svernare - preferiva raggiungere la ben più lontana Tahiti.

Gli equipaggi e gli ufficiali erano però stremati, i malati erano numerosissimi (compreso il comandante della seconda nave, Clerke) e la tempesta aveva ulteriormente danneggiato la Discovery e la Resolution. Quelle terre all'orizzonte significavano - comunque - un approdo e un riposo, almeno per qualche giorno, e così - di malavoglia - Cook accondiscese a variare i programmi e ad accostare verso I'arcipelago per trovare un ancoraggio a ridosso del maltempo. E così, quando le barre delle due navi della spedizione cambiarono rotta, la sorte di Cook era segnata! 
II 30 novembre la spedizione passò sottocosta alla prima isola apparsa all'orizzonte, che gli indigeni subito accorsi in piroga dissero chiamarsi Movée: era una delle Hawaii non scoperta la volta precedente. Il giorno dopo se ne avvistò un'altra, chiamata Owhiehée. 
Il 2 dicembre si vide con meraviglia che la cima delle montagne di questa isola era coperta di neve: i Polinesiani vennero è si dimostrarono accoglienti anche se dapprima erano molto timorosi di salire a bordo.

Per il bisogno di riparare i danni delle navi e per far provviste, Cook ancorò il 5 dicembre le sue due navi in quella vasta baia che si chiamava Karakakoa ove già era approdato l'anno precedente.
Qui ricevette I'omaggio dei capi, e di tutta la popolazione. I bellicosi guerrieri si radunarono in massa al centro della baia ove gli inglesi avevano all'ancora le loro navi; a centinaia, le loro piroghe da guerra si diressero verso la Discovery e la Resolution apparentemente per proporre scambi e commerci ma in realtà, per ostentare agli stranieri la loro forza e il loro coraggio. Gli equipaggi della spedizione, dalle alte sartie delle loro navi, videro il mare riempirsi di canoe che venivano a suonare i loro tamburi di guerra fin sotto bordo.

Ma nessuno perse la calma: i disegnatori ritrassero la scena per la documentazione del Diario; Cook, proprio quel giorno, annotò in quelle pagine un'osservazione scientifica che denota con quanta calma egli affrontasse gli avvenimenti: 
"L'errore dell'orologio del signor Kendall per la longitudine è di soli 7' 4", verso ovest".
Subito dopo questa nota - che fu I'ultima che egli scrisse prima di essere ucciso - Cook ordinò ad un gruppo di uomini scelti ai suoi ordini di scendere a terra, malgrado i vecchi marinai di bordo interpretassero come un triste presagio un volo di gabbiani bianchi e neri proprio attorno alle navi e sulla riva.

Cominciarono, allora, i lunghi giorni di Karakakoa, un alternarsi di feste degli indigeni agli stranieri con atti di amicizia e sottomissione, e atti d'ostilità, furti, dispute e dimostrazioni evidenti di intenzioni ostili.

Subito dopo lo sbarco nacquero gli indigeni ed equipaggio numerosi incidenti e scaramucce che inasprirono gli animi degli uni verso gli altri; motivo più grave di tensione tra inglesi e polinesiani fu la decisione presa da Cook di stabilire un accampamento a terra per curare i marinai ammalati durante il viaggio in Alaska, e pose le sue tende proprio accanto a un altare sacro chiamato maré in una zona che gli indigeni ritenevano tabù; a suon di tamburo annunciarono alle isole che quell'accampamento a terra degli inglesi era un affronto che violava il maré più sacro dell'isola, e che i paopa (i bianchi) non dovevano essere aiutati in alcun caso.



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martedì 25 settembre 2018

I GHIACCI DELL'ESTREMO NORD - James Cook




I GHIACCI DELL'ESTREMO NORD



Il 19 marzo 1778 gli esploratori inglesi diedero fondo in una comoda rada alla quale dettero il nome di Baia della Speranza; e subito alcune canoe vennero incontro alle due navi; a bordo erano indigeni che, dagli ornamenti, parevano capi: uno fece un discorso di cui non si capì nulla, ma altri lanciavano verso la nave pugni di terra rossa, in simbolico, poetico segno di amicizia. Intanto, nella baia le piroghe degli indigeni erano oltre trenta; nessun indigeno voleva salire a bordo, ma tutti si dimostravano gentili e gli scambi subito cominciarono.
Cook annotò, poi, che questa baia era chiamata Nootka dagli indigeni; 14 anni più tardi qui giunse un altro esploratore inglese e da lui il posto prese il nome di Isola Vancouver, dato che la baia si'trovava in un'isola, non in terraferma, come Cook supponeva. Qui il capitano decise di far riposare gli equipaggi e riparare i danni sofferti dalle navi; stabilì un accampamento a terra e gli indigeni vennero in gran numero a far mercato dei loro prodotti. Cook poté anche qui notare - tra l'altro - che anch'essi erano antropofagi, come alle Hawaii.

Da quella zona Cook riprese per settimane e settimane a navigare verso il nord, di costa in costa, di isola in isola; quando le due navi si trovarono presso l'isola che Bering aveva battezzata col nome di Kodiac, la Discovery segnalò alla Resolution di arrestarsi. Cook temette un incidente o una disgrazia grave; invece seppe che una piroga di indigeni si era accostata alla nave del suo luogotenente per consegnare un cofanetto entro il quale era una
carta scritta in russo con le date '1776' e '1778'.

Successivamente Cook e Clerke incontrarono dei navigatori russi, proprio nella Baia di Unolaskha; anch'essi cercavano - invano - quel passaggio tra il Pacifico e l'Artico il cui rilevamento era lo scopo della missione di Cook. La notte dell'11 ottobre, tre di questi russi rimasero ospiti di Cook e l'indomani furono alla mensa del capitano Clerke; malgrado la reciproca ignoranza delle lingue, inglesi e russi si scambiarono i dati raccolti nei rilevamenti e convennero che la scoperta del 'passaggio' era quasi certamente da escludere; e se pensiamo alle navi dell'epoca e alla loro manovrabilità, bisogna convenire che quella deduzione era esatta. 
Eppure Cook non volle darsi per vinto, e proseguì le sue ricerche; dall'11 al 29 ottobre continuò a navigare fra l'America e I'Asia.

Una distesa sterminata di ghiaccio, a 70° 29' di latitudine nord e 161° e 42' di longitudine ovest, impedì alle navi di avanzare ancora verso settentrione. La stagione era ormai troppo avanzata e Cook pensò di non tentare cli passare quel mare ghiacciato e di ritornare negli arcipelaghi polinesiani per attendere la primavera successiva.



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lunedì 24 settembre 2018

IL TERZO VIAGGIO DI JAMES COOK (Cook's third trip)


Hawaii

IL TERZO VIAGGIO 


Promosso "capitano", uno dei gradi più elevati della marina inglese, Cook avrebbe potuto riposarsi dalle sue fatiche accettando un incarico nell'osservatorio di Greenwich, ma egli preferì navigare.
La Gran Bretagna, a quel tempo, aveva rivolto la sua attenzione ad un altro problema marinaresco che non era stato ancora risolto: il famoso passaggio a nord-ovest. Adesso che gli interessi inglesi si erano volti verso il Pacifico, la scoperta di quel passaggio avrebbe avuto grande importanza, dato che avrebbe permesso di sostituire la lunga e costosa via del Capo di Buona Speranza: Cook accettò dunque con entusiasmo ii comando di una spedizione che doveva essere organizzata con questo scopo. Non si trattava però di trovare il passaggio nella direzione tradizionale, dall'Atlantico al Pacifico: lo sconsigliava il dedalo di canali e di baie che frantumavano l'America settentrionale e avevano regolarmente illuso e fuorviato i navigatori precedenti. Meglio sarebbe stato cercarlo nella direzione opposta, dal Pacifico all'Atlantico; e questo appunto fu il compito che l'ammiragliato inglese diede a Cook. 
L'11 luglio del 1776 il capitano salpava da Plymouth sempre al comando della Resolution e seguito dalla Discovery, comandata da C. Clerke.

Secondo l'itinerario fissatogli, Cook raggiunse il Capo di Buona Speranza e di lì mosse verso sud-est, nell'Oceano Indiano meridionale (dove tre navigatori francesi, il De Kerguélen-Trémarec, il Marion-Dufresne e il Crozet avevano scoperto due piccole isole, chiamate ancor oggi Kerguélen e Crozet). Erano terre squallide e nude, da dove successivamente Cook proseguì per la Nuova Zelanda e Tahiti.

Poi, nel dicembre 1777, dalle Isole della Società, volse decisamente a nord, scoprendo le Hawaii (alle quali diede il nome di Isole Sandwich in onore del primo lord dell'ammiragliato) e di lì, volgendo a nord-est, raggiunse la costa americana presso la foce del Columbia e cominciò a risalirla.



domenica 23 settembre 2018

ARCIPELAGHI POLINESINI (Polynesian archipelagos)





ARCIPELAGHI POLINESINI OSTILI


In talune isole polinesiane, Cook non poté compiere osservazioni né studi sulla vita delle popolazioni locali; ne fu impedito dall'ostilità degli indigeni, che in qualche caso divenne pericolosamente bellicosa. Questo accadde, ad esempio, quando la Resolution e l'Adventure accostarono le alte, scoscese coste di un arcipelago a settentrione di Tahiti, le Marquises Islands. Qui Cook nel 1774 incontrò genti animate da una precisa ostilità nei riguardi degli europei, gli scambi furono difficili e vi furono scontri tra i marinai
della spedizione e gli isolani. 

La ragione di questa istintiva inimicizia dei Polinesiani delle Marchesi verso Cook e i suoi uomini aveva un motivo preciso. Già, due secoli prima di Cook, gli Spagnoli erano approdati a questo arcipelago. Le Marchesi si trovano infatti sulla rotta che i loro galeoni percorrevano attraverso tutto il Pacifico per collegare le loro colonie dell'America meridionale e dell'Estremo Oriente, o da Lima, in Perù a Manila, nelle Filippine.
Alvaro Mendana de Meira, nel 1595, fu il comandante spagnolo che avvistò e scoperse queste tene: poiché il suo viaggio era patrocinato dal viceré del Perù, don Garcia Hurtado de Mendoza, marchese del Caneto, il comandante spagnolo in suo onore chiamò quelle isole Marquises.

Purtroppo non si trattò di una scoperta gloriosa e di un battesimo felice: come gli altri conquistadores spagnoli del Cinquecento Alvaro Mendana de Meira commise, nelle isole che aveva appena scoperto, atroci delitti ai danni degli indigeni. Il giorno del suo sbarco, mentre i Polinesiani gli andavano incontro festosi per offrirgli corone di fiori e frutta, così come era costume di tutte lo isole dei Mari del Sud, Mendana ordinò ai suoi uomini di far fuoco e più di 400 indigeni furono uccisi solo quel giorno; le stragi continuarono poi ad ogni approdo degli Spagnoli e la popolazione dell'arcipelago ne venne quasi dimezzata.

E dal tempo di quei massacri, naturalmente, un odio radicato, e un profondo risentimento, è rimasto negli indigeni nei riguardi degli europei. E anche Cook arrivando a quelle isole, ne dovette far le spese stupendosi per l'accoglienza tanto ostile che gli era stata riservata.

Un'accoglienza ancor più bellicosa attendeva Cook dopo lo sbarco alle Marchesi. Fu alle isole Nuove Ebridi, dopo che la seconda spedizione di Cook - lasciata Tahiti nell'agosto 1773 - rivisitò le Sottovento, approdò a un primo gruppo di "isole basse" (nel settembre dello stesso anno), esplorò le Tonga-Tabu (Friendly Islands) nell'ottobre e novembre successivo, tornò ancora una volta tra i ghiacci dell'estremo sud alla ricerca del Continente Australe, nel dicembre 1773 e nel gennaio e febbraio 1774, fino a raggiungere un'isola, il 6 aprile, giorno di Pasqua, famosa per gli etnografi della Polinesia: egli la battezzò "Isola di Pasqua", ne rilevò lo coste e notò che sulle colline dell'interno s'alzavano numerose, gigantesche statue di pietra; il suo pittore William Hodges le riprodusse in una splendida tavola a colori. Da "Pasqua" la spedizione veleggiò sino alle Marchesi - così come abbiamo ora narrato - e di lì, dopo aver accostato due bassi atolli Tuamutu, ancora una volta approdò a Tahiti per far riposare gli equipaggi e riparare le navi; ne ripartì nel maggio con rotta est. Nel grugno scoprì Palmerston e Ana Mooks, nel luglio L'Isola della Testuggine e - finalmente - nell'agosto 1774 le due navi giunsero in vista dell'arcipelago delle Nuove Ebridi.

In queste isole non abitavano i pacifici Polinesiani, ma feroci, bellicosi Melanesiani, dediti a continue guerre tribali e antropofaghi. I popoli melanesiani sono noti per aver praticato cannibalismo fino all'inizio del XX secolo, come offesa alla tribù nemica o per "assorbire" le qualità del defunto, e le tribù dette dei big nambas rifiutavano ogni contatto e uccidevano chi tentava di penetrare nelle loro foreste.

Cercarono, quindi, d'opporsi ferocemente allo sbarco di Cook, radunandosi a migliaia sulle rive della baia ove le due navi inglesi avevano gettate le ancore; percuotendo sassi, levavano un clamore ossessivo, ritmico, possente, che intimoriva gli equipaggi inglesi; inizialmente, Cook non parve - invece - molto preoccupato tanto che con obiettività scrisse nel Diario: "Né per vero dire condanno io queste genti se trovano ingiusto ed assurdo che un pugno di europei venga a dar leggi nelle case loro".

Un tale coraggio non poteva non riscuotere persino l'ammirazione di Cook, che ne parlò a lungo al suo ritorno in Inghilterra alla fine della spedizione; fu, infatti, alle Nuove Ebridi che il comandante inglese decise il suo rientro in patria, dopo due anni e mezzo d'avventure, di rischi e di fatiche; nel dicembre 1774 doppiò Capo Horn, approdò a Città del Capo, e il 30 giugno 1775, accolto come un trionfatore, gettò te ancore nel porto di Londra. 
Anche questa spedizione era stata un grande successo: sull'esistenza della Terra Australis egli si era dichiarato scettico: "Se esisteva una terra australe - egli sostenne - si trattava di un piccolo continente completamente polare e maggiormente esteso verso gli Oceani Atlantico ed Indiano".

Lo esplorazioni susseguenti dimostrarono l'esattezza delle sue affermazioni. Inoltre, a parte le osservazioni sulle terre australi, aveva scoperto le isole Hervey (o "Cook", come si chiamano oggi), 14 isole annesse alla Nuova Zelanda nel 1901, parte delle Marchesi, la Nuova Caledonia, I'isola Norfolk; avea esplorato le Tonga-Tabù, l'Isola di Pasqua e le Nuove Ebridi; i suoi scienziati (soprattutto i due Forster) avevano gettato le basi per un serio studio delle isole classificando e illustrando, in una famosa e perfetta relazione, tutto il materiale naturalistico riportato dal lungo viaggio. Pittori, incisori e acquerellisti illustrarono in lavori originali le particolarità più importanti delle isole visitate e Cook stesso, oltre a lasciarci un giornale accuratissimo, completò il suo famoso "Atlante" di carte nautiche.



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sabato 22 settembre 2018

RITORNO A TAHITI (Return to Tahiti)






RITORNO A TAHITI


Nel marzo 1773, dopo 171 giorni di ininterrotto viaggiare tra i ghiacci del sud, Cook decise di far mettere le vele della spedizione verso acque più temperate. Giorno dopo giorno, la favola della Terra Australe incognita era crollata davanti alla razionale ricerca che Cook aveva compiuto in quella zona. 

A quel punto, navi ed equipaggi erano stremati, e Cook decise di far rotta su Tahiti per un periodo di sicura calma e riposo; compiuti alcuni rilievi della costa neozolandese e studi astronomici, le navi misero prua verso le favolose isole dei Mari del Sud. La felice, appassionante Polinesia Ii attendeva.


Al tramonto di un giorno d'estate del 1773 una notizia volò lungo le coste di Tahiti: una grande nave era in vista! Prima di sera - quando la nave fu più vicina alle rive - gli isolani si resero conto che la nave sull'oceano era comandata da Cook. Il grande capitano, il loro grande amico ritornava come aveva promesso; interi villaggi corsero alle spiagge, tagliarono alberi per i falò che avrebbero festeggiato la nave al suo approdo.

Dopo il suo sbarco, Cook, i suoi scienziati, I'equipaggio e gli ufficiali si stabilirono a Tahiti, a terra, per diverse settimane e vissero la vita degli isolani, e andarono di villaggio in villaggio approfondendo quella conoscenza degli usi e costumi locali che già avevano iniziato nella loro prima spedizione. Si completò cosi quel quadro generale della vita polinesiana che Cook aveva in animo di portare a termine. L'isola si presentò agli esploratori inglesi tutta in festa; e Cook scrisse che uno dei capi tahitiani, il re Otoo, due giorni dopo l'approdo dell'Adventure e della Resolution al ridosso della costa di Puhunahuia, salì a bordo della nave ammiraglia vestito di uno splendido abito di piume rosse e disse a Cook: "Benvenuto per le feste dell'anno!", invitando I'esploratore inglese a terra. 
Gli isolani si radunavano infatti in quei giorni a centinaia nei maggiori villaggi della costa per assistere a giochi e gare che gli esploratori supposero essere feste tradizionali annuali. Essi non s'erano sbagliati: luglio e agosto, a Tahiti essendo i due mesi più freschi e meno piovosi dell'anno, erano scelti per le grandi feste collettive annuali; lo confermò nell'Ottocento anche Melville, nel suo libro Omoo.
"Anticamente - scrisse Melville - i giochi atletici erano molto diffusi nell'isola, la lotta, il lancio del giavellotto e dell'arco, erano fra gli altri molto praticati. E siccome la popolazione eccelleva in questi esercizi, si giunse fino ad istituire nei mesi di luglio e agosto gare pubbliche il cui splendore non è stato più dimenticato".

Cook, da parte sua, di quel periodo scrisse: "Essi polinesiani di Tahiti  chiamano Hiva tutti i giochi collettivi dei loro mesi di festa. I più popolari sono Hiva Moana, la lotta, Hiva Tea, tirare all'arco, Hiva Ute, il canto, Hiva Vivo, suonare il flauto".

L'Hiva Moana era una lotta ove non si escludevano i colpi di boxe. In quel lontano agosto tahitiano di due secoli fa, Cook ci narra d'aver assistito a un torneo di Hiva Moana condividendo l'entusiasmo della popolazione per i campioni preferiti. Secondo il racconto di Cook, poi, gli Hiva Pohinò (letteralmente i "giochi dei matti") erano mimiche a boccacce durante le quali ci si prendeva beffa di tutti.

Essendo stata Tahiti una colonia francese, le antiche leste del luglio e dell'agosto si son tramutate in "feste del 14 luglio" nella celebrazione nazionale della presa della Bastiglia, come in Francia. Per la verità, dei tanti polinesiani che arrivano a Papeete, centro di tutte le feste, ben pochi sapevano che cosa fosse questa "Bastiglia"; le giovani vahiné credevano addirittura si tratti di una ragazza bellissima in onore della quale i Parigini fecero follie, il 14 luglio di un anno lontano.

Bastiglia a parte, è certo che assistendo oggi a queste feste del !14 luglio" si è spettatori di giochi e gare assai simili a quelli ai quali Cook assistette; lo spirito delle 'feste' è rimasto certamente molto simile a quello di due secoli fa.



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mercoledì 19 settembre 2018

LA SECONDA SPEDIZIONE DI JAMES COOK (The second shipment of Cook)




LA SECONDA SPEDIZIONE


Il 9 aprile 1772 Cook era partito dal molo di Deptford, a Londra, al comando di due navi, la Resolution di 462 tonnellate e l'Adventure di 336 tonnellate; l'ammiragliato inglese le aveva trasformate sul modello dell'Endeavour che aveva dato prove eccellenti di navigabilità e di manovrabilità durante la prima spedizione di Cook. 
La Resolution era la nave ammiraglia della spedizione, al comando di Cook, e con 112 uomini. L'Adventure fu affidata al comando di Tobias Fourneaux, ed ebbe un equipaggio di 82 uomini. Sulle due navi furono stivate provviste per due anni, con particolari cure ai concentrati di frutta e di vegetali che avevano già dimostrato di essere validi rimedi contro lo scorbuto. Si imbarcarono materiali adatti alla pesca, e per la costruzione di un'imbarcazione di 20 tonnellate, vestiario per i climi polari, strumenti scientifici e mercanzie adatte ad allacciare rapporti con gli indigeni delle terre visitate.

I due bastimenti di Cook erano, come l'Endeavour, fabbricati col buon legno di quelle vecchie querce che popolavano le regie foreste inglesi.

I metodi di costruzione erano simili a quelli usati dai francesi, ma dissimili dai metodi olandesi. Gli ingegneri navali olandesi, avendo quasi tutti iniziato la carriera come semplici apprendisti e maneggiato per vari anni scuri e martelli, sapevano disegnare i modelli in scala ridotta, e in base al disegno le maestranze sapevano eseguire il lavoro di costruzione.
Gli operai francesi ed inglesi invece lavoravano senza i disegni in scala ridotta. Nei capannoni nei quali veniva impostata la costruzione d'un bastimento, gli ingegneri tracciavano, a terra e sulle pareti, le linee del bastimento la grandezza naturale. Finita questa operazione, si prendeva a segare i tronchi della larghezza voluta, e finalmente si dava mano alla costruzione propriamente detta.

Occorrevano circa 8 mesi per convertire 2000 regie querce in un regio vascello. Il legname costava circa 7 sterline per ogni tonnellata di stazza; gli accessori - vele, sartie, cannoni, e così via - importavano una spesa suppletiva di circa 26 sterline per tonnellata. I cannoni naturalmente rappresentavano il costo maggiore degli accessori; si comprende da questo che una spedizione di due navi come quella affidata a James Cook nel 1772 fosse un elevatissimo investimento in denaro, proporzionalmente alle spese di un lancio spaziale dei giorni nostri.

Osservando i piani di costruzione della Resolution e della Adventure, si vede che le tavole in legno delle due navi erano tenute insieme mediante pioli di legno, che si chiamavano threenails, (tre chiodi). Il piolo si contraeva e a lungo andare finiva per cader via, causando falle numerose per cui l'acqua entrava in abbondanza. Molti cantieri esteri usavano già, ai tempi di Cook chiodi metallici, ma gli Inglesi, conservatori, restavano fedeli ai pioli di legno.

La tradizione esigeva anche che lo spazio sottostante al ponte fosse ridotto al minimo indispensabile. Francesi e Spagnoli costruivano navi molto più spaziose, il che non solo costituiva un vantaggio per l'igiene delle ciurme, ma consentiva anche alla manovra degli uomini maggior libertà di movimento. Però gli Inglesi non badavano a queste inezie; comandante e ufficiali erano acquartierati a poppa e dormivano in cuccette stabili; gli uomini invece dormivano in amache tese volta per volta al disopra dei cannoni dei ponti inferiori. Le palle dei cannoni e la polvere da sparo erano custodite a quote negative (le zone della parte inferiore della nave che sta sotto il livello dell'acqua), a riparo delle offese del tiro nemico. 
I cannoni poggiavano su affusti di legno, muniti di dischi ohe servivano da ruote per consentire il rinculo. Il rinculo era per i serventi forse anche più pericoloso di quanto non lo fosse il proiettile per i nemici.
Alle volte sollevava il cannone e l'affusto insieme, che si inalberavano fino a sbattere contro il soffitto. Ma, anche quando non s'impennava, il cannone col semplice rinculo era sempre pericolosissimo; quindi nel momento in cui il  capopezzo appiccava il fuoco alla carica, tutti correvano via in salvo, e appena la carica cominciava a crepitare anche il capopezzo scappava in cerca di un riparo.
Se accadeva che si spezzassero le corde di ritegno, allora era una tragedia. Per averne ragione e ridurlo nuovamente in catene, bisognava organizzare un'autentica manovra, usando materassi a protezione degli uomini, ed amache e vele per catturare quel peso infuriato e scatenato.

Comunque, anche se molti cannoni erano, a titolo prudenziale, imbarcati sulle navi di Cook, essi furono raramente usati. Infatti anche di questo suo secondo viaggio, lo scopo fondamentale della missione non era di conquista ma di ricerca scientifica.

Naturalmente, con James Cook partiva una valida équipe di scienziati, tra i quali facevano spicco due naturalisti tedeschi, John Reinhold Forster e suo figlio George, il pittore William Hodges e gli astronomi William Walles e Bayley.

Cook era stato incaricato dalla Reale Società Geografica Inglese di risolvere ogni dubbio sulla mitica esistenza di terre abitabili che si favoleggiava esistessero all'estremo sud: era l'ultimo tentativo di scoprire se fosse reale o meno l'esistenza del Continente Australe.

Cook, come sempre scrupoloso, avanzò oltre ogni limite ragionevole di prudenza, e il 17 gennaio 1773 egli oltrepassò il Circolo Polare Antartico, e raggiunse poi i 67° 15' di latitudine, limite estremo di tutta la spedizione.

Malgrado l'audacia e la complessità delle ricerche e la vastità della zona esplorata, in quel mare antartico di terre abitabili non apparve nessuna traccia; e al secondo mese d'esplorazione così Cook osservò nel suo Diario: 
"Son queste contrade condannato dalla natura al gelo eterno, mai intiepidite dal sole, per il cui desolato aspetto non trovo parole adatte. Come saranno i luoghi ancora più a sud? Se qualcuno avrà la risolutezza e la forza di chiarire questo problema (spingersi ancora più innanzi di quanto io non abbia fatto) non gli invidierò la gloria della scoperta".

Anche quando finalmente apparvero tra i ghiacci ombre di terra, Cook non mutò la sua opinione sull'Antartico: se quello era il mitico Continente Australe, esso - coperto com'era perennemente di ghiaccio - si doveva considerare assolutamente inabitabile per l'uomo. Eppure, malgrado tanto giustificato pessimismo (le sue opinioni si rivelarono successivamente esattissime) Cook continuò l'esplorazione, liberandosi anche a colpi di piccone dei ghiacci fra i quali sovente i suoi due legni rimasero prigionieri.

Infine, nel marzo 1773, dopo 171 giorni di ininterrotto viaggiare tra i ghiacci del sud, Cook decise di far mettere le vele della spedizione verso acque più temperate. Giorno dopo giorno, la favola della Terra Australe incognita era crollata davanti alla razionale ricerca che Cook aveva compiuto in quella zona. 
Mentre la sua nave risaliva verso le zone temperate del Pacifico, Cook così concluse i suoi studi sul Continente Australe scrivendo sul suo Diario:
"Io mi lusingo di poter dire ohe si è posto fine allo ricerche di quel continente australe che da quasi due secoli attira tutta l'attenzione di varie potenze marittime e che fu il grande argomento di discussione dei geografi di tutte le epoche. Che possa esistere un continente con una grande estensione di terre presso il polo, io non lo negherò, anzi, sono d'opinione che esiste ed è probabile che noi ne abbiamo veduto qualche parte, ma esso - di certo - non è abitato né abitabile".



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SPEDALE DEGLI INNOCENTI - Firenze



SPEDALE DEGLI INNOCENTI 
Firenze

Tra le primissime e più leggiadre creazioni del Rinascimento fiorentino, opera del Brunelleschi (1426), compiuto da Francesco della Luna (1445). Sorge su una breve gradinata ed è aperto sulla fronte da un portico di 9 armoniose arcate su agili colonne; rotondi in terracotta smaltata (putti in fasce) di Andrea della Robbia nei pennacchi delle arcate, vi aggiungono una squisita nota decorativa.




L'interno racchiude un bel cortile a portico, decorato di una lunetta (Annunciazione) di Andrea della Robbia. Di qui si sale al 1° piano, ove nei corridoi attorno al chiostro è sistemata una  raccolta di affreschi staccati, quasi tutti di scuola fiorentina dei secoli XIV-XIV, fra cui opere di Lorenzo Monaco e A. Allori; in una saletta attigua è conservato un presepe in terracotta di Matteo Civitali




In un salone del 2° piano ha sede la Galleria dell'Ospedale (visita a pagamento), che raccoglie dipinti, sculture, codici miniati e mobili dal '300 al '700. Particolarmente notevoli: Madonna e Angelo, già attribuita al Botticelli, recentemente a Filippino Lippi; Epifania, del Ghirlandaio, con predella di Bartolomeo di Giovanni; Madonna e due Angeli, di ignoto umbro del XV secolo; Adorazione del Bambino, della scuola di Filippino Lippi; Madonna e Santi, di Piero di Cosimo; Madonna degli Innocenti, attribuita al Pontormo; Incoronazione di Maria, di Neri di Bicci; altra Incoronazione di Maria, di Giovanni del Biondo

Tra le sculture: Madonna, terracotta di Luca della Robbia; Madonna, della maniera di Benedetto da Maiano (restaurata nel 1979); Madonna, stucco della maniera di Antonio Rossellino.


martedì 18 settembre 2018

SULLA ROTTA DEL RITORNO (On the return route) - James Cook




SULLA ROTTA DEL RITORNO


"Giacché stavo per abbandonare la costa orientale della Nuova Olanda che avevo disegnato dal 30° di latitudine fino al luogo dove mi trovavo e che ritengo nessun europeo abbia visitato prima di me, alzai ancora una volta la bandiera inglese, e presi possesso in nome di Sua Maestà, Giorgio III dell'intera costa già, chiamata Nuova Olanda"...,  scrisse Cook. E si accinse all'ultima fatica: riportare la sua nave in Inghilterra.

Fu questa la parte del viaggio più triste e dura: una sosta della nave inglese a Batavia fu deleteria per gli uomini di Cook, affaticati e indeboliti dalla lunghissima avventura attraverso due oceani.

La malaria ed altre febbri tropicali fecero una strage spietata: il chirurgo di bordo Monkhouse fu il primo a morire, e dopo ai lui il bravo polinesiano Tupia, che non potè così giungere sino in Europa ed esaudire il suo grande sogno.

Il dottor Banks e Solander, gravissimi, dovettero essere ricoverati a terra assieme al pittore Parkinson, all'astronomo Green, al capo veliere, al cuoco, tre falegnami e nove marinai: costoro morirono tutti, mentre miracolosamente Banks e Solander, superata la crisi più grave, riuscirono a cavarsela. 
Appena Cook li considerò fuori pericolo fece alzare le vele e lasciò Batavia dove questa serie di disgrazie, e una serie di necessarie riparazioni allo scafo della nave, Io avevano costretto all'ancora dal 9 ottobre 1769 al 27 dicembre. Ira prua dell'Endeavour puntò al Capo di Buona Speranza, dove la nave inglese gettò le ancore il 15 marzo 1771; il 1° maggio continuando il suo lento viaggio di ritorno morì il tenente Hichs, l'uomo che per primo aveva avvistato la costa dell'Australia dalla coffa della nave di Cook. 
Intanto era stato tagliato il meridiano di Greenwich e così la spedizione aveva portato a termine la circumnavigazione terrestre da oriente a occidente.

Era l'11 giugno 1771 quando l'Endeavour - a quasi due anni di distanza dalla sua partenza - gettò le ancore in un approdo della costa inglese.

Il grande viaggio era compiuto: oltre alla raccolta di preziose e inedite notizie sulla vita delle popolazioni dei Mari del Sud, al compimento della missione astronomica relativa al passaggio del pianeta Venere e alla raccolta di preziose collezioni botaniche e biologiche (e di oggetti d'ogni specie raccolti presso le popolazioni visitate e che sono oggi tra i pezzi più rari dei più importanti musei etnografici del mondo), Cook aveva conseguito anche importanti risultati sul piano strettamente geografico. 
Nessuna traccia del Continente Australe, ma tante altre importantissime notizie: carte esatte dell'arcipelago di Tahiti e dello Isole della Società, oltre che una completa mappa delle coste neozelandesi. Ed erano state scoperte le Isole Australi, la doppia insularità della Nuova Zelanda e con la scoperta dello stretto tra la Nuova Guinea e l'Australia si era ottenuta la prova dell'insularità delta Nuova Guinea; studi e mappe erano stati redatti sulla costa orientale australiana, le sue baie e i suoi reef di corallo. Furono, tra I'altro, alcune osservazioni di Cook sulla natura e il clima della zona temperata dell'Australia, a convincere il governo inglese a iniziare la colonizzazione del Nuovo Continente.



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